Leggo spesso (anche quì) di questa moda che assale sistematicamente tutte le popolazioni dei paesi più civilizzati, parlo del vegetarianismo.
Questa moda, che è una via di mezzo tra l'egocentrismo autocelebrativo (infatti mai ho visto un vegetariano vivere la sua condizione in silenzio e nel rispetto delle idee altrui) ed un falso moralismo radical chic di sinitra, si propone spesso come un messaggio soprattutto ecologista. Ma il vegetarianismo si può produrre solo in una società dello spreco, e non certo nel Biafra o nella profonda Africa Nera in generale, dove mettere qualcosa sotto i denti di commestibile è la prima priorità di un essere umano. Il vegetarianismo può crescere e divulgarsi solo dove c'è lo spreco, dove c'è ricchezza e dove c'è la possibilità di scelta.
Il vegetarianismo è un sottoprodotto della società capitalistica, della società consumistica, che arrivata ad annoiarsi di mangiare una semplice bistecca, si autocelebra ricercando nuove cose e trasformando la sua strampalata idea in una missione che deve imporre a tutti eche tra l'altro produce nuove nicchie di mercato. Il vegetarianismo non è ecologista, non è proletario, è un messaggio altezzoso di una popolazione annoiata, viziata, che non ha altri problemi se non pensare ad idealizzare ed umanizzare gli animali.
Il vegetarianismo è molto più simile ai ricchi nobili annoiati di Versailles prima che le loro teste rotolassero nelle ceste, di quanto si pensi possa invece ricondursi ad un pensiero di sinistra primi '900.
L'immigrato che proviene da una realtà ben più dura, si sente insultato da questi soloni, che predicano questa ideologia e che lo fanno sentire un essere mostruoso solo perchè lui ha ancora il gusto ed il buonsenso di mangiare un cosciotto d'agnello.




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