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    Predefinito Ordine dell'Aquila Romana: raduno Alta Italia


    STEFANAGO: IL RADUNO DELL’ORDINE DELL’AQUILA ROMANA
    Solenne cerimonia per i Cavalieri e Dame



    La fondazione di Roma, il 21 aprile del 743 a.C., ci fu tramandata dallo
    storico latino Varrone. I Romani elaborarono una narrazione mitologica sulle
    origini dell'Urbe che ci giunse attraverso le opere storiche di Tito Livio,
    e quelle poetiche di Virgilio e Ovidio in età augustea. In quell'epoca le
    leggende riprese da più antichi testi si fusero in un'unica versione. I
    moderni studi storici e archeologici, partendo dalle molteplici fonti
    scritte, si rivolgono a resti e reperti di costruzioni rinvenute negli
    scavi, tentando di ricostruire la realtà storica riflessa dal racconto
    mitologico, nel quale si sono andati via via riconoscendo gli elementi di
    verità. Il nostro Ordine si intitola all'Aquila, cioè al simbolo sacrale che
    Chi ci a preceduto assunse a massima insegna della Civiltà Romana e
    Cristiana, alla cui testimonianza ispirò nello scorso secolo XX, il Suo
    movimento e tutta la Sua opera. Il 21 aprile 2008, MMDCCLXI a.U.c., si è
    celebrata la ricorrenza, festa storica e civile del nostro Ordine, in raduno
    dei Cavalieri, al Teatro di Marcello, sotto il Campidoglio, nel luogo di
    rinvenimento dei reperti più antichi del nucleo primitivo di Roma,

    Abbiamo preso parte in due occasioni alle Cerimonie dell'Ordine dell'Aquila
    Romana promosse dal Coordinatore Regione Lombardia, Cav. Gr. Uff. Emilio Giani. della Centuria "Semper
    Victrix" a cui si affiancherà una II Centuria.


    Nel nome dei valori

    In questa nuova società tutta presa dall'apparire e sempre più simile a un
    vuoto contenitore di nulla fa contrasto una riunione di cavalieri, cha
    appare come un'isola solitaria in un oceano sconfinato di banalità.

    Ecce quam bonum et quam iacundum habitare frates in unum

    Come un sol uomo ci siamo riuniti per questo rito

    E' accaduto a Stefanago il 1° maggio scorso che una folta rappresentanza di
    cavalieri dell'Aquila Romania si sia ritrovata ospite nella prestigiosa sede
    del Castello omonimo. Cavalieri provenienti da tutta la Lombardia si sono
    ritrovati per premiare e promuovere vecchi e nuovi rappresentanti dello
    storico sodalizio. Al tavolo d'onore sedevano l'avvocato Cav.Gr. Cr. Avv. Vetullio
    Mussolini, il Principe Wilhelm F. Hohenzollern. l'attrice Edmonda Aldini, il
    Cav. Gr. Uff. Giani Emilio (delegato della Lombardia dell'Ordine), il Cav. Gr. Cr. Dott. Mazzeo Leone
    (consigliere dell'Ordine dell'Aquila Romana), il Comm. Fumon
    Tanaka e il Cav. Angelo Balconi per
    la Wasi.

    Sull'altruismo e sui valori indiscutibili della nostra millenaria cultura si
    basa il sodalizio che ha come primo scopo quello di conservare e divulgare i
    valori di civiltà ereditati dalla Roma dei Cesari.

    "Essere cavaliere non è solamente l'esibizione di un titolo ma un credo
    d'onore e di onestà volto al servizio delle genti senza alcuna distinzione
    di ceto o nazionalità".

