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  1. #1
    Orfano politico.
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    Predefinito Libia rompe patto su immigrazione.

    Libia rompe patto su immigrazione per nomina Calderoli
    giovedì, 8 maggio 2008 8.53
    Versione per stampa


    TRIPOLI/ROMA (Reuters) - La nomina di Roberto Calderoli a ministro nel nuovo governo di Silvio Berlusconi ha innescato la sdegnata reazione delle autorità libiche, con Tripoli che ha annunciato la rottura dell'accordo siglato con Roma per proteggere le coste italiane dall'immigrazione clandestina africana.
    "La Libia ha sofferto molto nella lotta ai flussi di migranti illegali, usando tutte le sue risorse e spendendo grande quantità di denaro per proteggere le coste italiane", si legge in una nota del ministero dell'Interno libico, faxata a Reuters.
    "Tripoli non sarà più responsabile della protezione delle coste italiane dai clandestini.... perché l'Italia non è stata efficiente nel suo impegno a supportare la Libia".
    Secondo analisti internazionali esperti della situazione libica, il timing della nota -- giunta appena poche ore dopo il giuramento del nuovo esecutivo e che non ha alcun precedente -- si deve al fatto che Berlusconi ha ignorato gli ammonimenti sulla nomina di Calderoli -- da oggi ministro della Semplificazione legislativa -- giunti nei giorni scorsi da Tripoli.
    Sabato scorso Saif El Islam, figlio del leader libico Muammar Gheddafi, aveva minacciato ripercussioni sulle relazioni tra l'Italia e la Libia nel caso di un ingresso dell'esponente leghista nel nuovo esecutivo.
    Calderoli nel 2006 si attirò le critiche del mondo islamico, mostrando una maglietta con vignette che ritraevano il profeta Maometto, ritenute offensive dai musulmani.
    Poco dopo diversi libici rimasero uccisi in scontri con le forze di sicurezza a Bengasi, nella Libia orientale, dove una folla inferocita diede fuoco al consolato italiano. L'esponente leghista, indicato come l'indiretto responsabile per quell'episodio, dovette dimettersi da ministro, sotto la pressione del suo esecutivo.
    A RISCHIO ACCORDO ENI IN LIBIA, DICE STAFFETTA
    Ma le ripercussioni della nomina -- un grattacapo diplomatico per Silvio Berlusconi già nel giorno del suo insediamento -- potrebbero non finire qui.
    Stando a quanto scrive, citando fonti diplomatiche libiche, la Staffetta petrolifera, quotidiano online specializzato nelle notizie sull'energia, la reazione di Tripoli prevederebbe anche "il blocco dei visti per l'ingresso degli italiani in Libia e la cancellazione dell'accordo strategico tra Eni e la compagnia di stato Noc, siglato lo scorso 16 ottobre a Tripoli. Non è esclusa anche, come gesto estremo, la nazionalizzazione delle attività dell'Eni in Libia".
    La Staffetta ricorda che l'accordo strategico fra Eni e Libia prevede il prolungamento per 25 anni dei contratti petroliferi in essere e investimenti congiunti per 28 mld di euro in 10 anni. Nel campo del gas, è previsto il raddoppio da 8 a 16 mld mc/anno della capacità di export dell'hub di Mellitah, di cui 3 mld interesseranno direttamente l'Italia.
    L'accordo prevede nel contempo una riduzione, a favore di Noc, della quota di greggio trattenuto da Eni a copertura degli investimenti.
    Sempre in Libia, per il giacimento di Elephant, Eni è in trattative con la russa Gazprom per cederle parte della sua quota.
    Un portavoce di Eni, interpellato al telefono da Reuters, non ha voluto commentare la notizia.
    Intanto, il ministero dell'Interno libico dice di attendersi un incremento nel numero di clandestini dai paesi dell'Africa sub-sahariana che cercheranno di raggiungere l'Italia passando per le coste libiche quest'estate.
    La lotta all'immigrazione clandestina è uno dei cavalli di battaglia del governo di centrodestra e in particolare della Lega.


    http://www.borsaitaliana.reuters.it/...ETTA-PUNTO.XML

  2. #2
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    Mi domando perchè non l'abbiamo ancora spianata col napalm la baracca in cui vive il beduino...

