19.04.07
Psicopatologia borderline - DBP: Criteri diagnostici, eziopatogenesi ed implicazioni criminologiche.
Parte da oggi una rubrica tenuta da Angela Spadafora che avrà cadenza settimanale
di Angela Spadafora
Per molto tempo la psicopatologia borderline ha avuto incerta collocazione nosografica, ed è stata considerata come uno stato al confine fra l'area psicopatologica delle psicosi e quella delle nevrosi, assumendo cosi anche la definizione di “schizofrenia pseudonevrotica o di “sindrome marginale". E’ solo a partire dalla pubblicazione nel 1980 del DSM (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders) III edizione dell’American Psychiatric Association (APA) che la psicopatologia borderline è stata inquadrata tra i disturbi di personalità.
Tale disturbo è attualmente oggetto di molta attenzione e di molte controversie sia in ambito psichiatrico e psicoterapeutico per i problemi eziopsicopatogenetici, diagnostici e di cura che pone, sia in ambito criminologico per la sua possibile ricaduta sociale e rilevanza giuridica. Inoltre, è da notare che nel corso degli ultimi decenni la sua incidenza statistica è apparsa in sensibile aumento. Si calcola che circa il 3% della popolazione è affetta dalla forma clinica completa e che una percentuale molto più alta manifesta forme cliniche parziali.
Il manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali colloca la patologia borderline (DBP) sull’asse II, all’interno del “gruppo b” dei disturbi di personalità. Il DBP, nello specifico, appartiene al cluster definito “drammatico-imprevedibile” , in cui rientrano altresì altri tre disturbi di personalità: narcisistico, istrionico, antisociale. Caratteristica comune a tutti i disturbi del cluster b è l’elevata emotività. In particolare, i portatori di DBP, che statisticamente sono più frequentemente donne, presentano un’ estrema sensibilità e una marcata emotività, caratteristiche queste che possono essere causa di enormi sofferenze non solo per l’individuo disturbato, ma anche per la società.
Il DSM IV (1994) definisce il DBP come «una modalità pervasiva di instabilità delle relazioni interpersonali, dell’immagine di sé e dell’umore e una marcata impulsività, comparse nella prima età adulta e presenti in vari contesti». Difficoltà nelle relazioni interpersonali, disturbi dell'identità, instabilità affettiva e deficit del controllo degli impulsi caratterizzano, dunque, costantemente la vita psichica dei portatori di questo gravissimo disturbo, per i quali, non a caso, è usata la definizione di “soggetti stabilmente instabili”.
Il DSM IV-TR (2000) elenca nove criteri diagnostici, di cui è necessaria la presenza simultanea di almeno cinque per poter diagnosticare un DBP; per cui due soggetti portatori di questo disturbo possono avere in comune uno solo di questi criteri ed avere un quadro clinico molto diverso. Tali criteri diagnostici sono:
1. sforzi disperati di evitare un reale o immaginario abbandono. I portatori di DBP avvertono se stessi come fragili ed indifesi, bisognosi di ricevere costantemente rassicurazioni e protezione da parte degli altri. Anche solo l’idea che una relazione significativa possa essere interrotta può far precipitare questi soggetti in uno stato di angoscia devastante, che può anche dar luogo a vissuti dissociativi. La paura, spesso immotivata, di essere abbandonati può nascere dalla percezione distorta di un comportamento altrui: già una semplice disattenzione o un “no”possono essere avvertiti da questi soggetti come un indice di abbandono e rifiuto totale.
2. un quadro di relazioni interpersonali instabili e intense, caratterizzate dall’alternanza tra gli estremi di iperidealizzazione e svalutazione. Il borderline tende, anche grazie alla sua capacità di affascinare (è, generalmente, considerato un individuo piacevolmente “strano”) e di manipolare gli altri, ad intrecciare rapidamente intense relazioni interpersonali, ma, oscillando perennemente tra due visioni antitetiche dell’altro, finisce inevitabilmente con il comprometterle. Per questo soggetto la vita è fatta di estremi: l’altro da sè è, a tratti, "tutto cattivo" o "tutto buono”. Non esistono soluzioni di compromesso: egli odia o ama. Questa valutazione è però fortemente instabile, nel senso che la stessa persona valutata dal Border in un determinato modo, può, in un momento immediatamente successivo, essere valutata in modo opposto. Per es. è frequente che idealizzi il partner o un nuovo amico già al primo incontro e che lo faccia cadere dal piedistallo su cui lo ha posto entro pochissimo tempo. Ovviamente, un tal modo di rapportarsi mette a dura prova la capacità di sopportazione del prossimo, e quindi può dare origine a sentimenti di rifiuto, i quali non fanno altro che rafforzare gli assunti di base della psicologia “border”, per cui “il mondo è cattivo e lui è inaccettabile”.
