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Discussione: La Scuola Austriaca

  1. #1
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    Li dove ho inalzato mura solide a difesa dell'agressore Socialista. Li dove la strada ha il mio nome. Li dove ho costruito una torre bene armata in difesa della Libertà. Li dove sono Sovrano e i messi dello Stato non sono i benvenuti.
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    Cool La Scuola Austriaca

    La scuola austriaca, conosciuta anche come la scuola di Vienna o la scuola psicologica, è una scuola di pensiero economico eterodossa che proclama una stretta aderenza all'individualismo metodologico. Di conseguenza la scuola austriaca sostiene che l'unica teoria economica valida debba derivare logicamente dai principi basilari dell'azione umana. Oltre al suo approccio formale alla teoria, spesso chiamato prasseologia, la scuola ha sempre predicato un approccio interpretativo alla storia. Il metodo prasseologico permette di derivare le leggi dell'economia valide per ogni azione umana, mentre l'approccio interpretativo si occupa di singoli eventi storici.
    L'approccio della scuola austriaca è razionalista (pur annoverando due anime, una kantiana e l'altra aristotelica) e si distingue sia dall'approccio platonico/positivista della moderna economia di scuola neoclassica ora dominante, sia dallo storicismo della scuola storica tedesca e degli istituzionalisti americani. Sebbene il metodo prasseologico sia assai diverso da quello attualmente usato dalla maggior parte degli economisti, esso è essenzialmente identico all'approccio tradizionalmente tenuto dagli economisti classici di scuola britannica, dai primi economisti continentali e dai tardo-scolastici. La metodologia austriaca è una netta contrapposizione alla scuola classica del pensiero economico, che si è sviluppata a partire dal XV secolo fino all'era moderna e che ha annoverato tra i propri sostenitori economisti del calibro di David Hume, Adam Smith, David Ricardo, Nassau Senior, John Elliott Cairnes; mentre raccoglie il lascito di grandi autori come, ad esempio, Richard Cantillon, Anne Robert Jacques Turgot, Jean-Baptiste Say e Frédéric Bastiat.
    Il filone principale della scuola austriaca include Carl Menger, Eugen von Böhm-Bawerk, Ludwig von Mises, Friedrich Hayek, Murray N. Rothbard, Ludwig Lachmann, Israel Kirzner, e in misura periferica Benjamin Anderson, Friedrich von Wieser, Gottfried Haberler, Fritz Machlup. L'elite contemporanea degli austriaci include: Walter Block, Peter Boettke, Thomas DiLorenzo, Roger Garrison, Hans-Hermann Hoppe, Jesus Huerta de Soto, Jörg Guido Hülsmann, Don Lavoie, Ralph Raico, George Reisman, Joseph Salerno.
    Sebbene le sue tesi siano controverse e si chiamino in qualche modo fuori dal filone principale della teoria neoclassica (così come sono opposte a molte delle idee di J.M. Keynes), la scuola austriaca ha avuto una certa influenza, a causa della sua enfasi sulla fase creativa (ossia l'elemento 'tempo') della produttività economica e del suo interrogarsi sulle basi della teoria del comportamento connessa con l'economia neoclassica.
    I teorici della scuola austriaca raccomandavano piccoli governi, una forte protezione della proprietà privata e il supporto in generale dell'individualismo. Per questo motivo sono spesso citati a sostegno da gruppi liberisti "laissez-faire", libertari e oggettivisti, sebbene economisti di scuola austriaca come Ludwig von Mises insistono sul fatto che la prasseologia deve prescindere dai valori: non rispondere cioè all'ipotetica domanda "è giusto adottare questa politica economica?", ma piuttosto alla domanda "se questa politica fosse realizzata, avrebbe gli effetti desiderati?"


    Gli economisti classici misero a fuoco la teoria del valore. Nel XIX secolo l'attenzione si focalizzò sul concetto di valore e costo "marginale". La Scuola austriaca fu una delle tre scuole di pensiero economico che furono la base della rivoluzione marginalista degli anni '70 di quel secolo, e diede il maggior contributo all'innovatico approccio soggettivista all'economia. Il libro del 1871 di Carl Menger, Principles of Economics, fu un catalizzatore per questa evoluzione; mentre il marginalismo divenne sempre più influente, incominciò a crearsi intorno a Menger una scuola di pensiero, chiamata Scuola psicologica, Scuola di Vienna, o, come è maggiormente consociuta, Scuola austriaca, scuola di pensiero che ebbe un ruolo importante nel successivo sviluppo delle teorie economiche.
    La scuola nacque a Vienna, anche se c'è da sottolineare come gli ultimi aderenti, come Murray N. Rothbard, abbiano tratto molti spunti dalla Scuola di Salamanca del XV secolo, che aveva sede nell'Università di Salamanca, e dai fisiocrati francesi del XVIII secolo.
    Menger subì molto l'influenza degli economisti Eugen von Böhm-Bawerk e Friedrich von Wieser. Gli economisti austriaci si distanziarono profondamente dagli economisti neoclassici per via del contrasto in merito al calcolo economico, contrasto nato per le posizione di importanti economisti austriaci, come Ludwig von Mises e Friedrich von Hayek, i quali sostenettero l'impossibilità di calcolo economico in mancanza di prezzo monetario e proprietà privata.
    Gli economisti austriaci furono i primi a criticare apertamente e molto duramente le teorie marxiste e la dottrina hegeliana. Il primo libro fondamentale della Scuola austriaca, ovvero Principles of Economics di Carl Menger, venne scritto contemporaneamente al summa del pensiero di Karl Marx, Il Capitale, mentre il secondo e il terzo capitolo del manifesto di Marx vennero pubblicati rispettivamente dieci e venti anni dopo l'opera di Menger. Lo stesso Böhm-Bawerk scrisse negli anni '80 e '90 del XIX secolo diverse critiche molto approfondite nei confronti del marxismo.
    Una svolta all'interno della Scuola austriaca avvenne dopo l'avvento al potere in Germania di Adolf Hitler. Data l'impossibilità di convivenza con il terzo reich, molti economisti austriaci furono costretti a scappare dall'Austria, paese che fu fino a quel momento il fulcro di tutta la scuola. La maggior parte degli economisti, tra cui Ludwig von Mises, si stabilirono negli Stati Uniti.
    Gli economisti austriaci si divisero in due trend: uno, rappresentato certamente da Friedrich von Hayek, univa la diffidenza nei confronti dei concetti neoclassici al largo utilizzo dei metodi della stessa scuola neoclassica; l'altro trend, rappresentato dal Ludwig von Mises Institute, ricerca un nuovo formalismo da applicare all'economia.
    Alan Greenspan, presidente della Federal Reserve per 18 anni, in merito alla Scuola austriaca nel 2000 disse:
    « La Scuola austriaca grazie ai suoi economisti è arrivata molto lontana, e, a mio giudizio, ha cambiato irreversibilmente la visione dell'economia di molti economisti di questo paese.[1] »

    I contributi maggiori della Scuola austriaca in economia sono:
    • La teoria della nascita e distribuzione dei prezzi.
    • L'enfasi sulla natura conveniente di ogni scelta.
    • Il rigetto dei fondamentali metodi matematici in economia. Questa teoria creò molto contrasto con i neoclassici.
    • La critica di Eugen von Böhm-Bawerk nei confronti dela Teoria marxiana del valore.
    • La teoria del capitale di Eugen von Böhm-Bawerk, denominata anche Roundaboutness.
    • La dimostrazione di Eugen von Böhm-Bawerk della legge dell'utilità marginale.
    • L'enfasi sull'opportunity cost e la riconsiderazione dell'offerta come causa indipendente del valore.
    • La teoria elaborata da Hayek e von Mises sul ciclo economico, denominata anche ciclo economico austriaco, la quale metteva in evidenza l'esplosione del credito fasulla dovuta alla politica monetaria e al ribasso degli interessi[2].
    • Il concetto hayekiano di equilibrio intertemporale.
    • La visione di Hayek e von Mises del prezzo come indice di scarsità.
    • La teoria delle preferenze temporali.
    • Il dibattito nato intorno alla teoria austriaca dell'impossibilità di calcolo economico in regime di socialismo.

    http://it.wikipedia.org/wiki/Scuola_Austriaca
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  2. #2
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    All'interno della storia del pensiero economico, la Scuola austriaca occupa una posizione alquanto particolare, specie per coloro che hanno a cuore le ragioni della società di mercato. Grazie alla sua teoria "soggettiva" del valore e alla forte attenzione che essa ha sempre mostrato per le questioni metodologiche, tale corrente di pensiero (inaugurata da Carl Menger nella seconda metà dell'Ottocento e poi variamente rinnovata da studiosi come Ludwig von Mises, Friedrich von Hayek e Murray N. Rothbard) ha infatti investito molte altre discipline sociali e ha così delineato una riflessione assai articolata sulla società libera. Per questo motivo, la tradizione mengeriana oggi annovera non solo economisti, ma anche storici, scienziati politici, filosofi del diritto e della politica.

    Al fine di aiutare quanti volessero avvicinare tali idee, l'IBL ha deciso di pubblicare nel proprio sito - con cadenza settimanale - una serie di quindici lezioni redatte da Pietro Monsurrò ("Un'introduzione all'economia austriaca"), le quali offriranno gli elementi essenziali del pensiero austriaco (su scambio, moneta, valore, monopolio, e via dicendo) e darà anche taluni suggerimenti bibliografici per ulteriori approfondimenti.

    Questi testi non hanno alcuna pretesa di completezza, né possono certo esaurire in breve spazio temi di notevole complessità e questioni da tempo molto controverse, ma egualmente sono in condizione di offrire un primo contatto con un'impostazione teorica e metodologica che a lungo è stata marginalizzata all'interno degli studi accademici (specie nei decenni dominati dalle lezioni di Keynes o Sraffa) e che solo da pochi anni sta tornando a ricevere la giusta attenzione.




    Storia della Scuola austriaca
    La storia della Scuola austriaca di economia è indissolubilmente legata a quella della rivoluzione marginalista, un radicale avanzamento del pensiero economico avvenuto all’inizio degli anni Settanta dell’Ottocento (Continua…)
    Pubblicato il 20/01/2008

    La teoria soggettiva del valore
    La teoria del valore soggettivo è la base delle teorie economiche della Scuola austriaca. Il punto di partenza è l’individuo: soggetto pensante, dotato di conoscenze, che agisce in vista di un fine (Continua…)
    Pubblicato il 27/01/2008

    Lo scambio e il mercato
    Mentre la logica del valore, vista nel precedente articolo, ha portata universale, in questo si comincerà lo studio più specifico della logica dei prezzi e del mercato, passando quindi dalla prasseologia alla catallassi (Continua…)
    Pubblicato il 03/02/2008

    Il processo di mercato
    In questo capitolo tratteremo il problema dell’interesse, quello della distribuzione dei redditi tra i fattori di produzione, e, infine, la teoria della concorrenza come processo di scoperta imprenditoriale (Continua…)
    Pubblicato il 10/02/2008

    Monopolio e concorrenza
    Gli austriaci tendono a differire dagli altri economisti sia nella visione positiva del funzionamento del mercato, sia negli gli ideali normativi con cui questo è giudicato. Giudicare se i monopoli siano buoni e cattivi è questione di valore: spiegare cosa sono, come si originano, che effetti hanno, invece, è una questione di fatto, e quindi trattabile scientificamente (Continua…)
    Pubblicato il 17/02/2008

    Capitale e produzione
    La teoria del capitale è la parte più complessa della teoria Austriaca, ma è fondamentale per comprendere la produzione capitalistica, il ruolo della moneta, e la teoria del ciclo economico (Continua…)
    Pubblicato il 24/02/2008

    La moneta e le banche
    La moneta è una componente fondamentale di ogni economia avanzata: è la presenza della moneta che permette all’economia moderna di funzionare e di produrre ricchezza, grazie, appunto, al sistema dei prezzi che solo la moneta può far nascere (Continua…)
    Pubblicato il 02/03/2008

    Moneta e produzione
    Se la moneta fosse soltanto un’unità di conto, invece che un mezzo di pagamento in grado di influenzare gli scambi e la produzione, le variazioni della quantità di moneta non avrebbero altro effetto che far alzare o abbassare i prezzi. Ciò non è vero (Continua…)
    Pubblicato il 09/03/2008

    La teoria Austriaca del ciclo economico
    Gli elementi fondamentali del ciclo economico sono già stati esposti nel precedente capitolo, in quanto gran parte della teoria del ciclo consiste nello spiegare gli effetti del credito sulla struttura produttiva. Rimane da spiegare perché il tutto abbia caratteristiche cicliche, e perché si accompagna a panici bancari e a disoccupazione di massa (Continua…)
    Pubblicato il 16/03/2008

    Il calcolo economico
    La teoria del calcolo economico è uno dei più importanti contributi alla teoria economica della Scuola austriaca. Nel 1920, col saggio “Economic calculation in the socialist commonwealth”, Mises dimostrò che un sistema economico privo di un mercato dei fattori di produzione (Continua…)
    Pubblicato il 23/03/2008

    La critica dello statalismo
    La Scuola austriaca è stata sempre associata alla difesa della libertà di mercato, per via dell’appartenenza ideologica dei suoi esponenti, e tale sodalizio ha accompagnato tutta la storia della Scuola. Menger per primo difese la teoria economica dagli attacchi (Continua…)
    Pubblicato il 30/03/2008

    Teoria e storia
    La metodologia è uno degli aspetti più controversi della Scuola austriaca. La storia della Scuola è stata caratterizzata da dispute metodologiche, sin da quando Menger affermava la necessità della riflessione teorica come primo passo per la comprensione dei “fatti” economici, in contrapposizione agli “storicisti” (Continua…)
    Pubblicato il 06/04/2008

    Modelli matematici e metodi sperimentali
    La Scuola austriaca è caratterizzata da una certa avversione per la formalizzazione matematica, e per un’analoga diffidenza verso i metodi sperimentali. Tali caratteristiche vanno analizzate alla luce della distinzione tra Begreifen e Verstehen del precedente capitolo (Continua…)
    Pubblicato il 13/04/2008

    Conclusioni e approfondimenti
    In questa serie di articoli si è fornita una panoramica su vari aspetti delle teorie economiche della Scuola austriaca: in questo verranno riassunte le principali peculiarità delle teorie della Scuola, e le differenze e le somiglianze rispetto all’economia neoclassica ortodossa (Continua…)
    Pubblicato il 20/04/2008

    Bibliografia
    Con 140 anni di storia alle spalle, la produzione della Scuola austriaca è sterminata, ed è impossibile fornire una bibliografia completa. Questo articolo si divide in tre sezioni; nella prima si elencano i testi storicamente più importanti, nella seconda si descrive un percorso di studio sui temi teorici fondamentali, e nell’ultima si analizzano alcuni articoli e alcuni libri che trattano argomenti più avanzati o specialistici (Continua…)
    Pubblicato il 21/04/2008

    http://www.brunoleoni.it/nextpage.as...ice=0000002055

  3. #3
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    Capitolo 1 – Storia della Scuola austriaca
    di Pietro Monsurrò

    La storia della Scuola austriaca di economia è indissolubilmente legata a quella della rivoluzione marginalista, un radicale avanzamento del pensiero economico avvenuto all’inizio degli anni Settanta dell’Ottocento: tre economisti, l’austriaco Carl Menger, l’inglese William Stanley Jevons, e il francese Léon Walras, formularono un concetto fondamentale, il principio marginale, procedendo alla completa ricostruzione dell’intero edificio dell’economia teorica.

    Questa rivoluzione fu portata avanti secondo linee differenti dai tre autori: la Scuola austriaca nasce dall’opera di Menger, mentre l’approccio che ha avuto più successo è stato quello di Walras, da cui discende la teoria economica “accademica”, che chiameremo, un po’ impropriamente, “neoclassica”. Praticamente tutta l’economia moderna è marginalista, ma le differenze tra i due approcci, quello di Menger e quello di Walras, sono tuttora rilevanti.

    Il termine “austriaco”, originariamente, fu coniato dagli “economisti” della giovane scuola storica tedesca di economia, con il fine di denigrare Menger e, successivamente, i suoi primi discepoli (come Eugen von Böhm-Bawerk). Ma quando, negli anni Trenta e Quaranta del ventesimo secolo, gli esponenti più importanti della Scuola austriaca di allora, Ludwig von Mises e Friedrich August von Hayek, emigrarono, rispettivamente, negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, il legame “geografico” con l’Austria venne a mancare, tant’è che, ormai da diversi decenni, gran parte degli economisti della Scuola austriaca, a partire da Murray Newton Rothbard (il più importante allievo americano di Mises), non sono più di nazionalità austriaca.

