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Discussione: Altra Opinione

  1. #1
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    Predefinito Altra Opinione

    SUD DEL MONDO
    3/5/2008 19.03



    CAROVITA: IL CASO HAITI (Aprile 2008) Altro, Standard
    - Una pasta a base d’argilla, mescolata a burro, sale e acqua, viene mangiata da numerosi residenti di Cite Soleil che non possono comprare cibo”: in questo periodo di grave crisi alimentare, la notizia viene riferita dall’emittente haitiana ‘Radio Metropole’, che riferisce sulla situazione nella più grande bidonville, almeno 300.000 persone, di Port-au-Prince, la capitale(vedi anche immagine in alto a destra). “Diversi residenti hanno confermato che la richiesta di questo ‘prodotto’ è aumentata a causa dell’impennata dei prezzi dei generi alimentari” continua la stessa fonte. Non è la prima volta che i più bisognosi ricorrono alla terra per nutrirsi, in un paese, è bene ricordarlo, da lunghi anni in preda a una grande miseria e una grave situazione alimentare. Alcune settimane fa la ‘notizia’ aveva suscitato sgomento dopo la diffusione di un reportage televisivo al telegiornale del canale ‘France 2’. Fonti haitiane tengono a precisare che l’uso dei biscotti d’argilla è un’antica tradizione a fini cosmetici e in alcuni casi nutritivi, per l’apporto in calcio e per il senso di sazietà che dà a chi lo consuma, costretto poi a bere molta acqua; altri ‘prodotti’, come foglie commestibili, manghi o altra frutta ancora verde, sostituiscono le verdure, i cui prezzi sono inaccessibili.


    - Migliaia di haitiani si sono messi in coda a Cité Soleil, la più grande baraccopoli di Port-au-Prince, per ricevere gli aiuti messi a disposizione dall’Onu dopo gli scontri per l’aumento fino al 40% dei prezzi dei generi alimentari, costati la vita a sette persone e l’incarico di capo del governo a Jacques Edouard Alexis. Ma l’assenza di soluzioni a lungo termine preoccupa sia la popolazione che i donatori: se per Jervais Rodman, carpentiere disoccupato “i fagioli dureranno quattro giorni e il riso sarà già finito appena rientrerò a casa”, l’ambasciatore brasiliano Igor Kipman, il cui governo ha fornito 18 tonnellate di viveri, si è detto “consapevole che è ancora poco”. Anche il portavoce della polizia della Minustah, la missione si stabilizzazione Onu ad Haiti, Fred Blaise, che ha aumentato i posti di blocco in città per timore di nuovi disordini, “la situazione è precaria, estremamente fragile”. L'Onu si è impegnata a inviare in totale 8000 tonnellate di viveri, mentre il Venezuela ne ha offerte altre 400, già in via di distribuzione.


    - Una significativa operazione internazionale di solidarietà per far fronte alla crisi alimentare di Haiti è cominciata con aiuti per un milione e mezzo di euro offerti dalla Spagna durante una visita del ministro degli Esteri di Madrid, Miguel Angel Moratinos. Definito “storico” in una conferenza-stampa svoltasi ieri a Port-au-prince, quello di Moratino è il primo viaggio di un capo della diplomazia spagnola nell’isola che già riceve annualmente dal governo iberico aiuti per 17 milioni di euro. Contemporaneamente, Haiti è stata vistata dal Segretario generale dell’Organizzazione degli stati americani José Miguel Insulza che accompagnava una delegazione di cui facevano parte rappresentanti di diversi paesi tra cui Brasile, Argentina, Cile, Messico, Canada e Francia. Prima di lasciare l’isola Insulza ha garantito il sostegno della comunità internazionale affinchè Haiti possa uscire dall’emergenza che ha già avuto conseguenze pesanti.




    - È l'economista Ericq Pierre, già funzionario della Banca interamericana di sviluppo (Bid), il nuovo primo ministro di Haiti. Pierre è stato designato domenica dal presidente Rene Preval, in sostituzione di Jacques Edouard Alexis, che il 12 aprile scorso era stato sfiduciato dal senato in seguito alle violente proteste per il rincaro dei prodotti alimentari, durante le quali hanno perso la vita almeno sei persone. "Il paese aspettava questo momento con impazienza, dopo la caduta del precedente governo" ha detto Pierre Eric Jean-Jacques, presidente della camera bassa del parlamento haitiano.

