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    Predefinito La Chiesa e la pietas cristiana


  2. #2
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    Citazione Originariamente Scritto da Saltanfos Visualizza Messaggio

    Il vescovo de I Miserabili, se fosse esistito, farebbe la trottola sotto terra.
    Ad ogni buon conto, pur da ateo ed anticlericale, sono certo che esistano anche figure così nobili...

    XI - CIO' CHE FECE

    Jean Valjean ascoltò. Nessun rumore.
    Spinse la porta.
    La spinse con un dito, leggermente, con la delicatezza furtiva e inquieta di un gatto che vuole entrare.
    La porta cedette alla pressione e fece un movimento impercettibile e silenzioso che ampliò un poco l'apertura.
    Egli attese un momento, poi spinse la porta una seconda volta, più arditamente.
    Essa continuò a cedere in silenzio. L'apertura ora era abbastanza grande perché egli potesse passare. Ma c'era accanto alla porta un tavolino che formava con essa un angolo ingombrante e che sbarrava l'entrata.
    Jean Valjean riconobbe la difficoltà. Bisognava ad ogni costo che l'apertura venisse ampliata.
    Prese la sua decisione, e spinse una terza volta la porta, più energicamente delle prime due. Stavolta un cardine mal oliato emise d'improvviso in quell'oscurità un grido rauco e prolungato.
    Jean Valjean trasalì. Il rumore di quel cardine risuonò alle sue orecchie con un che di squillante e di formidabile, come la tromba del giudizio universale.
    Nelle esagerazioni fantastiche del primo istante, egli si figurò che quel cardine si animasse e prendesse di colpo una vita terribile, che abbaiasse come un cane per avvertire tutti e svegliare la gente addormentata.
    Si fermò; tremante, perduto, e ricadde dalla punta del piede sul tallone. Sentì le arterie battergli nelle tempie come due martelli di una forgia, e gli parve che il respiro gli uscisse dal petto col frastuono del vento che esce da una caverna. Gli sembrava impossibile che l'orrendo clamore di quel cardine irritato non avesse fatto tremare tutta la casa come una scossa di terremoto; la porta, spinta da lui, si era allarmata e aveva chiamato; il vecchio si sarebbe alzato, le due vecchie avrebbero gridato, qualcuno sarebbe corso in aiuto; prima di un quarto d'ora la città si sarebbe svegliata e la gendarmeria sarebbe accorsa. Per un attimo si credette perduto.
    Rimase dov'era, pietrificato come la statua di sale, senza osare il più piccolo movimento. Passarono alcuni minuti. La porta si era spalancata. Si azzardò a guardare nella camera. Nulla si era mosso. Tese l'orecchio. Nulla si muoveva nella casa. Il rumore del cardine arrugginito non aveva svegliato nessuno.
    Quel primo pericolo era passato. Ma c'era ancora in lui uno spaventoso tumulto. Tuttavia non tornò indietro. Anche quando si era creduto perduto, non era tornato indietro. Non pensò più che a finirla rapidamente. Fece un passo ed entrò nella camera.
    Quella camera era in una calma perfetta. Vi si distinguevano qua e là orme confuse e vaghe che di giorno erano fogli sparsi su un tavolo, in-folio aperti, volumi ammucchiati su uno sgabello, una poltrona carica di abiti, un inginocchiatoio, e che a quell'ora non erano più che angoli tenebrosi e spiazzi biancastri. Jean Valjean avanzò con precauzione evitando di urtare i mobili. Sentiva in fondo alla camera il respiro regolare e tranquillo del vescovo addormentato.
    Si fermò di colpo. Era accanto al letto. C'era arrivato prima di quanto credesse.