    Carl Menger (1840-1921)
    Carl Menger è stato il fondatore della Scuola austriaca. I suoi contributi spaziano dalla teoria del valore a quella dei prezzi e della produzione, estendendosi anche alla teoria delle istituzioni e alla metodologia delle scienze sociali.
    La sua prima importante opera, Principi fondamentali di economia, del 1871, contiene di fatto gran parte dei concetti di base della Scuola austriaca, successivamente approfonditi e integrati dagli autori successivi.

    Menger chiarì che lo scopo della teoria economica era lo studio dei beni “scarsi”, i beni cioè che servono al perseguimento degli obiettivi degli uomini, ma che non sono disponibili in quantità sufficiente per realizzarli tutti. Di conseguenza, l’essenza dell’economia è l’azione in condizioni di scarsità, e quindi ogni individuo agisce economicamente quando economizza i mezzi in vista dei suoi fini.

    Da questo principio Menger derivò l’intera teoria dei prezzi, operando un ribaltamento concettuale radicale rispetto alle precedenti teorie, secondo cui il costo di ogni merce dipendeva dalle spese monetarie necessarie a completarne la produzione. Il tutto era una pseudo-spiegazione, in quanto non era chiaro da cosa derivassero i costi di produzione stessi. Menger ribaltò la faccenda, dividendo i beni in “ordini”: i beni del prim’ordine sono quelli che soddisfano un bisogno immediato, quelli del secondo ordine sono quelli necessari a produrre i beni del prim’ordine, eccetera. I beni del prim’ordine sono il “fine” dell’economia, in quanto i beni di ordine superiore rappresentano solo mezzi per raggiungere lo scopo, il conseguimento del fine. Ne deriva che il valore di un mezzo di produzione dipende dal contributo che può effettivamente dare alla produzione dei beni del prim’ordine, e non viceversa.

    Viene quindi a ribaltarsi anche il rapporto tra fattori soggettivi e fattori oggettivi: sono la valutazione del fine, e la valutazione dell’adeguatezza del mezzo, due elementi “soggettivi”, perché individuali, che determinano i costi, e non sono gli immaginari costi “oggettivi” a determinare i prezzi. Il prezzo che i consumatori sono disposti a pagare per consumare oggetti nella cui produzione è l’acciaio determinano il valore delle miniere di ferro.

    Sempre dal principio del valore soggettivo si riesce a spiegare il perché dello scambio. Se si ritenesse, infatti, che il valore sia una caratteristica della merce, e non una valutazione dell’individuo che quella merce domanda o offre, lo scambio non avrebbe nulla da contribuire al valore: solo la produzione sarebbe un atto significativo per l’economia. Ma non è vero: se un individuo ha due fette di pane, e un altro ha due fette di prosciutto, scambiando una fetta di pane con quella di prosciutto possono ottenere entrambi un panino intero: il risultato è vantaggioso per entrambi. Ma questo perché il valore è soggettivo: se fosse oggettivo, insito nella merce, lo scambio non potrebbe influenzare il valore. Se lo scambio dovesse avvenire solo tra merci di ugual valore (altrimenti, chi darebbe via un qualcosa per ottenerne un’altra di valore inferiore?), a cosa servirebbe?

    Tra gli altri contributi fondamentali, di Menger, va ricordata la teoria dell’origine della moneta, e, più in generale, delle istituzioni sorte per via evolutiva. La teoria di Menger parte da una situazione di baratto, inefficiente e poco produttiva, e mostra come alcune merci cominciano ad essere usate come pseudo-monete, fino alla creazione di un sistema monetario completo… opera dell’azione umana, ma non del progetto umano. Tale struttura di spiegazione può essere estesa per spiegare anche l’origine del linguaggio, del diritto e di molte altre istituzioni umane.

    L’altra opera fondamentale di Menger è Sul metodo delle scienze sociali, del 1883. In quest’opera, Menger difende la teorizzazione economica contro gli attacchi della giovane scuola storica tedesca di economia, che voleva studiare l’economia basandosi soltanto su fatti storici, senza alcuna attenzione per la teoria e l’astrazione. L’essenza del problema deriva dal fatto che l’osservazione di un fenomeno economico come la moneta richiede già di per sé una teoria: nella storia si è usata come moneta il sale, l’oro, addirittura le sigarette… i concetti sottostanti al fenomeno della moneta non derivano dall’osservazione (oro e sale hanno poco in comune), ma dalla riflessione teorica. La necessità della teoria e la complessa relazione tra teoria e storia rappresentano un tema fondamentale per tutti gli austriaci, ed è uno dei fattori caratterizzanti di questa Scuola.

    Eugen von Böhm-Bawerk (1851-1914)
    Böhm-Bawerk fu il più noto allievo diretto di Menger, ed è celebre per la sua opera Capitale e interesse (1884), soprattutto per il secondo libro, “La teoria positiva del capitale”, in cui espone la sua teoria del valore, dei prezzi, del capitale e del mercato. È anche noto per opere minori, come la critica puntuale del sistema economico marxista, esposta in La conclusione del sistema marxiano.

    Il problema maggiore affrontato da Böhm-Bawerk è la spiegazione del fenomeno dell’interesse; egli introdusse il concetto di preferenza temporale, cioè la preferenza per le merci presenti rispetto a quelle future. Da questa preferenza, chi fornisce oggi strumenti di produzione (e quindi si astiene dal consumare subito) è disposto a farlo perché in futuro ritiene che avrà a disposizione una quantità di merci superiore a quella che si è astenuto oggi dal consumare. È infatti difficile immaginare che le persone preferiscano dodici uova domani piuttosto che oggi, mentre è possibile che siano disposte a sacrificarne dodici oggi per averne tredici domani.

    L’opera di Böhm-Bawerk fornì le basi per la teoria di Knut Wicksell dell’interesse “naturale”. Le idee di Wicksell, un economista svedese, furono poi riportate nella tradizione austriaca da Ludwig von Mises, consentendo finalmente di integrare teoria monetaria e teoria del capitale.

    Una delle critiche più frequenti a Böhm-Bawerk riguarda la nozione di “tempo di produzione”. Böhm-Bawerk, ritenendo l’interesse il “prezzo del tempo”, e la dotazione di capitale di una società come una sorta di “tempo totale immagazzinato” dalle generazioni tramite gli investimenti, ritenne di poter descrivere la struttura della produzione tramite un “valor medio” del tempo impiegato nella produzione. La critica successiva ha poi smontato le basi teoriche di questa visione semplificata, che però è ancora molto utile come prima approssimazione: Böhm-Bawerk è infatti considerabile il primo “macroeconomista” della Scuola austriaca, aprendo una linea di pensiero che, attraverso Friedrich August von Hayek, è arrivata fino ai nostri giorni con gli studi di Roger Garrison (un altro che, come si evince dal nome, di austriaco ha le idee di Menger, ma non certo la nazionalità).

    Ludwig von Mises (1881-1973)
    Ludwig von Mises fu allievo di Böhm-Bawerk, ed è una figura centrale nell’evoluzione delle teorie della Scuola austriaca, per via dei suoi innumerevoli contributi in vari ambiti del pensiero economico, come anche politico ed epistemologico.

    La prima importante opera di Mises fu, nel 1912, Teoria della moneta e dei mezzi di circolazione. In quest’opera, Mises introdusse la teoria della moneta nella teoria del capitale di Böhm-Bawerk, e risolse il problema del “Circolo austriaco”, una tautologia che aveva impedito ai suoi predecessori di dare una spiegazione di come si determina il valore della moneta: il “teorema di regressione” di Mises sistematizza logicamente la teoria mengeriana dell’origine della moneta. Nella stessa opera, Mises elabora le idee di alcuni economisti inglesi dell’Ottocento, tra cui David Ricardo, sulle cause del ciclo economico, interpretandole alla luce della teoria austriaca del capitale, elaborando quindi per la prima volta ciò che diverrà poi la “teoria austriaca del ciclo economico”, tuttora uno degli aspetti più caratteristici delle teorie austriache.

    Nel 1920, con il suo saggio “Il calcolo economico in un’economia socialista”, Mises dimostrò l’impossibilità di creare un sistema dei prezzi in assenza di un libero mercato dei fattori di produzione, e quindi l’impossibilità di far funzionare un’economia dove il capitale è nelle mani dello stato (socialismo: proprietà pubblica dei beni di produzione). Dato il ruolo fondamentale del calcolo economico, e quindi del sistema dei prezzi, nella coordinazione del sistema di mercato, Mises dimostrò che il socialismo era impossibile (più precisamente: era impossibilitato a gestire un’economia complessa, come quella attuale, e quindi a produrre beni e servizi per le masse).

    Mises tornò su questi argomenti svariate volte, fino a sistematizzare l’intero suo edificio teorico, incluse le sue idee politiche, nel monumentale L’azione umana, del 1949, che di fatto include tutti i suoi contributi economici, politici e metodologici.

    In opere come I problemi epistemologici dell’economia (1933) e Teoria e storia (1957), Mises elaborò le idee metodologiche di Menger, ponendo le basi per una metodologia generale individualista e soggettivista per le scienze sociali, di cui Mises sviluppò soprattutto la parte economica. Il fatto che suoi seguaci, come l’italiano Bruno Leoni, siano riusciti ad estendere le sue intuizioni metodologiche anche a campi come la teoria del diritto e dello Stato mostra comunque la generalità dei suoi assunti.

    Friedrich August von Hayek (1899-1992)
    Hayek è il più famoso degli economisti austriaci, perché nel 1974 vinse il Premio Nobel per l’Economia: a tutt’oggi è l’unico esponente della Scuola ad averlo vinto. I suoi contributi maggiori sono nella teoria del capitale, del ciclo, del calcolo economico, del processo di mercato e dell’uso della conoscenza nella società.

    Come Mises, è famoso anche, se non soprattutto, per i suoi studi di filosofia e teoria politica. Concentrandoci però sull’aspetto economico, le opere più note sono Prezzi e produzione (1931), sulla teoria del capitale e del ciclo economico, e Individualism and Economic Order (1947) che contiene molti saggi sul calcolo economico, il processo di mercato, il ruolo della concorrenza e l’uso dell’informazione.

    Hayek è noto soprattutto per i suoi contributi alla comprensione del processo di mercato, un’altra idea tipicamente austriaca. In saggi come “The Use of Knowledge in Society” e “Competition as a Discovery Procedure”, analizzò il ruolo che le informazioni, disperse tra migliaia e milioni di attori, e “incanalate” dal processo di mercato, svolgono nella coordinazione della produzione nelle economie avanzate. L’idea del mercato come un processo di scoperta, anziché come un equilibrio economico generale, fa parte del patrimonio teorico della Scuola austriaca, come si può vedere in opere come Concorrenza e imprenditorialità di Kirzner, basate sulle idee di Mises e Hayek sull’imprenditorialità e il processo di mercato.

    In Prezzi e produzione introdusse anche i cosiddetti “triangoli di Hayek”, che sono una descrizione semplificata della produzione grazie ai quali si mostra come il tempo sia necessario a trasformare i beni di produzione in beni di consumo. Il ruolo del tempo nella produzione è uno degli argomenti in cui maggiore è la distanza della Scuola austriaca dall’economia ortodossa.

    Passando senza complessi, come Mises stesso, dalla teoria economica alla filosofia politica, Hayek sviluppò le teorie evoluzioniste sulla nascita delle istituzioni che Menger aveva introdotto, e che i suoi successori avevano tralasciato. Insieme a Bruno Leoni, è stato, tra gli austriaci, quello che più si è interessato ai temi della nascita e dell’evoluzione del diritto.

    La discussione sulle effettive differenze tra Mises e Hayek è ancora aperta: per alcuni i due autori sono molto simili, e si differenziano per l’enfasi posta su determinati argomenti; per altri la distanza è invece radicale. La mia opinione è che Hayek abbia sviluppato le idee di Mises, contribuendo quindi ad alcuni temi che Mises aveva trascurato, tralasciato, o comunque non approfondito. Gli scritti di Hayek sulla concorrenza, l’informazione e la struttura del capitale sono fondamentali.

    Murray Newton Rothbard (1926-1995)
    Come Mises e Hayek, anche Rothbard è noto sia come pensatore politico che come teorico dell’economia (e anche come storico economico; si veda in particolare un volume come La grande depressione, del 1963, sulla storia economica della crisi del ’29). Probabilmente Rothbard è più noto come pensatore politico che come economista, essendo uno dei padri del libertarismo, ma anche come economista i suoi contributi sono numerosi e interessanti.

    Le sue idee di teoria economica sono quasi tutte racchiuse in Man, Economy, and State, del 1962. In quest’opera Rothbard sistematizza e rielabora l’intero edificio economico austriaco, introducendo diverse innovazioni rispetto ad un’opera “gemella” come L’azione umana di Mises, del 1949.

    Rothbard introdusse nel corpus teorico della Scuola austriaca la teoria dei costi di transazione di Coase, ottenendo quindi una teoria delle istituzioni (nella fattispecie, delle imprese in un libero mercato) che integrava le tematiche (misesiane) del calcolo economico e quelle (coasiane) dei costi di transazione e della natura dell’impresa. Rothbard estese tale tematica fino ad applicare la teoria del calcolo economico all’organizzazione industriale, alla critica dell’economia delle cooperative, e al tema della dimensione ideale delle imprese, e quindi del monopolio, ponendo le basi per una teoria austriaca dell’impresa che ancora oggi è un’area di ricerca molto attiva.

    Per quanto riguarda i monopoli, la sua teoria differiva radicalmente da quella di Mises, che accettava l’idea che i monopoli imponessero un danno ai consumatori e fossero un difetto dell’economia di mercato. Per Rothbard, non è possibile dimostrare che un prezzo sia monopolistico, in quanto non esiste un mercato concorrenziale con cui confrontare tale prezzo con un eventuale “prezzo concorrenziale”. Ad esempio, come mostrato da Pascal Salin in “Cartels as efficient production structures” (tradotta in italiano in appendice al volume La concorrenza), una struttura del mercato apparentemente poco competitiva in quanto caratterizzata da una certa concentrazione può essere necessaria per offrire determinati beni e servizi ai consumatori. Del resto, se in un mercato nessuna impresa entra, è perché nessuna ritiene che ne valga la pena… come succede in tutti i mercati.

    Tra concorrenza e monopolio ci sono differenze di grado e non c’è nessun modo per rendere la situazione di mercato migliore senza danneggiare alcuno. La teoria del mercato come processo rende futili i tentativi di giudicarlo con i criteri statici dell’economia neoclassica.



    Pubblicato il 20/01/2008

  4. #4
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    Capitolo 2 - La teoria soggettiva del valore
    di Pietro Monsurrò


    La teoria del valore soggettivo è la base delle teorie economiche della Scuola austriaca. Il punto di partenza è l’individuo: soggetto pensante, dotato di conoscenze, che agisce in vista di un fine. L’azione umana è comportamento dotato di senso, comprensibile in quanto avente uno scopo, ed è il mattone fondamentale dell’intera realtà sociale. La generalità di questo approccio è tale da consentire l’applicazione del metodo austriaco a qualunque sfera delle relazioni sociali, anche al di fuori dell’economia: Bruno Leoni, ad esempio, la usò per indagare la natura e le forme del diritto e del potere, e Menger per spiegare l’origine di una varietà di istituzioni, quali il diritto e il linguaggio.

    Prasseologia e catallassi
    Mises introdusse due termini per indicare lo studio sistematico della logica dell’azione umana: prasseologia (da praxis, azione, e logos, scienza) e catallassi (da catallattein, che significa “scambio”, ma anche “rendere da nemico amico” e “ammettere nella comunità”). La prasseologia è lo studio della logica generale dell’azione individuale (la teoria del valore e dello scambio). La catallassi invece applica i principi della prasseologia allo studio di una classe più limitata di fenomeni, come la moneta, i prestiti, il reddito dei fattori (interesse, salario, rendita), il ciclo economico.

    La specificità del campo di studio non deve far pensare che lo stesso metodo non possa essere applicato ad altre aree di indagine. L’azione umana è sempre azione economica, diceva Mises: ogni volta che un individuo sceglie, affronta dei vincoli, e quindi deve “economizzare” le risorse: che siano l’influenza politica, il denaro, gli eserciti, o il tempo da dedicare allo studio, la scarsità è onnipresente.