  2. #2
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    Nel contempo sul nostro pianeta si spendono circa 1200 miliardi di dollari per le guerre e in armamenti. Abbastanza per dare da mangiare a quella parte del pianeta che ora è affamata.
    Ma ovviamente i potenti di questo pianeta da quell'orecchio non ci sentono...

  3. #3
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    Predefinito Le Chiese Invisibili

    http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tm...one=55&sezione=

    4/5/2008 - OBAMA E L'EUROPA di Barbara Spinelli
    Il reverendo Jeremiah Wright ha un’idea molto cupa dell’America in cui vive, e le parole che pronuncia rischiano di esser letali per Barack Obama, il senatore nero dell’Illinois che aspira alla Casa Bianca. Forse metterà addirittura fine al suo sogno. Ma quello che il pastore nero di Chicago sta dicendo in questi giorni, e che tanta angoscia suscita in Obama, conviene ascoltarlo attentamente: la storia che narra, sulla Chiesa nera e la questione razziale, è di massima importanza anche per l’Europa e l’Italia. Nessuno Stato europeo lo confessa a se stesso, ma anche le nostre nazioni stanno diventando multietniche, minacciate dalla questione razziale che torna a struggere l'America. Si possono erigere barriere, si possono istituire guardie cittadine che al posto dello Stato repubblicano assicurano pulizie etniche nei quartieri (le destre parlano di ronde, le sinistre di sentinelle), ma la realtà non per questo svanirà e la realtà è ormai fatta di più appartenenze, più frammenti di culture, religioni: irreversibilmente.

    Con questi frammenti le democrazie possono negoziare convivenze basate sul rispetto e la legge comune oppure possono entrare in conflitto anche violento. Le elezioni Usa sono cruciali perché di questo si discute: di odii acquattati negli interstizi del Paese. Di un razzismo che per gli americani è come la pornografia, scrive Bob Herbert sul New York Times: tutti la denunciano, pochi le resistono. Razza e scontro civile sono ottimo combustibile nelle campagne elettorali, così come la sicurezza e lo straniero sono stati ottimi combustibili nel voto italiano.

    Oltre che pornografiche, scrive Herbert, queste ossessioni sviano l’attenzione da quel che conta: le guerre fallimentari in Iraq e Afghanistan, il clima, l'economia. Sconnettono più che mai la fantasia e gli spaventi dalla realtà. Bloccano la conversazione post-razziale che Obama invoca fra neri e bianchi.

    Una delle cose fondamentali che ha detto il reverendo concerne quella che ha chiamato, in due interviste del 25 e 28 aprile, Chiesa invisibile. Quando i cittadini d'una nazione non vogliono vedere la realtà, quando immaginano soluzioni semplici e la complessità diviene loro insopportabile, quando nascondono a se stessi le proprie responsabilità, il rancore e il risentimento dei discriminati e degli ultimi si rifugia in luoghi che si estraniano dalla pòlis, facendosi invisibili: opachi a chi non vuol capire, correggere. Opachi specialmente a chi per mestiere dovrebbe esplorare l’inesplorato: stampa, televisione. La Chiesa nera invece di esser esplorata è divenuta Chiesa Invisibile: scuro monolito, impaurente. L'invisibilità offre scudi e lance, offre covi più che luoghi d'incontro. L'Islam integralista in Francia è cresciuto in scantinati adibiti al culto, non nelle moschee visibili dove aleggiano forse pensieri ostili ma almeno c'è luce. In Europa e Italia pensiamo di tenere a bada i risentimenti dell'Islam, vietandogli le moschee come a Bologna. Più le vietiamo, più l'Islam europeo si trasformerà, anch'esso, in Chiesa Invisibile. Il reverendo Wright provoca pericolosamente, con gesti trasgressivi che rovinano la trasgressione sostanziale di Obama. Difende le parole antisemite dette vent’anni fa da Farrakhan, leader nero della Nazione dell'Islam. Sostiene che l'Aids fu inoculato negli afro-americani per sfinirli. Afferma che i governi Usa si sono tirati addosso, con azioni terroriste, l'11 settembre. In un primo tempo Obama ha respinto questi estremismi, senza però demonizzare il reverendo ma cercando di convincere chi lo segue ad avere una visione dell'America meno maledicente, soprattutto meno statica. È accaduto in uno dei più memorabili discorsi, quello di Filadelfia del 18 marzo. È stato il momento in cui il candidato era più forte: lo era perché oltrepassava l'ossessione dei mezzi di comunicazione sui gesti provocatori di Wright, non sminuendoli ma narrandone le sorgenti. Disse cose essenziali: che il conflitto razziale veniva esagerato da Wright, ma esisteva. Che la rabbia non risolve alcunché ma esiste, va indagata. Che il rancore nero spiega l'alienazione risentita di tanti bianchi americani, e che anch’essa va capita, resa visibile. Che per risolvere i conflitti occorre complicare e non semplificare, negandoli: «La rabbia non sempre è produttiva; anzi, fin troppo spesso distoglie l'attenzione dalla risoluzione dei problemi reali; ci impedisce di guardare in faccia le nostre responsabilità per la condizione in cui ci troviamo e impedisce alla comunità afro-americana di stringere quelle alleanze di cui ha bisogno per produrre un cambiamento reale. Ma la rabbia è reale; è molto forte; e limitarsi a desiderare che scompaia, condannarla senza comprenderne le radici serve soltanto ad approfondire il solco di incomprensione tra le razze».