    La natura mescola talvolta i suoi effetti e i suoi spettacoli alle nostre azioni, con una specie di opportunità oscura e intelligente, come se volesse farci riflettere. Da circa una mezz'ora una gran nuvolaglia copriva il cielo. Nel momento in cui Jean Valjean si fermò davanti al letto, quelle nuvole si lacerarono, come se l'avessero fatto apposta, e un raggio di luna, attraversando la lunga finestra, venne a illuminare subitaneamente il volto pallido del vescovo. Egli dormiva serenamente. Era a letto quasi vestito, a causa delle notti fredde delle Basse Alpi; aveva una vestaglia di lana bruna che gli copriva le braccia fino ai polsi. La testa era rovesciata sul cuscino nell'atteggiamento abbandonato del riposo; lasciava pendere fuori del letto la mano adorna dell'anello pastorale, dalla quale erano venute tante buone opere, tante sante azioni. Tutto il suo viso s'illuminava di una vaga espressione di soddisfazione, di speranza e di beatitudine. Era più che un sorriso e quasi un'irradiazione. C'era sulla sua fronte l'inesprimibile riverbero di una luce che non si vedeva. L'anima dei giusti durante il sonno contempla un cielo misterioso.
    Un riflesso di quel cielo era sopra il vescovo.
    Era nel contempo una trasparenza luminosa, perché quel cielo era dentro di lui. Quel cielo era la sua coscienza.
    Nel momento in cui il raggio di luna venne a sovrapporsi, per così dire, a quella luminosità interiore, il vescovo addormentato apparve come trasfigurato. Tutto peraltro rimase delicato e velato da una penombra ineffabile. Quella luna in cielo, quella natura assopita, quel giardino senza un tremito, quella casa così tranquilla, l'ora, il momento, il silenzio aggiungevano un non so che di solenne e indicibile al venerabile riposo di quell'uomo, e avviluppavano in una sorta di aureola maestosa e serena quei capelli bianchi e quegli occhi chiusi, quel profilo in cui tutto era speranza e in cui tutto era fiducia, quella testa di vegliardo e quel sonno di fanciullo.
    C'era quasi un che di divino in quell'uomo così augusto a sua insaputa.
    Jean Valjean, lui, era nell'ombra, il puntello di ferro in mano, ritto, immobile, stupefatto da quel vegliardo luminoso. Non aveva mai visto nulla di simile. Quella fiducia lo spaventava. Il mondo morale non ha spettacolo più grande di questo: una coscienza turbata e inquieta, sulla soglia di una cattiva azione, mentre contempla il sonno di un giusto.
    Quel sonno, in quell'isolamento, e con un vicino come lui, aveva qualcosa di sublime che egli sentiva vagamente ma imperiosamente.
    Nessuno avrebbe potuto dire cosa accadeva in lui, nemmeno lui stesso. Per cercare di rendersene conto, bisogna pensare a ciò che v'è di più violento in presenza di ciò che v'è di più dolce. Sul suo stesso viso non si sarebbe potuto distinguere nulla con certezza. Era una sorta di sbalordimento sconvolto.
    Egli guardava. Ecco tutto. Ma cosa pensava? Sarebbe stato impossibile indovinarlo. Ciò che era evidente è che egli era commosso e stravolto. Ma di quale natura era questa emozione?
    Il suo sguardo non abbandonava il vegliardo. La sola cosa che si deducesse chiaramente dal suo atteggiamento e dalla sua fisionomia era una strana indecisione. Si sarebbe detto che esitasse tra i due abissi, quello in cui ci si perde e quello in cui ci si salva. Sembrava pronto a fracassare quel cranio o a baciare quella mano.
    In capo a qualche istante, il suo braccio sinistro si alzò lentamente verso la fronte, ed egli si tolse il berretto, poi il braccio ricadde con la stessa lentezza, e Jean Valjean rientrò nella sua contemplazione, il berretto nella mano sinistra, la mazza nella destra, i capelli irti sulla testa selvaggia.
    Il vescovo continuava a dormire in una pace profonda sotto quello sguardo spaventoso.
    Un riflesso di luna rendeva confusamente visibile al di sopra del caminetto il crocifisso che sembrava aprire le braccia a entrambi, con una benedizione per l'uno e un perdono per l'altro.
    Improvvisamente Jean Valjean si rimise il berretto in capo, poi camminò rapidamente senza guardare il vescovo, verso l'armadio a muro che intravedeva accanto al capezzale; sollevò il puntello di ferro come per forzare la serratura; c'era la chiave; l'apri; la prima cosa che gli apparve fu il paniere dell'argenteria; lo prese, attraversò la camera a grandi passi senza precauzione e senza badare al rumore, raggiunse la porta, rientrò nell'oratorio, aprì la finestra, prese il bastone, scavalcò il davanzale del pianerottolo, mise l'argenteria nello zaino, gettò il paniere, attraversò il giardino, saltò al di là del muro come una tigre, e fuggì.