    E' questo il tema ricordato durante l'incontro affinché nessuno dei
    cavalieri dimentichi mai lo scopo primario del sodalizio

    --------------------------------



    DOCUMENTI:



    Chi è Edmonda Aldini

    Ha conquistato lentamente la fama in
    <
    http://www.mymovies.it/biografia/?a=7392> teatro dove per molto tempo la
    legarono ai ruoli di antagonista (a ventiquattro anni fu la madre della
    quarantenne <
    http://www.mymovies.it/biografia/?a=9689> Elena Zareschi in
    <
    http://www.mymovies.it/dizionario/recensione.asp?id=52134> Oreste, ripreso
    anche per i canali televisivi). Con il concorso "Nuovi volti per la TV" del
    1953, viene notata e scritturata nel cast de
    <
    http://www.mymovies.it/dizionario/recensione.asp?id=50853> Il dottor
    Antonio, il primo sceneggiato televisivo a fianco di
    <
    http://www.mymovies.it/biografia/?a=96299> Luciano Alberici. In tv,
    curiosamente, si è rivelata prima come cantante (memorabili certe sue
    interpretazioni dei motivi di Kurt Weill) e conduttrice (la presentazione
    dell' "Approdo") che come attrice drammatica. La sua prima interpretazione
    televisiva di gran livello è stata la partecipazione al Gioco degli eroi di
    e con <
    http://www.mymovies.it/biografia/?a=204> Vittorio Gassman, nel 1963.
    In seguito l'abbiamo vista in
    <
    http://www.mymovies.it/dizionario/recensione.asp?id=49739> Adorabile Giulia
    (nel ruolo del titolo), nell'edizione teatrale dell'
    <
    http://www.mymovies.it/dizionario/recensione.asp?id=17223> Orlando Furioso
    di <
    http://www.mymovies.it/biografia/?r=6044> Ronconi (nelle vesti di
    Bradamante) ma anche della versione televisiva (1975) del poema ariostesco,
    <
    http://www.mymovies.it/dizionario/recensione.asp?id=50927> L'educazione
    sentimentale, <
    http://www.mymovies.it/dizionario/recensione.asp?id=51643>
    Luisa Miller, <
    http://www.mymovies.it/dizionario/recensione.asp?id=52561>
    La regina e gli insorti,
    <
    http://www.mymovies.it/dizionario/recensione.asp?id=53184> L'ultima Boheme
    (dove cantava splendidamente il leit-motiv).



    --------------


    Nuove nomine alla Cerimonia del 1° Maggio 2008

    Dame e Cavalieri

    Tatiana Kipina - (Russia) Eclectic Estate Manager

    Yuriy Semyonov - (Lettonia) Eclectic Security Bank Manager

    Stefano Capuano - (Svizzera) Eclettico Sottoufficiale Forza Armate Svizzere

    Fulvio Comazzi - (Italia)

    Giuseppe Gargano - (Italia)



    Ufficiali

    Oleg Pisarev - (Russia) Eclectic Senior Officer

    Marco Gatti - (Italia) Eclettico Manager Sportivo



    Commendatore

    Vladislav Kirilovskiy - (Lettonia) Eclectic Sport Manager


    -------------------


    Cavalieri e samurai
    (da una ricerca del Cav. Francesco Palandri)

    I cavalieri e i samurai ispirano valori umani elevati. I loro codici e
    leggende alimentano le fantasie di romanzieri, articolisti, ma anche il
    senso comune del vivere secondo comportamenti cosiddetti cavallereschi.

    Ma non tutto ciò che luccica è oro.

    L'uomo ha molte difficoltà a essere regolato da discipline e codici, ha
    sempre la tentazione di eluderli, di trasformarli a proprio piacimento, di
    trarne profitto.

    Gli ultimi avvenimenti degli americani (i cavalieri moderni) in Afghanistan
    (e non solo loro, la storia e le ultime guerre sono, purtroppo, piene di
    soprusi e di odio. Ma, come si suol dire, "questa è la guerra") hanno
    dimostrato che l'animo umano ha un lato oscuro, in certi casi molto oscuro.