3. alterazione dell’identità: immagine di sé e percezione di sé marcatamente e persistentemente instabili. Si parla di diffusione del Sé. Il borderline ha un’immagine oscillante della propria identità (non sa bene cosa sia e come sia), e da questa situazione consegue la messa in atto di comportamenti altamente contraddittori. Inoltre, è proprio la marcata e persistente instabilità dell’immagine e della percezione di sé a far si che il soggetto fatichi ad effettuare una scelta lavorativa e a stabilire il proprio orientamento sessuale o politico. Non sono rari i tentativi di compensazione di tale deficit posti in essere da tali soggetti. Molti, proprio per crearsi un’identità stabile, decidono di affiliarsi a gruppi spiccatamente caratterizzati, come gruppi religiosi o politici estremisti, sette sataniche, gruppi “alternativi”. Questi, apparentemente percepiti come soggetti “anticonformisti”, sono, in realtà, soggetti che hanno un gravissimo problema di identità, che cercano in questi gruppi proprio ciò di cui risultano carenti, cioè il proprio ruolo nella società ed il senso di un Sé altrimenti incline alla frammentazione.
4. impulsività in almeno due aree che sono potenzialmente dannose per il soggetto, quali abbuffate compulsive, guida spericolata, promiscuità sessuale senza attenzione a rischi di infezioni o di gravidanze indesiderate, cleptomania, abusi di alcool e droghe, spese eccessive.
Diversi sono gli ambiti in cui il Border può perdere di controllo, dando luogo a condotte altamente autodistruttive. Ciò accade perché, di solito, tale soggetto conduce una vita sregolata: infatti, è spesso un consumatore abituale, ma non fedele di sostanze stupefacenti ed un iperassuntore di bevande alcoliche; è sessualmente iperattivo, anche se la sua non è quasi mai una sessualità adulta, prediligendo a questa, il più delle volte, una sessualità perversa o promiscua e la masturbazione; ha spesso una condotta alimentare abnorme, caratterizzata da frequenti abbuffate.
5. ricorrenti minacce, gesti, comportamenti suicidari, o comportamento automutilante. I borderline sono quasi sempre gravemente autoaggressivi e autolesionisti fino al tentativo di suicidio. I comportamenti automutilanti più frequenti consistono in graffi, tagli cutanei superficiali e ustioni. Queste condotte sono motivate principalmente dall’esigenza di attenuare o porre fine ad una situazione di angoscia e vuoto interiore diventata insostenibile.
6. instabilità affettiva dovuta a una marcata reattività dell’umore (rapide oscillazioni del tono emotivo fra depressione, euforia, irritabilità e ansia). L’affettività del borderline è estremamente condizionata dalla variazione dell’ambiente esterno e delle dinamiche relazionali: al variare delle situazioni ambientali e relazionali segue un repentino adattamento dell’umore. E’ per questi motivi che si dice che il borderline è stato-dipendente.
7. cronici sentimenti di vuoto interiore e di noia. Questi sentimenti, uniti spesso ad un profondo senso di colpa di cui spesso si ignora l'origine, fanno da sfondo a tutta l’esistenza del borderline. Ed è questa cronica ed angosciosa sensazione di vuoto interiore che spinge molti di questi soggetti a ricercare costantemente qualcosa da fare, quasi come se si dovesse “riempire” un enorme buco, che rimane però incolmabile.
