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Discussione: La Scuola Austriaca

  1. #11
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    Capitolo 9 – La teoria Austriaca del ciclo economico
    di Pietro Monsurrò
    Gli elementi fondamentali del ciclo economico sono già stati esposti nel precedente articolo, in quanto gran parte della teoria del ciclo consiste nello spiegare gli effetti del credito sulla struttura produttiva. Rimane da spiegare perché il tutto abbia caratteristiche cicliche, e perché si accompagna a panici bancari e a disoccupazione di massa.

    Il ciclo economico
    Cerchiamo di sviluppare in ordine cronologico i vari passaggi che dall’inizio del boom economico portano alla sua fine, alla crisi, e poi alla ripresa.

    Tutto comincia dall’illusione di avere a disposizione più risparmi di quanti ce ne siano effettivamente: il boom economico (insostenibile1) inizia con uno squilibrio tra tasso di interesse naturale e tasso di interesse monetario: il tasso di interesse naturale è quello per cui risparmi e investimenti sono equilibrati. Se il tasso di interesse monetario è inferiore a quello naturale, gli investimenti saranno in eccesso rispetto ai risparmi.

    Wicksell pensava che uno squilibrio tra i due tassi avesse come conseguenza solo una variazione del livello dei prezzi. Noi non siamo interessati al livello dei prezzi: un errore di coordinazione tra piani di investimento e risparmi avrà conseguenze strutturali sull’economia reale.

    A cosa è dovuto questo squilibrio? Gli errori sono sempre possibili, quindi è impossibile escludere a priori che lo squilibrio non sia dovuto ad un eccesso di ottimismo da parte degli investitori. Di spiegazioni ad hoc è piena la teoria economica. La teoria austriaca propone un meccanismo sistematico di creazione di errori imprenditoriali: tale fenomeno è l’espansione creditizia.

    Le banche espandono il credito perché così fanno profitti extra, facendo prestiti, su cui guadagnano interessi, in eccesso rispetto alle loro riserve effettive. L’unico freno all’espansione monetaria è il rischio di bancarotta. Tale fenomeno è inevitabile, in recessione, e ciò pone un problema: perché sempre lo stesso errore? Nel mondo contemporaneo la motivazione è semplice: i fallimenti bancari a catena sono quasi impossibili per via delle Banche Centrali.

    Indipendentemente da ciò, è evidente che il credito fiduciario esista: non potendo mettere ciò in dubbio, occorrerà capire quali ne siano le conseguenze. Il boom inflazionistico, cioè basato sull’aumento dell’offerta di moneta,2 è insostenibile perché il credito influenza la percezione della disponibilità di risparmi, e spinge verso investimenti che non potranno essere completati.

    La nuova moneta entra nel sistema economico attraverso il circuito del credito, e quindi viene prima spesa per comprare beni capitali e altri fattori di produzione. Successivamente, però, circolando attraverso i vari mercati, tenderà a trasformarsi in inflazione dei prezzi.

    Il boom degli investimenti nasce dall’effetto Wicksell, per cui la creazione di credito sottrae risorse ai consumatori e le dà agli investitori. Una volta che la moneta si è diffusa in tutto il sistema economico, questo effetto non può più sussistere. Verrà un momento in cui i nuovi redditi generati dall’aumento dei salari e dell’occupazione si trasformeranno in consumi, e quindi andranno a sottrarre risorse agli investimenti. In quel momento ci si renderà conto che gli investimenti intrapresi erano insostenibili.

    L’alternativa è che il sistema bancario aumenti ulteriormente l’offerta di credito, compensando la maggiore capacità di acquisto dei consumatori aumentando la capacità d’acquisto delle imprese.

    Il ciclo in un sistema bancario libero
    Vediamo ora cosa succede in un sistema bancario libero, con banche in concorrenza, senza Banca Centrale. All’apice del boom si sparge la voce che i depositi nelle banche non sono sicuri, che gli investitori non sono in grado di restituire i prestiti: probabilmente si avrà un aumento della quantità di denaro sotto forma di moneta o banconote, anziché depositi.3 Si formano file alle banche, e queste sono costrette a convertire, perdendo riserve e contraendo il credito. Le imprese sono costrette a interrompere gli investimenti, perché non esistono risorse reali per completarli, perché la contrazione del credito fa apparire tali risorse ancora più scarse di quanto sono, perché i fallimenti bancari mettono fuori gioco gli intermediari che coordinavano investitori e risparmiatori.

    La prima cosa da notare è che i fallimenti sono endogeni: se gli investimenti fossero sostenibili, le aziende non avrebbero problemi a pagare gli interessi e il capitale, e se le banche non fossero esposte finanziariamente al malinvestment e non avessero obblighi che non possono mantenere (il credito fiduciario), non ci sarebbero motivi per avere crisi.

    La seconda cosa da notare che la recessione ha origine nella struttura della produzione, e che alcuni fenomeni, come le bank run o la crisi dell’intermediazione, hanno influenza sulla successiva recessione, allungandola e rendendola più grave, anche se sono la conseguenza del malinvestment.

    Vediamo cosa succede a livello di produzione. Le aziende capiscono che non hanno sufficienti fondi per comprare i fattori di produzione complementari necessari a completare la produzione; domandano nuovi crediti a breve, facendo aumentare i tassi di interesse (maggiori prezzi, maggiore scarsità). Alcune falliranno, e i loro debiti per le banche saranno almeno in parte inesigibili. Alcuni piani di investimento verranno abbandonati: beni capitali sub-marginali cominceranno ad accumularsi nei distretti industriali, edifici ed infrastrutture verranno lasciati a metà. I lavoratori verranno licenziati e ci sarà una riduzione dell’occupazione nei settori ad alta intensità di capitale (più sensibili al tasso di interesse).

    La velocità di assorbimento di questi squilibri nel mercato del lavoro dipende dalla struttura del mercato. In genere il lavoro è un bene non-specifico e può spostarsi da un mercato ad un altro con relativa facilità. Esistono però degli investimenti in capacità professionali (il “capitale umano”) per cui valgono gli stessi argomenti che abbiamo esposto per il capitale fisico: alcuni investimenti in capacità professionali specifiche, strettamente legate alla struttura produttiva insostenibile, si riveleranno errati, e il lavoratore dovrà abbandonare l’“investimento” e accettare compensi inferiori per lavori meno specialistici. Lavori che richiedono nuove capacità professionali comporteranno un periodo di “gavetta”, esattamente come un nuovo flusso di produzione dovrà essere completato prima di poter influenzare la produzione di beni di consumo.

    Esternalità di rischio
    Alcuni ritengono che è inverosimile che gli imprenditori sbaglino sistematicamente per via delle politiche monetarie. Si ritiene quindi che la teoria austriaca del ciclo economico sia troppo meccanica nel ritenere che gli imprenditori e le banche non possano evitare la recessione.

    Ma le imprese che non impiegano il nuovo credito si troveranno a far fronte alla concorrenza delle altre imprese, che avranno fondi a basso costo con cui comprare macchinari, produrre nuove merci, e invadere nuovi mercati. Le imprese che non mal-investono sono quelle che rischiano maggiormente durante il boom. Se il boom dura a sufficienza, nessuno potrà applicare la strategia del discriminare il credito fiduciario.4

    Si potrebbe pensare che le aziende che non hanno mal-investito si troveranno successivamente in vantaggio rispetto alle altre, strutturalmente sbilanciate, ma anche questo argomento è errato.

    Le banche che hanno prestato a certe imprese, in crisi per via della recessione, saranno restie a lasciarle fallire, in quanto ciò renderebbe i loro crediti inesigibili. Siccome la creazione di credito è a costo zero, a meno del rischio di bancarotta (che le Banche Centrali rendono quasi nullo), le banche tenderanno ad espandere ulteriormente il credito verso i loro clienti, per cercare di salvarli.

    L’idea è semplice: a livello macro-economico c’è carenza di risparmi. Ciò implica che qualcuno dovrà fallire: fallirà il primo che si ritroverà senza fondi. Estendere credito verso i propri clienti può spostare il rischio di fallimento verso le altre imprese. In questa situazione di “mors tua, vita mea”, imprese strutturalmente fallimentari possono essere avvantaggiate, rallentando la ristrutturazione del sistema produttivo.

    Ciò è un caso particolare di un problema più generale: non è chi mal-investe inizialmente che rischia di fallire, ma chi non avrà i soldi (in recessione) per completare la produzione. Il rischio non è limitato a chi commette errori, ma è sistemico, e ciò crea una tragedy of the commons: c’è qualcosa che non va tra i beni capitali durevoli e specifici, ma non si sa chi ne verrà colpito.
    Un altro aspetto importante è che i prezzi servono per coordinare la produzione: prezzi distorti renderanno la coordinazione più difficile. Se gli individui sapessero coordinarsi senza prezzi, non avrebbero bisogno della contabilità; ma siccome i prezzi sono fondamentali nel processo di mercato, la distorsione della struttura dei prezzi è causa di insostenibilità del sistema produttivo. Non è possibile agire “come se” si conoscessero i prezzi giusti.

    L’argomento parte dal presupposto che gli individui abbiano conoscenze sufficienti per capire il problema, e abbiano i mezzi per mettere in pratica una strategia in grado di eliminarne gli effetti. Nessuna delle due ipotesi sembra realistica.

    Politica monetaria
    Si è visto come le banche che hanno espanso il credito rischieranno di fallire. Siccome però i fallimenti a catena sono molto più visibili del malinvestment, l’attenzione a questi è stata in genere molto maggiore. C’è da chiedersi quindi se la rimozione del rischio di bancarotta possa risolvere il problema del ciclo economico: la risposta è no, essendo il panico bancario la conseguenza della recessione e non la sua causa.

    Salvare le banche dalle loro espansioni è proprio ciò che le banche centrali sono nate per fare. Le banche centrali salvano le banche fornendo loro nuove riserve, in genere ottenute comprando debito pubblico sul mercato, mediante le operazioni “di mercato aperto”. Rendendo difficili i fallimenti, le banche centrali impediscono la contrazione del credito, e consentono un’inarrestabile espansione monetaria.

    Ciò non era possibile fino agli anni ’70 perché le banche centrali dei singoli paesi saldavano i propri conti in oro, e un’eccessiva espansione creava problemi con la bilancia dei pagamenti, proprio come nei sistemi bancari concorrenziali. Con le riforme monetarie degli anni ’70 anche quest’ultimo limite è stato eliminato: da quel momento gli aggregati monetari hanno cominciato a crescere a ritmi forsennati, soprattutto in recessione (per via delle politiche monetarie anticicliche).

    Le banche centrali quindi consentono un’espansione continuata e illimitata del credito, che impedisce la liquidazione del malinvestment, e i fallimenti bancari. Questo implica che la “cura” del ciclo economico è la creazione di nuovo malinvestment: esattamente come in una condizione di tossicodipendenza, ma non si vede alcun programma di disintossicazione in corso.

    Il malinvestment è causato dal credito fiduciario, e la recessione è il momento in cui il mercato si accorge che c’è un problema: continuare ad espandere il credito serve a chiudere gli occhi di fronte al problema. Posticipare la recessione non significa eliminare il malinvestment.

    Malinvestment e livello assoluto dei prezzi
    Molti economisti ritengono che la stabilità economica è assicurata quando il livello assoluto dei prezzi rimane costante (questa visione fu difesa da Fisher negli anni ’20), o perlomeno quando il livello dell’inflazione è stabile e noto a priori (inflation targeting).

    Tale idea è errata. Supponiamo che in un’economia con prezzi costanti ci sia un’innovazione tecnologica, che porti ad un aumento del tasso di interesse naturale e della produttività. Ci sarà un aumento degli investimenti, e una tendenza dei prezzi a diminuire: fin qui, non ci sono problemi. Ma quando questa tendenza verrà combattuta dalla politica monetaria, il cui scopo è per ipotesi quello di mantenere i prezzi stabili, alla crescita economica sostenibile indotta dall’innovazione tecnologica si verrà a sovrapporre una crescita fittizia, basata su malinvestment, indotta dalle politiche monetarie stesse. Lo stesso identico ragionamento s’applica all’inflation targeting.

    Una politica monetaria espansiva potrà durare più a lungo in periodi di crescita economica, in quanto l’inflazione dei prezzi è più facilmente controllabile. Nell’attuale fase storica, l’informatizzazione, l’apertura dei mercati all’ex blocco sovietico e della Cina, e le deregulation hanno contribuito a tener bassa l’inflazione. Questo non significa che l’economia sia sana.

    Il ciclo economico genera crescita?
    La crescita può essere generata da un aumento della dotazione di capitale, da miglioramenti tecnologici e da un’estensione della divisione del lavoro.

    Non c’è motivo di credere che l’inflazione monetaria influenzi il terzo fattore, che dipende dall’apertura dei mercati, dall’assenza di politiche protezioniste, e da nuove tecnologie di comunicazione e trasporto. Non c’è neanche motivo di credere che l’inflazione influenzi direttamente il progresso tecnologico, se non perché, influenzando gli investimenti, consente anche un aumento delle risorse dedicate alla ricerca e allo sviluppo.

    Dobbiamo quindi focalizzare l’attenzione solo sulla relazione tra politiche inflazionistiche e investimenti. Gli investimenti dipendono dai risparmi: possono aumentare solo se i risparmi aumentano. I risparmi possono essere volontari, come quando un individuo non consuma per salvare fondi per la pensione, o involontari, come nel caso dell’effetto Wicksell.

    È però noto che durante i boom i consumi crescano: viene quindi da chiedersi come sia possibile un aumento degli investimenti. Innanzitutto, i consumi e gli investimenti possono crescere se c’è crescita economica dovuta alla maggiore divisione del lavoro e a progressi tecnologici, ma questi non dipendono dalle politiche inflazionistiche. I fondi per i maggiori investimenti non possono venire dai risparmi veri, in quanto i consumi aumentano.

    Rimane una sola spiegazione: i maggiori investimenti sono un’illusione contabile creata dall’inflazione. Ciò che le aziende fanno non è investire, ma, al contrario, consumare capitale. Nei limiti in cui ciò non è vero, è solo per fattori esogeni come la maggior apertura dei mercati o l’innovazione tecnologica: fattori su cui in definitiva si basa la sostenibilità di un sistema economico inflazionistico.

    Note
    1. Può ovviamente anche esistere un boom sostenibile, ad esempio causato da un aumento dei risparmi, o da qualche innovazione tecnologica. Ma la teoria del ciclo si occupa di quelli insostenibili. Ci si potrebbe chiedere come distinguere un boom sostenibile da uno che non lo è: se ciò fosse possibile, probabilmente non ci sarebbero mai boom insostenibili, perché gli investitori non commetterebbero errori sistematici.
    2. Originariamente il termine inflazione si riferiva all’aumento dell’offerta di moneta e non all’aumento dei prezzi, come si usa al giorno d’oggi. L’insistenza della teoria economica sulle relazioni di lunghissimo termine, dove l’inflazione monetaria ha il solo effetto di inflazionare i prezzi, ha poi portato alla confusione tra i due concetti. Ora l’inflazione monetaria si chiama espansione, ma gli austriaci tendono a parlare di inflazione nel significato originario, da cui il termine “inflazionismo”, la politica di sistematica espansione dell’offerta di moneta.
    3. Le banche possono moltiplicare solo il denaro depositato, non il denaro detenuto come liquidità dai privati. A parità di condizioni, un aumento della quantità di banconote detenute dai privati porterà alla riduzione dell’offerta di moneta.
    4. Si noti inoltre che le Banche Centrali, agendo anti-ciclicamente, rischiano di allontanare la recessione e invogliare gli investitori a mal-investire. Alla fine pagheranno i detentori di moneta, e non gli investitori, nel momento in cui la Banca Centrale trasformerà il malinvestment in inflazione dei prezzi.