    L’azione umana e l’individualismo metodologico
    L’individuo è per la Scuola austriaca essenzialmente “homo agens”: un individuo che agisce in vista di determinati fini, impiega certi mezzi, e decide in base alle conoscenze che ha, o ritiene di avere, riguardo l’ambiente in cui opera.
    L’individuo agisce perché cerca di ottenere un miglioramento della sua situazione: ritiene che, agendo, può realizzare determinati fini che reputa importanti. Per farlo, deve fare i conti con la scarsità dei mezzi: si può apprezzare sia il mare che la montagna, ma non si può stare contemporaneamente in entrambe i luoghi. L’individuo deve scegliere, e scegliere significa selezionare i fini da realizzare, e i mezzi da adottare per conseguirli.

    La cosa può apparire ovvia. Eppure, nelle scienze sociali esistono altre scuole di pensiero: il collettivismo metodologico, ad esempio, non fa agire gli individui, ma classi, nazioni o altre entità astratte. Ma i collettivi non sono in grado di darsi un significato e un obiettivo, perché “solo l’individuo pensa, solo l’individuo ragiona, solo l’individuo agisce” (Mises, Socialismo): è l’individuo che dà senso alla realtà sociale, e solo il riferimento all’azione individuale ne consente la comprensione.

    Altre tradizioni del pensiero sociale affermano invece che, essendo i fini non conoscibili, in quanto i processi mentali non possono essere osservati, le scienze sociali, se desiderano essere scientifiche, devono fare a meno di riferirsi agli stati di coscienza: questa dottrina si chiama comportamentismo. La prasseologia è l’esatto opposto: è il processo mentale sottostante che dà senso all’azione umana, anche quando non lo conosciamo.

    Conoscenze e intelligenza
    Se non fosse per l’irritante uso dei formalismi matematici, qualsiasi testo di microeconomia neoclassica dirà più o meno le stesse cose che abbiamo detto finora. Ma nel ruolo che i processi mentali giocano nella teoria economica la Scuola austriaca si differenzia radicalmente dalla corrente neoclassica.
    Per i neoclassici questi fattori non giocano alcun ruolo nell’economia teorica, perché non è possibile descriverli matematicamente: nella teoria dell’equilibrio generale, tutti gli individui sono onniscienti e tutti gli individui devono solo risolvere problemi di ottimizzazione, mentre, nella teoria dei giochi, seppure più complessa e quindi più realistica, è ancora una volta il meccanismo e non la creatività e l’intelligenza a farla da padrone.

    La scelta austriaca è più realistica ma più problematica: i processi mentali non possono essere trasformati in sistemi di equazioni, perché ciò che l’individuo conosce, pensa, crede e vuole, e come prende decisioni, non è in genere noto. Di conseguenza, non è possibile creare una teoria generale dell’azione umana in grado di predire le azioni individuali: ma l’azione segue una logica, quindi è possibile comprendere qualcosa sull’azione umana senza riferimento alle azioni particolari di un individuo. Ad esempio, è possibile capire come funziona il mercato senza bisogno di sapere cosa c’è nella testa di ogni singolo consumatore e produttore.

    Ogni azione individuale ha determinate caratteristiche formali: un fine, un processo decisionale che impiega conoscenze, teorie ed informazioni, una mente più o meno creativa e intelligente che elabora tutti questi fattori, e un insieme di mezzi impiegabili per raggiungere l’obiettivo. Conoscere tutto ciò è molto più di non sapere nulla, ma molto meno di conoscere i dettagli sui fini, i mezzi, le teorie, le informazioni e le decisioni di ognuno.

    Il valore dei beni
    Cosa dà valore ad un oggetto? Il suo essere in grado di realizzare un fine, o, per la precisione, la convinzione, di un individuo, che l’oggetto sia utile al suo perseguimento. Una banconota ha valore perché può essere impiegata per comprare merci: in un’isola deserta non avrebbe alcun valore, perché non potrebbe avere alcuna funzione. L’acqua ha molto valore nel deserto, ma molto meno in una città servita da numerosi acquedotti.
    Il valore è frutto di una valutazione soggettiva dell’adeguatezza del mezzo alla luce del fine perseguito. La moneta ha valore solo se esiste un mercato; una sigaretta ha valore solo per chi fuma, e solo per chi ha un accendino; un’auto ha più valore se si abita in un luogo isolato, e se non si hanno altri mezzi di trasporto.

    Tutti questi esempi mostrano che il valore è un qualcosa di attributo alle “cose” viste come mezzi, cioè una valutazione soggettiva. Il fatto che sia soggettivo non significa che sia arbitrario: l’ambiente naturale ovviamente vincola il raggio d’azione dell’individuo. Ma è sempre quest’ultimo che valuta, che lega mezzi e fini, che elabora teorie e che escogita soluzioni. L’economia non ha a che fare con la descrizione dell’ambiente circostante, altrimenti sarebbe una branca della geologia, della biologia, o dell’ingegneria: l’economia si occupa di capire come le azioni individuali si aggregano per formare, come risultato, gli scambi, i mercati, i cicli economici, eccetera.

    Il valore non è quantificabile: neanche la moneta è misura di valore, come si evince dal precedente esempio dell’inutilità della banconota in un’isola deserta. Non ha senso chiedersi di quanto si preferisce una gita al mare o una in montagna: scegliere la prima rivela che si preferisce, in quel contesto, il mare alla montagna, ma non rivela quanto la si preferisce, perché non esiste un “quanto” di preferenze: il valore è ordinale. La scala di preferenze non è misurabile: non ha senso dire che si apprezza la montagna due volte meno del mare, ha invece senso dire che nella scala di preferenze viene prima il mare e poi la montagna.

    Le preferenze, le scelte, i processi mentali di due persone diverse non possono essere confrontati: non ha alcun senso chiedersi se una persona preferisca il mare più di quanto un’altra preferisca la montagna. Possiamo ritenere, psicologicamente, che una persona che conosciamo apprezzerà un certo regalo: ma questo processo di empatia, un giudizio euristico, che tutti gli uomini effettuano tutti i giorni, non ha basi nella teoria: è un giudizio di valore. Infatti è l’individuo che compra il regalo, e non quello che lo riceve, che valuta, anche se il regalo è per il secondo.

    Tempo e rischio
    L’azione umana avviene sempre nel tempo: l’individuo agisce per il futuro, non per il passato. E i risultati dell’azione umana non sono mai certi: l’azione è sempre rischiosa (anche l’inazione, trattandosi sempre di una scelta).

    Ogni bene richiede tempo per essere prodotto, ed ogni bene sarà utile solo per un tempo determinato. Nel momento in cui si comincia a produrre, in ogni momento in cui si decide di continuare la produzione, e nel momento in cui si consuma ciò che si è prodotto, il rischio che le proprie aspettative verranno deluse è sempre presente. Tempo di produzione e tempo di fruizione sono legati indissolubilmente al rischio: un errore che si può correggere domani è meno grave di un errore i cui effetti saranno presenti per dieci anni.

    Eppure, tempo e rischio non vanno confusi: anche se si conoscessero con certezza i risultati di un’azione, il fatto di dover attendere per raggiungere il risultato implica comunque un costo, non è quindi soltanto il rischio a rendere l’attesa costosa. Si parla in questo caso di preferenze temporali: è sempre meglio realizzare i propri obiettivi prima che dopo; è meglio un uovo oggi che un uovo domani.
    Per preferire un uovo oggi a qualcosa domani serve qualcosa in più di un altro uovo: magari due uova, o una gallina. Una bassa preferenza temporale indica che il presente vale poco più del futuro; un’elevata preferenza temporale indica, al contrario, che il futuro vale molto meno del presente. Le preferenze temporali giocano un ruolo fondamentale nell’economia perché sono il principale fattore dietro il fenomeno dell’interesse sul capitale.

    Costi soggettivi
    Come il valore è soggettivo, anche i costi lo sono: se decido di andare al mare, il fatto di aver dovuto rinunciare alla montagna rappresenta un costo. Il valore della vacanza al mare è superiore a quello di quella in montagna, ma scegliere di andare al mare comporta comunque il costo-opportunità (inteso come opportunità perduta) di non poter andare in montagna.

    Una persona dotata del dono dell’ubiquità potrebbe fare entrambe le cose assieme: non sarebbe costretto a scegliere tra mare e montagna, perché la sua presenza in un luogo non impedirebbe la sua contemporanea presenza in un altro. In questo caso, l’andare al mare non implica il costo-opportunità di non potere andare in montagna.

    Se con una moneta possiamo comprare un tramezzino oppure un sandwich, la scelta del primo implica il costo di non poter avere il secondo. Il costo, come il valore, è soggettivo: il costo è il valore dell’alternativa preferita tra quelle che sono state scartate. Tutti i costi sono costi-opportunità: se voglio il tramezzino, devo dar via il sandwich, quindi il tramezzino mi costa un sandwich.

    Il principio marginale
    Supponiamo di stare in un deserto e di aver sete: vediamo in lontananza un qualcosa che brilla, e ci avviciniamo sperando che di trovare un’oasi. Ci avviciniamo, ma, con grande disappunto, scopriamo che si tratta solo di una miniera di diamanti.
    Supponiamo ora di passeggiare in una città, e di vedere in lontananza un qualcosa che brilla. Ci avviciniamo sperando che sia un diamante, ma, ancora una volta con grande disappunto, scopriamo trattarsi solo di un bicchiere d’acqua.

    C’è qualcosa di strano in questi due scenari, oltre al fatto che l’individuo in questione ha problemi di vista? No. Nella prima situazione, il diamante non ha alcuna utilità… mentre l’acqua è una questione di vita o di morte; in questo caso, l’individuo ha tutte le ragioni di preferire una pozzanghera ad un’intera miniera di diamanti. Ma, nella seconda situazione, l’acqua diventa un bene privo di valore o quasi: ce n’è tanta, e non c’è bisogno di dannarsi per ottenerla, visto che in genere basta aprire il rubinetto per averne a volontà. D’altra parte, un grosso diamante, nel secondo caso, ha un valore notevole: potremmo del resto venderlo e comprarci tutta l’acqua che vogliamo.

    Il valore deriva da una valutazione individuale, e dipende dal contesto in cui si opera. Il principio marginale ci ricorda questa ovvietà: sono i fini più importanti i primi ad essere soddisfatti, con i mezzi di cui si dispone. Ma se la quantità di un mezzo aumenta, è possibile perseguire anche fini che precedentemente erano stati scartati: se si era scelto di posticipare la realizzazione di questi, è perché erano meno importanti, quindi si può dire che quantità addizionali di mezzi valgono sempre di meno all’aumentare della loro disponibilità.

    Si potrebbe andare oltre, ed avere a disposizione una quantità tale di una particolare risorsa da non aver bisogno di scegliere come impiegarla: in questo caso, la risorsa non sarebbe più scarsa, e non avrebbe più valore marginale. Il valore marginale è il valore di un’unità aggiuntiva della risorsa: nel caso di una risorsa non scarsa, il valore marginale è nullo, perché non esiste nulla che si possa fare con un’unità aggiuntiva della risorsa. Nel caso di risorse scarse, al contrario, c’è sempre qualcosa che si sarebbe potuto fare e che non era stato fatto, fino a quel momento, per mancanza di mezzi: finché c’è costo opportunità, quindi, c’è valore.

    Non ha senso chiedersi quanto valga l’acqua in sé: ciò che ha senso chiedersi è quanto valga una quantità maggiore d’acqua rispetto a quanta è già in nostro possesso; bisogna chiedersi se vale la pena agire per ottenerne di più, o se possiamo darne via un po’ per ottenere qualcosa a cui diamo maggior valore. L’azione individuale riguarda la singola bottiglia d’acqua, non l’acqua in sé: il valore totale non esiste, in quanto il valore è una categoria dell’azione umana.

    Il principio marginale viene spesso anche interpretato per indicare che “il passato è passato”: l’individuo agisce oggi, ieri è dato, e domani si conosceranno le conseguenze di ciò che si fa oggi (e quelle di lungo termine di quello che si è fatto ieri). Ma ciò che deve interessare l’individuo agente non è il passato, che non può influenzare, ma il futuro, che ancora dipende da come agisce. L’aver investito una fortuna in un’attività che si è successivamente rivelata fallimentare non dimostra che occorra investire ancora di più, né che sia necessario smettere: quello che occorre chiedersi è se, data la situazione attuale, valga la pena o meno continuare ad investire. Gli eventi passati influenzano la situazione odierna, ma solo in quanto dati del problema: non sono mai oggetto d’azione, quindi non possono né avere valore né rappresentare un costo.

    Un accendino è un bene complementare alla sigaretta: questo concetto tornerà frequentemente nei prossimi articoli. Questo esempio è vietato ai minori per via delle leggi correnti sul fumo.
    In questo caso, i due beni, che possono alternativamente svolgere la stessa funzione, si dicono sostitutivi.
    Il modello, assolutamente non austriaco, del “homo oeconomicus” farebbe pensare agli individui come esseri perfettamente egoisti, cosa ovviamente non vera nella realtà sociale: quel che conta in questa discussione è che anche interessarsi dell’“utilità” altrui non rende possibile effettuare giudizi interpersonali di utilità. Questi giudizi si basano sempre su giudizi di valore individuali e non sono mai oggettivi.

  5. #5
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    Capitolo 3 – Lo scambio e il mercato
    di Pietro Monsurrò

    Mentre la logica del valore, vista nel precedente articolo, ha portata universale, in questo si comincerà lo studio più specifico della logica dei prezzi e del mercato, passando quindi dalla prasseologia alla catallassi.

    Scambio diretto
    Un lattaio ed un pasticcere si incontrano: il primo ha molto latte ma nessun biscotto, mentre il secondo ha molti biscotti ma niente latte(1). In queste condizioni, nessuno dei due può fare una colazione intera. Ma può accadere che i due si rendano conto della possibilità di fare uno scambio: il primo può dare un bicchiere di latte al secondo in cambio di sei biscotti. Dopo questo scambio, entrambi saranno più soddisfatti di prima, potendo infatti fare entrambi una colazione completa.

    Si può dire che lo scambio abbia avvantaggiato entrambi, cioè abbia “prodotto ricchezza”, ma come è potuto avvenire? Il lattaio dava più valore ai sei biscotti che al bicchiere di latte: avendo molto latte, infatti, l’utilità di un bicchiere in più era per lui trascurabile, e, non avendo biscotti, l’utilità marginale dei biscotti era invece notevole. Quindi ottiene un miglioramento della propria condizione dando via qualcosa che per lui ha scarso valore, e ottenendo qualcosa di valore maggiore. Lo stesso, alla rovescia, vale per il pasticcere.

    Questa possibilità dipende dalla natura soggettiva del valore: se il valore non derivasse da una valutazione, ma fosse una caratteristica dell’oggetto (latte o biscotti), il precedente ragionamento sarebbe incomprensibile. Anzi: tutte le relazioni di scambio sarebbero incomprensibili.

    Questa debolezza fondamentale della teoria economica precedente al marginalismo fu messa in luce da Menger. Se il valore fosse insito nelle merci e non derivasse dalle valutazioni individuali, infatti, ci sarebbero tre possibilità:
    • Se il latte valesse più dei biscotti, il lattaio rifiuterebbe lo scambio
    • Se i biscotti valessero più del latte, il pasticcere rifiuterebbe lo scambio
    • Se le due cose hanno lo stesso valore, non cambierebbe nulla per nessuno dei due se lo scambio non avvenisse.
    L’ultima conclusione è palesemente assurda: se lattaio e pasticcere non guadagnassero nulla dallo scambio, a che pro effettuarlo? Per gioco?

    Lo scambio di una merce contro un’altra merce senza intermediazione di altre merci si chiama scambio diretto, ed è la forma più semplice di transazione commerciale.

    Scambio indiretto
    Supponiamo ora di avere un gruppo di persone che scambiano formaggio ed altre merci, come carne e pesce. È possibile che queste persone comincino a notare che, siccome per il formaggio c’è sempre mercato (perché, per esempio, piace a tutti), è conveniente portarne sempre con sé, visto che, in qualunque momento, e con qualunque controparte, è molto più facile ottenere qualcosa in cambio di formaggio piuttosto che in cambio delle altre merci: in economia un bene facilmente scambiabile si dice liquido.

    Questo significa che il formaggio potrà essere usato negli scambi indiretti: chi ha pesce e vuole carne, invece di farlo direttamente, può ottenere prima formaggio in cambio di pesce e poi carne in cambio di formaggio. Perché adottare una tale strategia, logicamente più complessa? Perché rende più facile gli scambi, e quindi l’ottenimento di mutui vantaggi.

    Supponiamo infatti che chi ha pesce, e vuole carne, non trovi nessuna persona con preferenze simmetriche: in possesso di carne, ma con una preferenza per il pesce. In questo caso, non potrebbe ottenere il potenziale beneficio dello scambio, per mancanza di una controparte. La cosiddetta “doppia coincidenza di bisogni” è una condizione necessaria per effettuare scambi diretti, ma è molto rara(2).