    Un’altra verità messa in luce da Wright è che nella cultura americana esiste una tradizione nera, affatto diversa da quella europea e bianca. Può dar fastidio, ma tale è la realtà. È vero che le società democratiche sono oggi frantumate, in America come in Europa e Italia, e che alla frantumazione si può rispondere in due modi: immaginando omogeneità inesistenti o accettando la varietà. Una varietà che il reverendo descrive con un’immagine bella: Dio ha creato gli uomini diversi, «come fiocchi di neve». La musica nera, il vivere nero: c'è dell'Africa in questo e Obama è anche questo. La sua scommessa è di superare la divisione, di render visibile non solo quel che è relegato nell'invisibile - ignorato, sprezzato - ma anche quel che ha permesso a un nero di aspirare alla Presidenza. È il tentativo di trasformare gli Stati Uniti in un’«Unione più stretta», ha detto a Filadelfia. È straordinario come certe parole trovino eco negli stati europei. Anch'essi si ripromettono un’Unione sempre più stretta. Anche nelle nostre nazioni urge un’unione più stretta, che eviti ingiustizie, divisioni, conflitti.

    Negare la diversità e le radici sociali dei conflitti può aiutare, nelle elezioni. Ma trasforma ciascuno di noi in uomini senza occhi, sconnessi dalla realtà (l’accusa più frequente a Bush è di essere incurious). Genera paura: utile ai demagoghi, non ai riformatori. Il momento più debole della campagna di Obama è venuto dopo Filadelfia, la scorsa settimana, quando ha dovuto rompere brutalmente con il reverendo. Ha dovuto farlo perché attanagliato da una stampa che s'è gettata su Wright come se in lui fosse il demoniaco della campagna. La semplificazione ha vinto, come in Italia, sul complicato e il reale.

    È una semplificazione faziosa, inoltre. L'eccitazione contro il reverendo non ha mai colpito gli evangelicali che hanno sostenuto i fallimenti di Bush. Il pastore più vicino a McCain è John Hagee, e le sue parole sono ancora più incendiarie di quelle di Wright. Hagee è convinto che l'uragano Katrina s'è giustamente abbattuto su New Orleans perché la città era, come Gomorra, preda del peccato e dei gay. Sostiene la necessità di un grande Israele, perché lì tornerà Gesù. Chiama la Chiesa cattolica «grande prostituta di Babilonia». Razzismo, guerra ai diversi, odio dello straniero: questi gli ingredienti delle sue prediche. Ma nessuno, nella stampa mondiale, si sogna di connetterli a Bush e McCain.

    Le destre in Italia e America son convinte di fare battaglie minoritarie: una specie di '68 di destra, contro immaginari establishment di sinistra. In realtà hanno il pieno dominio, e con tanti media complici sognano di assediare tale establishment. Per questo è così importante sapere se Obama, nonostante l'assedio, continuerà a parlare della realtà, trasportando chiese e rancori dall’invisibile al visibile. Chi è visibile impara a sentirsi imputabile, non impunito. Apprende a vivere in un mondo non statico ma in movimento, che si può cambiare e che ci cambia.

