Sono passati cinquant’anni da quando, nel luglio 1960, l’inglese Jane Goodall arrivò nella Gombe Stream Chimpanzee Riserve e iniziò a studiare in maniera sistematica quelli che già allora venivano i nostri cugini più prossimi, gli scimpanzé. È difficile sopravvalutare i contributi che Jane Goodall ha dato all’aumento delle conoscenze sugli scimpanzé. I più importanti, forse, sono due. Da un lato ha dimostrato che gli scimpanzé comuni (Pan troglodytes) e i bonobo (Pan paniscus) sono due specie diverse che hanno taglie e comportamenti diversi, ma appartengono alla stessa tribù: quello degli ominini. La nostra.
Oggi sappiamo che noi e gli scimpanzè abbiamo avuto l’ultimo antenato comune non più di 6 milioni di anni fa. E che tuttora condividiamo oltre il 98% del genoma. La vicinanza tra noi e gli scimpanzé è tale che secondo alcuni biologi dovremmo essere inclusi tutti non solo nella stessa tribù, ma nel medesimo genere: il genere Homo. Il secondo risultato scientifico raggiunto da Jane Goodall è aver dimostrato che gli scimpanzé hanno capacità cognitive molto sviluppate e una vera e propria cultura. Sono non solo capaci di utilizzare strumenti e di organizzare complesse battute di caccia. Ma sanno trarre dall’esperienza preziosi informazioni che si trasmettono tra loro, nel corso delle generazioni. Negli ultimi cinquant’anni le conoscenze sugli scimpanzé sono di molto aumentate. Non solo quelle sulla loro struttura genetica, ma anche quelle sui loro comportamenti e sulle loro capacità cognitive.
È stato dimostrato che gli scimpanzé hanno coscienza di sé, che hanno capacità artistiche e, dunque, un pensiero capace di astrazioni. Che utilizzano questo pensiero per solvere, anche in maniere diverse, problemi complessi. Nei giorni scorsi la rivista Science ha dedicato ai cinquant’anni dai primi studi di Jane Goodall e alle nuove conoscenze sugli scimpanzé un interessante dossier. Vale la pena leggerlo. Vi è ricordato, per esempio, che le capacità culturali degli scimpanzè sono davvero notevoli. Non solo perché gruppi diversi anche in ambienti simili sviluppano culture diverse. Ma anche e soprattutto perché le conoscenze acquisite possono essere trasmesse tra i vari gruppi, se questi vengono a contatto. La trasmissione della cultura è – proprio come per gli uomini – sia verticale (tra generazioni) sia orizzontale (geografica). Le capacità cognitive sono davvero elevate. È stato dimostrato, per esempio, che gli scimpanzé non solo possono contare (lo fanno molti animali), ma possono imparare a riconoscere i numeri arabi. E a ordinarli senza sbagliare. Gli scimpanzé non hanno il linguaggio forbito degli umani. Ma hanno una serie di vocalizzazioni che ci appare piuttosto complessa e ancora da decifrare. Non è l’unico punto, questo del linguaggio, che ci resta oscuro, sugli scimpanzè.
Come sostiene Science, molto c’è ancora da scoprire. E molti, ormai, sono gli strumenti che abbiamo a disposizione per cercare di sapere di più. Non solo l’osservazione e l’addestramento in cattività. Non solo gli studi etologici sul campo. Ma anche gli studi di neurofisiologia, grazie anche a nuove tecniche, come quella del brain imaging. E gli studi genetici: è stato sequenziato il Dna degli scimpanzè. È persino banale dirlo, ormai. Conoscere meglio come vivono, come si comportano, da dove vengono gli scimpanzé significa sapere di più su noi stessi e sulle nostre origini. Per questo l’indicazione di Science va ripresa. Aggiungendo magari la necessità di meglio integrare gli strumenti conoscitivi (genetica, neuroscienze, etologia cognitiva, etologia) in studi con un più marcato carattere interdisciplinare. Ma, come sostiene ancora e con vigore Jane Goodall, c’è una precondizione a tutto ciò. Che gli ambienti naturali in cui gli scimpanzè
vivono siano conservati. E la loro stessa esistenza non sia minacciata dai suoi stessi cugini, umani sedicenti sapienti.
Jane e gli scimpanzè, cinquant’anni dopo - Scienza Rassegna stampa - l'Unità.it




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