    Supponiamo ora di avere tre individui: il primo ha del pesce e vuole carne; il secondo ha della carne ma vuole formaggio; il terzo ha del formaggio ma vuole pesce. La soluzione per far sì che tutti stiano meglio è dare al primo la carne del secondo, al secondo il formaggio del terzo, e al terzo il pesce del primo. Ma per fare questo occorre che i tre si incontrino, e la cosa può essere molto improbabile.

    Supponiamo però che il formaggio siano di uso comune negli scambi. Tutti saprebbero che, una volta ottenuto formaggio, sarebbe possibile scambiarlo con qualsiasi altra merce, e tutti deterrebbero una certa quantità di formaggio per far fronte alle necessità degli scambi. Allora il primo individuo venderebbe pesce e comprerebbe carne passando per il formaggio, e lo stesso farebbero gli altri due. Tutti otterrebbero quello che vogliono, ma senza necessità di incontrarsi e accordarsi: è sufficiente che ci sia una merce, il formaggio, accettata da tutti perché facilmente scambiabile con tutte le altre merci.

    Moneta e prezzi
    Il formaggio è deteriorabile, e usarlo come mezzo di scambio è quindi scomodo, inoltre ha scarso valore specifico, e di conseguenza, per comprare un’automobile, è inefficiente, in quanto sarebbe necessario portare centinaia di forme con sé nella concessionaria.

    Aggiungiamo quindi un po’ di realismo all’esempio precedente. Se le persone unite da una fitta rete di scambi cominciano ad usare l’oro, l’argento e il sale come mezzi di scambio, la domanda di oro, argento e sale comincerà ad aumentare perché, oltre all’utilità diretta di tali beni, questi verranno domandati anche per la loro utilità nel facilitare gli scambi. Gli individui andrebbero in giro con una certa quantità di oro, argento o sale per poter comprare merci da altri individui.

    Se supponiamo che, ad un certo punto, solo una delle tre merci viene usata come “lubrificante” degli scambi, per esempio l’oro, passiamo dal baratto al sistema monetario: tutte le merci vengono scambiate con l’oro, e in oro si esprimono tutti i rapporti di scambio. Si scopre quindi che per ottenere un pesce bisogna dare un grammo d’oro, per ottenere una casa servono dieci chilogrammi d’oro, eccetera.

    Il rapporto di scambio tra una merce e un’altra si chiama prezzo, e il rapporto di scambio tra una merce e la moneta si chiama prezzo monetario. “Il prezzo non è misurato in moneta: il prezzo consiste in una quantità di moneta”(3). Il prezzo è semplicemente la quantità di moneta che serve per comprare una merce.

    Prima del sistema monetario, ogni merce si poteva scambiare direttamente con le altre, e quindi c’erano tanti prezzi quante coppie di merci scambiabili. Ma, quando tutti gli scambi diventano monetari, il problema diventa molto più semplice, in quanto, per valutare i costi, basta conoscere i prezzi in moneta di tutte le merci che ci interessano. Ad esempio, se i fagioli costano un grammo d’oro e un pesce due grammi d’oro, sappiamo che per mangiare un pesce dobbiamo perdere due porzioni di fagioli. La stima dei costi-opportunità si fa molto più rapida ed efficiente, e l’estensione degli scambi di mercato può estendersi notevolmente.

    Valore d’uso e valore di scambio
    Una merce ha valore d’uso, per l’individuo che la valuta, se soddisfa direttamente un suo fine: per esempio, se si ha fame, un sandwich ha valore d’uso. Ma l’emergere dello scambio indiretto genera anche una fonte alternativa di valore: alcune merci vengono domandate non perché le si ritiene utili direttamente, ma perché si ritiene che potranno essere successivamente scambiate con qualcosa di utile. Questo si chiama valore di scambio(4).

    Nell’esempio precedente, il formaggio acquisiva valore di scambio: una parte di questo, avente valore d’uso, era, sin dall’inizio, consumata per fini alimentari, ma, successivamente, il bene viene domandato anche perché facilita gli scambi.

    Vediamo questo all’opera in molti casi, ma l’esempio più importante è la moneta: le banconote non hanno alcun valore d’uso, e, anche quando la moneta era l’oro, il suo valore d’uso (per i gioielli, ad esempio) era trascurabile rispetto al suo valore di scambio come moneta(5). La moneta viene domandata non perché serve direttamente, ma perché consente di ottenere indirettamente beni e servizi utili: l’oro non si mangia, ma permette di comprare pane.

    Ciò che il singolo individuo produce in una società complessa ha in genere solo valore di scambio: il calzolaio che produce cento scarpe al mese di certo non dà valore d’uso al centesimo paio di scarpe prodotto, visto che probabilmente gliene basterebbero un paio l’anno. Ma il centesimo paio di scarpe, e i 99 precedenti, hanno valore di scambio: il calzolaio li vende, e ottiene beni come il cibo, i vestiti, o paga l’affitto della casa. Queste cose hanno per lui valore d’uso, e produrre cose, come le scarpe, che hanno esclusivamente valore di scambio non è che un modo indiretto di ottenere ciò che per lui ha valore. Si parla in questo caso di specializzazione e divisione del lavoro: senza un sistema monetario l’estensione di queste sarebbe estremamente limitata, e saremmo tutti molto più poveri.

    Dallo scambio bilaterale al mercato
    Negli esempi precedenti lo scambio, sia diretto che indiretto, si svolgeva in condizioni di monopolio bilaterale: sia la domanda che l’offerta dipendevano da un solo acquirente e un solo fornitore. Nel mercato in genere non è così: fornitori e acquirenti sono spesso molti e, potenzialmente, nuovi acquirenti e nuovi fornitori possono aggiungersi in ogni momento, e in ogni mercato.

    Supponiamo che, ad un certo prezzo, cinque persone siano disposte a domandare una determinata quantità di pesce: la prima vuole 5 pesci, la seconda 6, la terza 2, la quarta 1, la quinta 3. Complessivamente, a quel prezzo, 17 pesci verranno domandati.

    Se il prezzo aumenta, e, con esso, il costo-opportunità di comprare pesce (perché bisogna dare via più cose per comprarlo), la domanda diminuisce: non varrà la pena comprare altrettanto pesce, perché bisognerà dar via qualcos’altro di più importante.

    Lo stesso discorso vale per l’offerta: ad un certo livello di prezzo ci saranno ad esempio tre fornitori, che offriranno rispettivamente 7, 4 e 2 pesci. L’offerta complessiva, a quel prezzo, sarà 13 pesci: se il prezzo aumenta, i produttori potranno ottenere più cose vendendo pesce, e quindi saranno disposti a venderne di più.

    C’è qualcosa che non va in questo mercato: la domanda supera l’offerta. E non è possibile che i cinque compratori possano ottenere 17 pesci, se i tre venditori ne vogliono vendere solo 13, in quanto gli scambi sono liberi, e quindi la quantità minore (offerta o domandata) fissa il volume degli scambi. Il prezzo è troppo basso: ad un prezzo maggiore, alcuni acquirenti si asterrebbero, e nuovi venditori potrebbero entrare in gioco.

    Esiste un prezzo per cui domanda e offerta si eguagliano, ed esiste per ogni bene venduto e comprato sul mercato: per prezzi eccessivi, l’offerta rimane invenduta, per prezzi inferiori, i compratori rimangono insoddisfatti. Nel primo caso sono i venditori che, pur di liberarsi della merce, sono disposti a far scendere i prezzi; nel secondo caso sono i compratori che, pur di ottenere ciò che vogliono, sono disposti a farli aumentare.

    L’intero meccanismo di mercato è un’asta riguardante tutte le merci che si consumano e tutte le merci che vengono usate per la produzione: un’asta che avviene tra persone che non si conoscono, sparse in tutti i paesi del mondo, che permette a tutti di scambiare informazioni sui gusti dei consumatori e sulle opportunità di produzione, attraverso il sistema dei prezzi(6).

    Note
    1. Questo esempio è tratto da Walter Block, Difendere l’indifendibile (Liberilibri).
    2. Ad esempio, se un cardiologo potesse comprare pane solo da fornai cardiopatici, avrebbe seri problemi a sfamarsi: le cure mediche, come ogni forma di specializzazione, sarebbero impossibili senza mercato, moneta e prezzi.
    3. Questa apparentemente criptica frase è tratta da L’Azione Umana di Mises. Allo stesso modo, il prezzo non misura il valore: il valore della quantità di moneta che si dà via deve essere confrontato con il valore di ciò che si può comprare con questa. La moneta è oggetto di valutazione come tutte le altre merci, solo che la sua utilità non è diretta, ma solo legata agli scambi.
    4. Molto frequentemente i termini “valore d’uso” e “valore di scambio” vengono usati per indicare il valore intrinseco di una merce e il suo prezzo monetario: siccome il valore intrinseco non esiste, tale terminologia non ha alcun significato. Essenzialmente si tratta di residui della ormai sconfessata teoria del valore oggettivo che ancora oggi sono presi per buoni da molte persone.
    5. Un altro errore molto frequente tra i non-economisti è ritenere che nei sistemi monetari basati sull’oro il valore della moneta dipende dal valore intrinseco dell’oro. Ancora una volta, il valore intrinseco non esiste: il valore dell’oro è dato dall’incontro di domanda e offerta.
    6. Come si vedrà nell’articolo sul calcolo economico, il ruolo del mercato nel diffondere informazioni è fondamentale.


    Pubblicato il 03/02/2008

  6. #6
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    Capitolo 4 – Il processo di mercato
    di Pietro Monsurrò


    In questo capitolo tratteremo il problema dell’interesse, quello della distribuzione dei redditi tra i fattori di produzione, e, infine, la teoria della concorrenza come processo di scoperta imprenditoriale.

    La teoria del capitale e dell’interesse è di fondamentale importanza per tutta la teoria economica austriaca. Anche la concezione del mercato come processo è uno dei temi centrali della Scuola: trascurato per decenni dall’economia accademica (impegnata a formalizzare modelli di concorrenza perfetta), e solo di recente parzialmente riscoperto grazie alla teoria dei giochi, l’analisi di come il processo di mercato coordina i piani individuali, e crea e gestisce l’informazione, attraverso la funzione imprenditoriale, fa parte del bagaglio teorico dell’economia austriaca sin dalla prima metà del XX secolo.

    Capitale e interesse
    Il capitale e l’interesse sono due caratteristiche fondamentali del mercato: la comprensione di questi due fenomeni è fondamentale per comprendere l’economia.

    Risparmi ed investimenti
    Robinson Crusoe deve decidere:
    • Aspettare una settimana per costruire una canna da pesca che gli consentirà di ottenere cinque pesci al giorno,
    • Continuare a pescare, a mani nude, due pesci al giorno.
    Se la scelta fosse tra cinque pesci oggi e due pesci oggi, non ci sarebbero dubbi: ma la scelta è tra due pesci al giorno subito e cinque pesci al giorno tra una settimana. La sua scelta dipenderà, inter alia, dalle sue preferenze temporali.

    Ponderando le varie possibilità, Robinson decide di mangiare un pesce al giorno per una settimana, risparmiarne quindi sette, e usare questa scorta per sostentarsi mentre costruisce la canna da pesca.

    Le risorse che non vengono consumate si dicono risparmiate: il risparmio fornisce le risorse per mettere in pratica processi produttivi più efficaci, ma che richiedono più tempo. Salvo rari casi, come l’invecchiamento del vino, il tempo non aggiunge di per sé valore alle merci. Ma siccome, a parità di condizioni, un processo di produzione più lungo sarà preferito ad uno più breve solo se è più produttivo, non avendo senso aspettare di più per avere di meno, solo i processi più lunghi che sono anche più produttivi sono di interesse economico.

    L’investimento è l’impiego di risorse utili per iniziare processi produttivi che richiedono tempo: l’investimento è quindi l’uso dei risparmi per produrre beni di consumo futuri.

    Preferenze temporali e credito
    Raggiungere i propri fini richiede tempo, e l’attesa è un costo. Ma l’attesa non è un costo uguale per tutti: per alcuni i beni futuri valgono quasi quanto quelli presenti, a parità di condizioni, per altri molto di meno.

    Individui con basse preferenze temporali tenderanno a valutare la possibilità di risparmiare oggi per ottenere di più domani più favorevolmente di chi ha preferenze temporali maggiori. Può quindi succedere che un individuo valuti 1,000$ oggi più di 1,100$ tra un anno; per un altro individuo, invece, potrà darsi che 1,000$ oggi valgano meno di 1,100$ tra un anno: date queste preferenze, il primo chiederà oggi 1,000$ al secondo, in cambio di 1,100$ tra un anno, e il secondo accetterà l’offerta. La logica è la stessa dello scambio: ciò che cambia è che questo avviene tra merci disponibili in tempi diversi, e si parla di scambio creditizio.

    Il tasso di interesse
    Quando si ottengono 1,000$ in cambio della promessa di darne 1,100$ tra un anno, si dice che il tasso di interesse annuo del 10%. Il tasso di interesse è un concetto fondamentale per comprendere l’economia: rappresenta il prezzo a cui la domanda e l’offerta di beni attuali e di beni futuri si eguagliano.
    Alcune persone vogliono delle risorse oggi per pagarle domani, o con il proprio reddito futuro, o con i proventi dei propri investimenti. Altre vorranno dar via risorse oggi per poterne avere di più domani. Domanda e offerta di credito si incontrano nel mercato dei prestiti, e il prezzo dello scambio è l’interesse: un alto tasso di interesse significa che le persone che chiedono risorse oggi dovranno dare in cambio molte risorse domani, come accade quando c’è molta domanda e poca offerta di credito. Il contrario accade quando il tasso di interesse è basso.

    Il mercato dei prestiti non è l’unico ambito del mercato in cui l’interesse è presente: Robinson che sceglie se produrre o meno la canna da pesca sta già ragionando in termini di interesse. Ogni volta che si decide di dare qualcosa oggi in cambio di qualcos’altro domani, l’interesse è presente. Ad esempio, il proprietario di un’impresa che decide se investire in un macchinario si deve chiedere se i redditi che otterrà in futuro copriranno la spesa che sta per sostenere…

    Il rischio e il tasso di interesse
    I tassi di interesse sul mercato non sono tutti uguali: alcune azioni renderanno il 10% l’anno, alcune obbligazioni il 3%. Perché preferire il 3% al 10%? I due investimenti differiscono per il rischio: con un’azione, la probabilità di non ottenere il 10%, ma meno, è più elevata.

    I tassi di interesse sul mercato differiscono perché si riferiscono a situazioni di diversa rischiosità: con il rischio aumenta il tasso di interesse, perché a parità di condizioni tutti preferirebbero l’investimento meno rischioso.

    Il reddito dei fattori di produzione
    La produzione avviene mediante tre “fattori di produzione”: terra, lavoro e capitale:
    • La terra è un nome generico per indicare un qualsiasi fattore di produzione naturale, come una miniera, una zona pescosa, e ovviamente un terreno agricolo
    • Il lavoro è l’impiego di risorse umane per una data attività produttiva
    • Il capitale è un fattore di produzione che a sua volta è stato prodotto.
    Terra e lavoro sono i fattori di produzione originari: se l’umanità dovesse ricominciare da zero, se tutto il capitale - impianti, infrastrutture, lauree - sparisse, gli uomini ricomincerebbero a produrre solo mediante terra e lavoro. Ma, risparmiando e investendo, ad esempio costruendo canne da pesca, potranno ricominciare ad accumulare capitale. La canna da pesca è un fattore di produzione prodotto, in pratica una macchina per produrre pesci, ed è frutto del lavoro e della terra precedentemente risparmiati.

    Il capitale è indissolubilmente legato al tempo: si accumula nel tempo, si “eredita” dal passato, e si conserva, accresce o consuma a seconda di quanto e come si investe. Per questo motivo, dietro il prezzo di ogni bene capitale c’è il tasso di interesse; ogni decisione di investimento richiede il confronto tra merci disponibili in tempi diversi: quelle che si investono nella produzione, e che non si potranno più usare, e quelle che si otterranno dall’investimento, alla fine della produzione.

    Tasso di interesse e tempo
    Supponiamo che un bene capitale investito oggi, del costo di 1,000$, dia tra un anno 1,100$. Supponiamo che già l’anno scorso avevamo comprato lo stesso bene capitale, allo stesso prezzo, avendo ottenuto dopo un anno, cioè oggi, 1,100$.