    Pubblicato il 16/03/2008

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  2. #12
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    Capitolo 10 – Il calcolo economico
    di Pietro Monsurrò
    La teoria del calcolo economico è uno dei più importanti contributi alla teoria economica della Scuola austriaca. Nel 1920, col saggio “Economic calculation in the socialist commonwealth”, Mises dimostrò che un sistema economico privo di un mercato dei fattori di produzione non poteva coordinare l’impiego di questi fattori, cosa che nel capitalismo era invece possibile grazie al sistema dei prezzi: Mises dimostrò quindi l’impossibilità di gestire un’economia complessa basata sulla proprietà pubblica dei mezzi di produzione e sulla pianificazione centrale, come proponevano i socialisti.

    Successivamente, Hayek spostò l’attenzione sul tema della dispersione della conoscenza e sull’impossibilità di concentrare tale conoscenza nelle menti dei pianificatori (una raccolta di saggi sull’argomento si trova in Hayek, Conoscenza, mercato, pianificazione).

    Infine, Rothbard (in Man, economy and state) estese l’argomentazione di Mises alla teoria dell’organizzazione aziendale, e alla critica delle economie cooperative, corporative o sindacaliste (sistemi economici decentrati, e quindi non pianificati, ma comunque impossibilitati a creare un sistema dei prezzi e trarne vantaggio).

    Il tema è estremamente importante e le sue conseguenze si ramificano in ogni aspetto delle teorie austriache: mentre si potrebbe pensare di integrare il tempo di produzione o altri temi austriaci nel framework teorico neoclassico, la teoria del calcolo economico ha conseguenze così radicali sulla visione delle istituzioni, sulla metodologia dell’economia e sull’(in)utilità dei giudizi di welfare da poterla considerare il tema fondamentale che differenzia le due Scuole.

    Complessità
    Cosa significa allocare le risorse produttive tra le varie linee di produzione, e distribuire i redditi tra i vari fattori che alla produzione contribuiscono? Tale problema richiede una serie di conoscenze:
    • Le preferenze dei consumatori, che preferiranno alcuni beni di consumo ad altri;
    • La disponibilità di risorse naturali, quali miniere, terreni e zone pescose, che sono eterogenee;
    • La disponibilità e le preferenze dei lavoratori, che avranno caratteristiche eterogenee, e preferenze diverse nella scelta del lavoro;
    • L’utilizzabilità delle tecniche di produzione, che consentono di impiegare le risorse naturali e il lavoro per realizzare beni di consumo.
    La produzione con beni capitali richiede anche:
    • L’impiego di beni capitali, eterogenei, e con diverse caratteristiche di complementarità, sostituibilità, longevità, specificità;
    • Una valutazione della disponibilità ad attendere, e quindi le preferenze temporali degli agenti economici, in quanto la produzione avviene nel tempo.
    Il mestiere dell’imprenditore non consiste nello scegliere l’impiego ottimo delle risorse nell’equilibrio di lungo termine (come i modelli neoclassici di equilibrio generale farebbero supporre1), ma nel decidere cosa e come produrre, dati:
    • I beni capitali disponibili in quel momento, frutto di scelte di produzione passate e non più modificabili;
    • Le risorse naturali e la forza lavoro disponibile, date le preferenze, mutevoli nel tempo, dei consumatori e dei proprietari dei fattori di produzione;
    • La disposizione spaziale e geografica dei fattori di produzione;
    • Le conoscenze tecnologiche disponibili in quel momento.
    Anche se si conoscessero tutti i dati necessari all’equilibrio generale, quindi, il problema del processo che a tale equilibrio dovrebbe tendere rimarrebbe aperto, ed è in tale processo continuo che gli agenti economici operano.

    La complessità della produzione dipende soprattutto alle innumerevoli possibilità di combinare assieme fattori di produzione per ottenere beni di consumo, tanto che, anche se le preferenze dei consumatori fossero note e stazionarie nel tempo, rimarrebbe comunque il problema di capire come gestire la produzione: i prezzi dei beni al consumo non “generano” spontaneamente i prezzi dei beni capitali. Ciò richiede un processo imprenditoriale e un sistema di prezzi: il valore dei fattori di produzione dipende dal valore dei beni di consumo futuri che contribuiranno a produrre, e tale valore è stimato dagli imprenditori, che impiegano la contabilità per stimare costi e benefici.

    Ignoranza
    Un tema leggermente diverso rispetto a quello della complessità è quello della dispersione delle conoscenze nella società. Tale tema fu elaborato da Hayek, e lo si può considerare complementare al primo, che era stato in precedenza sottolineato da Mises.

    La coordinazione sul mercato avviene tramite le opportunità di profitto e perdita che vengono sfruttate dai singoli imprenditori, che scoprono opportunità trascurate, come la presenza di container vuoti in una nave da trasporto.

    L’informazione utile ai fini imprenditoriali è in genere:
    • Locale: conoscere i dettagli sui carichi di frutta non stimolerà i deliri di onnipotenza “scientifica” di un pianificatore, ma è così che si scoprono opportunità di profitto.
    • Dispersa: tante persone conoscono pezzi di soluzione, ma nessuno conosce la soluzione completa. Un ingegnere può conoscere come usare un macchinario per produrre una certa merce, ma può non sapere che ci sono dei consumatori che vogliono quella merce.
    • Tacita: non si compone di trattati e di teoremi, non è verbalmente esplicitata, ma “esiste”, in quanto influenza l’agire umano: conoscenze informali, abitudini, contatti facilitano i rapporti e gli scambi, e giocano un ruolo fondamentale nelle organizzazioni sociali reali.
    • Dinamica: le preferenze individuali, la dotazione di beni capitali, la disponibilità di materie prime e di semilavorati cambiano nel tempo.
    • Non formalizzabile: la conoscenza di informazioni locali e tacite non si presta a poter essere riassunta in tabelle statistiche, per poi essere elaborata dagli uffici di pianificazione centrale.
    Soggettività
    Un altro modo di vedere il problema del calcolo economico è quello di considerare che gran parte delle informazioni che servono a risolvere il problema dell’equilibrio economico sono soggettive e non oggettive: non si tratta di scoprire la locazione di miniere (problema di geologia), o di scoprire tecniche di produzione (problema di ingegneria), ma di scoprire ciò che gli individui preferiscono.

    Tale interpretazione è del tutto secondaria nella letteratura austriaca, in quanto, se il problema fosse solo questo, si risolverebbe dando ad ogni individuo una somma da spendere, lasciandolo libero di comprare ciò che è stato prodotto dai pianificatori economici. Il problema reale non è conoscere le preferenze dei consumatori, ma orientarsi tra le innumerevoli possibilità produttive.

    Tale problema non ha nulla a che fare con quello del calcolo economico, anche se Schumpeter, in Capitalismo, socialismo e democrazia commette l’errore di confondere le due cose.

    Il sistema dei prezzi
    Risolvere il problema della produzione richiede quindi di elaborare un’infinità di informazioni, su moltissimi problemi specifici, ed ha quindi una complessità inimmaginabile.

    La soluzione è legata al fatto che la struttura produttiva non è gestita centralmente, ma attraverso un processo di coordinazione tra gli individui. Se per gestire la produzione fosse necessario avere un individuo in grado di comprendere tutte le opportunità di investimento, tutti i dettagli rilevanti delle tecniche di produzione, tutto ciò che riguarda la disponibilità di fattori di produzione, originari e prodotti, l’economia dovrebbe limitarsi a produzioni semplici, e non ci potrebbe essere una società capitalista e ricca. Fortunatamente, non è affatto necessario risolvere problemi tanto complessi e acquisire tante informazioni.

    Quante informazioni sono riassunte nel fatto che un’automobile costa 20,000€? Per averla occorre perdere l’opportunità di comprare beni di consumo per un ammontare pari a quella cifra, i consumatori sono disposti a pagarla tanto, per produrla occorreranno tecniche il cui costo complessivo dovrà essere pari o inferiore a 20,000€. Queste sono informazioni: sulle preferenze dei consumatori, sul costo di produzione, ecc. Sono informazioni che permettono di confrontare le infinite possibilità di produzione semplicemente, facendo un conto di profitti e di perdite, per vedere quali sono le tecniche più economiche.

    Supponiamo che un’automobile richieda soltanto due fattori di produzione: due tonnellate di acciaio e 1,900 ore di lavoro.2 Se l’acciaio costa 500€ la tonnellata e un’ora di lavoro costa 10€, il costo di produzione sarà 2 * 500€ + 1900 * 10€ = 20,000€: il produttore che impiega questa tecnica va esattamente in pareggio.

    I prezzi sono frutto di un processo di asta: tutte le imprese che impiegano acciaio e lavoro faranno a gara per ottenere i fattori di produzione e produrre: le industrie nel settore aeronautico, o in quello navale, o nelle costruzioni, impiegheranno l’acciaio: un costo di 500€ la tonnellata indica che ci sono degli impieghi dell’acciaio che valgono almeno 500€, e, quindi impiegare l’acciaio ove renda soltanto 400€ non è economicamente conveniente. Lo stesso discorso vale per qualsiasi fattore di produzione, anche il lavoro.

    È qui il segreto del calcolo economico: non è necessario che l’imprenditore conosca ogni singolo impiego possibile dell’acciaio e dei lavoratori in ogni industria. E’ sufficiente che sappia che, per ottenere una tonnellata d’acciaio, dovrà spendere 500€, e che, per ottenere un’ora di lavoro, dovrà spendere 10€. La complessità della scelta e la quantità di informazioni necessarie a scegliere vengono ridotte enormemente.

    Nel processo di allocazione delle risorse e distribuzione dei redditi tra i vari fattori, l’aumento o la diminuzione del prezzo di un fattore di produzione indica che quel fattore è più o meno raro, senza necessità di sapere dove questo verrà effettivamente impiegato: la coordinazione di mercato è grandemente facilitata.

    Calcolo economico e teoria dell’impresa
    Rothbard estese la teoria del calcolo economico alla teoria della dimensione delle imprese.

    Un’impresa monopolistica non ha un mercato esterno in cui osservare i prezzi del suo prodotto. Di per sé ciò potrebbe non costituire un problema, se esistono mercati dei fattori di produzione, in quanto l’impresa monopolistica è comunque in grado di calcolare economicamente, e deve semplicemente capire se i consumatori sono disposti a pagare a sufficienza. Di conseguenza, l’impresa monopolistica impiega effettivamente le informazioni incluse nei prezzi, esattamente come un’impresa concorrenziale.

    Ma, se tutti i fattori di produzione fossero gestiti dallo stesso monopolista, non esisterebbero mercati per questi fattori, e quindi non ci sarebbero prezzi: il monopolista dovrebbe decidere come impiegare i fattori di produzione senza la guida dei prezzi.

    L’intuizione di Rothbard, che si integra con l’idea di Coase dell’impresa come “ottimizzatrice” di costi di transazione,3 è che la dimensione ottima dell’impresa è determinata anche dal problema del calcolo economico: imprese troppo grandi e troppo integrate si troverebbero in una condizione simile a quella del direttore economico di una società socialista, di cui parleremo nel prossimo capitolo. Senza la guida dei prezzi, non saprebbero come prendere decisioni.

    Conoscenze o incentivi?
    Per chi ha un martello, tutti i problemi sembrano chiodi: nell’economia neoclassica il problema della conoscenza non esiste, ed esiste soltanto il problema di dare gli incentivi corretti agli agenti. Si suppone cioè che l’informazione relativa al problema sia data, e che l’unico problema da risolvere sia quello di spingere gli individui a scoprirla e sfruttarla.

    Se il problema della conoscenza consistesse nell’incentivare le persone a raccogliere le informazioni, non sarebbe poi molto diverso dall’incentivare le persone a raccogliere pomodori… non esisterebbe alcun problema specifico relativo all’informazione, soltanto un problema di produrre ed allocare una risorsa, l’“informazione”, impiegata nella produzione un po’ come l’acciaio e la forza-lavoro.

    L’informazione è in realtà creata dal processo stesso: gli individui non potrebbero conoscere certe cose se il processo di mercato non producesse tale informazione. Se è qualcosa creata nel processo e dal processo, ciò che rende possibile giudicare gli esiti del mercato non sarebbe noto senza il mercato stesso: il concetto statico di efficienza economica diventa inapplicabile in un tale contesto.

    Il problema che gli agenti economici devono affrontare non consiste nello scegliere una strategia ottima dati eventi certi o contingenze con proprietà statistiche note, ma nell’agire tenendo conto di circostanze che non conoscono nei dettagli, coordinandosi con milioni di individui con piani eterogenei e spesso incompatibili, incontrando sorprese genuine,4 che cambiano i dettagli del problema da affrontare man mano che il processo di mercato si sviluppa, e sfruttando informazioni generate dal processo stesso. In altre parole, nessuno conosce la struttura dei “giochi” che si giocano sul mercato in tutti i dettagli rilevanti alla loro soluzione.

    Il dibattito sul calcolo economico
    All’interno della Scuola austriaca si è lungamente dibattuto il tema delle differenze tra la teoria di Hayek e la teoria di Mises del calcolo economico. La letteratura in materia è molto vasta, e come rappresentanti delle due teorie principali si possono leggere “The end of socialism and the calculation debate revisited” di Rothbard e “Mises e Hayek on calculation and knowledge” di Yeager. Rothbard, insieme a Salerno, Hoppe e altri suoi allievi sostiene che la teoria di Hayek è molto diversa da quella di Mises; Yeager sostiene che le due teorie sono fondamentalmente simili.

    La tesi di Rothbard è che la base della soluzione del problema del calcolo economico è la proprietà privata, e ciò è conforme alle sue posizioni normative. Ma l’analisi di Rothbard si basa su un non sequitur: se esistesse un pianificatore socialista in grado di risolvere i problemi di complessità e informazione, non avrebbe bisogno del calcolo economico, e quindi del mercato dei fattori di produzione. L’argomento di Rothbard dimostra che il calcolo economico non è possibile senza proprietà privata, ma è incompleto: la proprietà privata è la soluzione ai problemi di complessità e conoscenza, e senza questi problemi non sarebbe necessaria.

    Un altro aspetto dell’argomento è che, se il problema del socialismo è “solo” di informazione, questo non sarebbe impossibile, ma semplicemente inefficiente. Ma infatti è proprio così: il socialismo non è impossibile, ciò che è impossibile è che un’economia complessa possa essere gestita in maniera socialista. Esistono gradi di utilità del sistema dei prezzi: in un’economia semplice è futile, in un’economia complessa è fondamentale. Il socialismo non può generare un sistema dei prezzi, quindi è possibile solo in un’economia estremamente semplice. Il vero problema5 del criterio di efficienza è che rappresenta un criterio inutilizzabile in qualsiasi contesto sufficientemente complesso, proprio per via del problema del calcolo economico.