    Quando qualcuno è gentile con una donna (i cavalieri di una volta non
    avevano un buon feeling con le donne, che venivano trattate in malo modo),
    difende gli oppressi o i più deboli (erano spietati e avevano il consenso
    religioso di uccidere il nemico che rappresentava il peccato, chiamata da
    San Bernardo la teoria del "malicidio"), quando la lealtà e la giustizia
    verso gli avversari o altri (uccidere il nemico era meritorio, per cui
    nessuna pietà) sono valori primari ed essenziali quella persona "è un
    cavaliere" oppure ha "comportamenti cavallereschi". Nel vecchio Giappone "è
    un samurai", segue le regole del bushido.

    Una piccola differenza fra cavalieri e samurai era il senso dell'onore, del
    "perdere la faccia", che i samurai lavavano con il seppuku (suicidio rituale
    con cui un samurai cancella il disonore della sconfitta. Espressione da
    preferire nettamente a harakiri. La morte avviene per sventramento. Potevano
    ricorrervi anche le mogli dei samurai, tagliandosi la gola).

    Non mi risulta che i cavalieri avessero questo senso dell'onore così alto da
    suicidarsi (l'onore si lava ammazzando colui che ha disonorato).

    Attenzione: il mito del "cavalier servente" è posteriore a quella degli
    ordini equestri.

    Solo dopo il Rinascimento ci si pose il problema delle buone maniere e due
    prelati, Baldassar Castiglione e Giovanni della Casa, codificarono delle
    regole-comandamenti (non ruttare a tavola, non sputare, non spogliarsi in
    pubblico.). La letteratura poi creò il mito trasformando i cavalieri
    antichi, rozzi, sporchi, maleducati, sanguinari, in cavalieri premurosi,
    puliti, gentili colmi di valori umani e sociali.

    Con queste caratteristiche e questi valori il titolo di cavaliere era
    ambitissimo. Da qui nacquero nuovi ordini equestri per poter consegnare
    questo titolo onorifico (entrare nei tre ordini della chiesa era abbastanza
    difficile: i cavalieri teutonici ammettevano solo cittadini tedeschi, i
    cavalieri di Malta ammettevano solo coloro che sapevano dimostrare di essere
    cattolici di provata fede e quelli del Santo Sepolcro dovevano essere
    presentati da un vescovo. Credo che sia così tutt'ora).

    Iniziò Carlo il Buono che nel 1516 fondò l'ordine della Santissima
    Annunziata. Nel 1738 nacque l'ordine di San Gennaro dei Borbone e così tanti
    altri. Ma l'ingresso in questi ordini nuovi era riservato soltanto ai
    nobili. Solo nel 1901, re Vittorio Emanuele III aprì gli ordini ai
    "borghesi"

    Oggi il cavalierato viene assegnato per i più svariati motivi, ma alla base
    di questa onorificenza ci sono (o si presume che ci siano) i più alti valori
    umani e che il candidato li possa rappresentare come esempio per tutti gli
    altri.

    Ma tracciamo un po' di storia dei cavalieri:

    "I cavalieri nascono 4.000 anni fa. Incominciarono a essere valorizzati solo
    nel X secolo (i samurai nel XVI secolo), quando gli Ungari invasero l'Europa
    portando un attrezzo fino ad allora sconosciuto, 'la staffa'. Da quel
    momento ebbero più stabilità in sella, quindi una maggior capacità
    offensiva" (F. Cardini docente di storia medievale all'università di
    Firenze-Focus ag. 2007).

    Con queste caratteristiche i cavalieri divennero indispensabili a chiunque
    volesse avere sicurezza o conquistare territori. La chiesa fu una delle
    autorità di quel periodo che più di altri utilizzò i cavalieri per
    organizzare la "crociate". Utilizzò avventurieri e briganti facendoli
    diventare difensori dei deboli, degli umili, ma soprattutto per difendere i
    suoi possedimenti.

    Istituì gli "ordini equestri" (dopo l'anno Mille) con codici e regole
    militari, ispirati dagli austeri asceti dell'epoca (per esempio Bernardo
    Chiaravalle, 1091-1153, abate circense, un ayatollah (?) moderno che
    incitava alle "crociate").

