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  1. #1
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    Predefinito Introduzione a Evola - l'Araldo


  2. #2
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    La “decadenza” come “regressione delle caste”.
    Julius Evola (1898 – 1974) ha elaborato, a partire dal 1934, una metafisica della storia come decadenza strettamente collegata al progetto di una “restaurazione dell’Idea di Stato”. Nel delineare la propria concezione regressiva della storia, Evola si è confrontato criticamente sia con De Gobineau, sia con Nietzsche, sia con Spengler, ma non direttamente nella sua maggiore opera di filosofia della storia, Rivolta contro il mondo moderno (1934, 1951), bensì in brevi interventi, in articoli; tuttavia, non si può prescindere dal quadro complessivo costituito dall’opera maggiore, perché esso rappresenta, sul piano della concezione regressiva della storia un cambiamento di paradigma . In Rivolta contro il mondo moderno Evola distingue due tipi di civiltà, le civiltà tradizionali, in cui valori sacrali, spirituali e sovra - individuali costituiscono il punto di riferimento per l’ “ordinazione” e l’articolazione della gerarchia e per la formazione e la giustificazione di ogni realtà subordinata e le civiltà moderne, in cui l’assetto di dipendenza è l’esito di una costruzione contrattuale, individualistica e segnata dal prevalere di interessi laici e temporali. Le seconde sono la “degenerazione” delle prime.
    Nel saggio Il problema della decadenza Evola critica come “scarsamente persuasiva” l’imputazione causale dello scrittore francese. In molti casi in cui la civiltà tramonta, non si può indicare negli incroci la causa di questo declino (a esempio l’impero del Perù, abbattuto da un pugno di avventurieri). Parimenti insoddisfacente è, secondo Evola, la diagnosi nietzscheana: essa non spiega la forza e l’intensità con la quale il Cristianesimo si è diffuso nel mondo tardo – antico e nell’età medioevale e moderna; né migliore efficacia esplicativa possiede l’analogia spengleriana fra Kultur e pianta. Queste spiegazioni hanno in comune lo “scambiare gli effetti con le cause”: il meticciato, la diffusione del Cristianesimo, la civilizzazione sono epifenomeni di una crisi ben più profonda, la crisi della gerarchia. “L’essenza della gerarchia sta nel fatto che in alcuni esseri superiori vive, in forma di presenza e di realtà attuata, ciò che negli altri esiste solo come aspirazione confusa, come presentimento, come tendenza, per cui questi sono fatalmente attratti dai primi, naturalmente a essi subordinandosi, in ciò subordinandosi meno a qualcosa di esteriore, quanto a un loro più vero ‘io’”. Una simile gerarchia può decadere solo “quando il singolo decada , quando egli usi della sua fondamentale libertà per dir no allo spirito, per privare la sua vita di ogni superiore punto di riferimento e costituirsi a sé come un moncone. (…) Il rivoluzionario ha cominciato con l’uccidere in sé la gerarchia, mutilandosi di quelle possibilità, alle quali corrispondeva il fondamento interiore dell’ordine, che egli poi va ad abbattere anche esteriormente.” La “decadenza” inizia, dunque, in interiore homine, e si proietta nei rapporti politici e sociali perché vi è un vincolo organico tra individuo e comunità, come riteneva anche Platone. E’ una “decisione metafisica”, “si tratta del terribile potere, insito nell’uomo, di usare la libertà nel senso di una distruzione spirituale, per respingere tutto ciò che può assicurargli una dignità supernaturale”. La cifra della “decadenza è, dunque, metafisica e la storia stessa non è altro che lo scontro tra le forze della “Tradizione”, dell’ordine differenziato, e le forze dell’”Anti – Tradizione”, del caos e dell’indifferenziato. Il tema della “decisione metafisica” è schellinghiano e platonico (il mito di Er) e come imputazione causale sposta il problema dal terreno dell’immanenza, ove lo mantenevano De Gobineau, Nietzsche e Spengler , al terreno della trascendenza, ricorrendo, non a caso, al mito in senso platonico, a ciò che, per definizione, sta al di là di ogni possibile argomentazione razionale. Del resto, Evola stesso, nella premessa a Rivolta contro il mondo moderno, ha affermato che non la storia è in grado di chiarire il mito, ma soltanto il mito è in grado di chiarire la storia. Come in Platone, il fondamento del logos è il mythos. L’ “anti – modernità” chiama, come propria testimone, la “pre – modernità”, attribuendole un valore paradigmatico, a–temporale.
    Sotto questo profilo, per Evola, fascismo e nazionalsocialismo vanno valutati non nella loro realtà storica, bensì nella misura in cui si sono accostati o discostati dal mondo della Tradizione.
    (Francesco Ingravalle da: Aa.Vv.(a cura di Gabriella Silvestrini), Trasformazioni della politica - Contributi al seminario di Teoria politica,
    Department of Public Policy and Public Choice “Polis”, University of Eastern Piedmont “Amedeo Avogadro”)

  3. #3
    Boh..
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    Onore al Barone!

  4. #4
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    !!!

  5. #5
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    Su!

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