    Note
    1. A dir la verità, in queste teorie l’equilibrio è dato, e l’imprenditore non gioca quindi alcun ruolo.
    2. Ovviamente, le risorse materiali e umane saranno in realtà molto più diversificate, e parte dei costi, siccome la produzione richiede tempo, prenderà la forma di interesse.
    3. Coase, “La natura dell’impresa”. I costi di transazione sono tutti i costi relativi all’effettuare scambi: accordarsi e fidarsi delle altre persone, il rischio di venir truffati, il problema di incentivare i collaboratori, i problemi nel trovare e impiegare informazioni, eccetera. Tali costi influenzano l’organizzazione aziendale.
    4. Si veda ad esempio Kirzner, The meaning of the market process.
    5. Ciò costituisce il problema positivo del concetto di efficienza. Il problema normativo è che la sua costruzione richiede giudizi di valore (il concetto di welfare improvement non è wertfrei e quindi non è scientifico).


    Pubblicato il 23/03/2008

  3. #13
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    Capitolo 11 – La critica dello statalismo
    di Pietro Monsurrò
    La Scuola austriaca è stata sempre associata alla difesa della libertà di mercato, per via dell’appartenenza ideologica dei suoi esponenti, e tale sodalizio ha accompagnato tutta la storia della Scuola. Menger per primo difese la teoria economica dagli attacchi della giovane Scuola storica tedesca di economia, tendenzialmente statalista e interventista; Böhm-Bawerk criticò le teorie marxiste, in La conclusione del sistema marxiano. Le posizioni di Mises, Hayek e Rothbard in campo politico sono infine ben note.

    Una delle più grandi scoperte della Scuola austriaca, la teoria del calcolo economico vista in precedenza, nacque come critica del socialismo, cioè di una società basata sulla proprietà statale dei mezzi di produzione. In questo articolo si descriverà brevemente la critica dell’interventismo, che si può trovare in Mises I fallimenti dello Stato interventista e in moltissimi altri testi della Scuola, per poi passare alla critica del socialismo.

    Interventismo
    L’interventismo è la dottrina economica secondo cui il sistematico intervento dello Stato sui prezzi, forzati ad essere maggiori o minori di quanto il mercato determinerebbe, può servire a determinati scopi sociali, come rendere più economici i generi di prima necessità. In quanto tale, è diverso dalla semplice nazionalizzazione di alcune industrie, o dalla concessione di privilegi di monopolio, o dalla tassazione, o da altre politiche impropriamente chiamate allo stesso modo.
    Il ruolo dei prezzi

    Il ruolo dei prezzi nel sistema economico è di comunicare informazioni sulle preferenze dei consumatori, sulle possibilità tecnologiche, sulla disponibilità di capitali. Il funzionamento del sistema dei prezzi è strettamente legato a quello dei profitti e delle perdite: se viene scoperto un nuovo impiego di una risorsa, l’accresciuta domanda farà aumentare il prezzo, e questo aumento produrrà perdite negli altri settori che impiegano la risorsa, diminuendo l’impiego di questa, fino all’aggiustamento verso un nuovo tendenziale “equilibrio”.

    Il prezzo di equilibrio è quello per cui la domanda di una merce (tenuto conto di ogni suoi possibile impiego, sia come bene di consumo sia come fattore di produzione) è uguale all’offerta della merce (tenuto conto di tutte le tecniche impiegabili per produrla). Il prezzo di mercato sarà uguale al prezzo di equilibrio nei limiti in cui queste opportunità sono effettivamente scoperte e sfruttate: altrimenti ci sono delle opportunità di profitto residue.

    Tetto ai prezzi: scaffali vuoti
    Supponiamo che lo Stato fissi un prezzo massimo, inferiore a quello di mercato, per una determinata merce, il latte: questo sul libero mercato verrebbe venduto, ad esempio, a 2€ il litro, ma lo Stato impone un prezzo di 1€ il litro.

    I primi a subire perdite saranno i commercianti al dettaglio, che probabilmente non saranno in grado di pagare i loro costi vendendo al nuovo prezzo. I dettaglianti dovranno decidere: o non comprano il latte, e quindi gli scaffali si svuoteranno, o chiederanno forti sconti ai grossisti.
    Ma i grossisti si troveranno nella stessa situazione: magari precedentemente chiedevano 1.5€ al litro ai dettaglianti, e ora non riescono a rientrare nei costi, quindi decideranno di non comprare il latte, o di chiedere forti sconti ai produttori di latte.

    Il risultato finale è che un tetto ai prezzi, cioè un prezzo massimo, avrà come conseguenza lo svuotamento di quel mercato, e lo spostamento dei fattori di produzione verso altri mercati, ove l’impiego sia ancora remunerativo: le mucche diventeranno bistecche, i camion dei grossisti trasporteranno yogurt, e la produzione di latte diminuirà.

    Un tetto superiore al prezzo di mercato non ha questi effetti, perché non avrebbe effetto alcuno: è del tutto inutile. È anche possibile che un tetto leggermente più basso del prezzo di mercato non abbia effetti, perché qualche produttore nella filiera si rassegnerà ad avere un reddito minore: in questo caso l’interventismo è solo un modo per ottenere una redistribuzione dei redditi.1

    Più un mercato è concorrenziale, più questa eventualità è improbabile, essendo i margini dei produttori bassi. Agendo in questo modo non è comunque possibile ottenere una cospicua riduzione dei prezzi, in quanto i margini saranno comunque sempre abbastanza contenuti, e i produttori cercheranno di spostarsi verso altri mercati appena intravedono margini di guadagno migliori.2

    Il problema è reso più grave dal fatto che il prezzo basso alimenta la domanda, che aumenta mentre l’offerta diminuisce: questo effetto è particolarmente grave per i beni con domanda elastica.
    Il caso più puro di tetto ai prezzi è quando un bene è forzato ad avere prezzo nullo. In questo caso nessuno potrà produrlo, e tutti i produttori fuggiranno immediatamente da quel mercato.
    Quando un metodo di razionamento come i prezzi non funziona, si svilupperanno nuovi metodi di razionamento: file ai banconi, tessere per il pane, corruzione di funzionari, mercato nero.

    Pavimento ai prezzi
    Il caso opposto si ha quando lo Stato fissa un prezzo minimo, un pavimento sotto il quale non si può scendere: in questo caso, sarà l’offerta ad essere in eccesso rispetto alla domanda, e quindi parte dell’offerta andrà sprecata.
    Ad esempio, fissare un salario minimo al di sopra di quello di mercato crea disoccupazione di lungo termine nelle zone più povere, tra i lavoratori più poveri e meno istruiti, meno capaci di adattarsi o con minore esperienza (come i giovani). Sono infatti questi ad avere maggiori problemi a produrre abbastanza da pagare i costi del loro lavoro: il salario minimo ha dunque conseguenze fortemente antisociali, danneggiando i più deboli ed indifesi.

    Esiste una Terza Via?
    Ci si potrebbe chiedere se si possano risolvere i problemi creati dall’interventismo costringendo i produttori a rimanere nel mercato: ciò è impossibile in assenza di sovvenzioni, perché questi subiranno perdite continue.
    Inoltre, gli effetti dell’interventismo partono dal mercato in cui i prezzi sono fissati, e si espandono verso tutti i mercati dei fattori di produzione a questo associati. Questo significa che l’interventismo crea inefficienza, sotto forma di razionamenti o sprechi di risorse, in una cascata di mercati, distorcendo la logica allocativa del sistema dei prezzi.
    L’interventismo come sistema economico a sé stante è impossibile: o si espandono i controlli dei prezzi a tutti i mercati, e allora si ha socialismo, o si rimuove l’interventismo stesso, ritornando al libero mercato (o a forme di interventismo “improprie” che non inibiscono il riequilibrio tra domanda e offerta).

    L’introduzione di tetti ai prezzi tende ad eliminare la possibilità che determinati beni e servizi possano essere forniti dal mercato, perché impone perdite ai produttori. In questo modo, l’ambito dei metodi del mercato, cioè il libero scambio, viene ridotto, e a questi si vanno a sostituire metodi “alternativi” come la fornitura pubblica, le sovvenzioni ai produttori, le tessere per il pane.
    Per colmare le perdite di un produttore è infatti possibile sovvenzionarlo, ma è molto probabile che un politico, anche ben intenzionato, non possa fare molto per “migliorare” la situazione (non è però chiaro cosa ciò significhi, trattandosi di un giudizio di valore). D’altra parte, è difficile che si trovino sempre e solo politici benintenzionati, ed è probabile che l’interventismo vada quindi soprattutto a vantaggio della classe politica.

    La teoria originaria dell’interventismo di Mises non si applica a questi casi: è una teoria del controllo dei prezzi. Il risultato della teoria è che fissare i prezzi dei beni in maniera diversa dal mercato genera sprechi (quando l’offerta supera la domanda) o razionamenti (quando la domanda supera l’offerta) che si ripercuotono in tutti i mercati dei fattori di produzione impiegati in quelli a prezzi controllati.

    Socialismo
    Il socialismo è un sistema economico basato sulla proprietà statale dei mezzi di produzione: nel socialismo non c’è mercato dei fattori di produzione, visto che per avere un mercato occorre poterli scambiare, e per scambiarli occorre esserne proprietari.

    Il termine “socialismo” però può anche riferirsi ad altri sistemi economici, come il socialismo delle gilde, il corporativismo fascista, eccetera. In questi casi sono le varie corporazioni delle arti e dei mestieri, a rappresentanza di lavoratori, capitalisti o entrambi, che prendono decisioni sulla produzione e la distribuzione dei redditi. Oppure si può usare il termine per indicare una società in cui il lavoro dipendente scompare perché tutte le produzioni sono effettuate da cooperative, in cui i lavoratori sono anche proprietari dell’azienda.
    Cominceremo ad analizzare il socialismo nella prima accezione.

    L’impossibilità del socialismo
    Il socialismo è impossibilitato ad impiegare gli strumenti del mercato, e quindi a risolvere il problema della complessità e della dispersione della conoscenza che il mercato affronta e risolve brillantemente in maniera decentrata.
    Il comitato di pianificazione infatti dovrebbe decidere cosa e quanto produrre, con che strumenti, con quali tecniche, dove investire le risorse, come coordinare le varie fasi della produzione… il tutto alla cieca, senza un sistema dei prezzi in grado di fornire informazioni al comitato su opportunità di profitto, scarsità relative, preferenze dei consumatori, conoscenze disperse, eccetera.

    Ci si può chiedere se è possibile fare a meno di questi strumenti: la risposta è sì, esattamente come nelle economie pre-monetarie, basate sul baratto. È possibile avere un livello primitivo di produttività, specializzazione e divisione del lavoro anche senza contabilità dei prezzi: il problema è mandare avanti un’economia avanzata. Il fatto che gli imprenditori abbiano bisogno della contabilità per mandare avanti le aziende testimonia l’importanza del sistema dei prezzi.
    Forse la miglior verifica della correttezza dell’analisi misesiana è il fatto che le autorità dell’Unione Sovietica cercassero di copiare i prezzi dai mercati occidentali per avere un’idea di cosa fare. Pare infatti che sfruttassero i cataloghi Postal Market.3

    Conoscenza o incentivi?
    Il crollo dell’Unione Sovietica ha lasciato aperto un dubbio:4 il problema dell’URSS era di calcolo economico, o di incentivi ai burocrati, come molti, tra gli economisti neoclassici, pensano?
    La differenza tra le due spiegazioni è che la seconda farebbe intendere che burocrati sufficientemente motivati sarebbero in grado di far funzionare il sistema economico di una società capitalista senza bisogno di mercati, e che l’unico ruolo di questi sia semplicemente fornire i corretti incentivi ai produttori.
    Sebbene le due spiegazioni siano complementari, la spiegazione misesiana vale anche nell’improbabile caso in cui tutti i burocrati, dal primo all’ultimo, siano bene intenzionati e altamente motivati: senza mercati questi non saprebbero cosa fare.

    Sistemi economici alternativi
    Oltre al capitalismo di libero mercato, al capitalismo misto,5 all’interventismo e al socialismo esistono vari tipi sistemi economici che sono stati proposti: il socialismo delle gilde (detto anche sindacalismo), il corporativismo, e l’economia di cooperative.

    Corporazioni e gilde
    Un sistema economico “alternativo” che è stato proposto da alcuni socialisti è il cosiddetto “sindacalismo”, o socialismo delle gilde. Questi sistemi differiscono dal corporativismo fascista solo per il processo decisionale: bisogna tener conto o meno delle opinioni dei “capitalisti”?
    A parte questo aspetto, tutti questi “sistemi economici” si basano sull’idea che i produttori di un certo settore dell’economia si debbano accordare tra loro per decidere, tramite ad esempio accordi di cartello, cosa e come produrre e come distribuire i redditi.

    Il problema principale di questa proposta è che in un’economia dinamica ci saranno dei settori in espansione e altri in contrazione. I primi non avranno interesse ad aumentare l’offerta perché così avranno redditi maggiori, e i secondi non potranno spostare risorse (soprattutto lavoro) verso i settori in espansione, perché chiusi, e non avranno risorse da ridistribuire: in un’economia di questo tipo, gli aggiustamenti della produzione tra diversi mercati sarebbero praticamente impossibili.

    Tale sistema impedirebbe inoltre ogni forma di innovazione tramite esperimenti locali (come nuovi prodotti o tecniche), riducendo la concorrenza, ed eliminando gli incentivi imprenditoriali. Ma il problema più grave è che può fare un uso molto limitato del calcolo economico, perché ogni settore sarebbe monopolista e gli accordi tra settori sarebbero molto spesso frutto di contrattazioni bilaterali tra monopolisti. Ciò non è strettamente vero per i beni non specifici, che troveranno più corporazioni interessate, ma lo è comunque per quelli specifici ad un particolare settore.

    Cooperative
    In un’economia di cooperative, ogni lavoratore è anche comproprietario dell’impresa in cui lavora, insieme agli altri lavoratori. Tale sistema economico ha lo stesso identico difetto del socialismo: non può sfruttare il calcolo economico.
    Il motivo è che, non esistendo un mercato dei capitali separato dal mercato del lavoro, è impossibile ottenere separatamente il prezzo per il lavoro (salari) e il prezzo per i capitali (interesse): ma, senza interesse, non è possibile allocare i fattori di produzione tra i vari impieghi alternativi.
    Ci si può chiedere se sia nell’interesse dei lavoratori rischiare di perdere i propri risparmi insieme al lavoro quando la propria cooperativa va in crisi, e se non sia meglio lasciare libertà di scelta nel diversificare i propri capitali. Ma al di là di queste scelte di valore, rimane il problema che una tale economia non può funzionare, a meno che non si abbia un mercato dei capitali esterno, cosa possibile solo se non tutte le aziende sono cooperative: ma questo sistema sarebbe semplicemente capitalismo. Le cooperative possono svolgere un ruolo sociale, possono forse essere apprezzate dai lavoratori più di un’azienda, ma non possono soppiantare le imprese senza distruggere la possibilità stessa di avere un’economia sviluppata.

    1. Il tetto influenzerà la produzione se è rilevante al margine: se il commerciante, senza intervento statale, avrebbe scelto A anziché B, e dopo l’intervento B viene preferito ad A, l’interventismo ha gli effetti suddetti. Chiaramente è estremamente difficile seguire l’effetto sui prezzi e sulle quantità attraverso i vari mercati dei fattori.
    2. Unendo questo ragionamento alla teoria del capitale precedentemente sviluppata, una possibile conseguenza di un tetto ai prezzi è che non sarà possibile tornare nei costi degli investimenti: in questo caso, nel breve termine non succederà nulla, ma nel lungo termine la capacità produttiva si rivelerà insufficiente, perché non converrà reinvestire.
    3. Pare anche che le autorità dell’Armata Rossa abbiano incaricato degli agenti segreti di tener d’occhio i prezzi dei medicinali negli ospedali britannici per prevedere eventuali preparazioni belliche, in quanto la domanda di medicinali da parte della Royal Army avrebbe aumentato il prezzo di queste merci.
    4. Di ogni evento ci sono sempre tante possibili spiegazioni, e in genere non c’è alcuna tendenza a convergere su un’interpretazione unica. Diremo di più in un capitolo successivo sulla metodologia.
    5. Il capitalismo misto, il sistema economico odierno, è capitalismo, perché permette l’esistenza di un mercato dei fattori di produzione, ma si discosta da questo perché introduce una serie di forme proprie o improprie di interventismo e di pianificazione sociale.