  3. #3
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    La grande Proletaria si è mossa.
    Prima ella mandava altrove i suoi lavoratori che in patria erano troppi e dovevano lavorare per troppo poco. Li mandava oltre le Alpi e oltre mare a tagliare istmi, a forare monti, ad alzar terrapieni, a gettar moli, a scavar carbone, a scentar selve, a dissodare campi, a iniziare culture, a erigere edifizi, ad animare officine, a raccoglier sale, a scalpellar pietre; a fare tutto ciò che è più difficile e faticoso, e tutto ciò che è più umile e perciò più difficile ancora; ad aprire vie nell'inaccessibile, a costruire città, dove era la selva vergine, piantar pometi, agrumeti, vigneti, dove era il deserto; e a pulire scarpe al canto della strada...
    Ora l'Italia, la grande martire delle nazioni, dopo soli cinquant'anni ch'ella rivive, si è presentata al suo dovere di contribuire per la sua parte all'aumento e incivilimento dei popoli; al suo diritto di non essere soffocata e bloccata nei suoi mari; al suo materno ufficio di provvedere ai suoi figli volonterosi quel che sol vogliono, lavoro; al suo solenne impegno coi secoli augusti delle sue due Istorie, di non esser da meno nella sua terza Era di quel che fosse nelle due prime; si è presentata possente e serena, pronta e rapida, umana e forte, per mare, per terra e per cielo.
    Nessun'altra nazione, delle più ricche, delle più grandi, è mai riuscita a compiere un simile sforzo.
    Che dico sforzo?
    Tutto è sembrato così agevole, senza urto e senza attrito di sorta!
    Una lunghissima costa era in pochi giorni, nei suoi punti principali, saldamente occupata. Due eserciti vi campeggiano in armi.
    Oh Tripoli, oh Berenike, oh Leptis Magna (non hanno diritto di porre il nome quelli che hanno disertato o distrutta la casa!), voi rivedete, dopo tanti secoli, i coloni dorici e le legioni romane! Guardate in alto: vi sono anche le aquile!
    Un altro popolo ai nostri giorni si rivelò a un tratto così.
    Dopo non molti anni che si veniva trasformando in silenzio, eccolo mettere per primo in azione tutte le moderne invenzioni e scoperte, le immense navi, i mostruosi cannoni, le mine e i siluri, la breve vanga delle trincee, e il tuo invisibile spirito, o Guglielmo Marconi, che scrive coi guizzi del fulmine; tutti i portati della nuova scienza e tutto il suo antico eroismo; e coi suoi soldatini...
    O non son chiamati soldatini anche i classiari e i legionari d'Italia? Non ha l'Italia nuova in questa sua prima grande guerra messo in opera tutti gli ardimenti scientifici e tutta la sua antica storia? Non ha per prima battuto le ali e piovuto la morte sugli accampamenti nemici? Non ha, a non grande distanza dal promontorio Pulcro, rinnovato gli sbarchi di Roma? Non si è già trincerata inespugnabilmente, secondo l'arte militare dei progenitori, con fossa e vallo, per avanzare poi sicura e irresistibile?
    Eccoli là, e sono pur sempre quelli e attendono al medesimo lavoro, i lavoratori che il mondo prendeva e prende a opra. Eccoli con la vanga in mano, eccoli a picchiar col piccone e con la scure, i terrazzieri e braccianti, per tutto cercati e per tutto spregiati. Con la vanga scavano fosse e alzano terrapieni, al solito. Coi picconi, al solito, demoliscono vecchie muraglie, e con le scuri abbattono, al solito, grandi selve.
    Ma non sono le grandi strade, che fanno altrui: essi aprono la via alla marcia trionfale e redentrice d'Italia.
    Fanno una trincea di guerra, sgombrano lo spazio alle artiglierie, Stanno lì sotto i rovesci d'acqua, sotto le piogge di fuoco; e cantano. La gaia canzone d'amore e di ventura è spesso l'inno funebre che cantano a sé stessi gli eroi ventenni.
    Che dico eroi?
    Proletari, lavoratori, contadini.
    Il popolo che l'Italia risorgente non trovò sempre pronto al suo appello, al suo invito, al suo comando, è là.
    Oh cinquant'anni del miracolo!
    Quale e quanta trasformazione!
    Giova ripeterlo: cinquant'anni fa l'Italia non aveva scuole, non aveva vie, non aveva industrie, non aveva commerci, non aveva coscienza di sé, non aveva ricordo del passato, non aveva, non dico speranza, ma desiderio dell'avvenire. In cinquant'anni è parso che altro non si facesse se non errori e anche delitti; non si cominciasse se non a far sempre male e non si finisse se non col non far mai nulla. La critica era feroce e interminabile e insaziabile. Era forse un desiderio impaziente che la animava.