    Regole monastiche in cui il sesso, il bere o altri vizi venivano banditi.
    Non solo alcuni castelli erano delle "celle" austere e senza fronzoli, i
    cavalieri non avevano abiti sfarzosi, ma tuniche semplici. Osservavano
    frequenti digiuni, pregavano e dormivano armati. I samurai non erano molto
    diversi la loro e infatti la loro vita era austera e dedicata alla
    battaglia, a seguire dettami buddisti, dormivano con la katana ed erano
    sempre pronti a combattere con qualunque arma a disposizione.

    Ai famosi templari erano vietati i capelli lunghi, dovevano mangiare in due
    dallo stesso piatto, mangiare poca carne ed era loro vietato avere rapporti
    (non solo sessuali) con l'altro sesso (compresi madri e sorelle).

    Gli unici a far entrare le donne come infermiere furono i cavalieri
    teutonici. (Ariosto nell'Orlando furioso crea il mito di Bradamante
    "cavaliera" e sorella di Rinaldo).

    Il primo ordine fu quello di San Giovanni (1050, amalfitani), poi venne
    quello del Santo Sepolcro (1099), il terzo fu l'ordine dei Templari (1118
    Francesi). Poi nacque l'ordine dei Cavalieri teutonici (1190 tedeschi).

    Tutti questi ordini vennero costituiti per combattere l'islam. Tutti contro
    "l'ordine equestre" arabo-musulmano chiamato Al-Futuwah creato dall'asceta
    Abu Abd er-Rahman (932-1021) con le stesse regole cristiane: generosità,
    frugalità, nobiltà d'animo (i medesimi principi del Bushido). Quindi molto
    prima degli ordini equestri europei.


    --------------------



    IL CASTELLO di STEFANAGO


    La storia di Stefanago è legata, come abbiamo già visto, a quella del feudo
    di Fortunago di cui fece pare sino all'estinzione del feudalesimo. La
    leggenda popolare lo vuole sorto in tre notti per incantesimo, mentre il
    Maragliano scrive che: "Nel castello e nelle valli vicine, di nottetempo si
    odono urla, lamenti, fragore d'armi, grida di vendetta: ricordo delle lotte
    fra i signori di Stefanago e quelli di Nebiolo, alla cui famiglia i primi
    avean rapito una figlia".

    Defendente Sacchi, nel suo romanzo di ispirazione romantica,
    edito agli inizi dell'Ottocento, così parla di Stefanago: "Nel cuore di
    questi dirupi, in mezzo a minori eminenze, sorge a piramide il poggio
    solitario su cui troneggia la superba rocca: ivi la innalzava uno Stefano,
    perché gli parve difficile il luogo a pigliarsi, mentre potea dominare sovra
    gli altri e quasi avere l'ossequio de' circostanti colli, così egli
    lusingava il suo orgoglio e lo nominò da suo nome".

    Alla leggerezza del Sacchi nel dissertare sull'etimologia di
    questo toponimo vogliamo sopperire ricordando quanto scrisse il Maragliano
    al riguardo: "Stefanago, Stefanàgh. Luogo antichissimo del Comune di
    Staghiglione. Il Crescenzio (Anfiteatro romano) colloca fra le famiglie
    d'origine romana quella dei Curte. Quanto a Stefanago il Cavagna Sangiuiali,
    basandosi sul postulato del Flecchia relativo alla celticità della
    terminazione in ago dei toponimi dell'Italia Superiore, ritiene che
    l'esistenza di Stefanago sia dovuta al Celti; e sempre appoggiato allo steso
    autore là dove tratta del nome di Fortunago, derivandolo dalla Dea Fortuna,
    propende a credere che l'origine del nome sia dovuta al mito degli Stefan,
    che erano i giovani usciti dalle ceneri delle figlie di Orione, il
    cacciatore figlio di Ivico. Evidentemente egli ha corso troppo in ordine
    alla origine celtica, non rilevando che il Flecchia parla solo di influenza
    celtica del termine. E' noteo che molti patrizi si son convertiti al
    Cristianesimo e fra qeusti potrebbe esservi un Curti che a perpetrare la
    memoria del martirio Stefano abbia dato il nome ad un suo fondo".