    Pubblicato il 30/03/2008

  4. #14
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    Capitolo 12 – Teoria e storia
    di Pietro Monsurrò
    La metodologia è uno degli aspetti più controversi della Scuola austriaca. La storia della Scuola è stata caratterizzata da dispute metodologiche, sin da quando Menger affermava la necessità della riflessione teorica come primo passo per la comprensione dei “fatti” economici, in contrapposizione agli “storicisti”,1 che sostenevano che la teoria era inutile e che raccogliere fatti storici “puri” fosse l’unico obiettivo della scienza economica. Le dispute metodologiche sono continuate fino ai nostri giorni, coinvolgendo temi quali la formalizzazione matematica, la verificabilità (o falsificabilità) empirica delle teorie, il ruolo degli hard facts2 rispetto ai soft facts,3 eccetera. Alcuni di questi temi verranno approfonditi nel prossimo articolo.

    Abitualmente si ritiene che gli aspetti metodologici siano ovvi e quindi tali discussioni poco interessanti, ma non è così: i “fatti” della “realtà sociale” contengono in realtà molta più teoria di quanto ci si renda abitualmente conto, tanto che nelle scienze sociali è dubbio se si possa parlare con sicurezza di “fatti”, al contrario delle scienze naturali, dove questo problema è meno evidente.

    Supponiamo di osservare il pagamento di 100$, a fronte di un precedente pagamento di 95$, in cui 5$ di differenza rappresentano l’interesse. Per descrivere il “fatto” si sono usati i concetti di pagamento, scambio, credito, interesse: la quantità di teorie sottostanti è considerevole. Supponiamo invece che un macchinario che produrrà tra un anno 100 oggetti da 1$ costi oggi 95$: che differenza c’è rispetto al caso precedente? Fisicamente non c’è alcuna somiglianza (salvo i valori numerici), in pratica si tratta di due esempi del genus “scambio creditizio”.

    Come ulteriore esempio, non esiste nulla di osservabile che faccia pensare che sale, argento, oro, e banconote siano cose simili: è la loro funzione prasseologica, cioè lo scopo che hanno per l’individuo che li impiega, a renderli “moneta”.

    Una distinzione fondamentale dell’epistemologia austriaca è quella tra conoscenza teorica e interpretazione degli eventi storici (Mises usa i termini Begreifen e Verstehen, rispettivamente).

    La teoria
    La prima forma di conoscenza della realtà sociale è la teoria: è infatti questa che ci permette di comprendere ed interpretare la realtà, sviluppando i concetti astratti necessari all’interpretazione dei “fatti” della realtà sociale. Tale tipo di conoscenza teorica, universale, formale e astratta, il Begreifen, consiste nello studio della logica e dei concetti sottostanti ai “fatti”.

    Ciò di cui si è parlato nei precedenti articoli è teoria: non si è fatto riferimento ad eventi della storia, e non si è cercato di comprendere determinate situazioni storiche. Però, i concetti di valore, scambio, interesse, malinvestment possono essere impiegati per comprendere questi fenomeni, anzi, è necessario farne uso per poter capire qualcosa degli eventi storici.

    La realtà dell’economia è fatta di preferenze individuali, di processi mentali di scelta, valutazione, previsione degli eventi. Non si conosce molto di questi processi, ma ne sappiamo abbastanza per poter dire che non è possibile ridurli ad algoritmi e prevederli. Non è neanche possibile osservarli: ciò che dà senso alla realtà economica non è in genere osservabile.

    La teoria è a priori: è cioè precedente all’esperienza empirica, e non riconducibile a questa. Secondo Mises, intuendo un tema successivamente ripreso da Hayek4 in L’ordine sensoriale, l’individuo umano nasce con una struttura mentale (l’a priori) che gli consente di “vedere” e interpretare la realtà: tali categorie concettuali rappresentano la struttura logica sottostante la nostra esperienza. Questa struttura logica è il punto di partenza della nostra conoscenza del mondo esterno.
    Il fatto che la teoria sia a priori non significa che sia nota per “scienza infusa”, infallibile, o completa: la teorizzazione può condurre ad errori e può non dare spiegazioni soddisfacenti. Il valore della teoria sta nella sua capacità di farci comprendere la realtà, cioè di fornire strumenti concettuali e spiegazioni: se tali concetti sono comuni a tutti gli uomini, è possibile una conoscenza universale teorica.

    In termini più semplici: non conosciamo ogni singolo determinante del tasso di interesse, ma sappiamo cosa è il tasso di interesse e come agiscono i fattori che lo determinano. Astraendo da tutti i dettagli specifici e singolari di un evento storico, quindi, conosciamo alcune relazioni logiche necessarie tra i concetti teorici: dopo aver sviluppato la teoria, siamo in grado di cominciare a capire la storia.

    La storia
    L’astrattezza del ragionamento precedente acquisisce comprensibilità quando si riflette sul concetto di storia, complementare a quello di teoria.

    La storia è un insieme di eventi, comprensibile soltanto grazie alle categorie derivate dalla teoria, ma non è riconducibile per intero a questa. La storia ha sempre un elemento ineliminabile di individualità, che non si può ricondurre o derivare dalla teoria: in una determinata situazione storica, determinati individui hanno compiuto determinate scelte, avuto determinate idee, eccetera. Tali eventi non sono riconducibili a teoria in quanto rappresentano degli unicum: non è la neve che ha creato gli sci, ma gli esseri umani, e tale idea è venuta agli scandinavi e non agli alpini, nonostante si trovassero di fronte a problemi simili (l’esempio è di Mises). La comprensione dei dettagli individuali di una situazione storica prende il nome di Verstehen: “Luigi XIV era mosso dalla ricerca della gloire del suo casato” e “i consumatori apprezzano i fast food” sono esempi di Verstehen. Non è possibile dire a priori se una determinata merce piacerà ai consumatori, ma è possibile capire a priori, cioè teoricamente, i concetti di domanda e offerta, e usarli per interpretare i fenomeni storici, come l’introduzione, appunto, di una nuova merce sul mercato.

    Un’altra peculiarità epistemologica della storia è la complessità: ogni evento storico è il risultato di innumerevoli processi che si sovrappongono, e quindi ha molteplici cause, non tutte note. La teoria aiuta a ripercorrere gli intricati fili che legano i vari eventi storici, fornendo lo schema concettuale ed esplicativo di questi eventi, ma non è in grado di spiegare ogni dettaglio, né in linea di massima è sempre possibile conoscere lo “stato del mondo” tramite osservazione.5

    Per questi motivi, la storia non è riducibile alla teoria, e non è lecito sperare che la teoria possa fornire una spiegazione completa e di ogni evento storico: gli stessi problemi epistemologici di cui si è parlato nell’articolo sul calcolo economico devono quindi anche essere affrontati dall’economista che vuole applicare le teorie alla comprensione della realtà.

    I “fatti” dell’economia sono spesso qualitativi e non-osservabili, anche se esistono anche grandezze quantitative e osservabili, come i prezzi e le quantità fisiche di input ed output nella produzione. Un esempio di “fatto” qualitativo è il valore: mentre la preferenza può essere osservata “A ha preferito X a Y”, non può essere misurata (la frase “A preferisce X 1.5 volte più di Y” non ha senso).

    Nonostante la contabilità nazionale, non è quantificabile il “valore totale” del prodotto nazionale, perché il valore, come concetto, è sempre e solo individuale, soggettivo, e relativo all’azione. Non è quantificabile l’inflazione, perché dipende dalle variazioni tecnologiche, dal paniere di beni scelto, dalle scelte di consumo del singolo consumatore, dagli effetti di sostituzione tra le varie merci, e dai prezzi relativi tra le varie merci (e questi dettagli non si ripetono mai due volte allo stesso modo, anche se influenzano tutti il risultato!). È possibile accorgersi che i prezzi variano, ma non esiste un tasso di inflazione, perché i prezzi non variano tutti allo stesso modo. Dire che il tasso di inflazione (come aggregato) non esista è diverso dall’affermare che sia difficile da misurare: anche se gli econometristi diventassero onniscienti, il tasso di inflazione rimarrebbe un concetto astratto e indeterminato, la cui definizione dipende da una miriade di ipotesi più o meno arbitrarie.

    Per quanto riguarda i non-osservabili, a titolo di esempio, è possibile citare tutti gli eventi mentali, le preferenze, e le conoscenze degli agenti economici; il tasso naturale di interesse; la volontarietà o meno della disoccupazione; la sostenibilità di una struttura di debito; la sostenibilità dei piani di investimento (e quindi il suo opposto: il malinvestment6).

    Esistono poi i fatti che sono osservabili, magari anche quantificabili, ma che non si conoscono: questo sembrerebbe un problema che, in linea di principio, una più accurata ricerca storica potrebbe risolvere. Si noti però che, per via del problema di complessità legato al calcolo economico, non è in genere possibile conoscere lo stato del sistema economico in ogni dettaglio, in quanto dipendente da troppe variabili, in genere dipendenti dal tempo. In un certo senso gli economisti applicati sono debitori nei confronti del mercato per i “dati”, tanto quanto gli imprenditori: è per questo concettualmente errato pensare di conoscere di per sé ciò che in realtà si conosce solo grazie al mercato, dando per scontato che queste informazioni sarebbero disponibili anche in sua assenza.

    Legami tra teoria e storia
    Per la scuola austriaca viene prima la teoria e poi la storia: non è possibile neanche raccogliere materiali storici senza una teoria, perché la raccolta dei fatti storici, cioè la cernita di ciò che è o meno rilevante, è già di per sé un problema teorico.

    Chiaramente, è possibile fare ricerca storica senza esplicitare la teoria sottostante alle scelte che si operano nel selezionare, e poi interpretare, il materiale storiografico: ma non fare una scelta esplicita non significa non fare una scelta tout court. Una teoria, magari mediocre, è implicita in ogni aspetto dell’operare di uno storico, perché i “fatti oggettivi” non esistono.

    Ad esempio, un economista suggerirà di cercare rigidità nel mercato del lavoro per spiegare che in determinate epoche storiche c’è stato un elevato tasso di disoccupazione. Un altro, animato da differenti teorie andrà a cercare altri tipi di “fatti” per spiegare il fenomeno in questione: la “scarsità” di domanda aggregata, l’“eccessiva” domanda di moneta, o altro.

    Il fatto che la teoria sia a priori non significa che la conoscenza empirica non abbia alcun effetto sulla teorizzazione: lo scopo della scienza è capire la realtà, e la teoria va valutata in base alla sua capacità di consentirne la comprensione. Alcune ipotesi sono di origine empirica: la complessità della struttura produttiva, e la necessità del calcolo economico, ad esempio, sono delle ipotesi empiriche necessarie per affermare che il socialismo non è realizzabile, e l’argomento di Mises si limita ad affermare che il socialismo non può far uso del calcolo economico.

    Ma il calcolo economico potrebbe non essere necessario, come ad esempio in un’economia primitiva. Per completare il ragionamento bisogna quindi affermare che la situazione attuale rende necessario il calcolo economico, se si vuole mantenere la struttura produttiva intatta o addirittura accrescerla.7 Questa affermazione ha contenuto empirico e non è quindi a priori.

    Sarebbe possibile sviluppare la teoria a priori di un’economia di baratto, ma l’esistenza della moneta rende scientificamente rilevante sviluppare la teoria a priori di un’economia monetaria, complessa, con calcolo economico e divisione del lavoro.

    Ma quanto si passa da un mondo all’altro? La chiarezza concettuale della teoria lascia il campo ad una continua scala di grigi quando si passa alla storia. Un’economia in fase di sviluppo prima o poi avrà bisogno del calcolo economico; un’economia di baratto in cui si sviluppano scambi indiretti prima o poi darà luogo ad un sistema dei prezzi: il tracciare il confine tra il “prima” e il “poi” rappresenta un problema di giudizio storico.

    Riassumendo: la teoria ci consente di dire a priori che il socialismo non potrà fare uso del calcolo economico per coordinare la produzione. La conoscenza, a posteriori, della necessità della contabilità nell’economia moderna è però necessaria per completare l’argomento.

    Alcune generalizzazioni empiriche sono così evidenti che non vale la pena considerarle giudizi storici: ad esempio, una teoria che ipotizzasse l’eterogeneità dei gusti dei consumatori e deducesse conseguenze da questa ipotesi sarebbe sicuramente vera nel mondo reale. Il problema vero si ha quando le ipotesi empiriche necessarie a completare un argomento non sono certe, magari perché si riferiscono a condizioni non osservabili.

    Confronto con altre scuole di pensiero
    La visione misesiana della metodologia è anti-deterministica, in quanto non ritiene che la storia sia determinata da qualche teoria conosciuta dal profeta di turno, e quindi si pone in contrasto con le tesi dello storicismo.8

    Un’altra dottrina che ha avuto una certa influenza nelle scienze sociali è il behaviorismo, che asserisce che, non essendo gli stati mentali osservabili, una vera scienza non può tenerne conto, e quindi occorre considerare il comportamento umano senza riferimenti agli stati di coscienza, i fini, le intenzioni, eccetera. La Scuola austriaca è l’esatto contrario di ciò. Si fa a volte confusione tra le due cose per via del concetto di azione umana: l’azione umana non è però comportamento, ma è comportamento dotato di senso, e il senso è uno stato mentale.

    Un esempio di tale confusione si ha nella critica del concetto di “indifferenza”: Rothbard ha sostenuto che nessuno può dimostrare sperimentalmente l’indifferenza tra due beni, perché un individuo o sceglie l’uno, o sceglie l’altro, dimostrando sempre preferenze, e mai indifferenza. L’argomento di Rothbard è una critica alla welfare economics, che passa dalla scelta all’indifferenza perché suppone equilibrio e divisibilità dei beni.9 Per alcuni critici ciò è behaviorismo, ma si tratta di un’interpretazione errata.