    Ebbene, in cinquant'anni l'Italia aveva rifoggiato saldamente, duramente, il suo destino.
    Chi vuol conoscere quale ora ella è, guardi la sua armata e il suo esercito. Li guardi ora in azione. Terra, mare, e cielo, api e pianure, penisola e isole, settentrione e mezzogiorno, vi sono perfettamente fusi. Il roseo e grave alpino combatte vicino al bruno e snello siciliano, l'alto granatiere lombardo s'affratella col piccolo e adusto fuciliere sardo; i bersaglieri (chi vorrà assegnare ai bersaglieri, fiore della gioventù panitalica, una particolare origine?), gli artiglieri della nostra madre terra piemontese dividono i rischi e le guardie coi marinai di Genova e di Venezia, di Napoli e di Ancona, di Livorno, di Viareggio, di Bari. Scorrete le liste dei morti gloriosi, dei feriti felici della loro luminosa ferita: voi avrete agio di ricordare e ripassare la geografia di questa che appunto era, tempo fa, una espressione geografica.
    E vi sono le classi e le categorie anche là: ma la lotta non v'è, o è lotta a chi giunge prima allo stendardo nemico, a chi prima lo afferra, a chi prima muore. A questo modo il popolo lotta con la nobiltà e con la borghesia. Così là muore, in questa lotta, l'artigiano e il campagnolo vicino al conte, al marchese, al duca.
    Non si chiami questa retorica. Invero né là esistono classi né qua. Ciò che perennemente e continuamente si muta, non è. La classe che non è per un minuto solo composta dai medesimi elementi, la classe in cui, con eterna vicenda, si può entrare e se ne può uscire, non è mai sostanzialmente diversa da un'altra classe. Qual lotta dunque può essere che non sia contro sé stessa? [...]
    O voi che siete la più grande, la più bella, la più benefica scuola che abbia avuta nel cinquantennio l'Italia, armata ed esercito nostri!
    Dicono che in codesta scuola s'insegna a oziare! E no: s'insegna a vigilar sempre. S'insegna a godere! E no: s'insegna a patire. S'insegna a essere crudeli! A ogni incendio, a ogni inondazione, a ogni terremoto, a ogni peste, accorrono questi crudeli a fare da pompieri, da navicellai, da suore di carità, da governanti, da infermieri, da becchini. S'insegna a uccidere! S'insegna a morire.
    Questa è la scuola che oltre aver distribuito tanto alfabeto, ci ammaestra esemplarmente nell'umano esercizio del diritto e nell'eroico adempimento del dovere. Essa risponde ora a quelli che confondono l'aspirazione alla pace con la rassegnazione alla barbarie e alla servitù.
    Noi - dicono quei nostri maestri - che siamo l'Italia in armi, l'Italia al rischio, l'Italia in guerra, combattiamo e spargiamo sangue, e in prima il nostro, non per disertare ma per coltivare, non per inselvatichire e corrompere ma per umanare e incivilire, non per asservire ma per liberare. Il fatto nostro non è quello dei Turchi. La nostra è dunque, checché appaiano i nostri atti di strategia e di tattica, guerra non offensiva ma difensiva. Noi difendiamo gli uomini e il loro diritto di alimentarsi e vestirsi coi prodotti della terra da loro lavorata, contro esseri che parte della terra necessaria al genere umano tutto, sequestrano per sé e corrono per loro, senza coltivarla, togliendo pane, cibi, vestiti, case, all'intera collettività che ne abbisogna. A questa terra, così indegnamente sottratta al mondo, noi siamo vicini; ci fummo già; vi lasciammo segni che nemmeno i Berberi, i Beduini e i Turchi riuscirono a cancellare; segni della nostra umanità e civiltà, segni che noi appunto non siamo Berberi, Beduini e Turchi. Ci torniamo. In faccia a noi questo è un nostro diritto, in cospetto a voi era ed è un dovere nostro.
    Benedetti, o morti per la Patria!
    Voi non sapete che cosa siete per noi e per la Storia!
    Non sapete che cosa vi debba l'Italia!
    L'Italia, cinquant'anni or sono, era fatta. Nel sacro cinquantenario voi avete provato, ciò che era voto de' nostri grandi che non speravano si avesse da avverare in così breve tempo, voi avete provato che sono fatti anche gli italiani.