    Per la derivazione dal nome personale Stephanus, da cui
    Stephanacus propende pure l'Olivieri, mentre il Legé è per una desinenza
    celtica di antichissima formazione riscontrabile in località vicinali quali
    Fortunago, Gravenago, Primorago, Polinago ed Inverigo.

    Scrive il Goggi: "Lo troviamo dipendente dai Visconti ai quali
    si ribellò nel 1362. I Visconti gli mandarono contro il capitano Luchino Dal
    Verme il quale s'impadronì del castello, ma non poté tenerlo a lungo perché
    l'anno dopo il marchese del Monferrato, contrario ai Visconti, vi innalzava
    il guelfo vessillo".

    In quel tempo il castello doveva già appartenere all'antica casa
    feudale dei Corti, già nota con un Bellone che, nel 1165, intervenne in Sale
    alla riappacificazione tra pavesi e tortonesi, quale console di Pavia,
    ramificatasi in varie linee che si intitolarono dal luogo feudale da ognuna
    detenuto.

    La prova ci viene fornita dall'emanazione alla piccola comunità
    di Stefanago di speciali statuti da parte di Martino, Laurengo, Giovanni e
    Roglerio fratelli De Curte, figli di un Sigembardo, nonché di un loro nipote
    pure a nome Sigembardo.

    Discendevano questi Corti da un Roglerio, vivente nel 1276,
    console di Pavia nel 1282, eletto fra gli anziani dopo l'espulsione del
    Fallabrini che, testando nel 1302, dispose la divisione del suo patrimonio
    in tre parti uguali tra i figli Guglielmo, Gualtiero e Giustamonte, con atto
    rogato da Tommaso de Advocatis.

    Da Giustamonte nacquereo Roglerio e Sigebaldo, quest'ultimo
    rilevato quale primo detentore di Stefanago, esentato nel 1254 dai dazi
    verso la città di Pavia.

    Roglerio fu padre di un Andoardo a cui si propagarono le linee
    dei Corti che ebbero giurisdizione sul territorio di Stefanago, mentre da un
    fratello del medesimo Roglerio, Bellone, vivente nel 1255 discende,
    attraverso varie generazioni un Giacomo, iscritto al catalogo dei nobili
    vogheresi del 1475,inviato a Lodovico il Moro, quale ambasciatore, da parte
    della Comunità vogherese. Lo stesso fu padre di Andoardo, notaio in Gerola,
    castellano di Imola nonché signore di Stefanago e di Giovanni, ricordato nel
    1477 quale restauratore del maniero.

    I corti non mantennero a lungo la signoria su questo luogo che,
    nel 1400 fu annesso al feudo di Fortunago e concesso, per acquisto, al
    capitano di ventura Jacopo Dal Verme.

    Pensiamo ne siano stati spodestati nel travagliato periodo delle
    lotte guelfo-ghibelline che, come già detto, nel 1362, videro Stefanago
    ribellarsi ai Visconti con Torre del Monte e località vicinali.

    Ciò nonostante i Corti mantennero il possesso enfiteutico del
    castello dove, Gerolamo, discendente dal ricordato Andoardo, viveva nel
    1533.

    Gerolamo Corti ebbe per figli Odoardo, Gio. Antonio e Gio.
    Andrea. Da quest'ultimo nacque Giovanni Francesco, vivente nel 1616 e sposo
    alla nobile Caterina Spinola.

    Costei, rimasta vedova senza prole, è ricordata nella dicitura a
    ricordo che contorna l'antica campana della torre, datata all'anno 1647,
    unitamente a Matteo e Tommaso Corti, detentori del castello in quell'epoca
    quali discendenti della medesima linea agnatizia.