    Rimangono da considerare due temi metodologici: il ruolo del formalismo matematico, e il ruolo delle prove empiriche. Secondo le opinioni comuni in economia, entrambe le cose sono requisiti fondamentali per avere una disciplina propriamente scientifica: l’idea che le scienze sociali debbano copiare i metodi delle scienze naturali è stata chiamata “scientismo” da Hayek. Di questi due temi si parlerà nel prossimo articolo.
    1. Il termine ha diversi significati. Lo storicismo a cui si fa riferimento è quello della scuola tedesca di economia: la tesi secondo la quale è possibile comprendere la realtà tramite la pura osservazione, senza necessità di una teoria. Il termine può anche indicare l’idea secondo cui il cammino della storia è predeterminato (anche ciò è criticato dagli austriaci). Non ultimo, si usa il termine per indicare la teoria secondo cui le istituzioni politiche, giuridiche ed economiche hanno sempre un elemento contingente, individuale, “storico”, e non sono mai universali, perlomeno non nei dettagli.
    2. Dati statistici, misure…
    3. Testimonianze, opinioni, scritti…
    4. Nonostante alcune somiglianze, l’epistemologia di Hayek non può essere considerata basata sull’a priori come quella di Mises, che stiamo descrivendo. Quanto di sostanziale e quanto di lessicale ci sia nelle differenze tra i due non è affatto una domanda semplice, anche perché gli scritti di Hayek non hanno mai brillato per chiarezza e sistematicità.
    5. Ad esempio, non è possibile osservare molte determinanti del processo economico che sono rilevanti, come ad esempio i processi mentali che portano a prendere decisioni, i dettagli sui metodi di produzione disponibili e la disponibilità di fattori di produzione.
    6. Ciò rappresenta un limite della teoria austriaca, anche o più precisamente un limite delle scienze sociali: alcuni fatti rilevanti possono non essere osservabili e misurabili, e quindi diventa difficile giudicarne la rilevanza. Ad esempio, il deficit commerciale americano è per alcuni dovuto all’elevata fiducia nell’economia USA, per altri è l’effetto dannoso delle distorsioni monetarie: la disputa potrebbe essere risolta se fossero noti tutti i dettagli sulla sostenibilità del debito commerciale e sulle sue cause, ma ciò non è in genere possibile. Si tratta di un problema di giudizio storico: la teoria non fornisce tutte le risposte.
    7. Se si vuole far morire tutti di fame, ovviamente, il socialismo non è solo possibile, ma anche auspicabile. Dubito che esistano molte persone disposte a pagare così cara la diffidenza verso l’ordine di mercato.
    8. Nel senso di Popper, Miseria dello storicismo. Popper, anche lui un austriaco, è indirettamente legato alla Scuola austriaca di economia, per via della sua influenza su Hayek, ma le sue tesi metodologiche sono in contrasto con quelle di Mises, in quanto il suo falsificazionismo è comunque una forma di controllo empirico della teoria, la cui possibilità è negata dagli austriaci, nel caso delle scienze sociali.
    9. All’equilibrio, un bene indivisibile sarà consumato finché l’utilità marginale diventerà uguale a quella di tutti gli altri beni: quindi c’è indifferenza tra i vari beni. Tolte queste due condizioni, l’indifferenza diventa un concetto empiricamente vuoto.


    Pubblicato il 06/04/2008

  5. #15
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    Capitolo 13 – Modelli matematici e metodi sperimentali
    La Scuola austriaca è caratterizzata da una certa avversione per la formalizzazione matematica, e per un’analoga diffidenza verso i metodi sperimentali. Tali caratteristiche vanno analizzate alla luce della distinzione tra Begreifen e Verstehen del precedente capitolo.

    La matematica e il metodo sperimentale sono spesso considerati dei requisiti necessari per la scienza, anche se non dagli austriaci. Sebbene sarebbe auspicabile che i problemi epistemologici delle scienze sociali fossero simili a quelli delle scienze naturali, il contesto espistemologico non è una variabile che lo scienziato può scegliere: e la formalizzazione matematica o la falsificabilità sperimentale non sono in genere utilizzabili nelle scienze sociali. Per salvare la teoria economica, e con essa l’uso della ragione nella comprensione dei fenomeni economici, occorre una metodologia che tenga conto delle specificità epistemologiche delle scienze sociali.

    Metodi sperimentali: gli austriaci
    Le teorie economiche non possono essere verificate o falsificate dall’esperienza. Consideriamo ad esempio la teoria della parità di potere d’acquisto: l’intuizione di base è che, se ci sono tre beni, i prezzi di uno dei beni in termini degli altri due devono sottostare a determinate condizioni, affinché siano eliminate opportunità di guadagno istantanee e prive di rischio, che all’equilibrio non possono esistere, e che tendenzialmente verranno spazzate via dall’azione imprenditoriale.

    Ad esempio, supponiamo di avere tre merci, i dollari, gli euro e le mele. Se una mela costa 1€ e 2$, ma 1€ costa 1$, abbiamo un’ovvia opportunità di profitto: si compra una mela con 1€, si vende una mela in cambio di 2$, e poi si cambiano 2$ in 2€. In questo modo, è possibile guadagnare il 100% senza rischio e istantaneamente: tale situazione non può durare. Se il prezzo della mela scende a 1.5$, e sale a 1.5€, a cambio costante, le opportunità di profitto non ci sono più.

    Questo ragionamento può essere generalizzato: può riferirsi a due sistemi economici, come l’Europa e gli Stati Uniti, e a panieri di merci. Ma allora possiamo dire che, in un mondo ideale dove gli scambi e il trasporto di beni non sono costosi, il potere d’acquisto in dollari e quello in euro saranno proporzionali al tasso di cambio.

    Il problema della teoria della parità di potere d’acquisto nella sua forma più elementare è che non è in genere vero che il tasso di cambio uguagli sempre il potere d’acquisto relativo. Il perché è ovvio: costi di transazione, costi di trasporto, presenza di beni non trasportabili.

    Una teoria della parità di potere d’acquisto in grado di tener conto di tutti questi fattori sarebbe estremamente complessa, e, verosimilmente, richiederebbe la conoscenza di una quantità di dettagli su ogni singola merce da essere probabilmente inutilizzabile.

    Abbiamo una scelta: o si fa una teoria sufficientemente semplice da essere falsificabile, e questa teoria sarà quasi sicuramente falsa, o si fa una teoria generale sufficientemente ricca da spiegare la realtà, ma troppo ricca per poter essere controllata sperimentalmente.

    Tutto ciò fa pensare che le teorie economiche si dividano in due categorie: quelle non controllabili e quelle errate. Gli austriaci non hanno difficoltà a preferire le prime, perché lo scopo della teoria economica è per loro quello di comprendere la realtà economica, e in linea di massima tale comprensione non si presta, se non occasionalmente, al controllo sperimentale. I neoclassici invece hanno sistematicamente negato tale problema, e costruiscono teorie a partire da ipotesi che tutti sanno essere errate (informazione perfetta, equilibrio generale, numero di strategie predeterminato,1 assenza di costi di transazione), nella speranza di poter ottenere delle teorie falsificabili. Ma se tale metodologia è irragionevole nel semplice caso della teoria della parità di potere d’acquisto, come si può pensare che sia ragionevole nella teoria del ciclo, in presenza di strutture produttive complesse, al di fuori dell’equilibrio, in presenza di irriducibile ignoranza?

    Di fatto, nessun economista neoclassico ha mai provato a verificare o falsificare tutti gli aspetti delle sue teorie, ma rimane aperta la possibilità che possa verificare o falsificare il singolo modello e ottenere un modello corretto della realtà economica. Tutti gli economisti quindi ragionano a priori, per ottenere modelli, ma alcuni ritengono di poter controllare a posteriori questi modelli e quindi la teoria sottostante.

    Metodi sperimentali: i neoclassici
    La maggior parte delle ipotesi sottostanti ai modelli neoclassici sono false: la speranza del metodo “positivista” è che dal falso si possa approssimare per induzione il vero, confrontando le predizioni delle teorie con la realtà e limando le ipotesi fino a fare predizioni corrette. Ciò richiede la creazione di teorie che contengano non solo ipotesi economiche in senso stretto, ma anche ipotesi sul comportamento degli individui, le loro informazioni, i loro processi decisionali,2 i loro fini, oltre ai dettagli sulla produzione e lo stato della natura. In buona sostanza, bisogna creare un modello del comportamento individuale concreto, e quindi si ha una commistione tra teoria economica, ipotesi psicologiche e conoscenze ingegneristiche: si preferisce trascurare però tali complicazioni e fare ipotesi irrealistiche sulla produzione e sulla psicologia degli individui.

    Si può fare? La proliferazione esponenziale di modelli matematici sembra essere un trend dell’economia neoclassica: parrebbe non esserci convergenza verso una teoria “vera”. Del resto, in un mondo complesso, esistono molte teorie corrispondenti ai dati osservati, perchè ogni situazione storica dipende da molti fattori, spesso non noti, o addirittura non osservabili.

    Se qualcosa nel modello non va, si aggiunge qualcosa e si inglobano i nuovi dati sperimentali. Dopo qualche anno (magari viene una grande depressione, una stagflazione o un crollo della new economy) si ha un periodo di fermento, da cui usciranno nuovi modelli, ancora più complessi e sofisticati, ma che verosimilmente non dureranno più dei precedenti.

    Nel frattempo, per fortuna, rimane un core di principi di base più o meno costanti (razionalità, stazionarietà, equilibrio) che sopravvive alle verifiche sperimentali, e probabilmente sopravvive solo in quanto non falsificabile. Tale core non è infatti sottoposto, se non retoricamente, allo stesso scrutinio sperimentale a cui si sottopongono i singoli modelli.

    Il problema è che un core di strumenti sufficientemente flessibile da replicare ogni risultato sperimentale è proprio per questo non falsificabile. Gli economisti neoclassici fingono che ciò non sia vero, o comunque sottovalutano il problema: si può dire quindi che facciano buona teoria economica3 andando contro i propri principi.

    L’economista David Romer se n’è accorto: in Advanced Macroeconomics afferma che alcune teorie macroeconomiche moderne (quelle neo-keynesiane) sono troppo flessibili per essere falsificabili. Servono però ancora due passi per accettare l’epistemologia austriaca: capire che la falsificabilità è essenzialmente impossibile nella teoria economica, e salvare la possibilità della teoria ritenendo che la riflessione teorica ha comunque un ruolo fondamentale, anche se è a priori.

    Il problema della ricchezza esplicativa
    Più una teoria è ricca meno è falsificabile, quindi le uniche teorie che vanno bene per il positivismo sono quelle errate, visto che la realtà economica è irriducibilmente complessa.
    Consideriamo il problema della capacità produttiva inutilizzata: per un keynesiano l’esistenza di beni capitali non utilizzati è di per sé la prova che la domanda aggregata è insufficiente. La cosa non deve stupire, perché nel suo paradigma teorico è l’unica spiegazione concepibile.

    Per la teoria austriaca del capitale esiste una spiegazione alternativa: che i beni capitali siano submarginali, siano cioè “razionalmente” non impiegabili, in quanto richiederebbero investimenti aggiuntivi e altri fattori di produzione complementari il cui costo non sarebbe coperto.

    Chi vede il capitale come una grandezza omogenea non può capire un tale ragionamento. Ma l’austriaco, che possiede gli strumenti concettuali per concepire questa spiegazione, si trova di fronte ad un altro tipo di problema: come determinare se un capitale è submarginale o meno? Non sta scritto sul libretto di istruzioni del macchinario…

    Il problema sta nel voler forzare la teoria ad essere come la storia, ma questa transustantazione è inverosimile: se la convergenza sulle interpretazioni in storia è un processo lungo e complesso, ammesso che avvenga, come pensare di usarlo per convergere sulle teorie stesse?

    Limiti del metodo matematico
    Se si può avere una certa simpatia per il metodo empirico, perché ha comunque il merito di provare ad ancorare la teoria alla realtà, impedendole di diventare un’inconcludente disquisizione sul “sesso degli angeli”, lo stesso non si può dire dell’uso della matematica nella teoria economica, che ha danneggiato lo sviluppo della teoria economica nell’ultimo secolo.

    Sebbene i tentativi di formalizzare matematicamente la teoria economica abbiano avuto origine nel periodo in cui il positivismo filosofico era al suo apice, la fine dell’Ottocento, si può parlare di economia matematica solo a partire dagli anni ’50, con i modelli di equilibrio economico generale in microeconomia e il modello di Solow nella teoria della crescita.

    Per capire il danno che il feticismo del formalismo ha procurato all’economia teorica non c’è migliore esempio di quest’ultima: la teoria di Solow è povera, fondata com’è su un’idea di crescita economica, la crescita bilanciata, che non ha la minima attinenza con i processi di crescita reali. Ancora oggi, nei libri di testo di macroeconomia, si legge la scempiaggine secondo cui “i risparmi non influenzano la crescita nel lungo periodo”: si tratta di un artefatto matematico delle ipotesi di Solow, non certo un’affermazione ragionevole!

    Dopo alcuni decenni qualcuno si è accorto che i risparmi possono influenzare la tecnologia, e che ci sono spesso nel sistema economico vantaggi di specializzazione che creano ritorni crescenti. In questo modo, la teoria della crescita ha smesso di essere assurda, ed è finalmente diventata banale.

    L’economia matematica ha inseguito la teoria economica per decenni: quando gli strumenti formali permettevano solo analisi di equilibrio competitivo, si limitava a queste; poi sono arrivate le aspettative razionali, e successivamente gli sviluppi della teoria dei giochi hanno consentito di avvicinarsi allo studio dei processi di mercato in maniera più dinamica e realistica.

    Se la matematica continua a progredire, presto l’intero edificio dell’economia austriaca diventerà parte dell’economia matematica: a questo punto si sarà completato un ciclo, e si scoprirà che sono stati spesi decenni di tempo per tornare al punto di partenza. Molti insight della teoria economica austriaca sono ancora trascurati, in attesa che qualche nuova formulazione matematica li renda di nuovo legittimi cittadini dell’edificio dell’economia teorica neoclassica.

    La storia della curva di Phillips esemplifica le limitazioni del metodo neoclassico. Negli anni ’50 un economista notò che, se disegnava inflazione e disoccupazione su un piano, otteneva una relazione decrescente: gli economisti si convinsero quindi che l’inflazione era la cura per la disoccupazione, affermazione che avrebbe fatto disperare qualsiasi professore di economia di pochi decenni prima, con probabile defenestrazione dello studente in sede di esame. Venti anni dopo, Milton Friedman si accorse che c’era qualcosa che non andava nella teoria: perché i lavoratori dovrebbero rimanere sistematicamente illusi dalla politica monetaria? Hayek aveva detto la stessa cosa nel 1937: vent’anni prima di Phillips.

    La curva di Phillips, a differenza della maggior parte della teoria economica, è falsificabile. Friedman riuscì però a dimostrarla scorretta prima della stagflazione degli anni ’70 che la falsificò empiricamente: la buona economia non segue le mode metodologiche.

    Hard facts e soft facts
    Ci sono tante cose difficilmente giustificabili dal punto di vista dell’epistemologia austriaca nella sociologia dell’attuale Scuola austriaca: spesso sembra che gli attuali esponenti credano, dicano e facciano cose non giustificabili alla luce dei principi che professano.

    Se i metodi matematici per l’economia teorica sono stati una iattura, non si può dire lo stesso per l’applicazione di metodi quantitativi a quello che gli austriaci chiamano ricerca storica, ma che tutto il mondo chiama semplicemente teoria economica.4

    Consideriamo ad esempio l’equazione di Black e Scholes in economia finanziaria: un modello di come viene determinato il prezzo di un’opzione. Nessuno crede che le ipotesi sottostanti siano realistiche, ma in prima approssimazione l’equazione dimostra come il prezzo dipende da una serie di fattori di mercato, come la volatilità dei prezzi o la durata del contratto. Nella pratica finanziaria l’equazione di Black e Scholes non viene usata così com’è, ma ha dato vita ad una serie di correzioni euristiche non altrettanto eleganti (ma in uno strumento usato per fini pratici l’eleganza non è una virtù), che sono effettivamente usate dalla comunità finanziaria.

    Non c’è nulla di male nell’usare strumenti quantitativi: il calcolo economico di cui si è parlato in un precedente articolo è già uno strumento quantitativo. Nell’ambito dell’economia applicata (supporto alle scelte imprenditoriali, indagine delle cause degli eventi storici, consigli al principe) i metodi quantitativi, e i cosiddetti hard facts, statistiche, tabelle, figure, possono avere un ruolo, anche se probabilmente minore di quanto gli economisti neoclassici immaginino: lo studio nella storia non si riduce ad una serie di regressioni tra numero di soldati e vittorie militari.