    XII – IL VESCOVO LAVORA

    L'indomani, al levar del sole, monsignor Bienvenu passeggiava in giardino. La signora Magloire accorse al suo cospetto, sconvolta.
    "Monsignore, monsignore", gridò, "vostra Altezza sa dove sia il paniere dell'argenteria?"
    "Sì", disse il vescovo.
    "Sia lodato Gesù Cristo!", riprese lei. "Non riuscivo a trovarlo"
    Il vescovo aveva appena raccolto il paniere da un'aiuola. Lo presentò alla signora Magloire.
    "Eccolo".
    "Ma…", disse lei, "è vuoto! E l'argenteria?"
    "Ah!", riprese il vescovo. "Dunque è l'argenteria che vi preoccupa? Beh, non so dove sia".
    "Gran Dio!, l'hanno rubata! L'ha rubata l'uomo di ieri sera!"
    In un batter d'occhio, con tutta la sua vivacità di vecchia arzilla, la signora Magloire corse all'oratorio, entrò nell'alcova e tornò dal vescovo. Questi era chino a esaminare con un sospiro una pianta di coclearia dei Guillons che il paniere aveva spezzato, cadendo sull'aiuola. Si raddrizzò al grido della signora Magloire.
    "Monsignore, quell'uomo se n'è andato! Ha rubato l'argenteria!"
    Mentre proferiva quest'esclamazione, i suoi occhi caddero su un angolo di giardino in cui si vedevano tracce di scalata. La capriata del muro era strappata.
    "Ecco! E' di là che è scappato! E' saltato in vicolo Cochefilet! Ah!, il delinquente! Ha rubato la nostra argenteria!"
    Il vescovo rimase per un istante silenzioso, poi alzò il suo sguardo serio, e disse con dolcezza alla signora Magloire:
    "Anzitutto, quell'argenteria era proprio nostra?"
    La signora Magloire rimase interdetta. Ci fu ancora un attimo di silenzio, poi il vescovo continuò:
    "Signora Magloire, io possiedo a torto e da troppo tempo quell'argenteria. Apparteneva ai poveri. E chi era quell'uomo? Un povero, evidentemente".
    "O Gesù", riprese la signora Magloire. "Non è per me, né per la signorina. Per noi, non importa. Ma è per monsignore. Come mangerà monsignore adesso?"
    Il vescovo la guardò con aria stupita.
    "Ah, è questo! Ma non abbiamo posate di stagno?"
    La signora Magloire alzò le spalle.
    "Lo stagno ha un odore".
    "Allora, posate di ferro".
    La signora Magloire fece una smorfia espressiva:
    "Il ferro ha un sapore".
    "E allora", disse il vescovo, "posate di legno".
    Qualche istante dopo, egli fece colazione a quella stessa tavola cui si era seduto il giorno innanzi Jean Valjean. Mangiando, monsignor Bienvenu fece gaiamente notare alla sorella che non diceva motto e alla signora Magloire che brontolava sordamente, che non c'è affatto bisogno di un cucchiaio né di una forchetta, sia pure di legno, per inzuppare un pezzo di pane in una tazza di latte.
    "Figurarsi!", diceva la signora Magloire fra sé andando avanti e indietro, "Ospitare un uomo di quella fatta! E farlo dormire nella stanza accanto! E meno male che ha solo rubato! Ah, buon Dio! C'è da tremare a pensarci!"
    Mentre il fratello e la sorella stavano alzandosi da tavola, bussarono alla porta.
    "Entrate", disse il vescovo.
    La porta si aprì. Un gruppo strano e violento apparve sulla soglia. Tre uomini ne tenevano un quarto per la collottola. Quei tre erano gendarmi; l'altro era Jean Valjean.