    Il flusso di cassa dice che oggi sono entrati 1,100$ per via dell’investimento dell’anno scorso, e sono usciti 1,000$ per via dell’investimento di quest’anno. Il flusso di cassa sembra istantaneo, perché oggi si pagano 1,000$ e se ne ricevono 1,100$, ma si tratta di due decisioni diverse: oggi si investe per avere di più tra un anno, e un anno fa si era investito per ottenere di più oggi. La differenza tra il flusso di cassa in ingresso di oggi, e il flusso di cassa in uscita un anno fa, 100$, è il reddito da capitale del precedente investimento: non bisogna fare la differenza tra i flussi di cassa di oggi, perché si riferiscono a due piani di investimento diversi.

    L’investitore potrebbe benissimo consumare subito i 1,000$, anziché immobilizzarli: non è affatto scontato che ogni anno si reinvestano quei 1,000$: ogni anno la scelta è nuova, e si deve decidere se ripeterla o meno.

    Il prezzo dei beni capitali è inferiore alla somma dei flussi di cassa che consentiranno di ottenere, perché tali flussi sono futuri, e quindi vanno scontati attraverso il tasso di interesse.
    All’equilibrio, il rendimento di tutti gli investimenti in tutti i mercati è uguale, a meno del rischio, perché le risorse tenderanno a fluire fuori dai mercati dove rendono di meno e nei mercati dove rendono di più.

    Produttività e reddito dei fattori
    Ogni risorsa sul mercato viene pagata in base a quello che si ritiene valga: chi ritiene che il prezzo è eccessivo si astiene dal comprare, e chi ritiene il prezzo buono compra di più. In definitiva, le risorse vanno al maggiore offerente, che siano capitale, lavoro o terra.

    Se un individuo decide di assumerne un altro per produrre qualcosa, è perché ritiene che ciò che produrrà varrà abbastanza da pagare il salario e gli altri costi di produzione: le persone più produttive tenderanno ad avere salari maggiori: assumere un giocatore di calcio che fa entrare 10,000,000$ nelle casse della società è proficuo, se il suo prezzo è di 5,000,000$.

    Ma la produttività non è una caratteristica del singolo fattore: non è la terra in sé che produce (esiste terra buona o cattiva, ovviamente), ma la terra, il capitale ivi investito e il lavoro impiegato per coltivarla: quello che conta è il contributo aggiuntivo (marginale) alla produzione: se supponiamo che un appezzamento di terra sia in grado di aggiungere 1,000$ in una produzione, e 2000$ in un’altra, verrà probabilmente impiegato in quest’ultimo modo.

    Il processo di mercato
    Finora abbiamo considerato tre fonti di reddito, l’interesse, il salario e la rendita (il reddito della terra): queste fonti di reddito esistono sia in una situazione di equilibrio di mercato (che non si ha mai) sia in una situazione, più realistica, di mercati in disequilibrio. Esiste una quarta fonte di reddito che non è stata considerata finora, che esiste solo in condizioni di disequilibrio: il profitto imprenditoriale.

    Incertezza ed imprenditorialità
    Le tecniche produttive, la disponibilità di fattori e i gusti dei consumatori non sono dati: sono informazioni che vengono scoperte man mano. Investire significa decidere oggi cosa fare per produrre qualcosa che si spera sarà utile domani.

    Ciò è rischioso, e richiede un processo di scoperta, di innovazione, di formulazione creativa di piani di azione: questo fattore fondamentale del mercato è l’imprenditorialità.

    In un mondo dove tutto fosse noto e all’equilibrio, dove non ci fosse nulla da scoprire e da migliorare, gli uomini non avrebbero bisogno dell’intelligenza e della creatività: ma siccome queste ipotesi sono evidentemente assurde, l’imprenditorialità è un concetto fondamentale per la comprensione del mercato.

    Profitti e perdite
    Un imprenditore che prevede correttamente cosa accadrà farà un profitto, cioè guadagnerà un reddito extra rispetto ai redditi del lavoro, del capitale e della terra (salario, interesse e rendita). Il profitto può anche essere negativo, e, in questo caso, si parla di perdita.

    Un profitto indica che i fattori di produzione sono stati impiegati bene: il prodotto, infatti, vale abbastanza da poter ripagare il loro costo, con un extra. Le perdite indicano invece che i fattori di produzione non vanno impiegati in quel modo, in quanto, se i loro prezzi sono così alti, è perché altrove sono più utili.

    Profitti e perdite sono stimati grazie al conto economico, e i prezzi, indicando l’equilibrio tra domanda e offerta, forniscono informazioni sulle preferenze dei consumatori e dei produttori, sulle condizioni di produzione, eccetera. Profitti e perdite mettono gli individui in condizione di scambiarsi beni e servizi, garantendo la coordinazione necessaria per tenere in piedi la rete di scambi indiretti che costituisce il mercato.

    Il profitto come reddito residuale
    Profitti e perdite sono redditi residuali: se a ciò che si è ricavato da un investimento si tolgono i costi del lavoro, del capitale e della terra, ciò che rimane, se positivo, è profitto, e, se negativo, è perdita. Ad esempio, se una pizzeria spende 5,000$ di personale, 5,000$ di affitto e 1,000$ di interessi, e ha un fatturato di 12,000$, ha fatto un profitto di 1,000$ (essendo 11,000$ i costi totali).

    Siccome i costi sono sempre costi-opportunità, bisogna ricordare che salari, rendite e interessi possono essere anche impliciti. Se un imprenditore lavora nella sua azienda, e per farlo rifiuta un lavoro da 2,000$, ha un costo-opportunità di 2,000$, anche se non c’è alcun esborso monetario a riguardo: il costo nasce per il semplice fatto che lavora lì e non altrove.

    La speculazione e l’equilibrio
    Una delle forme più pure di imprenditorialità è la speculazione, che si ha quando, sapendo che in una città i pomodori costano 3€ e in un’altra 1€, si sfrutta questa conoscenza per comprare nella seconda e vendere nella prima (si parla in questo caso di arbitraggio). La speculazione sfrutta le opportunità di profitto e avvicina il sistema economico all’equilibrio. Infatti, dopo che lo speculatore avrà aumentato nella prima, e diminuito nella seconda, l’offerta di pomodori, i prezzi tenderanno ad eguagliarsi. All’equilibrio non ci deve essere vantaggio a vendere in quella città o in un’altra: tutte le opportunità sono sfruttate, e non ci sono più profitti.

    Rischio e assicurazioni
    Un rischio si dice assicurabile se è possibile eliminarne le conseguenze sul reddito tramite la “legge dei grandi numeri”: se 1,000 persone hanno un 1% di probabilità di pagare 10,000$, mettendosi assieme pagheranno complessivamente circa 100,000$: quindi, pagando 100$ a testa, sono in grado di assicurare il rischio. Di fatto, l’assicurazione trasforma un costo grande ma improbabile in un costo contenuto ma certo.

    Non tutti i rischi sono assicurabili: il rischio imprenditoriale non lo è: se tutti guadagnassero indipendentemente da quello che fanno, nessuno avrebbe incentivo ad agire responsabilmente.
    I profitti e le perdite forniscono incentivi ad avvicinarsi ad uno stato di equilibrio: eliminarli assicurandoli eliminerebbe l’incentivo ad agire imprenditorialmente, e la coordinazione di mercato si perderebbe.

    Mises parlava di case probability e class probability: alcuni rischi, del primo tipo, non sono assicurabili, come i rischi imprenditoriali; gli altri, del secondo tipo, sono assicurabili perché possono essere aggregati in una classe di eventi simili (da cui estrarre la media). Al giorno d’oggi si direbbe che si ha moral hazard: il rischio che chi è assicurato si comporti in maniera irresponsabile. Il significato è lo stesso: profitti e perdite individuali non sono assicurabili, e l’imprenditorialità non è eliminabile dal processo di mercato.



    Pubblicato il 10/02/2008

  7. #7
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    concorrenza
    di Pietro Monsurrò
    Nei capitoli precedenti non s’è parlato di efficienza, di deadweight losses o di concorrenza perfetta, perché questi argomenti non giocano alcun ruolo nella visione austriaca del processo di mercato. Gli austriaci tendono a differire dagli altri economisti sia nella visione positiva del funzionamento del mercato, sia negli gli ideali normativi con cui questo è giudicato.

    In base ai principi della Wertfreiheit, le preferenze normative devono essere considerate separatamente dall’analisi teorica. Giudicare se i monopoli siano buoni e cattivi è questione di valore: spiegare cosa sono, come si originano, che effetti hanno, invece, è una questione di fatto, e quindi trattabile scientificamente, nei limiti in cui la nostra conoscenza del processo di mercato ci permette di dire qualcosa di specifico a riguardo.

    Definizioni di monopolio
    Ci sono diverse definizioni di monopolio.
    • I monopoli possono essere legali o economici, a seconda se derivano da privilegi concessi dalle autorità statali o sono il risultato di un processo di mercato.
    • A volte si parla di monopolio quando in un particolare mercato opera una sola azienda. Per applicare tale definizione di monopolio bisogna preventivamente definire un particolare mercato, e quindi giudicare se due merci simili facciano parte o meno dello stesso mercato. Questo problema non è risolvibile scientificamente, perché il considerare due merci appartenenti o meno allo stesso mercato comporta un giudizio soggettivo.1
    • Una definizione più diffusa afferma invece che si ha monopolio quando un’azienda è in grado di aumentare i prezzi e i profitti rispetto ad una situazione competitiva. In questo caso si parla di “potere di mercato”.
    Monopoli legali e monopoli economici
    L’analisi economica dei monopoli legali è relativamente semplice: questi impediscono alla concorrenza di entrare in certi mercati e consentono al privilegiato di ottenere un reddito maggiore, anche se la concorrenza riuscirebbe a fare di meglio, perché questa è bloccata dall’azione dello stato. In questo caso è possibile distinguere nettamente una situazione di libero mercato, caratterizzata da determinati prezzi, e una situazione di monopolio legale, caratterizzata da prezzi maggiori: possiamo dunque oggettivamente distinguere un prezzo concorrenziale e un prezzo monopolistico.

    La situazione dei monopoli economici è invece diversa: non c’è nulla che impedisca l’ingresso al mercato, a parte ovviamente la mancanza di opportunità di profitto: un’azienda può rimanere leader in un settore, e a volte addirittura monopolista, perché le altre non vogliono entrare. È possibile in questo caso distinguere un prezzo di monopolio e un prezzo concorrenziale? La struttura del mercato, i suoi costi, le tecniche produttive e di marketing (comprese eventuali pratiche che alcune legislazioni considerano “anti-concorrenziali”) determinano il prezzo, e questo è l’unico prezzo osservabile: non si osservano un prezzo di monopolio e un prezzo concorrenziale, ma un unico prezzo, quello di mercato.

    La teoria di Mises
    La teoria misesiana del monopolio è molto semplice: esistono dei casi in cui la domanda dei consumatori è inelastica. Ciò si ha quando i ricavi aumentano all’aumentare del prezzo: in genere, all’aumentare del prezzo diminuisce la domanda, ma i ricavi sono dati dal prodotto dei due, e possono aumentare con il prezzo se la domanda diminuisce meno di quanto aumentano i prezzi. Ad esempio, se a 10$ si vendono 1,050 magliette, e a 11$ se ne vendono 1,000, nel primo caso si ha un ricavo di 10,500$, nel secondo di 11,000$: in questo caso la domanda è inelastica.2

    Quando la domanda è inelastica, il produttore ha incentivo ad aumentare i prezzi, restringendo la produzione, per aumentare i ricavi,3 e quindi i profitti. I profitti di monopolio sono quindi possibili soltanto quando i consumatori hanno una domanda poco sensibile al prezzo.

    Il processo concorrenziale tende a ridurre tali profitti, perché:
    • Altre aziende possono entrare nel mercato, e ridurre la quota di mercato dell’azienda monopolista e, quindi la domanda dei suoi prodotti.
    • I consumatori possono spostarsi verso il consumo di beni sostitutivi, per via del maggior prezzo del bene monopolizzato.

    Quindi si può avere prezzo di monopolio soltanto se i consumatori hanno una domanda inelastica, non ci sono beni sostitutivi, e qualcosa impedisce ai concorrenti di entrare nel mercato. Mises afferma che i prezzi di monopolio non sono ottimali, perché il consumatore è privato della “sovranità”: la sovranità del consumatore è un ideale normativo, ovviamente.

    Il monopolio nella welfare economics
    L’economia moderna ha una visione diversa del monopolio. Si considera inefficiente ogni situazione in cui la domanda vista dal singolo produttore non è perfettamente elastica: se il produttore può alzare i prezzi senza annullare immediatamente la domanda dei suoi prodotti, si ha “potere di mercato”.

    Questo risultato deriva dalla welfare economics, e fondamentalmente si basa sull’idea che la scelta ottima del produttore data una domanda non perfettamente elastica non massimizza la somma dei benefici monetari netti dei consumatori e del produttore.

    Si ritiene che esista un prezzo di mercato concorrenziale, uguale al costo marginale del bene da produrre, e che prezzi maggiori siano inefficienti. Il monopolista aumenta i prezzi oltre il livello del costo marginale per massimizzare i suoi profitti, ma così facendo riduce il beneficio del consumatore,4 che a prezzi maggiori consuma di meno, e tale diminuzione è superiore all’aumento del surplus del monopolista. Quindi la welfare economics afferma che il produttore debba sacrificarsi, senza compensazione, in favore di questi ultimi.

    La massimizzazione della somma dei benefici monetari è una scelta di valore implicita nel concetto di efficienza economica: tutto ciò che si può dire scientificamente è che il monopolio avvantaggia il produttore e danneggia i consumatori, mentre ridurre il prezzo fino al livello concorrenziale danneggerebbe il produttore e avvantaggerebbe i consumatori. L’impossibilità dei confronti interpersonali di utilità ci impedisce di affermare se un’eventuale utilità totale sia aumentata o diminuita, perché l’utilità totale non esiste.

    Il mito del monopolio
    Rothbard ha successivamente criticato sia le teorie di Mises sia quella neoclassica, affermando che non esiste nessun criterio per stabilire se un prezzo sia monopolistico o concorrenziale. La preferenza per il primo o il secondo è una questione di valore, ma esiste comunque una questione di fatto: è possibile distinguere prezzi monopolistici e prezzi concorrenziali? È possibile definire oggettivamente un costo monetario marginale?

    È evidente che ciò sia estremamente difficile: innanzitutto, bisogna scegliere se considerare solo i costi variabili o anche quelli fissi. I costi pagati in passato non contano, per via del principio marginale. Si potrebbe allora pensare di risolvere il problema affermando che i costi da considerare sono quelli che serviranno per perpetuare la produzione: ma tale scelta è arbitraria. Si potrebbe infatti voler terminare la produzione o realizzarla impiegando nuove tecniche e cambiando le caratteristiche dei prodotti. Forse i costi monetari marginali sarebbero “oggettivamente” definiti in un mondo stazionario, ma non nel mondo reale.

    Finché la funzione di produzione, come nell’economia neoclassica, è una funzione istantanea dei vari fattori di produzione, le derivate parziali definiscono i costi marginali, ma in una produzione che richiede tempo, le cose non sono affatto semplici.5

    Un problema simile si ha per i costi una tantum: dopo l’investimento tali costi non contano, perché sono costi passati: prima dell’investimento sono invece necessari per valutare i vantaggi netti di un investimento. Se un’azienda ha investito un milione di dollari per qualcosa che, successivamente, non comporta costi aggiuntivi, il costo marginale è nullo. Ma se l’azienda vendesse a questo prezzo, perderebbe un milione di dollari, e a priori non entrerebbe nel mercato.

    Se si investono soldi per un nuovo farmaco, i costi relativi sono passati; ma se si decidesse di non far rientrare l’azienda in questi costi, in futuro non ricercherà nuovi farmaci. Bisognerebbe chiedersi se i costi di sviluppo siano una tantum, relativi al singolo farmaco, o relativi alla ricerca in generale. Questo problema è simile a quella delle auto Fiat: non è possibile imputare oggettivamente un costo all’una o all’altra categoria, perché la distinzione è arbitraria.

    Il problema è che, in una visione del mercato come processo dinamico e intrinsecamente innovativo non esiste alcun criterio per distinguere una strategia tesa ad aumentare i profitti “a scapito” dei consumatori da una tesa a risolvere determinati problemi, come rientrare nelle spese, internalizzare costi e benefici, fornire nuovi beni o servizi, introdurre innovazioni.6 Il costo è un concetto soggettivo, e in un’economia non-stazionaria la sua definizione è già di per sé un’attività imprenditoriale.

    La critica alle politiche antitrust
    Un altro tipo di critiche alle politiche antitrust è relativo ai costi di scelta pubblica,7 i costi dei controlli e delle procedure antitrust, il rischio che le imprese sfruttino l’antitrust per impedire la concorrenza di aziende più competitive, il costo dovuto alla vaghezza delle norme, eccetera.

