Di fronte alla crisi agricola di questi mesi (particolarmente dolorosa nel Terzo Mondo) era prevedibile che le organizzazioni internazionali si mobilitassero. Su iniziativa del segretario dell’Onu, Ban Ki-moon, è stata così costituita una task force con il compito di varare interventi d’urgenza. Non solo: si prevede fin d’ora che il prossimo anno vi sarà un raddoppio dei finanziamenti all’agricoltura africana, che raggiungeranno gli 800 milioni di dollari. Non aspettiamoci però miracoli da queste iniziative, che muovono da una grave incomprensione del problema.
La crisi attuale, infatti, ha molte origini, ma le principali sono politiche. Certo è indubbio che taluni recenti raccolti sono andati male per ragioni climatiche; ed è egualmente vero che questo rarefarsi dell’offerta è stato accompagnato da una crescita della domanda connessa al fatto che ci sono Paesi qualche anno fa poverissimi, e che ora invece iniziano a lasciarsi alle spalle la miseria. Se India o Cina chiedono più beni alimentari, non ci si deve stupire se i prezzi aumentano.
Ma oltre a questo c’è altro. A seguito delle pressioni esercitate dagli ecologisti, l’amministrazione americana ha predisposto incentivi per produrre bioetanolo. E anche questo ha contribuito a far crescere il prezzo di taluni prodotti agricoli, come si è visto in Messico durante le “rivolte delle tortillas”.
Contrariamente a quanto spesso viene detto, questa allora non è una crisi del capitalismo, ma della sua assenza.
Il caso del bioetanolo è esemplare, dato che non ha senso essere pregiudizialmente a favore o contro tale soluzione, ma è chiaro che se le iniziative volte a ricavare carburante dai prodotti della terra sono artificiosamente incentivate per un editto di Bush o di altri, non ci si può stupire se poi si va incontro a situazioni come quella che stiamo vivendo.
Sullo sfondo, inoltre, abbiamo il fallimento della politica agricola europea. Mentre i prezzi del settore agricolo vanno alle stelle, i paesi occidentali continuano a regolamentare e sostenere in forme assistenziali il settore primario: con il risultato davvero folle che Bruxelles, ad esempio, finanzia molti proprietari affinché non coltivino i campi e impone pure quote di produzione per limitare i raccolti.
Insomma, la pianificazione sta conoscendo un suo esito classico: mentre ci sarebbe bisogno di una produzione accresciuta (per far fronte allo squilibrio tra domanda e offerta, e in tal modo abbassare i prezzi), la politica continua a muoversi nella direzione sbagliata. Il risultato è che il Terzo Mondo è impossibilitato a esportare da noi e non può crescere né svilupparsi.
L’occasione è allora propizia per mettere in discussione la Pac: eliminando ogni aiuto (a vantaggio dei contribuenti europei) e cancellando i vincoli alla produzione (così da stimolare lo sviluppo, anche da noi, di un’agricoltura imprenditoriale).
Il caso del bioetanolo è interessante, perché nulla esclude che in futuro esso possa essere economicamente conveniente: il che dipende essenzialmente dal prezzo del petrolio e dalla produttività agricola per ettaro. In questo senso, se si superasse il tabù degli Ogm e si permettesse lo sviluppo di piantagioni ad altissima resa per ettaro, quella del bioetanolo potrebbe rilevarsi una strada molto opportuna.
Bisogna però mettere da parte pregiudizi irrazionali e soprattutto abbandonare quel sistema di gestione pubblica dell’economia che oggi impedisce ai nostri agricoltori di cogliere la straordinaria opportunità legata ai prezzi alti e impedisce ai Paesi poveri di emergere. In definitiva, i politici devono smetterla di sostituire le loro decisioni a quelle degli agricoltori. Hanno già combinato troppo disastri in ogni parte del mondo, impedendo quei graduali aggiustamenti e quelle positive reazioni che ogni imprenditore avveduto adotta nel momento in cui osserva l’andamento dei prezzi. Si ritirino in buon ordine e restituiscano i campi a quanti li possiedono e li lavorano.
Stavolta ne va anche della vita di milioni di persone.
Da L’Opinione, 30 aprile 2008
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