    Giovanni Pascoli

    Discorso (22 novembre 1911)

  4. #4
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    Citazione Originariamente Scritto da epiros Visualizza Messaggio
    Mi domando perchè non l'abbiamo ancora spianata col napalm la baracca in cui vive il beduino...
    L'abbiamo già fatto, quando non esisteva il Napalm.

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    Comunque fanno bene...

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    Citazione Originariamente Scritto da Feliks Visualizza Messaggio
    L'abbiamo già fatto, quando non esisteva il Napalm.
    E non c'era neanche il beduino

  7. #7
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    Citazione Originariamente Scritto da Feliks Visualizza Messaggio
    Comunque fanno bene...
    Ovvio! Anch'io se fossi libico, avessi un'arma ricattatoria come il petrolio e il gas, e fossi in una botte di ferro, farei come loro.

    Solo che se a Roma ci fosse qualcuno con cervello...le cose sarebbero leggermente diverse anche per il beduino. Non è tutto così facile, in questo mondo. Neanche ricattare un paese con 20 volte la tua popolazione.

  8. #8
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    Perchè c'era un patto?

  9. #9
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    Citazione Originariamente Scritto da Dragonball Visualizza Messaggio
    Perchè c'era un patto?

    si il " patto pisanu" , dove noi pagavamo geddafi perche' " trattenesse" o " respingesse" i clandestini che entravano nel suo territorio e lui ci pigliava per il kulo " esportandoceli" ugualmente...
    "dammi i soldi, e al diavolo tutto il resto "
    Marx


    (graucho..:-))

  10. #10
    Sovranità al Cittadino.
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    Citazione Originariamente Scritto da Dragonball Visualizza Messaggio
    Perchè c'era un patto?
    Patto non rispettato, come al solito. Non si possono fare patti coi beduini.

    Però si possono affondare le navi che portano i clandestini a poche miglia dalla costa, lasciandoli nei barconi.

    Gheddafi non è stato neanche condannato per l'attentato da lui progettato e finanziato a Lockerbie in Scozia nel 1988.

    Ha sempre protetto, finanziato ed ospitato in Libia gruppi terroristici come quello dei palestinesi di Abu Nidal. Ma anche campi di addestramento dell'IRA, dei terroristi baschi e di settembre nero.

    Per non parlare dei finanziamenti ai miliziani del Libano che combattevano l'occupazione israeliana, all'OLP, al Fronte di Liberazione dell'Oman, a movimenti Curdi e al Fronte Polisario, che si batteva contro il Marocco per l'indipendenza del Sahara Occidentale.

    Comunque chi ha il petrolio e chiude i rubinetti smette anche di incassare. E la pipeline del gas libico passa per l'Italia. Quindi non può chiudere le forniture a noi senza toglierle a tutti gli altri (noi acquistiamo solo il 25%).

    Avrebbe ragione Epiros, ma la Libia con Gheddafi ha una sua importanza nel fronte contro l'islamismo.

    Motivo per il quale Gheddafi è ancora vivo e al potere. L'intera operazione del Golfo della Sirte è stata solo una prova di forza che ha fatto capire a Gheddafi di smetterla con gli attentati agli aerei di linea e con l'appoggio ai terroristi.

 

 
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