Amici, compagni, fratelli.
A mio avviso il punto nodale, teorico e poi pratico, di più rilevanza in assoluta è l'analisi degli strumenti per la transizione ad una società che superi il modo di produzione capitalistico.
In proposito sto appuntando alcune riflessioni, che saranno in parte convogliate in una articolo per il numero 2 di comunismo e comunità.
A mio avviso il dibattito di deve muovere su due piani:
1- superamento integrale, totale e senza ritorno, dell'equazione sfruttato= soggetto rivoluzionario.
E' una visione ultra-deterministica, che, anche nelle sue versioni classiste non feticistiche ( cioè le migliori) per cui la lotta di classe è puro strumento in vista di un fine superiore, dimostra comunque una profonda debolezza. Non c' è elemento più integrabile nel sistema di dominio liberale dello sfruttato e dell'oppresso.
2- non cadere, però, sul lato opposta, in una visione naive del comunismo come affare di buona volontà dei singoli e di penetrazione evangelica interiore. C'è anche questo aspetto, perchè se i singoli non cambiano dentro, è inutile fare rivoluzioni. Eppure questo aspetto non può divenire esclusivo, pena il ripiegamento in una visione spiritualista messianica del comunismo come movimento di redenzione, quando esso è soltanto ordine nuovo, struttura buona per gli uomini presi come comunità.
Dunque, oltre il determinismo classista, o dicotomico, e oltre il mero intimismo, è necessario trovare lo strumento di afflato comunitario che possa stringere gli uomini contemporanei attorno ad un progetto sociale che non sia soltanto la lotta degli oppressi contro gli oppressori ( perchè i cosiddetti oppressi ne hanno abbastanza di questa maniera autolesionista e isterica di presentare il reale, e preferiscono adagiarsi sul meraviglioso mondo della possibilità infinita che il liberalismo esprime).
Insomma, la lotta contro il capitalismo e il liberalismo non può assolutamente seguire, in tempi di avanzamento tecnologico, gli schemi delle lotte degli sfruttati portate avanti fino a 40 anni fa.
Il capitalismo ha compiuto il grande passo, quello della pentrazione interiore. Lottarlo con la chiamata alla rivolta degli sfruttati sarebbe un suicidio programmatico.
La lotta di classe, per forza di cose deve trasformarsi in lotta comunitaria.
Lo sfruttamento deve essere lottato senza requie, ma non può divenire il motore di reazione viscerale della rivoluzione.
Senza cadere, lo ripeto, in improbabili spiritualismi da conversione di massa ( la liberazione dal male è percorso intimo, personale, legato alla comunità, ma non riducibile ad essa).




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