    Anche per via della complessità del tema, non s’è inoltre detto nulla sulle cosiddette “pratiche anticoncorrenziali”: la legislazione definisce una serie di vincoli all’uso della propria proprietà, tesi a vietare comportamenti che potrebbero ad esempio impedire l’accesso a nuovi concorrenti. Chiaramente, un’analisi del tema della concorrenza richiederebbe anche un’analisi dei cartelli, della validità giuridica dei contratti “collusivi”, e dei brevetti.

    Tali temi non hanno però nulla di specificamente austriaco e non verranno approfonditi: la teoria austriaca dei monopoli è di fatto una critica all’impiego dei metodi neoclassici di statica comparata sia per la descrizione (positiva) del mercato che per la prescrizione (normativa) di politiche.

    Libera concorrenza o concorrenza pura?
    La differenza tra neoclassici e austriaci tende ad estendersi anche al piano normativo: i primi apprezzano la concorrenza perché efficiente, e il mercato è apprezzato perché e finché è tale; per i secondi l’ideale è invece quello della concorrenza libera, “lockeana”: ognuno può fare quello che vuole con quello che ha, ma non aggredire gli altri.

    La scelta della politica ottima è una questione di valori. La scienza al più può metter d’accordo sui fatti e chiarire le conseguenze, in modo da poter scegliere meglio.

    In un mondo normativamente lockeano è possibile che alcuni usino la loro libertà in maniera spiacevole, ad esempio cercando di introdurre barriere all’ingresso nel mercato per ottenere profitti maggiori.8 D’altra parte, in un mondo normativamente efficientista potrebbe succedere che certi interessi, magari non valutabili in moneta, vengano trascurati e calpestati.

    Si può ipotizzare che le politiche antitrust a volte vadano effettivamente a beneficio dei consumatori: ma si è messo in luce che le argomentazioni positive e normative contro i monopoli non sono affatto robuste. La Scuola austriaca si trova in una posizione migliore per comprendere la complessità della struttura del mercato, grazie alla sua attenzione al mercato visto come processo. È difficile dire qualcosa di sufficientemente definito su una specifica situazione di mercato per dare un giudizio normativo informato, ma tale difficoltà è insita nel processo di mercato stesso.

    Note
    1. Ad esempio, la Fiat è indubbiamente monopolista nel mercato delle automobili Fiat, ma non nel mercato delle automobili in generale. Essendo lo sviluppo economico caratterizzato da una sempre maggiore diversificazione produttiva, questa definizione di monopolio è inservibile.
    2. Per l’esattezza, ha un’elasticità minore di 1. L’elasticità della domanda può andare da 0 (quando la domanda non è influenzata dal prezzo) a infinito (quando la domanda è estremamente sensibile al prezzo).
    3. Stiamo supponendo che non ci siano costi marginali, che cambierebbero i dettagli ma non la sostanza del ragionamento.
    4. Se valuto una mela quanto 2$, e la mela costa 1$, ho un beneficio, come consumatore, pari al valore che do ad 1$: la somma di questi benefici monetari è il surplus totale del consumatore. La scelta di sommarli non ha giustificazione sul piano teorico, visto che 1$ verrà valutato diversamente a seconda degli individui e delle situazioni. Ricavi e spese monetari non vanno confusi coi benefici e i costi soggettivi della teoria del valore: sono solo quantità di moneta, e in quanto tali oggetto di valutazione come ogni altra merce.
    5. Senza dimenticare l’avversione al rischio, che è soggettiva. Si ricordi che non tutti i rischi sono assicurabili, quindi non è possibile scegliere “come se” il rischio non esistesse.
    6. La letteratura neoclassica contemporanea è infatti andata oltre la vecchia visione statica dell’equilibrio generale, per introdurre lo studio del processo di mercato tramite l’ausilio dei metodi formali della teoria dei giochi. In questo come in altri campi, seppure con notevole ritardo, l’economia neoclassica tende ad avvicinarsi a quella austriaca.
    7. Che si hanno quando le autorità sfruttano la loro posizione per ottenere rendite, senza interessarsi al “benessere sociale”, qualunque cosa questo significhi.
    8. Introdurre barriere all’ingresso può essere anche una strategia per fornire nuovi beni e servizi ai consumatori. Se ad esempio i costi di ricerca e sviluppo rischiassero di non essere coperti in caso di concorrenza eccessiva, una strategia aziendale che rallenti l’ingresso dei concorrenti potrebbe consentire l’introduzione dell’innovazione. Fare affermazioni generali su questi eventi è difficile: come distinguere una strategia necessaria a fornire un servizio ai consumatori da una strategia che “sfrutta i consumatori”? Parrebbe che l’antitrust si trovi di fronte a problemi insolubili.

  8. #8
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    produzione
    di Pietro Monsurrò
    La teoria del capitale è la parte più complessa della teoria Austriaca, ma è fondamentale per comprendere la produzione capitalistica, il ruolo della moneta, e la teoria del ciclo economico.

    Capitale e beni capitali
    I beni capitali sono i fattori di produzione che sono a loro volta prodotti nel corso del tempo: ciò li differenzia dagli altri due fattori di produzione, la terra e il lavoro.

    I beni capitali vengono scambiati sul mercato e quindi hanno un prezzo. La somma del valore monetario dei beni capitali viene chiamata dotazione di capitale. Il termine “capitale”, facendo pensare ad una grandezza omogenea, rischia di celare la strutturale eterogeneità e complessità della produzione, che impiega innumerevoli beni capitali che, con la collaborazione della forza-lavoro e delle risorse naturali (anche loro eterogenee), contribuiscono alla produzione complessiva.

    Il capitale può essere fisico o umano: è possibile investire in macchinari o in conoscenze. L’aspetto fondamentale è che l’impiego dei beni capitali, come qualsiasi altro oggetto dell’azione umana, è orientato al futuro: la dotazione attuale dei beni capitali è un dato, il loro impiego attuale consente di produrre beni di consumo in futuro, e gli investimenti servono a conservare o espandere la dotazione futura di beni capitali, e quindi la capacità produttiva futura.

    Caratteristiche dei beni capitali
    Le caratteristiche più importanti di un bene capitale sono la sua struttura temporale, le relazioni di complementarità e sostituibilità rispetto ad altri fattori di produzione, e la specificità o non-specificità del suo impiego nelle varie possibili produzioni.

    Il tempo
    Il tempo è l’aspetto essenziale del capitale: un bene capitale produrrà beni di consumo in futuro. Un bene capitale può “contenere” una grande quantità di tempo, come ad esempio un trattore rispetto ad una vanga, in quanto richiede molti passaggi intermedi per essere prodotto. Ma, una volta prodotto, è possibile impiegarlo in modo da ottenere più grano.

    Un investimento è vincolante per periodi lunghi, è indubbiamente più rischioso di un investimento più breve. Sebbene tempo e rischio si possano separare teoricamente, nella realtà non si trovano quasi mai separati. L’imprenditore di fatto “sposa” un determinato bene capitale: la vita economica di molti capitali fissi può essere di diversi anni, e si può rientrare nelle spese solo dopo diversi anni di produzione: questo significa che un errore compiuto all’inizio dell’investimento sortirà effetti per un lungo periodo.

    Non bisogna commettere l’errore di ritenere i beni capitali facilmente liquidabili per via dei mercati finanziari: sebbene sia possibile comprare o vendere un’azione in poco tempo e tenerla per brevi periodi, è il processo produttivo sottostante, a cui del resto l’azione deve il suo valore, ad avere una sua struttura temporale: la finanza non può far invecchiare il vino anzitempo.

    Complementarità e sostituibilità
    I beni capitali sono eterogenei, e contribuiscono alla produzione di beni di consumo con l’ausilio del lavoro e della terra. Due fattori di produzione si dicono sostitutivi se è possibile impiegare l’uno oppure l’altro per ottenere un certo prodotto, e complementari se invece vanno usati assieme. Questi due opposti concetti sono fondamentali per la comprensione della struttura della produzione. Due beni capitali sostitutivi sono parzialmente equivalenti nella produzione: una casa si può fare di mattoni o cemento armato; d’altra parte, due beni complementari quando l’uno, senza l’altro, ha scarso valore: un ipermercato non servirebbe a molto se non ci fosse uno snodo stradale di grandi dimensioni per veicolare il traffico da e per le città limitrofe.

    E’ soprattutto la complementarità dei beni capitali ad avere conseguenze rilevanti: se ad esempio l’impiego di un bene capitale (l’edificio per l’ipermercato) richiede investimenti in un altro bene capitale (l’uscita autostradale), ma i risparmi per costruire il secondo non ci sono, allora il valore del primo ne risentirà pesantemente, fino a diventare, in alcuni casi, economicamente inutilizzabile.

    Specificità
    Un altro concetto fondamentale è quello di fattore di produzione specifico o non-specifico. Un bene di produzione è specifico se può essere usato solo in una produzione o in poche produzioni. Ad esempio, una trivella petrolifera non può essere usata per produrre microprocessori, mentre un operaio può lavorare sia in un pozzo petrolifero che in una fonderia elettronica: dunque una trivella è un fattore specifico e un operaio è un fattore non-specifico.

    Supponiamo che un tornio possa essere usato nella produzione di mobili, automobili e aeroplani; se il mercato degli aeroplani crolla, i torni ivi impiegati si sposteranno verso le altre produzioni, ma difficilmente rimarranno “disoccupati”; il valore di mercato dei torni tenderà a scendere, perché la domanda di torni è comunque diminuita, ma questa diminuzione sarà limitata, perché gli utilizzi possibili sono molti, e ogni possibilità alternativa è una possibile fonte di valore. D’altra parte, un macchinario specializzato nella lavorazione di un componente impiegato solo nell’industria aeronautica risentirà enormemente di una crisi in quel settore, non potendo trovare impieghi alternativi, in quanto specifico.

    La specificità non ha solo svantaggi: se il mercato aeronautico cresce, i fattori di produzione specifici ivi impiegati saliranno di prezzo più di quelli non specifici. Questo perché il ricavo complessivo della particolare industria, crescendo, attirerà fattori da altri mercati, ma influenzerà di meno il prezzo dei fattori non-specifici, essendo questi impiegati in una molteplicità di altri mercati, ed essendo quindi quel particolare mercato “trascurabile” nella determinazione dei prezzi dei fattori non-specifici. Questo significa che il maggiore ricavo si concentrerà in buona parte sui fattori di produzione specifici.

    La struttura della produzione
    Supponiamo che il sistema economico sia costituito soltanto da lavoro, terra, beni di consumo e semilavorati (non c’è nessun macchinario “fisso”). La produzione avverrebbe così: le risorse naturali (terra) entrano nello stadio di produzione iniziale, e, con l’ausilio della forza-lavoro, diventano semilavorati; questi, a loro volta, saranno ulteriormente trasformati dagli stadi di produzione successivi, con l’impiego di nuovo lavoro, fino ad arrivare ai beni di consumo finali.1

    Il tempo necessario per produrre il bene finale partendo dalle materie prime, in questa visione semplificata del sistema economico, è dato dal numero degli stadi di produzione intermedi. Andare nel bosco a fare legna richiede poco tempo, mentre comprare carbone prodotto in Inghilterra, ripulirlo e distribuirlo richiede un tempo di produzione ben maggiore.

    In ogni istante, nell’economia, ci saranno materie prime che entrano nel processo produttivo, beni finali che escono, e beni intermedi che passano da uno stadio all’altro. Il fatto che queste cose avvengano in concomitanza non significa che la struttura produttiva sia irrilevante, o che il tempo non giochi alcun ruolo: se oggi si smettesse di investire nel settore minerario, ci vorrebbero forse anni prima che la produzione cominci a risentirne, anche per via delle scorte negli inventari; d’altra parte un maggiore investimento nel settore minerario farebbe vedere i suoi frutti nella produzione di beni di consumo, e quindi sul prodotto interno lordo, solo dopo un certo tempo.

    Un’economia all’equilibrio deve avere il giusto ammontare di terra, forza-lavoro e semilavorati in ogni stadio, altrimenti la produzione si interromperebbe in alcuni punti, e, una volta interrotta, ci sarebbe bisogno di tempo per ripristinare i flussi produttivi corretti. Domanda e offerta di fattori (eterogenei) devono essere in equilibrio in ogni stadio temporale del processo produttivo.

    Questa visione della produzione può essere schematizzata tramite i cosiddetti “triangoli di Hayek”: un diagramma della produzione che ha due assi, il valore (monetario) e il tempo, che mostra come i beni di produzione si trasformano nel tempo e aumentando di valore man mano, sia per via dell’interesse che per l’impiego di nuovi fattori di produzione come il lavoro.

    La struttura produttiva qui descritta è semplificata, perché non contempla i beni capitali durevoli, normalmente detti “fissi”, ma che fissi non sono, se non nel breve termine. Nel modello precedente, non ci sono macchinari: ci sono soltanto semilavorati che “circolano” da uno stadio all’altro. L’introduzione dei macchinari, e dei beni capitali durevoli in generale, non cambia la sostanza di quanto affermato: smettere di investire in uno stadio di produzione lontano dal consumo significa non investire abbastanza nei macchinari durevoli.

    Un altro problema del modello precedente è che molte merci possono essere impiegate in varie fasi della produzione: un computer può essere un bene di consumo finale o un bene capitale a seconda di come viene impiegato; il carbone appena estratto può essere impiegato in una produzione che richiede molto tempo, magari un altoforno per l’acciaio che verrà usato per produrre automobili, oppure direttamente, per riscaldare una casa con una stufa. Quindi una corrispondenza che ad ogni fattore di produzione associ uno “stadio di produzione” o una “distanza temporale dal consumo” non può essere trovata. Non si hanno conseguenze di rilievo nel trascurare questo dettaglio.

    Investimenti
    Finora, risparmi e investimenti sono stati trattati come equivalenti, e all’equilibrio ciò è vero: si investe solo ciò che si risparmia. Ciò non è in genere vero al di fuori dell’equilibrio. Innanzitutto, distinguiamo gli investimenti a priori da quelli a posteriori (questa idea risale alle teorie della Scuola svedese,2 da cui gli austriaci hanno preso anche il concetto di “interesse naturale” dapprima proposto da Wicksell): a priori, gli investitori decidono di investire, comprando beni capitali (molti dei quali “fissi”), e quindi si pongono in una situazione in cui nel presente si indebitano, e in futuro avranno un bene di consumo da vendere, con cui salderanno il debito.3 A priori devono stimare se in futuro i risparmi su cui fanno affidamento saranno disponibili, ma potrebbero sbagliarsi. A posteriori, ovviamente, si investe ciò che si può, cioè ciò che si è risparmiato.

    Bisogna sottolineare che la dotazione di capitale esistente in un certo momento è irrilevante per l’azione economica, cioè per il comportamento degli investitori: il vero problema economico è come usare oggi i risparmi, dato il capitale precedentemente accumulato. I precedenti investimenti contano soltanto perché necessitano di ulteriori risparmi, e ovviamente perché permettono di produrre oggi una quantità maggiore di beni di quanta se ne sarebbe potuta produrre in loro assenza. E’ il principio marginale: il passato è passato, e si può agire solo nel presente e per il futuro.

    Squilibri strutturali di lungo termine
    Quanto detto sulla struttura della produzione finora è ovviamente solo l’essenziale, ma queste brevi note sono necessarie a comprendere la teoria dell’influenza della moneta sulla produzione, e del ciclo economico. Un aspetto fondamentale della teoria austriaca è che si ritiene che l’economia si trovi sistematicamente in una situazione di squilibrio, e che questo possa permanere per tempi anche lunghi. Per avvicinarsi a questi temi consideriamo due temi di teoria del capitale leggermente più avanzati rispetto a quanto è stato detto finora: la relazione tra investimenti passati e domanda di capitale futura, e l’origine della cosiddetta “capacità produttiva inutilizzata”.

    Se si investe oggi, si ritiene che in futuro ci sarà una certa disponibilità di risparmi. Una volta che si attua l’investimento, quei fondi non saranno più facilmente recuperabili, e, quindi, o si completa la produzione, o quei fondi saranno persi, almeno in parte. Ma i soldi investiti sono relativi al passato, e non al futuro. Il principio marginale indica che l’imprenditore cercherà di massimizzare i profitti, o minimizzare le perdite, in base a ciò che può fare da quel momento in poi. Una volta che l’investimento è stato fatto, anche se si scopre che è stato un errore, può convenire o meno continuare la produzione: produrre in perdita può essere un modo razionale di minimizzare le perdite, rispetto a non produrre affatto. Questo fa sì che ci sia una sorta di inerzia negli investimenti: un periodo di elevati investimenti sarà seguito probabilmente da un periodo di elevata domanda di fondi per completare la produzione. Questo fatto gioca un ruolo nelle crisi economiche.4

    Occorre notare che uno squilibrio di per sé implica un errore passato, ma il suo permanere nel lungo termine non implica una continuità di errori, un’inefficienza o un fallimento sistematico del mercato. Se si costruisce un ipermercato, ma non si hanno i fondi per completare lo svincolo autostradale che collegherà il mercato alla città, l’investimento è errato, ma dal momento in cui si è commesso l’errore al momento in cui quest’errore non sarà più “visibile” (perché lo svincolo è stato completato, o l’intero terreno adibito a qualcos’altro) possono passare anni.