  4. #4
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    Citazione Originariamente Scritto da Volpone Visualizza Messaggio
    Nel contempo sul nostro pianeta si spendono circa 1200 miliardi di dollari per le guerre e in armamenti. Abbastanza per dare da mangiare a quella parte del pianeta che ora è affamata.
    Ma ovviamente i potenti di questo pianeta da quell'orecchio non ci sentono...
    Gli USA destinano parecchi miliardi di dollari agli aiuti alimentari, sia direttamente (USAID) che finanziando per il 50% il PAM (Programma Alimentare Mondiale) delle nazioni unite.

    Quindi il tuo intervento, chiaramente diretto ad essi è chiaramente fuori luogo.

    Preoccupati, invece, di sapere quanto destinano a tali aiuti i ricchissimi paesi produttori di petrolio dell'OPEC, o la Lega Araba che ogni anno versa agli arabi di palestina 8 miliardi di dollari (il PIL di Haiti è 15 miliardi di dollari), che si intascano hamas e ANP. O quanto destina a tali aiuti la Cina, magari anche solo in tonnellate di riso.

    Vorrei aggiungere qualcosa che manca nel post iniziale:

    Ma per la tragica crisi alimentare che sta colpendo il Paese il fango giallo sta diventando nornale cibo da mettere in tavola. Con il prezzo del riso triplicato, i 9 milioni di abitanti sono alla disperazione e le rivolte di piazza all'ordine del giorno. Quasi ogni giorno ci sono vittime in strada, dove si danno alle fiamme i veicoli dell'ONU, si fanno barricate e si assaltano depositi di generi alimentari.
    Vogliamo considerare una piccola scheda del paese ?

    Un tempo colonia francese, Haiti è stata - dopo gli Stati Uniti - una delle prime nazioni delle Americhe a dichiarare la propria indipendenza. Il territorio haitiano copre la parte occidentale dell'isola di Hispaniola e confina a est con la Repubblica Dominicana. Haiti è il paese più povero delle Americhe.

    L'indipendenza dalla Francia è stata dichiarata il 1 gennaio 1804. Venne riconosciuta nel 1825 dalla Francia e nel 1863 dagli Stati Uniti. Dall'inizio del 2004 Haiti è al centro di una rivolta popolare che ha causato disordini e violenza ed ha portato il 29 febbraio alla partenza dall'isola del dimissionario presidente Jean-Bertrand Aristide. Il governo è stato retto ad interim dal presidente della Corte di cassazione, Boniface Alexandre, fino alle elezioni presidenziali tenutesi il 7 febbraio 2006 da cui, pur tra molte proteste ed accuse di broglio da parte dei suoi avversari, è uscito eletto Réné Préval.

    Più grande di Israele ha quasi la stessa popolazione ma è al 150° posto come reddito pro-capite.


    e della sua economia:

    Economia
    Haiti è il paese meno sviluppato dell'emisfero occidentale ed uno dei più poveri al mondo. Gli indicatori economici e sociali mostrano come Haiti, a partire dagli anni '80, abbia accumulato il divario rispetto ad altri paesi in via di sviluppo con livelli di reddito molto bassi. Attualmente, Haiti occupa la 153esima posizione su 177 paesi classificati in base all'Indice di sviluppo umano. Circa l'80% della popolazione vive in una condizione di povertà degradante, posizionando così il paese al penultimo posto nel mondo nella relativa classifica.

    Quasi il 70% degli haitiani è impiegato nel settore agricolo, rappresentato per lo più da una forma di agricoltura di sussistenza praticata su piccola scala. Il paese ha conosciuto nello scorso decennio una piccola crescita dei posti di lavoro, mentre, attualmente, si assiste ad un aumento dell'economia sommersa.

    Durante le amministrazioni Aristide (secondo periodo) e Alexandre-Latortue, le difficoltà riscontrate nel raggiungere accordi con i finanziatori internazionali hanno negato ad Haiti gli aiuti di cui il paese aveva fortemente bisogno. Altro ostacolo allo sviluppo economico è rappresentato dalla dilagante violenza che, negli ultimi 20 anni, ha tormentato la vita politica e sociale di Haiti. Sebbene vi fosse una situazione di relativa stabilità sotto i governi del Fanmi Lavalas, ciò non è bastato per convincere gli investitori stranieri ad impiegare il loro capitale nel paese.