    I soft facts hanno, nella realtà economica quanto nella realtà sociale, un ruolo importante, ma il fatto che in economia ci sia un sistema dei prezzi, cosa che non c’è, ad esempio, nella pratica delle Relazioni Internazionali, fa pensare che gli hard facts possano avere un ruolo maggiore in economia rispetto alle altre scienze sociali.

    Gli austriaci rifiutati su basi metafisiche
    L’empirismo è metafisica, e rifiutare una teoria economica in base ad un principio irragionevole significa sacrificare la ricerca scientifica sull’altare di un pregiudizio filosofico. La Scuola austriaca ha molto da aggiungere alla comprensione odierna dei processi di mercato, e nei precedenti articoli si sono forniti vari spunti a riguardo.

    La cosa a cui prestare attenzione non è la contraddizione logica implicita nel rifarsi in chiave anti-filosofica ai “fatti”: questa curiosità può interessare gli studiosi di filosofia, ma non impedirà mai agli economisti di dire “Ora che so che fino a ieri avevo sbagliato filosofia, quindi da domani continuerò a fare ricerca esattamente come ieri”.

    Quello che conta di un ragionamento metodologico è che ci aiuti a fare migliore ricerca: la teoria e la pratica economiche possono essere migliorate, una volta liberatisi da certi pregiudizi legati a correnti filosofiche morte da decenni, e che solo nella scienza economica sembrano esser ancora presi sul serio.

    Note
    1. Il ragionamento non cambia se si passa dalla teoria dell’equilibrio generale alla teoria dei giochi.
    2. C’è un problema terminologico. Per gli austriaci, preferire il latte alla birra non è un’ipotesi economica, è un dato psicologico. Per i neoclassici specificare una funzione di preferenze è una necessità metodologica, perché non potrebbero verificare sperimentalmente se poi l’individuo sceglierà il latte o la birra senza tale ipotesi. La teoria austriaca è formale, cioè non riguarda i dati effettivi di una situazione economica, ma soltanto la logica sottostante. Che vale in tutti i possibili casi. Tale logica è necessaria ad interpretare la situazione che si analizza, ma non è sufficiente: la Storia del resto non può essere indifferente alla scelta tra birra e latte.
    3. Ad esempio, moral hazard, ottimizzazione intertemporale e paradosso del prigioniero.
    4. Gran parte delle dispute metodologiche si possono raggruppare in due categorie: le incomprensioni lessicali (ad esempio il differente significato della parola “teoria”) e il pragmatismo (quando i principi metodologici professati non sono coerenti con la pratica effettiva). Io ho cercato di focalizzarmi su una terza categoria: quella delle differenze metodologiche reali e significative.


    Pubblicato il 13/04/2008

  6. #16
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    Conclusioni e approfondimenti
    In questa serie di articoli si è fornita una panoramica su vari aspetti delle teorie economiche della Scuola austriaca: in questo verranno riassunte le principali peculiarità delle teorie della Scuola, e le differenze e le somiglianze rispetto all’economia neoclassica ortodossa.

    Specificità della Scuola austriaca
    • Soggettivismo – Per la Scuola austriaca, l’economia si occupa dello studio dell’azione umana e delle relazioni tra azioni individuali. L’azione umana è il risultato di preferenze soggettive, conoscenze soggettive, processi decisionali soggettivi: non si nega certo che i gravi cadano per via di una legge oggettiva, ma finché l’economia è economia, e non psicologia, ingegneria o geologia, la realtà ambientale è rilevante solo in quanto influenza l’azione umana. Tale aspetto sembra comune alle due Scuole, ma non è del tutto corretto: soprattutto in economia del benessere, ad esempio, si parla infatti di costi e benefici sociali, deadweight losses e altri concetti privi di senso per la teoria soggettiva del valore.
    • Imprenditorialità – La teoria dei giochi, lo strumento usato dai neoclassici per descrivere il processo di mercato, non è imprenditoriale per definizione: nel momento in cui si formula matematicamente il comportamento umano, infatti, la sorpresa, l’intelligenza, la creatività e l’innovazione non possono giocare alcun ruolo. Il concetto di imprenditorialità è il fulcro della teoria austriaca, in quanto è l’elemento che anima il mercato: nella teoria dei giochi tale elemento non c’è, nella teoria dell’equilibrio generale non ce n’è addirittura bisogno. Se fosse possibile fare teoria economica fingendo che la capacità di individuare soluzioni e strategie innovative non giochi alcun ruolo, tale difetto sarebbe trascurabile.
    • Struttura della produzione – La produzione neoclassica è atemporale, e spesso trascura l’eterogeneità dei fattori: c’è un bene omogeneo (il capitale) che produce beni omogenei (l’output dell’economia) con la cooperazione di un altro fattore omogeneo (il lavoro).1 Si pensa cioè che l’economia si possa comprendere trascurando la struttura del capitale.
    • Non-neutralità monetaria – Per i neoclassici la moneta ha effetto solo nel breve termine (un paio d’anni), successivamente l’effetto sulla produzione lascia il posto ad un semplice aumento dei prezzi. Gli austriaci sottolineano che la moneta influenza la struttura della produzione e, in assenza di una teoria di tale struttura: l’effetto è trascurato dai neoclassici, mentre per gli austriaci è fondamentale, perché è alla base della teoria del ciclo. Un altro aspetto legato alla povertà della teoria monetaria ortodossa, in assenza di una teoria della produzione, è quello dei “costi dell’inflazione”, che sono sistematicamente sottovalutati dal mainstream, in quanto i suoi effetti strutturali (malinvestment) non possono essere valutati.
    • Calcolo economico – Questo è il tema più importante delle teorie austriache: è alla base della visione del processo di mercato, in quanto spiega la fondamentale importanza del sistema dei prezzi; è alla base della critica del socialismo e di altri “mondi alternativi” che non sono alternativi per nulla; è un aspetto fondamentale dell’epistemologia: senza la complessità del sistema economico non ci sarebbe bisogno di distinguere teoria e storia, e probabilmente il ruolo della falsificabilità empirica delle teorie sarebbe maggiore. L’idea del calcolo economico è fondamentale per la comprensione di molte istituzioni: permette la coordinazione tra individui e quindi estende le possibilità della cooperazione sociale. Se l’idea di base del liberalismo è che le persone possano convivere senza un dittatore sociale che decida dei potenziali conflitti, la teoria del calcolo economico rappresenta la base del paradigma esplicativo necessario a comprendere ciò che rende una tale società possibile. Si può dire che è la base per una teoria delle istituzioni veramente realistica e per interi capitoli di “law & economics”. Il tema è rilevante per l’organizzazione industriale e per la finanza perchè questi strumenti servono all’imprenditore, e la complessità (misesiana) e la conoscenza (hayekiana) sono i due principali problemi che questi deve affrontare.
    Convergenze
    • Fondamenti microeconomici della macroeconomia – Alla nascita, la macroeconomia era un qualcosa di diverso dal corpus delle teorie economiche, non facendo uso dell’analisi economica standard. Non è più così: al giorno d’oggi la macroeconomia in cui interagiscono aggregati e medie aritmetiche è stata sostituita da una macroeconomia in cui le grandezze aggregate sono generate da scelte individuali. Che la macroeconomia non fosse separabile dalla microeconomia gli austriaci lo hanno sempre sostenuto.
    • Complessità del giudizio pratico – L’impressione che si ha leggendo testi che cercano di fornire una panoramica delle varie teorie neoclassiche, come Advanced Macroeconomics di David Romer, è che i neoclassici siano sommersi da teorie e non sappiano come sceglierle. Le teorie possibili sono infinite, e il tempo per verificarle è finito: spiegare un fenomeno storico è una cosa complessa, come afferma l’epistemologia austriaca. Forse quando si disegnavano diagrammi IS/LM si poteva avere l’illusione che il sistema economico fosse semplice, ma questa illusione è passata. Bisogna però ancora trarne le conseguenze: se ci sono più teorie che “fatti” economici, il paradigma empirista è nei guai. Per ottenere una teoria bisogna quindi basarsi sulla credibilità dei suoi assunti, e non solo sui “fatti”: e questo lo fanno in pratica tutti, o quasi.2 Ma questo passaggio implica un riavvicinamento alla distinzione austriaca tra teoria e storia: la teoria è un insieme di strumenti concettuali, la storia è un insieme estremamente complesso di eventi.
    • Teoria dei giochi e processo di mercato – La teoria dei giochi si è rivelata un buon modo per descrivere il processo di mercato, e quindi rappresenta un genuino passo avanti verso la comprensione microeconomica del funzionamento del sistema economico rispetto ai modelli di equilibrio generale. Siccome il mercato come processo è un’idea tipicamente austriaca, anche in questo caso sembra esserci un avvicinamento tra le due Scuole. Ci sono degli aspetti della teoria dei giochi che sono però ancora irrealistici: gli individui hanno uno spazio delle soluzioni predeterminato, le mosse possibili sono predeterminate, spesso3 si suppone che di informazione ce ne sia più di quanto è realistico supporre, l’analisi riguarda in genere solo stati di equilibrio. Si ha inoltre l’impressione che si possano concepire tanti di quei giochi che, con un po’ di fantasia, ogni risultato sperimentale si può replicare: anche questo potrebbe aiutare a far passare il messaggio epistemologico austriaco. Si noti che il problema della teoria dei giochi è che si suppone che la struttura del gioco sia nota: come se qualche essere onnisciente facesse giocare gli agenti economici con regole fisse. Nella realtà, la struttura del gioco è in genere ignota, e gli aspetti rilevanti nei singoli casi storici sono quasi sempre complessi e non raramente inosservabili.
    • Informazione imperfetta – Grandi progressi teorici sono stati compiuti grazie alla formalizzazione matematica dell’informazione incompleta: supponendo che l’informazione non sia completa si può ottenere una visione più realistica e profonda del processo di mercato. Questo sviluppo dell’economia neoclassica si presta però ad una seria critica: la struttura dell’ignoranza in un mercato non è data (l’economista è almeno tanto ignorante quanto gli operatori), e gran parte dell’informazione rilevante è creata dal processo stesso. Ciò in equilibrio non si vede, perché i prezzi dicono tutto quello che c’è da dire: ma nel mercato ciò non è vero, e i prezzi più che fornire informazione perfetta devono coordinare piani individuali.
    Cosa accadrà?
    Se tutto va bene, l’economia austriaca nei prossimi decenni sparirà: i suoi assunti saranno inglobati nell’ortodossia economica. Bisognerà solo aspettare il momento in cui gli strumenti formali dell’economia matematica saranno sufficientemente ricchi da non limitare la teoria economica.
    Bisognerà anche aspettare il momento in cui, sommersi da teorie di ogni tipo, ci si renderà conto che la verifica empirica non è possibile, ma questa eventualità è più lontana. E’ probabile che gran parte degli aspetti interessanti del sistema economico non siano misurabili e osservabili: ma, se si continuerà a negare ospitalità alle teorie che ne parlano solo perché non falsificabili, grandi progressi nella comprensione del mercato saranno difficili.

    In parte c’è stata una certa reazione da parte di altri economisti a certi estremismi dell’economia neoclassica: la teoria del caos e altre teorie “strane” accettano la limitatezza di ipotesi quali la semplicità, la linearità, la prevedibilità, la gaussianità delle grandezze economiche e vanno in cerca di altri strumenti. Altri campi di ricerca sembrano avere assonanze con la Scuola austriaca: teorie come quelle della razionalità limitata sembrano prima facie compatibili con le dottrine austriache. Esiste inoltre un intero campo di ricerca di psicologia applicata chiamata economia comportamentale, in cui si allentano le irrealistiche ipotesi di perfetto egoismo, perfetta razionalità e/o perfetta conoscenza.

    Il problema in questi casi è quello di sostituire alla teoria economica il niente, buttando il bambino (la teoria economica) con l’acqua sporca (il metodo positivista). Una teoria che dice che le serie temporali hanno caratteristiche caotiche o che gli individui a volte aiutano il prossimo non contribuisce alla comprensione del sistema economico, a meno che non si integri con la teoria economica, che studia come gli individui interagiscono in un contesto di radicale complessità, dinamicità e ignoranza coordinandosi per mezzo del sistema dei prezzi.

    I problemi della Scuola austriaca oggi
    La precedente discussione non vuole fare intendere che i problemi della Scuola austriaca siano tutti esogeni: alcuni aspetti della Scuola austriaca odierna ne facilitano la marginalizzazione, e questo danneggia sia i suoi proponenti che la teoria economica in generale, in quanto impedisce di fare uso degli insight teorici austriaci. Se Hayek ha vinto un Nobel, e Buchanan, Coase, Lucas, Phelps, North, Schelling, e Smith4 sono tra i Nobel influenzati dalla teoria austriaca, evidentemente qualcosa da dire c’è: nessuna Scuola eterodossa può vantare tanta influenza sul progresso del pensiero economico, e ancora molto è da aggiungere alla visione mainstream prima che il messaggio di Menger, Mises o Hayek venga interamente recepito.
    La mia impressione è che i problemi della moderna Scuola austriaca sono:
    • Confusione tra fatti e valori – gran parte dei critici della Scuola austriaca ritiene che l’economia austriaca sia un’ideologia. Mises credeva nella “libertà dai valori” (Wertfreiheit), ma spesso le esposizioni più recenti della teoria sembrano essere considerate soprattutto uno strumento per giustificare determinate posizioni ideologiche. Questa accusa è spesso confusa con un’altra: la teoria non è scientifica perché non è sperimentale, ma, come si è precedentemente spiegato, tale accusa è soltanto retorica e non ha fondamento. La maggior parte delle persone conosce la Scuola austriaca grazie al libertarismo: ciò è una fortuna, perchè altrimenti pochi si ricorderebbero di Mises, ma tale “fortuna” ha un costo, ad esempio in termini di confusione tra fatti e valori. Insieme ad altre scuole di economia eterodosse, come quelle marxiste e post-keynesiane, la Scuola austriaca tende ad attirare simpatizzanti interessati più all’attivismo politico che al rigore teorico.
    • Il periodo delle grandi innovazioni teoriche sembra essere finito da tempo. Ciò in fin dei conti è normale: anche un grande economista come Hayek ha avuto difficoltà a dire qualcosa di nuovo rispetto a Mises. Ma questo problema diventa più grave se si considera che la distinzione tra teoria e storia è passata in sordina: una maggiore attenzione alla storia (e per estensione all’economia applicata) permetterebbe un maggior numero di studi, di approfondimenti, di applicazioni, e in definitiva di articoli. Non bisogna essere esperti di sociologia dell’Accademia per capire l’importanza di questo fattore.
    • L’avversione verso i metodi formali, giustificata dal punto di vista teorico, sembra essersi estesa anche all’economia applicata (cioè al giudizio storico). Questo riduce la probabilità che gli strumenti teorici e concettuali della Scuola austriaca diano vita a strumenti operativamente utili che potrebbero dare visibilità alle teorie della Scuola.
    • Alcuni campi di ricerca sembrano trascurati: cercando nelle opere austriache si hanno difficoltà a trovare argomenti come il money market, i mercati finanziari e i derivati. Ancora oggi, la teoria austriaca sembra sviluppata per intero solo per economie chiuse, anche se alcuni interessanti articoli hanno cominciato ad estenderla ad economie aperte.