    Esiste anche la possibilità che ci sia capacità produttiva inutilizzata in assenza di errori: in parte per assicurarsi da variazioni della domanda e dell’offerta, come nel caso degli inventari; in parte perché alcuni beni capitali durevoli hanno una vita economica inferiore alla loro vita fisica (come le fabbriche di circuiti elettronici integrati, che devono tornare nei costi in pochi anni, ma potrebbero in teoria continuare la produzione per decenni): ciò che conta nella teoria del capitale è il giudizio degli agenti economici, non le proprietà fisiche degli oggetti, altrimenti sarebbe ingegneria.

    I fattori di produzione che non vengono usati perché non conviene si dicono “sub-marginali”: un bene capitale “sub-marginale” è un bene capitale il cui impiego richiede troppe risorse aggiuntive (altri capitali, terra, lavoro) per poter completare la produzione. Se, in un momento di “euforia”, si investe in eccesso rispetto alle effettive disponibilità future di risparmi, si formerà successivamente una certa quantità di beni capitali non utilizzati.

    Il mito dei problemi della teoria del capitale
    Alcuni critici della teoria austriaca sostengono una serie di tesi che ritengono confutare tale teoria:
    • Il periodo medio di produzione non può essere definito: un investimento implica una certa struttura temporale di spese e di ricavi, e l’investimento può essere o meno conveniente a seconda del tasso di interesse. Tale struttura non può essere ricondotta ad un solo parametro, “la lunghezza media di produzione”, ma nessuno afferma il contrario. Se non è possibile ordinare le tecniche di produzione per lunghezza, ovviamente è possibile che la scelta tra due tecniche di produzione dipenda in maniera non banale dai tassi di interesse.
    • La quantità di capitale non può essere misurata. Il capitale è solo una grandezza contabile, la struttura del capitale non si può trasformare in una grandezza omogenea. Più che una critica mi sembra un argomento a favore della teoria austriaca: gli aggregati non servono a molto.

    Altre critiche sono invece del tutto prive di meriti. Alcuni affermano che:
    • Il tempo di produzione è nullo perché c’è un continuo flusso di entrate e di uscite di cassa: questo ragionamento confonde flussi di cassa relativi a investimenti diversi, come mostrato in un precedente articolo.
    • Il tempo di produzione è infinito perché alcuni strumenti usati oggi possono essere stati prodotti secoli fa (ad esempio, un terreno dissodato dagli Etruschi): questo argomento trascura il principio marginale. Ciò che conta non è il passato, ma il futuro: non il tempo che è stato necessario per produrre, ma la struttura temporale delle attuali scelte di produzione.

    NOTE
    1. Questo modello della produzione può essere facilmente memorizzato pensando alla canzone per bambini “Ci vuole un fiore”: il bene di consumo “tavolo” richiede lo stadio di produzione “legno”, che richiede a sua volta lo stadio di produzione “albero”, e così via.
    2. Se esistono appassionati di “etno-economia”, sappiano che esiste anche una Scuola polacca, nata in epoca sovietica e ovviamente di impostazione socialista. Il suo membro più noto è Oskar Lange, che discusse a lungo con Mises e Hayek riguardo il problema del calcolo economico, di cui parleremo in futuro.
    3. Si può anche avere risparmio senza indebitamento, nel caso ad esempio di auto-finanziamento. Ma anche in questo caso l’investitore deve fare affidamento su risparmi futuri.
    4. Hayek, “Investment that raises the demand for capital”.





    Pubblicato il 24/02/2008

  9. #9
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    banche
    di Pietro Monsurrò
    La moneta è una componente fondamentale di ogni economia avanzata: è la presenza della moneta che permette all’economia moderna di funzionare e di produrre ricchezza, grazie, appunto, al sistema dei prezzi che solo la moneta può far nascere. Non esistono economie avanzate basate sul baratto, né possono esistere.

    Origine e valore della moneta
    Abbiamo visto nei precedenti articoli che la moneta si origina “spontaneamente” dal processo di scambio attraverso un meccanismo di coordinazione che porta alcune merci ad essere usate come mezzo di scambio.

    Merci caratterizzate da certe proprietà, come elevato valore specifico (per portare con sé “valore” senza bisogno di una carriola), durevolezza, divisibilità (per i pagamenti minuti), facile verificabilità (per ridurre i rischi legati alle truffe) e non riproducibilità all’infinito, sono più adatte di altre a fungere da moneta.

    La moneta è una merce come le altre, e il suo valore dipende dalla domanda e dall’offerta: la domanda di moneta è la somma delle domande individuali di moneta, cioè della quantità di “mezzi di pagamento” che gli individui scelgono di detenere; l’offerta, d’altro canto, è pari alla quantità fisica della merce-moneta effettivamente disponibile. Gli individui domandano moneta perché serve per gli scambi: ad esempio, chi passeggia porta con sé della moneta per lo shopping, e le aziende hanno dei conti correnti per pagare lavoratori, o comprare semilavorati e macchinari… la domanda complessiva di moneta è quindi la somma delle varie “riserve di cassa” degli agenti economici.

    La teoria del valore della moneta rappresentò per diversi anni un problema notevole per la teoria soggettiva del valore. Infatti, l’essenza della teoria soggettiva del valore è che il valore deriva da valutazioni individuali, e non è una caratteristica della merce; dal valore derivano i prezzi, che quindi vengono soltanto dopo. D’altra parte, la domanda di moneta dipende dalla possibilità di fare acquisti: la quantità che serve portare con sé, quindi, dipende dal livello dei prezzi!

    Questo problema fu chiamato “circolo austriaco”, ed era una tautologia (spiegava i prezzi tramite il valore di qualcosa il cui valore dipende dai prezzi), ma fu risolto da Mises nella sua seminale opera sulla moneta, La teoria delle moneta e dei mezzi di circolazione, nel 1912, col cosiddetto “teorema di regressione”: gli individui decidono oggi quanta moneta detenere (e quindi determinano il valore odierno della moneta), in base ai prezzi di ieri (senza informazioni sullo stato dei prezzi, non sarebbe possibile decidere quanta moneta portare con sé1).

    Se il teorema si fermasse qui, sembrerebbe di esser passati dal “circolo austriaco” al “regresso all’infinito austriaco”, creando una teoria che da oggi deve risalire al Big Bang per poter spiegare il valore della moneta: ma non è così. Infatti la moneta non esiste da sempre, e, originariamente, era una merce come tutte le altre: la regressione inizia quando finisce il baratto: il teorema di regressione è una teoria della determinazione del valore di scambio.

    Una conseguenza del teorema di regressione è che la moneta deve nascere da qualcosa che ha valore d’uso, cioè da una merce. Non è concepibile che gli individui in una società decidano un giorno di creare dal nulla un sistema di prezzi: il problema di conoscenza che questa costruzione implica è troppo grande per poter essere risolto.2

    Tipi di moneta
    La moneta che abbiamo visto finora consiste in quantità d’oro o argento, o in quantità di altre merci. Per questo motivo, si chiama moneta-merce. Originariamente, tutte le monete erano moneta-merce: conchiglie, sale, bestiame, metalli più o meno preziosi.

    Ma neanche all’epoca del gold standard, nell’Ottocento, il sistema monetario era siffatto. Occorre quindi introdurre nuove tipologie (proprie e improprie) di moneta: la moneta-certificato, la moneta-segno, la moneta fiduciaria, la moneta-credito.

    Supponiamo che l’oro, magri perché pesante e facile da rubare, non circoli, ma venga immagazzinato in una cassaforte dentro una banca svizzera. La banca emette un certificato che assicura al suo possessore che potrà riavere indietro l’oro su richiesta, gratuitamente, senza rischio. Il depositante va in un ristorante e paga con il certificato, anziché con l’oro. Il ristoratore, fidandosi della banca, accetta il pagamento. Così facendo, parte dell’oro smetterà di circolare, sostituito da certificati, convertibili istantaneamente, gratuitamente, e senza rischio.

    Questo tipo di moneta, che non è moneta-merce, la chiameremo moneta-certificato. Finché ci si fida della banca, c’è equivalenza di valore tra certificato e merce: un certificato da 100g d’oro vale esattamente 100g d’oro, in quanto il primo è convertibile a vista nel secondo, e siccome tutti lo accettano al posto del secondo, non c’è neanche bisogno di convertirlo effettivamente.

    Non è detto che le cose vadano sempre così bene. La banca può accorgersi che, su 100 tonnellate d’oro depositate, soltanto 1000kg vengono effettivamente movimentati ogni giorno: quindi decide di stampare dei certificati in numero maggiore della quantità d’oro che ha effettivamente. Se tutti i certificati tornassero indietro contemporaneamente, la banca fallirebbe: ma ciò è improbabile.3 La parte della moneta che non è coperta (quindi, non i certificati veri, che formano la moneta-certificato), si chiama moneta fiduciaria. Questa gioca un ruolo fondamentale nel ciclo economico.

    Supponiamo ora che un commerciante non abbia i soldi per pagare un fornitore, ma li avrà tra tre mesi: questi può decidere di dare al fornitore una cambiale, di importo pari al pagamento dovuto (più gli interessi). Se il fornitore accetta, ci sarà stata una transazione creditizia (pagamenti differiti) in sostituzione di una transazione monetaria istantanea. Se le cambiali circolano, ci sarà una circolazione di mezzi di pagamento non monetari (non redimibili istantaneamente) che sostituisce parte della circolazione monetaria (riducendo quindi la domanda di moneta). I titoli di debito circolanti come moneta si dicono moneta-credito: questa circola “scontata”, cioè, a valore inferiore a quello nominale, perché non è convertibile immediatamente.

    L’ultima forma che può prendere la moneta è quella di moneta-segno. In questo caso, la moneta perde completamente la natura di merce (o di promessa futura su merce, o di certificato convertibile), e diventa un mezzo di pagamento non convertibile, domandato solo perché facilita gli scambi. Mises, nel 1912, scriveva che la moneta-segno è logicamente possibile, ma non è mai esistita (o non era mai resistita a lungo): il sistema monetario odierno è però basato su moneta-segno.

    Perché storicamente si è trattato di qualcosa di rarissimo? Per un problema di valore. Mentre l’offerta d’oro non può essere aumentata all’infinito istantaneamente, l’offerta di moneta-segno è vincolata solo dalla velocità delle fotocopiatrici del Poligrafico.

    Ma una moneta la cui offerta può crescere illimitatamente non offre alcuna garanzia di conservare valore, e, quindi, è difficile concepire che la si possa usare stabilmente come moneta. Il sistema monetario odierno, come abbiamo detto, è basato su moneta-segno: il valore della moneta deriva dalla capacità di chi ha il controllo dell’offerta di non esagerare con l’espansione monetaria.

    La funzione della moneta
    La moneta ha una sola funzione primaria: facilitare gli scambi. Le altre funzioni sono secondarie, in quanto conseguenze di questa funzione primaria.

    La moneta deve il suo ruolo fondamentale al fatto che consente di creare un sistema dei prezzi, che è alla base del calcolo economico, ma questa funzione deriva dal fatto che è un mezzo di scambio.

    Un tipo particolare di scambio sono gli scambi intertemporali, cioè creditizi, e la moneta consente, attraverso il mercato del credito, di facilitare anche gli scambi tra creditori e debitori.

    Un’ultima funzione della moneta è accumulare valore, cioè conservare una certa quantità di potere d’acquisto per impieghi futuri. Questa funzione non ha nulla di specificamente monetario, però: si può conservare potere d’acquisto anche comprando un immobile, ad esempio. D’altra parte, l’auspicabile stabilità del valore (ormai una chimera, nel mondo contemporaneo) della moneta la rende una naturale riserva di valore, e a differenza delle case è immediatamente spendibile (liquida).

    Il mercato del credito nel caso di moneta-merce
    Un aspetto centrale della teoria austriaca è quello relativo al meccanismo di creazione di credito non coperto da risparmi reali, processo alla base della teoria austriaca del ciclo economico. Il credito è l’insieme dei mezzi di pagamento che le banche forniscono alle imprese per gli investimenti: l’espansione del credito è creazione dal nulla di moneta tramite mezzi fiduciari.

    Per capire meglio il processo di espansione del credito, che vedremo nella prossima sezione, occorre capire ciò che accade in un sistema monetario basato esclusivamente su moneta-merce.

    Gli individui decidono di impiegare il proprio reddito consumando o risparmiando. Le risorse risparmiate vengono prestate alle imprese,4 attraverso l’intermediazione di istituzioni finanziarie come le banche.5

    Nel sistema monetario considerato, il risparmiatore immobilizza in banca, ad esempio per sei mesi, una certa quantità di denaro. Questo denaro verrà prestato all’impresa. L’impresa effettuerà degli investimenti e, dopo sei mesi, restituirà alla banca il capitale e gli interessi; la banca preleverà una commissione e girerà capitale e interessi al risparmiatore iniziale.

    Abbiamo quindi un risparmiatore che fornisce risorse ad un’impresa, che le restituirà (con gli interessi) domani, e in genere un intermediario che mette in comunicazione i due.

    Il processo di espansione del credito
    Esistono due tipi di banche: le banche di deposito e le banche di prestito. Le prime non svolgono alcuna funzione di intermediazione del credito, ma forniscono solo sistemi di pagamento. Le seconde mettono in comunicazione risparmiatori e investitori, e le abbiamo discusse in precedenza.
    Nella realtà le due funzioni non sono mai separate, perché le banche di deposito, dove gli individui depositano le proprie riserve liquide sotto la promessa di immediata conversione in moneta a richiesta, tendono a trasformarsi in banche di prestito, fornendo i mezzi di pagamento che hanno in deposito alle imprese, come se fossero risparmi.

    Le banche non si limitano a prestare la moneta depositata, ma creano anche moneta dal nulla, attraverso il moltiplicatore monetario. Si noti preventivamente che il fatto di prestare un deposito a vista già di per sé crea moneta: il depositante usa i suoi certificati come moneta, e anche l’impresa usa in questo modo i crediti ottenuti.

    Consideriamo una banca monopolistica, che gestisce tutti i mezzi di pagamento. Analizzando i flussi di cassa, arriva alla conclusione che il 10% della moneta depositata è effettivamente movimentata, mentre il 90% rimanente non viene mai riscossa, e rimane depositata. Questa banca può ritenere di poter garantire alle imprese un credito 9 volte superiore alla quantità di moneta effettivamente depositata: infatti, se solo il 10% della moneta viene mobilitata, in media, e le riserve complessive sono di 1,000$, è possibile prestare 9,000$ alle aziende. Sommando a questi 9,000$ i precedenti 1,000$ (che circolano sotto forma di certificati); si arriva ad un’offerta di moneta di 10,000$ dollari… ma siccome solo il 10% della moneta viene mobilitata, di questi 10,000$ solo 1,000$ verranno richiesti, e, con 1,000$ di riserve, la banca non andrà in bancarotta.

    Si noti che la banca tecnicamente è in bancarotta anche se i depositanti non se ne rendono conto, perché teoricamente non potrebbero tutti ottenere ciò che è stato promesso loro: la banca promette 10,000$ ma ha 1,000$. Ma solo quando più del 10% dei depositanti e delle aziende decide di sfruttare i propri diritti la bancarotta tecnica diventa effettiva.

    Il caso delle banche in concorrenza è apparentemente diverso. Le banche in concorrenza non possono espandere il credito come una banca monopolistica, perché le banche che espandono perderebbero riserve verso le altre banche. Questo avviene grazie al clearing interbancario: se un individuo, cliente della banca A, ottiene una linea di credito da questa, e la usa per firmare un assegno da 100$ verso un cliente di una banca B, quest’ultima chiederà alla banca A di convertire l’assegno in moneta. Se così fosse, la singola banca che espande il credito più delle altre vedrebbe le proprie riserve assottigliarsi.