8. rabbia inappropriata, intensa e/o incontrollata. I borderline sono persone arrabbiate con se stesse e con il mondo. Questa rabbia può manifestarsi con diverse espressioni cliniche, come: esplosioni di rabbia transitoria ed incontrollabile, permalosità eccessiva, ostilità e rancore omnipervasivi. Questa è l’emozione che può risultare più disturbante per le relazioni interpersonali. Essa è, infatti, la causa più frequente del passaggio all’atto, che si realizza con condotte auto ed etero-aggressive incontrollabili. E’ da tener presente che le condotte eteroaggressive possono essere tanto fisiche, quanto verbali.
9. ideazione paranoide, o gravi e ricorrenti sintomi dissociativi (depersonalizzazione, derealizzazione, amnesie lacunari, stati oniroidi di coscienza) transitori, legati allo stress. I soggetti borderline possono andare incontro, in situazioni di forte stress, a brevi e transitori episodi psicotici. La tendenza a vedere gli altri come “totalmente buoni” o “totalmente cattivi” può condurre questi soggetti, in situazioni particolarmente stressanti, a guardare con sfiducia e sospettosità agli altri, e ad interpretare le loro motivazioni come malevole e persecutorie nei propri confronti. I sintomi dissociativi più frequenti sono la depersonalizzazione e la derealizzazione: cioè il soggetto può avere rispettivamente la sensazione di aver perso il “contatto” con il proprio corpo e/o con la realtà. Gli episodi psicotici brevi e transitori cui può andare ricorrentemente incontro il borderline sono determinati dal fatto che esso ha, di per sé, un contatto molto labile con la realtà. E’ di certo in grado di leggere e di conoscere la realtà (altrimenti sarebbe uno psicotico), si dice infatti che ha un esame “sufficiente” della realtà, ma ne ha una rappresentazione del tutto personale.
Sono stati compiuti numerosissimi studi relativi all’eziopatogenesi del disturbo borderline di personalità e diverse sono state le ipotesi formulate nel corso del tempo. Alcuni studiosi hanno posto l’attenzione sulle componenti genetiche e costituzionali, facendo riferimento ad una congenita debolezza strutturale del soggetto; altri hanno posto in rilievo l’incidenza dei traumi psicologici subiti in età infantile; altri ancora hanno focalizzato l’attenzione sulle componenti ambientali, facendo, in particolare, riferimento all’esistenza di relazioni intrafamiliari patologiche. Oggi si tende ad una visione multifattoriale dell’ eziopatogenesi di questo disturbo: abusi di qualunque genere (psichici, fisici e/o sessuali) subiti durante l’infanzia nell’ambito familiare possono favorire, in soggetti biologicamente vulnerabili, lo sviluppo di un DBP. La teoria multifattoriale riceve sostegno dai dati empirici; infatti, è stato statisticamente rilevato che un’alta percentuale di soggetti con DBP ha effettivamente subito nei primi anni di vita gravi traumi psicologici, principalmente determinati da maltrattamenti, abbandoni e/o abusi sessuali, in ambito familiare, e che, in un certo numero di casi, esiste una predisposizione familiare verso lo spettro dei disturbi affettivi. Risultano cosi comprensibili alcuni sintomi del disturbo, come la paura dell’abbandono ed i comportamenti impulsivi ed auto-eteroaggressivi. In particolare, è comprensibile che soggetti abusati in età infantile sviluppino cronici sentimenti di ansia “senza oggetto”, irritabilità e rabbia e che tendano, in età adulta, a reagire a stimoli sociali oggettivamente neutri, ma da essi percepiti come potenzialmente lesivi, con imprevedibili reazioni abnormi, volte a neutralizzare e/o punire gli altrui potenziali comportamenti dannosi. E’ evidente però che una siffatta modalità comportamentale finisce inevitabilmente con il compromettere gravemente sia le relazioni affettive, che le situazioni lavorative del soggetto.