    Da Tommaso nacque Giacomo Franco che, nel 1620 viveva in luogo,
    padre di altro Tommaso, vivente nel 1711 e di Matteo.

    Quest'ultimo generò a sua volta Francesco Antonio e Tommaso che,
    nel 1709, alienavano le proprie sostanze di Stefanago provenienti dal
    fidecommesso istituito dal loro avo Giacomo nel lontano 1516, con rogito di
    Luca de Cairo, notaio in Frascarolo.

    Il castello passò quindi ai Rossi di Fortunago che ne mantennero
    il possesso sono al 1840 allorquando, con 4000 pertiche di terreno, sarà
    rilevato dal commerciante vogherese Carlo Baruffaldi, nella cui famiglia è
    tuttora detenuto in fase di restauro per volontà dell'ingegner Giacomo e dei
    suoi figli.

    Imponente appare ancor oggi al visitatore che proviene da
    Arpesina la mole del castello che, nel suo complesso, consta di tre distinte
    fasi di edificazione.

    La parte più antica, risalente al XIII secolo e riadattata nel
    1317 circa, si identifica nell'alto torrione che misura ben 28 metri dal
    terrazzo antistante con un perimetro di base di 7,7 metri per lato.

    Lo spessore delle murature è superiore ai due metri e mezzo,
    mentre il materiale di costruzione è la pietra locale e l'arenaria,
    evidenziata quest'ultima nella fronte dell'andito d'accesso dove si denota
    una bella volta a crociera. La realizzazione dell'ingresso è del 1557, come
    testimonierebbe l'incisione di tale data sul portoncino in legno che
    conserva l'arco a tutto senso soprastante.

    Al manufatto si sale tramite una scala in cotto ben conservata,
    mentre le solide murature perimetrali son ad ogni piano interrotte da
    finestruole ben sagomate e coronate da archi a tutto sesto, uguali alle
    piccole feritoie che le alternano.

    Al primo piano, un portello sul lato che volge al cortile
    nobile, ricorda quello che doveva essere l'originario accesso alla torre,
    collegato al medesimo cortile da una scale in legno mobile.

    Le solette dei tre piani della torre sono in legno; di uguale
    materiale sono le scalette che, dopo il primo piano, conducono alla sommità
    della costruzione, occupata da un terrazzo cintato di ringhiera in ferro ed
    occupato da una campana posta sul castello, datata nell'iscrizione che la
    circonda, all'anno 1647 e riportante i nomi dei probabili committenti:
    Caterina Spinola, Matteo e Tommaso Corti.

    Nella parte superiore, la torre, per un'altezza di circa due
    metri, presenta cotto a vista nelle murature perimetrali, frutto di un
    intervento ottocentesco di rifacimento conservativo.

    Nel 1933 poi, i fratelli Giacomo ed Antonio Baruffaldi
    procedettero ad un riadattamento dell'intero complesso senza peraltro
    stravolgere l'originaria struttura.

    Dalla terrazza si gode il panorama di un incantevole scenario
    naturale. Sul fronte nord è il Castello di Montalto e la lunga distesa della
    pianura dove, nei giorni tersi, lo sguardo può spaziare sino a Milano, ad
    est è la val Tidone, Fortunago, Torre degli Alberi e Zavattarello. A sud il
    monte Penice e la dolce valle Ardivestra, mentre ad ovest, con la valle
    Schizzola si nota il monte Morino e la Parrocchiale antica di Torre del
    Monte.

    Scendendo al terrazzamento con contrafforti in pietra, sul lato
    del torrione si snoda un manufatto in mattoni di cotto rossiccio con belle
    finestre gotiche, costituenti la seconda fase di edificazione del complesso,
    coevo alla Chiesuola esterna, risalente probabilmente all'anno 1477 ed alle
    opere fattevi eseguire dal nobile Giovanni Corti.