    Conclusioni
    Nei limiti in cui sono i pregiudizi altrui a causare problemi di visibilità della Scuola austriaca, ci si potrebbe accontentare di mostrare i limiti della visione ortodossa e continuare sulla propria strada (rimarrebbe difficile penetrare nelle università, ma questo è un problema di tutte le Scuole eterodosse). Nei limiti in cui è lo scarso capitale umano impiegato a rallentare il lavoro, bisogna convincere persone intellettualmente dotate, e disposte a sottoporsi alle fatiche della ricerca, a contribuire (e avere cattedre universitarie aiuterebbe nell’intento, visto che le persone intelligenti hanno spesso il difetto di essere ambiziose, e l’ambizione porta non raramente al conformismo). Nei limiti in cui sono però i difetti sopra descritti a limitare le chance di successo, e di progresso, della Scuola, c’è un problema interno da risolvere, per il bene di tutta la disciplina.

    L’economia ortodossa negli ultimi decenni si è avvicinata a molti temi tipici della Scuola austriaca, e al giorno d’oggi è possibile trovare analisi austriache negli articoli del The Economist, negli studi della Bank of International Settlements e in analisi finanziarie e macroeconomiche. Le teorie economiche tendono a seguire i cicli economici, in quanto ogni grosso cambiamento dell’economia reale negli ultimi cento anni ha sorpreso gli economisti e ha prodotto nuove teorie. La crisi del ’29, sebbene facilmente spiegabile alla luce delle teorie austriache, ha prodotto la “rivoluzione” keynesiana; la crisi del ’73 ha messo in crisi il keynesismo (e dato il Nobel ad Hayek): la crisi degli ultimi anni sembra fatta apposta per tirare fuori dal cassetto gli strumenti concettuali austriaci.

    Le differenze filosofiche sembrano invece più difficili da ricucire, e nei limiti in cui la “meta-economia” è rilevante per la teoria economica vera e propria (e per gli austriaci è molto rilevante), ciò potrebbe costituire ancora a lungo un elemento di divisione delle due Scuole.

    Note
    1. Si può fare di meglio con i vettori di produzione, ma sono comunque istantanei.
    2. L’idea di Milton Friedman di sviluppare teorie anche basate su ipotesi palesemente errate, purchè sottoposte a controllo sperimentale, è a volte criticata nella letteratura mainstream (ad esempio Stiglitz, “Capital markets and economic fluctuations in capitalist economies”). Per ragioni che non hanno molto a che fare con la scienza ho una maggiore simpatia per il primo, ma concordo che il metodo in questione sia stato abusato.
    3. Gran parte delle ipotesi della teoria economica sembrano condizioni per assicurare la formalizzabilità e non ipotesi economiche credibili. Quando queste teorie sono sottoposte a test empirici, quindi, non è sempre chiaro se ad essere falsificate sono le ipotesi ausiliarie o la teoria economica sottostante. I neoclassici in genere cambiano le ipotesi ausiliarie e mantengano la teoria economica sottostante (cioè gli strumenti con cui costruiscono teorie): e questa è una ragione in più per credere che l’appello al metodo positivista sia puramente retorico.
    4. La lista è stata pubblicata dal Professor Boettke della George Mason University sul suo blog.


    Pubblicato il 20/04/2008

  7. #17
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    Bibliografia
    Con 140 anni di storia alle spalle, la produzione della Scuola austriaca è sterminata, ed è impossibile fornire una bibliografia completa. Questo articolo si divide in tre sezioni; nella prima si elencano i testi storicamente più importanti, nella seconda si descrive un percorso di studio sui temi teorici fondamentali, e nell’ultima si analizzano alcuni articoli e alcuni libri che trattano argomenti più avanzati o specialistici.1

    I libri disponibili in italiano hanno il titolo riportato in italiano, e la casa editrice. Per i titoli non disponibili italiano si fa riferimento all’edizione inglese. La maggior parte delle opere citate sono disponibili gratuitamente in inglese presso il sito del Mises Institute in questa pagina. Le due riviste principali sono disponibili online e sono il Quarterly Journal of Austrian Economics (QJAE) e il Review of Austrian Economics (RAE), i cui vecchi numeri si trovano qui.

    I classici

    Carl Menger
    • Principi fondamentali di economia (Rubbettino) – Questo è il testo che ha dato origine alla Scuola, e tratta di teoria del valore e dei prezzi, dell’origine della moneta, e degli stadi di produzione.
    • Sul metodo delle scienze sociali (Liberilibri) – La seconda opera fondamentale di Menger tratta della distinzione tra teoria e storia, dell’autonomia della prima dalla seconda, e della teoria della genesi delle istituzioni, come moneta, mercato, diritto, linguaggio.
    Eugen von Böhm-Bawerk
    • Capital and interest – Opera divisa in tre tomi, il primo riguarda la storia delle teorie dell’interesse, il secondo è The positive theory of capital, il terzo sono aggiunte e complementi.2
    • The positive theory of capital – Espone la teoria di Böhm-Bawerk dell’interesse e del capitale, stadi di produzione, tempo, preferenze temporali e periodo medio di produzione.
    • Potere o legge economica? (Rubbettino) – Alcuni critici della teoria economica dicono che i prezzi sono ciò che il Potere vuole che siano. Böhm-Bawerk analizza la questione e difende l’autonomia della teoria rispetto all’arbitraria volontà del potere.
    • La conclusione del sistema marxiano (ETAS) – Un’analisi critica della teoria del valore e dei prezzi di Marx, che mostra le contraddizioni della teoria del valore-lavoro e la superiorità teorica della Scuola marginalista. Si può dire che la teoria economica marxista sia nata vecchia, in quanto Marx scriveva nello stesso periodo in cui nascevano le Scuole neoclassiche, basando però la sua opera sulle insoddisfacenti fondamenta della Scuola classica.
    Ludwig von Mises
    • Teoria della moneta e dei mezzi di circolazione (ESI) – è la prima e più importante opera monetaria della Scuola austriaca, del 1912, tradotta in italiano nel 1999. E’ un’opera sistematica sul valore della moneta, l’espansione bancaria, la politica monetaria inflazionistica e la teoria del ciclo economico.
    • On the manipulation of money and credit – Il libro è una raccolta di articoli sul ciclo economico risalenti per la maggior parte agli anni ’20 e ’30.
    • Human action – L’opera fondamentale di Mises, che rappresenta la summa del suo pensiero economico, politico e filosofico. Nel 2010 circa uscirà in italiano per Rubbettino, l’originale traduzione italiana di UTET è ormai introvabile.
    • Politica economica (Liberilibri) – Questa raccolta di conferenze tenute da Mises in Argentina dopo la caduta della dittatura di Peron può essere considerata l’introduzione più semplice e breve al pensiero di Mises.
    • I fallimenti dello stato interventista (Rubbettino) – La teoria dell’inteventismo di Mises, cioè la teoria del controllo dei prezzi da parte delle autorità.
    • Socialismo (Rusconi) – Un’opera sistematica che descrive le caratteristiche economiche, politiche e sociologiche dei regimi socialisti. E’ una delle opere fondamentali di Mises.
    • Theory and history – L’ultima grande opera di Mises, espone la sua visione della metodologia delle scienze sociali, criticando lo storicismo, il positivismo e le altre epistemologie non austriache.
    • Economic calculation in a socialist commonwealth – Il primo fondamentale saggio di Mises sull’impossibilità del calcolo economico in un regime socialista.
    • Money, method and the market process – Una collezione di saggi di Mises sul metodo, la moneta, il mercato, le “alternative” al mercato e il ruolo delle idee nella società. Probabilmente il miglior modo per avvicinarsi alla teoria economica misesiana.
    Friedrich August von Hayek
    • Conoscenza, mercato, pianificazione (il Mulino) – Una raccolta di saggi sul metodo, sul calcolo economico e sulla teoria del capitale, rappresenta un’esposizione abbastanza completa e sistematica del pensiero economico di Hayek.
    • Prezzi e produzione (ESI) – Queste quattro lezioni tenute alla London School of Economics negli anni ’30 hanno la fama di essere incomprensibili. Tale fama è immeritata: il libro è molto chiaro, anche se per chi ci si avvicina partendo dalla teoria economica neoclassica possono esserci dei problemi interpretativi.
    • Monetary theory and economic cycles – Un breve libro sulla teoria del ciclo economico, che pone particolare enfasi sull’espansione monetaria nei sistemi bancari a riserva frazionale.
    • The pure theory of capital – Anche questo libro ha la fama di essere incomprensibile, ma in questo caso si può concordare. E’ l’opera fondamentale di Hayek sul capitale: Hayek cambiò mestiere, dedicandosi alla filosofia sociale, subito dopo la stesura del libro, che avrebbe dovuto essere seguito da un secondo volume che non vide mai la luce.
    • La denazionalizzazione della moneta (ETAS) – Libro tanto brillante quanto disorientante. Si tratta di un saggio su vari aspetti del sistema monetario, probabilmente ottenuto raccogliendo spunti di riflessione sparsi. Manca sia di sistematicità che di chiarezza, ma diversi capitoli sono molto interessanti. Parla di tutto con un livello di approfondimento molto basso, e rappresenta un tentativo di immaginare un sistema monetario comunque completamente privatizzato non basato sul gold standard
    Murray Rothbard
    • Man, economy and state – Quest’opera di Rothbard è un manuale di economia austriaca, visto che contiene un’esposizione sistematica dell’intero edificio teorico, mista a considerazioni di carattere normativo.
    • Power and market – Avrebbe dovuto essere il terzo volume di Man, economy and state, ma in questo modo si sarebbe venuta a creare un’opera di 1500 pagine, con ampie parti dedicate alla teoria di una società anarchica. Power and market approfondisce la parte finale di Man, economy and state, costituendo un’analisi approfondita dei temi dell’interventismo e della tassazione. Nel 2008 dovrebbe uscire in italiano per Rubbettino.
    • The mystery of banking – Probabilmente è il libro più semplice e chiaro sul funzionamento del sistema bancario a riserva frazionale e sul central banking che c’è in circolazione. La sua lettura dovrebbe essere obbligatoria: vista la gigantesca mole di aporie e cospirazionismi che in Italia prende il nome di teoria del signoraggio, fare chiarezza è d’obbligo.
    • Lo stato falsario (Facco) – E’ più breve e semplice del precedente, ma spiega chiaramente il sistema monetario proposto da Rothbard, basato sul gold standard e senza riserva frazionaria.
    • La Grande Depressione (Rubbettino) – Si tratta di un’opera storica sulla Grande Depressione americana, dagli anni ’20 fino agli inizi degli anni ’30. La prima parte espone sistematicamente la teoria austriaca del ciclo economico, mentre la seconda descrive le politiche interventiste adottate da Hoover e i meccanismi di espansione del credito degli anni ’20. Nonostante il titolo, il libro si focalizza sulle cause della Grande Depressione, e per questo motivo parte dagli anni ’20 e finisce con l’arrivo al potere di Roosevelt.
    Bibliografia di base
    In questa sezione si fornisce una bibliografia di base sulle teorie economiche della Scuola austriaca nei vari campi. L’attenta lettura di Human action di Mises, oppure di Man, economy and state di Rothbard, fornisce tutte le basi sulle teorie della Scuola austriaca, oltre ad una notevole mole di dettagli su temi più avanzati di teoria economica, oltre che di teoria politica e filosofia della conoscenza. The meaning of the market process oppure Concorrenza e imprenditorialità (Rubbettino) di Kirzner espongono invece in maniera chiara ed esauriente la teoria del processo di mercato. The mystery of banking di Rothbard e Money, bank credit and economic cycles di Huerta de Soto, un testo più avanzato, sono invece fondamentali per comprendere temi quali la moneta, il ciclo economico e il sistema bancario. Questa sezione è una guida attraverso tutti i temi di base visti nei precedenti articoli attraverso questi ed altri libri.

    Introduzioni alla Scuola austriaca
    • Huerta de Soto, La Scuola austriaca (Rubbettino) – Questa introduzione si focalizza sugli aspetti metodologici e sulle origini storiche della teoria austriaca, puntando molto sulle differenze tra la Scuola austriaca e il mainstream accademico.
    • Rizzo, O’Driscoll, L’economia del tempo e dell’ignoranza (Rubbettino) – Questo libro espone invece i temi fondamentali della teoria austriaca dell’economia, in maniera forse un po’ troppo fantasiosa (il capitolo sulla filosofia del tempo in Bergson fu deriso da Rothbard, mentre quello sulla teoria del capitale, scritto da Garrison, è molto interessante).
    Teoria del valore, dei prezzi e del mercato
    • Mises, Human action – I capitoli I, IV-VII, X, XV-XVII sono dedicati all’azione umana, il valore, lo scambio e i prezzi. L’intero libro è sia un trattato di economia che parte da zero che un’esposizione completa dell’intero edificio teorico di Mises: la lettura non è nè semplice nè breve, ma Murphy sta pubblicando una guida allo studio del testo sul sito del Mises Institute.
    • Rothbard, Man, economy and state – I capitoli relativi alla teoria del valore e dei prezzi sono i primi quattro. I capitoli V-VIII sono dedicati all’imprenditorialità e al reddito dei fattori di produzione. Di questa opera, molto simile a Human action sia nella lunghezza che nei contenuti, Murphy ha già pubblicato una guida allo studio sul sito del Mises Institute.
    • Kirzner, Concorrenza e imprenditorialità (Rubbettino) – Un classico della letteratura austriaca moderna, il libro parla della teoria del mercato come processo, anziché come equilibrio, del fondamentale ruolo dell’imprenditorialità nel mercato, e dell’inadeguatezza della welfare economics.
    Monopolio
    • Rothbard, Man, Economy and State – L’intero capitolo X è dedicato alle varie teorie del monopolio.
    • Mises, “Monopoly prices” – La teoria di Mises è molto diversa da quella di Rothbard, anche se diversa anche da quella standard della welfare economics.
    Teoria del capitale
    • Huerta de Soto, Money, bank credit and economic cycles – L’inizio del Capitolo V descrive le idee fondamentali della teoria del capitale.
    • Hayek, Prezzi e produzione (ESI) – Il libro descrive la struttura produttiva e l’effetto delle politiche monetarie su di essa.
    Teoria monetaria e bancaria
    • Huerta de Soto, Money, bank credit and economic cycles – L’intero Capitolo IV è dedicato all’espansione creditizia. Il capitolo VIII analizza la teoria delle banche in concorrenza e dei sistemi basati su Banca Centrale.
    • Rothbard, The mystery of banking – Questo breve libro spiega in maniera molto semplice il funzionamento del sistema bancario, il processo di creazione del credito e il funzionamento del sistema bancario con o senza Banca Centrale.
    • Mises, Teoria della moneta e dei mezzi di circolazione (ESI) – L’opera che ha dato origine all’economia austriaca moderna contiene un’analisi del sistema bancario, la soluzione del problema del valore della moneta, e un abbozzo della teoria austriaca del ciclo economico.
    Ciclo economico
    • Mises, Human action – L’intero capitolo XX è dedicato alla teoria del ciclo economico.
    • Rothbard, La Grande Depressione (Rubbettino) – L’intero primo capitolo è una breve esposizione della teoria austriaca del ciclo economico. Successivamente si criticano le teorie alternative, e si riscrive la storia della crisi del ’29 a partire dalle sue radici negli anni ’20. Sembra ormai assodato che gran parte dei problemi fossero di origine politica, e Rothbard già lo diceva negli anni ’70.
    • Huerta de Soto, Money, bank credit and economic cycles – I capitoli V e VI sono dedicati alla teoria del ciclo economico.
    Calcolo economico
    • Mises, Human action – I capitoli XI-XIII mostrano la teoria generale del calcolo economico nel sistema di mercato.
    • Mises, Economic calculation in the socialist commonwealth – Da questo saggio è partita tutta la discussione sul calcolo economico in un regime socialista. La teoria della limitazione delle conoscenze e del mercato come processo rappresenta uno degli aspetti fondamentali della Scuola austriaca.
    • Mises, Human action – Il capitolo XXVI applica la teoria del calcolo economico alla critica del socialismo.
    Socialismo e interventismo
    • Rothbard, Man, economy and state – L’intero capitolo XII è dedicato all’interventismo sul mercato: si analizzano i controlli sui prezzi, la tassazione e altri temi collegati.
    • Mises, I fallimenti dello stato interventista (Rubbettino) – E’ una raccolta di due saggi di Mises, in cui si espone la teoria del controllo dei prezzi e le sue conseguenze sul funzionamento del sistema di mercato. L’interventismo era considerato dai suoi sostenitori una terza via tra socialismo e liberalismo, ma Mises dimostra come un sistema economico dove si ha ancora un sistema dei prezzi (e quindi una seppur limitata libertà di scambio) reagirà alla manipolazione dei prezzi in maniera contraria alle intenzioni dei manipolatori.