Per le caratteristiche di instabilità e di facilità di passaggio all’atto (acting-out), il disturbo borderline è, insieme al disturbo antisociale di personalità, il disturbo mentale che maggiormente attrae l’interesse degli studiosi della criminologia. In caso di condotte delinquenziali, i borderline tendono ad essere estremamente aggressivi e violenti e, avendo solo una “visione d’oggetto parziale” delle altre persone, possono diventare molto pericolosi. Per alcuni studiosi, infatti, il portatore di DBP, in genere, non percepisce le altre persone come esseri con propri bisogni ed aspirazioni, bensi come porzioni d’oggetto, ciascuna strumentale unicamente al soddisfacimento di un suo specifico bisogno: cosi, per esempio, un dato individuo sarà in parte funzionale all’appagamento di un suo bisogno narcisistico di sottomissione psicologica dell’altro, un altro sarà in parte funzionale al soddisfacimento di un suo bisogno sessuale, un altro ancora sarà in parte funzionale al suo bisogno di protezione. Per il borderline ogni tipo di relazione sociale viene, cosi, ad essere “sessualizzata”, essendo ognuna finalizzata al raggiungimento del piacere legato al bisogno del momento, il quale non è, di per sé, di natura necessariamente sessuale, anzi non lo è quasi mai, essendo quasi sempre il fine ultimo del borderline semplicemente quello di esercitare il proprio potere sull’altro. La capacità di questo soggetto di accedere, in virtù del suo (spesso) ottimo livello intellettivo e della sua spiccata sensibilità, che lo porta ad intuire in modo immediato gli altrui pensieri ed interessi, facilmente al prossimo, e conseguentemente di plasmarsi interamente su di esso al fine di manipolarlo, unita alla freddezza con cui, conseguentemente alla caratteristica “visione d’oggetto parziale”, percepisce le sofferenze altrui, ed alla violenza ed imprevedibilità con cui si realizza il passaggio all’atto, fa di questi il “prototipo del predatore”. Non è, infatti, un caso che famosi pluri-omicidi e serial killers presentino caratteristiche tipicamente borderline, come l’angoscia abbandonica, l’alterazione dell’identità, la marcata impulsività, gli intensi sentimenti di rabbia, l’angoscia cronica senza oggetto che decade al momento del passaggio all’atto. Inoltre, nell’infanzia e nell’adolescenza della quasi totalità dei serial killers è possibile riscontrare vissuti di rifiuto-abbandono ed abusi intrafamiliari di ogni tipo, che vanno dalle torture fisiche e sessuali alle umiliazioni emotive. Si pensi, per esempio, a Jeffrey Dahmer, il "Cannibale di Milwakee", omosessuale, trascurato dai genitori, che uccideva e mangiava i suoi amanti per “poterli tenere sempre con sé”, a Ted Bundy, il “Killer delle studentesse”, ragazzo di bell’aspetto, capace di relazionarsi in modo molto suggestivo, che adescava con vari stratagemmi e poi uccideva a colpi di spranga, rami e sassi ragazze che ricordavano in vario modo la fidanzata da cui era stato lasciato quando era ancora molto giovane, a John Wayne Gacy, il “Pagliaccio assassino”, omosessuale, cresciuto da un padre alcolista e violento che passava buona parte del tempo a deridere il figlio, acuto uomo d’affari che nel tempo libero si travestiva da clown per i bimbi malati, ma che poi in privato torturava, violentava ed uccideva proprio minorenni. In sede di valutazione psichiatrico-forense si tende a considerare, in linea generale, il DBP, come del resto gli altri disturbi della personalità, come giuridicamente non rilevante: infatti, un conto è la diagnosi clinica, un altro è come e quanto questa incida sull'imputabilità del soggetto. Non va, infatti, dimenticato che l’infermità mentale è un concetto legale, non una diagnosi psichiatrica. Tuttavia, potendo, tale disturbo, incidere pesantemente sulla capacità di volere del soggetto portatore, può capitare che, nel caso concreto, esso dia luogo al riconoscimento di una sitazione di infermità totale o parziale di mente. In Italia, un esempio di pluri-omicida, cui è stato diagnosticato un DBP, caratterizzato da scarso controllo degli impulsi e dispersione dell’identità, giuridicamente rilevante, è Luigi Chiatti, il “Mostro di Foligno”. Questi, abbandonato dalla madre ed adottato in tenera età, uccise, negli anni ‘90 del secolo scorso, due minorenni e sfidò con lettere anonime la polizia. In sede d’appello gli venne riconosciuta la seminfermità mentale e fu condannato a trent’anni di reclusione.




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