    La costruzione, osserva il Merlo: "è a pianta quadrangolare, ma
    si sviluppa su due corpi a L, che si raccordano sul torrione elevandosi
    nell'angolo di nord-est. La robusta compattezza delle muraglie e la solenne
    linearità dell'architettura danno all'insieme degli edifici un aspetto
    oltremodo severe".

    Torre e costruzioni che la circondano danno vita al cortiletto
    nobile dotato di portichetti ad arco sesto acuto e tondo che si alternano,
    rimessi in luce nel loro bel cotto di cornice dall'attuale proprietario.

    Sul lato sinistro del torrione è l'ala più recente della
    costruzione, databile al secolo XVIII, come lasciano intravedere le porte
    lignee che danno comunicazione interna ed i soffitti cassettonati pure
    lignei, un tempo ricoperti da intonaco ed oggi valorizzati con un oculato
    restauro che ne ha messo in luce le strutture originarie.

    Dal piazzale antistante, comunicante con un giardino laterale ed
    ambedue racchiusi da muratura con merli neogotici, si scende alla
    sottostante cappelletta dedicata alla Vergine, con ingresso preceduto da
    pronao e sormontato da lapide marmorea a ricordo dei restauri già ricordati,
    voluti da Giovanni Corti nel 1477.

    La struttura dell'Oratorio arieggia al gotico e presenta due finestruole
    pure goticizzanti che danno luce all'interno dove l'aula è mononavatale,
    preceduta da due transetti laterali arretrati presso l'ingresso.

    L'affrescazione del manufatto, eseguita nel 1950 dal pittore
    Pilon, richiama per ispirazione le opere della celebrata scuola dei Boxilio
    presenti in S. Alberto di Butrio.

    Nella volta a botte della navata sono rosette stilizzate, mentre
    nel fianco destro è effigiata la Vergine col Bambino adorato dagli offerenti
    inginocchiati, i signori Baruffaldi. Segue una raffigurazione di S. Martino
    che dona il mantello al povero. Sul lato opposto è la rappresentazione della
    Crocifissione. La Vergine è ai piedi del Cristo mentre ai lati sono le
    iconografie di S. Rocco, S. Antonio, S. Stefano e S. Cristina.

    L'Oratorio, che si identifica con l'antico dedicato a S.
    Francesco, citato in atti del secolo XVII, è stato riadattato negli anni
    cinquanta del nostro secolo.

    La leggenda, riportata da Defendente Sacchi nel suo romanzo "La
    pianta dei sospiri", vuole nella Chiesuola la sepoltura della sventurata
    protagonista del tradizionale racconto d'amore che ancora oggi si tramandano
    le popolazioni locali, per il quale lasciamo la parola a Mario Merlo che lo
    ha così riassunto.

    "Guidone di Nebbiolo e Stefano II di Stefanago, detto il Rosso,
    erano due castellani vicini, fra loro nemici irriducibili, sempre pronti ad
    assalirsi e a combattersi. E se Guidone era superbo e nemico di Dio e degli
    uomini, Stefano II era truculento e malvagio. Il primo di essi aveva un
    figlio: Anselmo, mentre il secondo aveva una figlia: Bianca; due giovani
    che, inutile dirlo, erano proprio l'opposto dei rispettivi genitori: buoni,
    gentili, belli.

    Invano i pacieri si erano impegnati più volte per mettere fine
    alla guerra fra i due. Un giorno le sentinelle di Guidone videro Stefano
    uscire dal castello con una buona scorta di armati ed avvertirono il loro
    signore che, raccolti i suoi uomini, li mise al comando del figlio Anselmo e
    li mandò ad assalire il castello nemico. Anselmo riuscì ad occupare
    Stefanago e fece prigionieri i pochi soldati che erano rimasti a
    presidiarlo. Ma Stefano, informato, rientrò per un passaggio segreto, sicché
    gli assalitori caddero caddero tutti prigionieri senza aver avuto il tempo
    di difendersi. Stefano si mise subito a sfogare i propri istinti feroci
    facendo ammazzare e mutilare tutti, ma risparmiò Anselmo, che chiuse in una
    tetra cella per poter ricattare il padre. - Voglio che tuo padre lavi
    quest'onta -, diceva sempre al giovanotto. - Scrivigli e digli che l'attendo
    qui per trattare il suo riscatto -.