    Approfondimenti
    Questa sezione fornisce una panoramica, ovviamente incompleta, di alcuni articoli e libri su temi avanzati o di nicchia di cui non si è parlato.
    Tra i testi elencati ve ne sono alcuni che partono da presupposti leggermente diversi da quelli descritti in questa serie di articoli: ad esempio alcuni austriaci, come White, Selgin e Horwitz, sembrano trascurare la teoria della struttura del capitale e preferiscono una teoria della stabilità dei prezzi di origine monetarista (un’esposizione della teoria si trova in Yeager, “The significance of monetary disequilibrium”).

    Teoria del valore e dei prezzi e del mercato
    • Kirzner, The meaning of the market process – E’ un ottimo libro che espone le idee di Kirzner sul sistema di mercato. A parer mio migliore di Concorrenza e imprenditorialità.
    • Hayek, “The use of knowledge in society” – Questo articolo è una critica delle teorie matematiche, che trascurano i problemi della dispersione della conoscenza, e riafferma la distinzione misesiana tra teoria e storia in termini probabilmente più comprensibili per un pubblico neoclassico. E’ disponibile in italiano nella raccolta curata da Il Mulino.
    • Hayek, “Competition as a discovery procedure” – Hayek critica la microeconomia per l’abuso del concetto di equilibrio e per aver trascurato i temi della coordinazione e della scoperta del nuovo, per rincorrere un formalismo di cui gli austriaci non vedono la necessità. E’ disponibile in italiano nella raccolta curata da Il Mulino.
    Monopolio
    • Armentano, Antitrust, the case for repeal – Un breve saggio contro le politiche antitrust, che analizza brevemente gli argomenti a favore dell’antitrust e diversi case studies.
    • Mingardi, Antitrust, mito e realtà dei monopoli – Questa raccolta di saggi di vari autori ha un taglio molto concreto e mostra una serie di esempi di come l’antitrust spesso non funzioni come si suppone debba funzionare.
    • Salin, “Cartels as efficient productive structures” – Questo sorprendente articolo, disponibile in italiano nel volume La concorrenza (Rubbettino/Facco), prende le mosse dal fatto che, sebbene si supponga spesso che i cartelli siano formazioni temporanee nel mercato, alcuni sono relativamente stabili nel tempo: l’autore mostra come nel processo di mercato non sempre queste formazioni siano un male.
    Teoria del capitale
    • Hayek, “The mythology of capital” – In questo articolo si analizzano le critiche di Knight alla teoria austriaca del capitale. L’idea di Knight è che la produzione è istantanea e che il capitale non si consuma mai.
    • Hayek, “Investment that raises the demand for capital” – Questo breve articolo analizza la domanda di capitale per completare gli investimenti e il comportamento dei tassi di interesse all’inizio della crisi. Critica l’ipotesi che l’interesse sia dovuto alla produttività marginale del capitale e che diminuisca con l’accumulazione di capitale.
    • Lachmann, Capital and its structure – Eterogeneità, tempo, aspettative, coordinazione, cicli e crescita. Lachmann ha di fatto continuato l’opera di Hayek sul capitale: la sua insistenza sul ruolo delle aspettative e l’impredicibilità del futuro gli ha attirato accuse di nichilismo teorico da parte di altri austriaci.
    • Skousen, The structure of production – Questo interessante libro è tutto dedicato alla teoria del capitale, analizza la sua evoluzione storica e i vari problemi della teoria.
    Teoria monetaria e bancaria
    • Hayek, La denazionalizzazione della moneta – Questo strano libro è breve ma non è semplice. Hayek analizza come un insieme di banche in concorrenza possano gestire l’offerta di moneta anche in assenza di convertibilità in oro. Non credo che le tesi esposte siano del tutto credibili, e la parte più importante dell’analisi, la sostenibilità dell’espansione creditizia nel sistema bancario proposto, non è discussa se non superficialmente.
    • Huerta de Soto, “A critical note on fractional reserve banking” – Una critica delle teorie del monetary disequilibrium e del fractional reserve banking. Difficile seguire i suoi proponenti dopo queste critiche.
    • Selgin, White, “In defense of fiduciary media, or we are not devo(lutionists), we are misesians!” – Una difesa del fractional reserve banking dal punto di vista della teoria del monetary disequilibrium. Tale teoria non mi sembra abbia molto a che fare con la teoria austriaca, e molte affermazioni degli autori mi sembrano difficilmente difendibili.
    • Cochran, Call, “Free banking and credit creation: implications for business cycle theory” – Questo articolo confronta le teorie monetarie degli austriaci ortodossi (come Rothbard e Huerta de Soto) con quelle di altri austriaci come Selgin e White. L’articolo mostra che la differenza tra i due gruppi può essere riassunta affermando che i primi ritengono la moneta un bene presente e i secondi un bene futuro: nel primo caso, la creazione di moneta da parte del sistema bancario altera il tasso di interesse in quanto aumenta la disponibilità di beni presenti impiegabili per investimenti (sottraendo risorse ai consumatori), mentre nel secondo caso la moneta depositata è sempre e interamente moneta risparmiata e quindi non c’è alterazione del tasso di interesse nel meccanismo di creazione del credito.
    • Cochran, Call, Glahe, “Credit creation or financial intermediation? Fractional reserve banking in a growing economy” – Questo articolo è simile al precedente, ma focalizza l’attenzione sulle teorie del monetary disequilibrium di Yeager, e sul ruolo che il credito ha nelle teorie monetarie della Scuola austriaca e di quella neoclassica.
    Ciclo economico
    • Mueller, “Financial crises, business activity and the stock market” – Questo articolo estende l’analisi del ciclo economico ad un contesto di economia aperta (commercio internazionale), con mercati finanziari (e quindi moral hazard legato ai bailout, bolle speculative, ecc.).
    • Carilli e Dempster, “Expectations in Austrian business cycle theory: an application of the prisoner’s dilemma” – Questo articolo impiega la teoria del dilemma del prigioniero per rispondere a due quesiti fondamentali alla base della teoria austriaca del ciclo economico: perchè le banche espandono il credito e perchè le aziende lo accettano.
    • Cwik, “An investigation of inverted yield curves and economic downturns” – Questa interessante tesi di Dottorato spiega gli effetti Wicksell e Fisher sui tassi di interesse e studia la regolarità empirica per cui pochi mesi dopo che i tassi di interesse a breve termine superano quelli a lungo termine (curva dei rendimenti invertita) spesso si ha una recessione.
    • Oppers, “The Austrian theory of business cycles: old lessons for modern economic policy?” – Questo articolo dell’International Monetary Fund (IMF) sostiene che la teoria austriaca può essere rilevante nell’economia odierna, ma si lamenta della mancanza di dati quantitativi. Le altre critiche alla teoria Austriaca sonoche non è chiaro quando le politiche monetarie perderanno efficacia, e perchè si ha recessione invece che un semplice ripristino delle condizioni produttive precedenti.
    Calcolo economico
    • Stringham, “Kaldor-Hicks efficiency and the problem of central planning” – Un paper sui limiti della welfare economics e sull’applicazione del concetto di efficienza nella law and economics. Essenzialmente il problema è che valutare costi e benefici è pressoché impossibile.
    • Rothbard, “The end of socialism and the calculation debate revisited” – In questo articolo Rothbard argomenta che le teorie del calcolo economico di Mises ed Hayek sono molto diverse tra loro, e che Hayek ha “snaturato” la teoria del suo maestro.
    • Yeager, “Mises and Hayek on Calculation and Knowledge” – Questo articolo critica la tesi di Rothbard sulle differenze radicali tra Mises ed Hayek. La letteratura relativa è molto vasta, ma questo articolo e il precedente riassumono bene le due principali tesi. Una tesi analoga si trova in The meaning of the market process di Kirzner.
    • Horwitz, “Monetary calculation and the extension of social cooperation into anonymity” – Questo articolo di teoria politica impiega la teoria misesiana del calcolo economico per sostenere che il sistema dei prezzi è fondamentale per la cooperazione sociale in quanto consente alle persone di capire quanto guadagnano cooperando. La società umana è complessa e spesso è impossibile capire costi e benefici delle scelte, ma il sistema dei prezzi può semplificare di molto il problema, rendendo più evidenti i benefici della convivenza.
    • Boettke, “Economic calculation: the Austrian contribution to political economy” – L’articolo sottolinea che la teoria del calcolo economico è il fattore unificante di tutte le dottrine della Scuola. Nel dibattito sulle differenze e le somiglianze tra Mises e Hayek sulla teoria del calcolo economico Boettke è tra i continuisti.
    Socialismo e interventismo
    • Mises, “The equations of mathematical economics and the problem of economic calculation in a socialist state” – Un articolo che spiega come l’ipotesi (assurda) di conoscere tutti i dati per calcolare l’equilibrio generale non sia di per sè sufficiente a risolvere il problema del calcolo economico: il problema vero è usare il calcolo economico per coordinare il mercato, non calcolare inesistenti equilibri di lungo termine.
    • Rothbard, Power and market – Questo libro, che avrebbe dovuto rappresentare la terza parte di Man, economy and state, fu poi stampato a sé, e presenta un’analisi completa dell’interventismo in tutte le sue forme.
    Metodologia
    • Rothbard, “In defense of extreme apriorism” – Questa breve critica del positivismo metodologico espone in maniera chiara il concetto di teoria a priori. Trascurando la distinzione tra teoria e storia l’articolo sembrerebbe essere esageratamente razionalistico, ma non è così.
    • Mises, The ultimate foundation of economic science – Un saggio sul metodo, con un’intera sezione dedicata alla critica del positivismo.
    • Mises, Theory and history – Una monografia sul metodo, la distinzione tra teoria e storia, il ruolo dei valori nella società umana, la critica del marxismo.
    • Mises, Epistemological problems of economics – Un saggio sul metodo, con una sezione sulla teoria del capitale, la teoria del valore e la sociologia.
    Organizzazione industriale
    • Foss, Foss, Klein, Klein, “The entrepreneurial organization of heterogenous capital” – In questo saggio le due famiglie di economisti applicano la teoria austriaca del capitale alla teoria moderna dell’impresa.
    • Foss, Foss, “Entrepreneurhip, margins and contract theory” – L’articolo è una critica alle teorie standard dell’impresa, basate su una serie di ipotesi ad hoc, difendendo l’importanza del concetto di imprenditorialità nell’analisi dell’organizzazione aziendale.
    • Jeon, Kim, “Conglomerates and economic calculation” – Questo interessante articolo applica la teoria del calcolo economico al problema dell’organizzazione industriale in sistemi economici non sviluppati, in cui i prezzi sono solo una guida non del tutto affidabile per l’azione imprenditoriale.
    • Klein, “Economic calculation and the limits of organizations” – Questo articolo spiega l’importanza della teoria del calcolo economico per la teoria dell’organizzazione industriale. L’articolo spiega anche la differenza tra il problema del calcolo economico e vari temi di teoria dei giochi come moral hazard o incentive compatibility o mechanism design.
    Economia internazionale
    • Mueller, “Do current account deficits matter?” – Questo articolo estende l’analisi del ciclo economico ad un’economia aperta, analizzando il deficit commerciale americano che si è accumulato negli ultimi anni. Contiene anche un’introduzione ai concetti fondamentali della contabilità del commercio internazionale.
    • Neri, “The exchange rates determination in the teachings of the Austrian School of Economics” – L’articolo espone le teorie dell’economia internazionale di Mises, Hayek e Haberler. La teoria della parità di potere d’acquisto e dell’effetto delle politiche monetarie in economie aperte sono analizzate in maniera dettagliata.
    • Engelhardt, “Business cycles in an international context” – Estende la teoria austriaca del ciclo economico ad una economia aperta e confronta vari tipi di istituzioni monetarie alla luce delle loro conseguenze sul ciclo economico.
    Altro
    • Horwitz, “The costs of inflation revisited” – L’articolo mostra come la “contabilità” dei costi dell’inflazione nell’economia neoclassica (che si limitano a considerare i costi per cambiare le etichette dei prezzi o per andare in banca a ritirare soldi) sono inadeguate. Non fornisce una metodologia alternativa per fare questi conti, ma il punto è proprio che nessuno ha l’informazione necessaria per farlo.
    • Garrison, Time and money – La “macroeconomia” di Garrison, basata su semplici diagrammi, come i modelli macroeconomici fino agli anni ’60, consente di esporre in maniera molto semplice la teoria del capitale austriaca, e di confrontare la macroeconomia austriaca con quelle keynesiana e monetarista.
    • Boettke, Coyne, Leeson, “Saving government failure theory from itself: recasting political economy from an Austrian perspective” – Questo articolo riassume le caratteristiche delle varie Scuole di teoria economica applicata alla politica e sostiene l’importanza degli insight teorici dell’economia Austriaca per la comprensione dei fenomeni politici.
    • Boettke, Butkevich, “Entry and entrepreneurship: the case of post-communist Russia” – La Russia Sovietica è stata considerata da molti critici della Scuola austriaca come la prova del fatto che Mises sbagliava; la caduta della Russia Sovietica è stata considerata la prova che Mises aveva ragione: entrambe le conclusioni sono errate. Gli autori sottolineano come fattori economici e politici abbiano influenzato la transizione della Russia del sistema pseudo-socialista precedente al sistema pseudo-capitalista attuale.
    • Colombatto, “On growth and development” – Insight austriaci applicati alla teoria della crescita e dello sviluppo economico.
    • Rothbard, “Toward a reconstruction of utility and welfare economics” – L’articolo è una critica radicale dei concetti fondamentali dell’economia del benessere alla luce del soggettivismo austriaco.

    Note
    1. Colgo l’occasione della pubblicazione dell’ultimo post di questa serie per ringraziare il Dottor Leonardo Baggiani per le interminabili discussioni di teoria economica che tante cose mi hanno fatto capire nell’ultimo anno e mezzo, e lo staff dell’Istituto Bruno Leoni per avermi dato la possibilità di scrivere su argomenti che mi appassionano, cosa che mi ha fatto approfondire molti dettagli delle teorie austriache che altrimenti avrei continuato a sottovalutare.
    2. I tre volumi siano stati pubblicati da Archivio Izzi sotto il titolo Storia e critica delle teorie dell’interesse del capitale.


    Pubblicato il 22/04/2008

 

 
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