    Di conseguenza, Haiti negli ultimi 20 anni ha conosciuto periodi di ristrettezze economiche, di consistenti deficit della bilancia commerciale e cicli caratterizzati da elevati livelli di inflazione. Gli studi hanno inoltre dimostrato che il flusso di riserve dall'estero, almeno per gli ultimi cinque anni, è rappresentato soprattutto dalle rimesse della consistente comunità haitiana espatriata e dalle tasse sulle telefonate dall'estero.
    Sono riusciti perfino a fare fuggire i turisti, che dopo i regimi dei Duvaliers non si sentono più sicuri ad andare in quei luoghi di sogno.

    Ecco da Mondolatino un quadretto dell'economia di Haiti:

    Haiti è uno dei paesi più poveri non solo del continente americano ma del mondo intero, e ha un'economia basata essenzialmente sull'agricoltura, l'industria leggera e il commercio.

    La grandezza media della proprietà è di soli 1,5 ettari e molti contadini coltivano il minimo indispensabile per nutrire la loro famiglie. Nelle grandi proprietà vengono coltivati caffè, la canna da zucchero e la sisal per l'esportazione. La maggior parte delle foreste è stata abbattuta e ciò ha determinato una grave erosione del suolo e la contrazione dei raccolti.

    Il paese è sprovvisto di fonti energetiche a esclusione del considerevole potenziale idroelettrico, fornito dall'Artibonite. L'industria mineraria è dei tutto insignificante: dato il basso costo della manodopera sono sorte numerose piccole aziende produttrici di beni di consumo (apparecchiatura elettroniche, piccoli elettrodomestici, abbigliamento, equipaggiamento sportivo. ecc.). L'artigianato è tuttora vivace, come le piccole industrie tradizionali (zuccherifici, distillerie di rum, impianti tessili, manifatture di sigarette). è anche in funzione un cementificio.

    Durante la dittatura dei Duvalier, il turismo era la maggiore fonte di valuta straniera, dopo i prodotti agricoli. I turisti erano attratti della bellezza della natura, dalla cultura e dalla sicurezza dei luoghi. Il turismo un pò venuto a meno era concentrato nella capitale Port-au-Prince e nel sobborgo di Pietonville.

    La rete stradale è tuttora insufficiente.
    Sarà un caso che è a due passi da Cuba e che una delle sue isole è la famosa Tortuga?

  5. #5
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    Raccomandazioni del Ministero degli Esteri Italiano.

    Avvisi particolari

    Dal 30.04.2008 - Imponenti manifestazioni contro il carovita, accompagnate da saccheggi, disordini e violenti scontri, si sono verificate, nel mese di aprile u.s., in tutto il Paese, in particolare nella capitale Port-au-Prince.

    A causa di una situazione di sicurezza altamente precaria e per l'elevato livello di criminalità si sconsigliano viaggi non determinati da motivi di effettiva necessità ad Haiti.
    Questa raccomandazione permane ormai da anni sul sito.

  6. #6
    AhAhAh
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    Riguardo Haiti:
    Sebbene l'élite haitiana abbia tradizionalmente coltivato legami culturali con la Francia, la lingua creola, la religione vodoo, la popolazione d'origine costituita di ex schiavi insorti e una storia costellata di violenze sono tutti elememi che contribuiscono a farne un paese isolato. «Ogni nazione è di per sé unica», ha osservato Sidney Mintz, ma «Haiti appartiene a una categoria a se stante». Di conseguenza, in occasione della crisi haitiana scoppiata del 1994, i paesi latinoamericani non considerarono Haiti un problema «loro» e si rifiutarono di accogliere i rifugiati haitiani come invece fecero con quelli cubani. «In America latina», ha affermato il presidente eletto di Panama, «Haiti non è considerata un paese latinoamericano. Gli haitiani parlano una lingua diversa, hanno radici etniche diverse, una cultura diversa. Sono diversi in tutto». Altrettanto distante appare Haiti dagli stati caraibici anglofoni di razza nera. «Agli occhi di un abitante di Grenada o della Giamaica», ha osservato un commentatore, gli haitiani «appaiono estranei quanto potrebbe esserlo uno dello Iowa o del Montana». Haiti, «il vicino che nessuno vuole», è davvero un paese completamente solo.

    Citazione da "Lo scontro delle civiltà" di S. P. Huntington

 

 

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