    Un brigadiere della gendarmeria, che sembrava capitanare il gruppo, stava accanto alla porta. Entrò e avanzò verso il vescovo facendo il saluto militare.
    "Monsignore…", disse.
    A quel titolo, Jean Valjean, che era cupo e sembrava abbattuto, rialzò il capo con un'espressione stupefatta.
    "Monsignore!", mormorò. "Dunque non è il curato…"
    "Silenzio!", disse un gendarme. "E' monsignor vescovo".
    Intanto monsignor Bienvenu si era avvicinato con tutta la rapidità permessagli dai suoi anni.
    "Ah! Eccovi qui!", esclamò guardando Jean Valjean. "Sono contento di vedervi. E allora! Vi avevo dato anche i candelieri, che sono d'argento come il resto, e da cui potreste ricavare almeno duecento franchi. Perché non li avete presi insieme con le posate?"
    Jean Valjean spalancò tanto d'occhi e guardò il venerabile vescovo con un'espressione che nessuna lingua umana potrebbe descrivere.
    "Monsignore", disse il brigadiere, "allora quest'uomo diceva la verità? L'abbiamo incontrato per la strada. Andava come se avesse il diavolo alle calcagna. L'abbiamo fermato, per vedere. Aveva questa argenteria".
    "E vi ha detto", interruppe sorridendo il vescovo, "che gli era stata regalata da un buon vecchio prete da cui aveva passato la notte? Capisco. E voi l'avete riportato qui? E' un equivoco".
    "Ma allora, rispose il brigadiere, "possiamo lasciarlo andare?"
    "Ma certo", rispose il vescovo.
    I gendarmi lasciarono Jean Valjean che indietreggiò.
    "Davvero mi lasciano andare?", disse con voce quasi inarticolata e come se parlasse nel sonno.
    "Sì, ti lasciamo andare, non hai capito?", disse un gendarme.
    "Amico mio", riprese il vescovo, "prima di andarvene, ecco i vostri candelieri. Prendeteli". Andò al caminetto, prese i due candelieri d'argento e li portò a Jean Valjean. Le due donne lo guardarono fare senza una parola, senza un gesto, senza uno sguardo che potesse disturbare il vescovo.
    Jean Valjean tremava in tutto il corpo, prese i due candelieri macchinalmente, con aria smarrita.
    "Ora", disse il vescovo, "andate in pace. A proposito, quando tornerete, amico mio, è inutile che passiate dal giardino. Potrete sempre entrare e uscire dalla porta della strada. E' chiusa solo con un saliscendi giorno e notte".
    Poi, volgendosi ai gendarmi:
    "Signore, potete ritirarvi".
    I gendarmi si allontanarono.
    Jean Valjean aveva l'aria di un uomo che sta per avvenire.
    Il vescovo gli si avvicinò e gli disse a bassa voce:
    "Non dimenticate, non dimenticate mai che mi avete promesso di usare questo denaro per diventare un uomo onesto".
    Jean Valjean, che non ricordava affatto di aver promesso qualcosa, rimase interdetto. Il vescovo aveva enfatizzato quelle parole, pronunciandole. Riprese con solennità:
    "Jean Valjean, fratello mio, voi non appartenete più al male, ma al bene. E' la vostra anima che io acquisto; la sottraggo ai pensieri neri e allo spirito di perdizione, e la dono a Dio".

    (Hugo V., I Miserabili, ed. it. Milano, Garzanti 199511, pp. 110 – 117)

 

 

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