    In realtà le possibilità di espansione del credito di un sistema bancario concorrenziale sono simili a quelle di un sistema monopolistico, anche se le singole banche possono espandere poco. Questo perché, se una banca espande e perde parte delle riserve, queste riserve arrivano alle altre banche e verranno usate per espandere ulteriormente l’offerta di moneta.6

    Central banking
    Siccome il sistema visto precedentemente è intrinsecamente instabile, nel XX secolo si è sviluppato un sistema bancario basato su una Banca Centrale, il cui scopo dovrebbe essere quello di garantire la stabilità del sistema, anche se il suo effetto è, come vedremo, l’esatto opposto.

    Le Banche Centrali forniscono alle banche secondarie le riserve su cui queste possono creare moneta, e quindi controllano la creazione di credito. La Banca Centrale interviene per salvare le banche insolventi e prevenire crisi di liquidità, e la sua presenza consente la manipolazione del tasso di interesse, cioè le cosiddette “politiche monetarie”.

    Note
    1. Gli economisti moderni distinguono tra vari tipi di aspettative. Il teorema di regressione non dipende dal modo in cui gli individui formano le loro aspettative: potrebbero ad esempio decidere di aumentare le proprie riserve monetarie per far fronte ad un aumento dei prezzi, ma per farlo hanno comunque bisogno di avere un’idea dei prezzi odierni.
    2. Andiamo qui a toccare un aspetto della teoria Austriaca su cui ritorneremo: la limitazione della conoscenza e il problema del calcolo economico. Al momento mi limito a due brevi osservazioni. La prima è che il problema di creare un sistema dei prezzi dal nulla non è solo un problema di fiducia reciproca, reputazione, costi di transazione (cose che anche le teorie economiche non austriache possono spiegare): il problema è che il sistema dei prezzi nasce proprio per affrontare il problema della dispersione della conoscenza, e quindi è inconcepibile che gli individui dispongano delle informazioni necessarie a creare un sistema dei prezzi prima ancora di crearne uno. La seconda nota è che un gruppo di persone che si accordano per usare come moneta un qualcosa privo di valore d’uso lo fanno grazie ad informazioni sui prezzi che solo una moneta preesistente può dare, quindi non è un contro-esempio valido.
    3. E’ improbabile, nel breve termine. Nel lungo termine è invece quasi una certezza: ma ciò ci porta alla teoria del ciclo economico.
    4. Un’alternativa è l’auto-finanziamento, quando il risparmiatore investe direttamente nella propria attività produttiva. Non è necessario infatti che risparmiatore e investitore siano persone diverse.
    5. Ma anche le assicurazioni sulla vita, ad esempio, o qualsiasi fondo previdenziale.
    6. Se ognuna espande di solo il 90%, la prima crea 900$, la seconda crea 810$ a partire dai 900$ della prima, eccetera… il risultato è una serie geometrica che converge a 10,000$. La banca monopolistica sarebbe arrivata allo stesso risultato senza l’uso delle serie geometriche.



    Pubblicato il 02/03/2008

  10. #10
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    Capitolo 8 – Moneta e produzione
    di Pietro Monsurrò
    Se la moneta fosse soltanto un’unità di conto, invece che un mezzo di pagamento in grado di influenzare gli scambi e la produzione, le variazioni della quantità di moneta non avrebbero altro effetto che far alzare o abbassare i prezzi. Ciò non è vero: la moneta ha un effetto notevole sulla produzione, sia nel breve che nel lungo termine.

    Non-Neutralità
    La non-neutralità della moneta è la sua capacità di influenzare le cosiddette “variabili reali”, cioè il lavoro, la produzione, i redditi. Una moneta neutrale influenzerebbe soltanto il livello dei prezzi: ad un aumento del 10% dell’offerta di moneta corrisponderebbe un aumento del 10%, immediato e uniforme, di tutti i prezzi, senza alcun effetto nell’economia reale.

    La moneta non è neutrale: altrimenti, del resto, non verrebbe usata come strumento di politica economica (non potendo influenzare la produzione o la disoccupazione). La non-neutralità può essere di breve o di lungo termine.

    La non-neutralità di breve termine si ha quando gli effetti reali scompaiono poco dopo la variazione dell’offerta di moneta, lasciando spazio soltanto a variazioni del livello dei prezzi. Una moneta è non-neutrale nel lungo termine quando gli effetti reali durano a lungo, ad esempio anni o decenni.

    La letteratura neoclassica, non austriaca, è concorde nell’affermare che la moneta è non-neutrale nel breve termine (unica eccezione, credo, i teorici del Real Business Cycle). La non-neutralità di lungo termine è invece un tema prettamente austriaco.

    La letteratura neoclassica stima che il breve termine duri uno o due anni, intervallo di tempo sufficientemente lungo da essere interessante per la teoria del ciclo. Dopo questo periodo, i dati sulla produzione e la disoccupazione sembrano indipendenti dall’iniezione monetaria.

    Si noti però che si tratta di dati aggregati: l’aumento della produzione dovuto all’iniezione di liquidità dura circa due anni, ma non è affatto detto che la struttura della produzione non venga influenzata per periodi ben più lunghi.

    Se la moneta influenza la produzione, e la produzione richiede tempo, la durata degli effetti strutturali dell’inflazione sarà in qualche modo legata alla durata dei beni capitali il cui impiego viene influenzato dalla politica monetaria stessa. Per quanto riguarda i beni capitali specifici e durevoli, quindi, è presumibile che sia possibile vedere le conseguenze delle politiche monetarie per molti anni. Ad esempio, una politica monetaria che stimoli gli investimenti influenzerà notevolmente i beni capitali durevoli e specifici: una volta esaurito lo stimolo, però, questi beni capitali entreranno a far parte della dotazione di beni capitali sub-marginali, non utilizzabili.

    Tasso di interesse e credito
    La creazione di credito da parte delle banche ha due effetti. Il primo è alzare il livello dei prezzi, aumentando l’offerta di moneta; il secondo è, aumentando la quantità di mezzi di pagamento disponibili per effettuare investimenti, rendere questi meno costosi, come se l’offerta di risparmi fosse aumentata. Il primo effetto tende a far aumentare i tassi di interesse, mentre il secondo tende ad abbassarli. Il primo è un effetto nominale, sul livello dei prezzi, e non reale, cioè non influenza di per sé il comportamento degli operatori. Il secondo è un effetto reale, ed a questo siamo interessati.

    Le imprese domandano risparmi alle banche, e queste forniscono loro risparmi reali, oppure mezzi creditizi di tipo fiduciario, creati dalle banche stesse. Essendo l’interesse il prezzo del tempo, un minore interesse indica una maggiore disponibilità di risparmi: l’impresa non può facilmente distinguere i risparmi reali da quelli fiduciari.

    Il tutto può essere visto anche a parti rovesciate: il tasso di interesse minore invoglia la domanda di credito. Infatti, le aziende fanno profitti grazie al fatto che tra valore del loro output e valore del loro input c’è una differenza (dovuto al tasso di interesse naturale), che rimane nelle casse dell’azienda, e consente di pagare gli interessi. Una diminuzione dei tassi di interesse consente a queste di investire di più, perché riduce il costo di comprare beni capitali… ciò accade finché i prezzi relativi di fattori di output e input, da cui l’azienda trae i profitti lordi, non si bilanciano di nuovo.

    Si noti inoltre che la moneta viene dapprima impiegata nei mercati dei capitali, dove viene effettivamente iniettata, in quanto le banche producono nuova liquidità allargando le linee di credito verso le aziende. Questo fa sì che all’inizio i prezzi dei beni di consumo non vengano influenzati dalle politiche monetarie, perché la nuova moneta, che dovrebbe, per la legge della domanda e dell’offerta, far aumentare i prezzi, viene spesa in altri mercati, quelli dei beni capitali. L’effetto sui tassi di interesse è quindi immediato, mentre quello sui prezzi al consumo richiede tempo.

    Credito ed investimenti
    La relazione tra politiche creditizie ed investimenti è molto stretta, soprattutto nel caso di beni capitali specifici e durevoli. Supponiamo che un macchinario richieda dieci anni per essere prodotto, e poi venga usato per un solo anno,1 e supponiamo che l’interesse sia del 5%, non composto: il macchinario darà, tra dieci anni, un output del valore di 1,000$. Il valore attuale di 1,000$ disponibili tra dieci anni, al 5%, è 615$. Supponiamo ora che il tasso di interesse scenda al 4%: il valore di quei 1,000$ salirebbe a 675$. Questo significa che comprare quel macchinario a 615$ col tasso di interesse che passa dal 5% al 4%, garantisce un profitto di 60$.

    La specificità è altrettanto importante. I beni capitali specifici sono quelli che tendono ad avere maggiori fluttuazioni di valore. Se il tasso di interesse scende, saranno quelli il cui valore aumenterà maggiormente. Se invece il tasso di interesse sale, saranno i primi a non essere più domandati, e il loro valore calerà vistosamente.

    La creazione di credito è anche legata alla percezione del rischio: le aziende pensano di poter contare sempre sulle banche per avere fondi, e quindi di avere sempre abbastanza liquidità per comprare fattori di produzione, e tenderanno ad effettuare investimenti più rischiosi. Siccome i tassi di interesse portano informazioni sia sulle preferenze temporali che sul rischio, un abbassamento “artificiale” di questo può sfociare sia in un aumento degli investimenti durevoli, come se i risparmi fossero aumentati, che in un aumento degli investimenti rischiosi, come se il rischio fosse minore.

    Ciò ci porta al concetto di malinvestment. La produzione in condizioni di “equilibrio” richiede che le imprese che cercano fattori di produzione li trovino. Le condizioni di equilibrio sono intertemporali, in quanto richiedono coincidenza tra piani di investimento e piani di risparmio, tra output di uno stadio e input degli stadi successivi, per l’intero sistema economico.
    Queste condizioni sono ovviamente non realistiche, in quanto in ogni istante ci saranno degli errori imprenditoriali, delle opportunità non sfruttate, degli investimenti non giustificati.

    In ogni caso, le politiche monetarie introducono una distorsione sistematica della coordinazione tra piani individuali, in quanto influenzano direttamente la percezione dell’effettiva disponibilità di risparmi, facendo intraprendere investimenti in eccesso rispetto alla quantità di fondi che i risparmiatori sono effettivamente disposti a fornire. Cosa accadrà quando i fondi verranno a mancare, e quando i consumatori consumeranno ciò che gli investitori si attendono che verrà risparmiato? Il problema non consiste nell’investire troppo (overinvestment): ma nell’investire in maniera strutturalmente diversa… troppo lunga, troppo specifica, troppo rischiosa. Le risorse produttive verranno spostate da alcune produzioni ad altre: se i tassi di interesse si abbassano, le produzioni non influenzate dal tasso di interesse (quelle brevi) perderanno fattori di produzione a vantaggio delle produzioni più sensibili ai tassi, quelle più lunghe, che assumeranno più lavoratori, useranno più materie prime, compreranno più prodotti intermedi, produrranno più beni capitali fissi. Il problema non è quindi la quantità, ma la struttura: non over-, ma mal-, investment.

    Cantillon e Wicksell
    L’effetto Cantillon, chiamato così dal nome del suo scopritore, descrive il fatto che la creazione di moneta ha effetti redistributivi tra i vari individui: se una nuova miniera d’oro viene scoperta, chi ha a disposizione la nuova moneta (e chi produce macchinari per l’estrazione) potrà comprare nuove merci. La moneta circola, e man mano che circola i prezzi tendono verso l’equilibrio: i primi che spendono la moneta avranno quindi una capacità d’acquisto in eccesso, mentre gli ultimi a riceverla potranno comprare merci solo dopo che i prezzi si sono assestati, e quindi non avranno benefici; anzi, siccome i primi hanno comprato le merci che gli ultimi avrebbero voluto comprare, gli ultimi a ricevere la nuova moneta di fatto vedono trasferire parte del loro reddito verso i primi.

    L’effetto Wicksell può essere visto come un caso particolare dell’effetto Cantillon: l’espansione creditizia toglie risorse ai consumatori e le dà agli investitori, attraverso la diminuzione del tasso di interesse. La nuova moneta viene iniettata nel sistema creditizio, quindi gli investitori si trovano ad avere una capacità d’acquisto aumentata, e la usano per ottenere più risorse. Gli ultimi a ricevere la nuova moneta pagheranno per i primi: e se aumentano gli investimenti è perché sono diminuiti i consumi (in equilibrio e in assenza di crescita). In realtà il concetto di malinvestment è più generale e compatibile con un aumento sia dei consumi che degli investimenti: l’effetto Wicksell finanzia progetti troppo capital intensive, strutturalmente insostenibili.

    Non-reversibilità temporale
    Si fa sempre in tempo a risparmiare: basta non consumare un bene, e conservarlo per qualche investimento. Investire un sandwich per costruire un edificio non è difficile: basta usarlo per sfamare gli operai edili durante i lavori.

    È possibile il contrario? Una volta che l’edificio è stato costruito, non si possono riavere indietro i panini che hanno sfamato gli operai … anche se i mezzi per completare la costruzione venissero a mancare, lasciando l’opera incompiuta, non sarebbe possibile riaverli indietro.

    La non-reversibilità temporale è un aspetto fondamentale della teoria del capitale: investimenti errati sono investimenti sprecati, e un meccanismo sistematico di creazione di errori di investimento sarà particolarmente foriero di sprechi.

    È sempre possibile aumentare la produzione, per brevi periodi, agendo sulle scorte e la manutenzione, ma per sostenere tale aumento di produzione nel lungo termine, si dovranno costruire nuovi impianti e macchinari, nuove strade e camion. Il fatto di poter aumentare la produzione nel breve termine, soprattutto se esiste capacità produttiva inutilizzata (sub-marginale), non significa che ciò sia possibile nel lungo termine: i nuovi flussi di produzione dovranno prima essere portati a termine.

    D’altra parte, accorgersi di aver investito troppo, e ristrutturarsi verso produzioni meno assetate di capitali (e quindi compatibili con i risparmi realmente disponibili), di per sé, non rappresenta né un modo per salvare tutti i passati investimenti (i beni capitali specifici, ad esempio, difficilmente troveranno un impiego nella nuova struttura produttiva, e gli altri in qualche modo si deprezzeranno), né un modo per avere comunque immediatamente nuovi prodotti: anche le linee di produzione “accorciate” richiedono comunque tempo.

    Per quanto riguarda la specificità dei beni capitali, è una congettura molto verosimile che i beni capitali “durevoli” siano relativamente più specifici degli altri fattori di produzione. Investire in beni capitali specifici significa non poter facilmente liquidare l’investimento e trasformarlo in moneta: l’unico modo per farlo senza subire perdite sarebbe completare la produzione, ma ciò non è possibile (per tutti gli investimenti) nel caso di malinvestment.

    Consumo di capitale
    Si ha consumo di capitale quando si riduce la dotazione di capitale. Ad esempio, è possibile riscaldarsi (bene di consumo) bruciando nel caminetto i mobili di casa (bene durevole), quindi de facto riducendo il valore dell’immobile.

    Se le persone smettessero di risparmiare, consumando tutto subito, non si potrebbe investire per conservare la struttura del capitale, e, quindi, non si potrebbero costruire nuovi impianti. Questo farebbe sì che, una volta deteriorati quelli esistenti, la produzione dovrebbe diminuire.

    Questo può essere l’effetto di preferenze temporali molto alte (non si è disposti ad “attendere” il completamento della produzione), o anche l’effetto delle politiche monetarie.
    È infatti noto che nel boom aumentano sia i consumi che gli investimenti. C’è da chiedersi come ciò sia possibile: in realtà gli investimenti diminuiscono, ma nessuno se ne accorge, perché i minori tassi di interesse fanno creano un’artificiale rivalutazione del patrimonio delle aziende.

    Anche se può essere difficile concepire un tale fenomeno, si pensi alle risorse per la manutenzione delle strade: è possibile risparmiare risorse facendo a meno della manutenzione; è possibile spostare gli operai e le betoniere verso altre produzioni; è possibile espandere la produzione di altre strade, o, spostando le risorse (non specifiche) verso altri mercati, espandere altre produzioni.

    Ciò avverrebbe a danno dei fondi di ammortamento delle aziende: dopo molti anni ci si accorgerebbe che le strade sono fatiscenti, ma inizialmente, si vedrà una maggiore produzione, ottenuta con l’impiego delle risorse che sarebbero servite alla manutenzione delle strade. Proprio perché alcuni beni capitali sono duraturi, è possibile che siano necessari anni, per rendersi conto di aver consumato capitale.

    Note
    1. È molto più frequente il caso contrario, di un macchinario che non richiede molto tempo per essere prodotto, ma ne richiede molto per poter essere profittevole, per poter “tornare nei costi”. Ma l’esempio del testo è più semplice.



    Pubblicato il 09/03/2008

 

 
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