    Ma Anselmo, che non si fidava di lui, rifiutava di scrivere al
    padre. Un giorno Stefano portò bianca con sé nella cella di Anselmo: - Ecco
    -, disse alla figlia, - il mio peggiore nemico. Io gli ho offerto la
    possibilità di salvarsi, ma lui rifiuta, e io finirò per farlo impiccare ai
    merli del torrione -.

    Bianca rimase profondamente colpita dalla bellezza e dalla bontà
    che trasparivano dal volto del guerriero. Prima incominciò, complice un
    guardiano, ad alleviargli la durezza della prigionia con un vitto migliore,
    con qualche visita fugace; poi, una notte, indossando il mantello del padre
    per ingannare i guardiani, lo fece fuggire e lo seguì sino a Nebbiolo, dove
    si sposarono.

    La notizia delle nozze giunse a Stefanago quando ancora
    ribolliva la collera del Rosso, roso dalla doppia offesa ricevuta. Per
    vendicarsi, si assicurò l'aiuto dei feudatari di Fortunago, Rocca Susella e
    altri luoghi, quindi radunati tutti gli uomini che poté, mosse contro
    Nebbiolo con il proposito di vendicare il rapimento della figlia.

    Gli assalitori riuscirono ad espugnare Nebbiolo. Guidone
    affrontò il rivale, ma Bianca s'interpose fra i due cercando di separarli.
    Invece un colpo della spada di suo padre la ferì gravemente, e poco dopo
    anche Guidone cadde trafitto dalla stessa arma. Distrutto il castello, il
    Rosso prese la via del ritorno portando con sé la figlia.

    Anselmo si era salvato. Visto il castello paterno distrutto,
    corse a Stefanago e poté entrarvi dicendo che era il marito di Bianca.
    Quando il Rosso lo vide tentò di aggredirlo, ma venne trattenuto dalla
    figlia, che subito dopo spirò. La disperazione di Anselmo fu tale che crollò
    a terra e morì poco dopo.

    Quella tragedia fece ravvedere il truce signore di Stefanago,
    che da allora divenne buono. Fece seppellire i due giovani nella chiesetta
    davanti all'ingresso del suo castello e ne divenne l'inseparabile custode;
    poi scontò sino alla morte peccati commessi, macerandosi nelle rinunce e
    nella disperazione".



  2. #2
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    S.E. Guido Mussolini IV Capo e Gran Cancelliere ha inviato da Buenos Aires un messaggio ai convenuti.

  3. #3
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    manica di massoni?

  4. #4
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    Citazione Originariamente Scritto da DogeInGuerra Visualizza Messaggio
    manica di massoni?

    La visione del mondo della Massoneria è in contrapposizione stridente con la visione del mondo di qualsiasi Ordine cavalleresco e, in particolar, modo per l'Ordine dell'Aquila Romana le cue fondamenta ideologiche e spirituali sono più che evidenti.
    L'appartenenza alla Massoneria è incompatibile con l'appartenza all'OAR.

  5. #5
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    scusasse...

  6. #6
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    Citazione Originariamente Scritto da Ares753 Visualizza Messaggio
    La visione del mondo della Massoneria è in contrapposizione stridente con la visione del mondo di qualsiasi Ordine cavalleresco e, in particolar, modo per l'Ordine dell'Aquila Romana le cue fondamenta ideologiche e spirituali sono più che evidenti.
    L'appartenenza alla Massoneria è incompatibile con l'appartenza all'OAR.
    In teoria...

 

 

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