STEFANAGO: IL RADUNO DELL’ORDINE DELL’AQUILA ROMANA
Solenne cerimonia per i Cavalieri e Dame
La fondazione di Roma, il 21 aprile del 743 a.C., ci fu tramandata dallo
storico latino Varrone. I Romani elaborarono una narrazione mitologica sulle
origini dell'Urbe che ci giunse attraverso le opere storiche di Tito Livio,
e quelle poetiche di Virgilio e Ovidio in età augustea. In quell'epoca le
leggende riprese da più antichi testi si fusero in un'unica versione. I
moderni studi storici e archeologici, partendo dalle molteplici fonti
scritte, si rivolgono a resti e reperti di costruzioni rinvenute negli
scavi, tentando di ricostruire la realtà storica riflessa dal racconto
mitologico, nel quale si sono andati via via riconoscendo gli elementi di
verità. Il nostro Ordine si intitola all'Aquila, cioè al simbolo sacrale che
Chi ci a preceduto assunse a massima insegna della Civiltà Romana e
Cristiana, alla cui testimonianza ispirò nello scorso secolo XX, il Suo
movimento e tutta la Sua opera. Il 21 aprile 2008, MMDCCLXI a.U.c., si è
celebrata la ricorrenza, festa storica e civile del nostro Ordine, in raduno
dei Cavalieri, al Teatro di Marcello, sotto il Campidoglio, nel luogo di
rinvenimento dei reperti più antichi del nucleo primitivo di Roma,
Abbiamo preso parte in due occasioni alle Cerimonie dell'Ordine dell'Aquila
Romana promosse dal Coordinatore Regione Lombardia, Cav. Gr. Uff. Emilio Giani. della Centuria "Semper
Victrix" a cui si affiancherà una II Centuria.
Nel nome dei valori
In questa nuova società tutta presa dall'apparire e sempre più simile a un
vuoto contenitore di nulla fa contrasto una riunione di cavalieri, cha
appare come un'isola solitaria in un oceano sconfinato di banalità.
Ecce quam bonum et quam iacundum habitare frates in unum
Come un sol uomo ci siamo riuniti per questo rito
E' accaduto a Stefanago il 1° maggio scorso che una folta rappresentanza di
cavalieri dell'Aquila Romania si sia ritrovata ospite nella prestigiosa sede
del Castello omonimo. Cavalieri provenienti da tutta la Lombardia si sono
ritrovati per premiare e promuovere vecchi e nuovi rappresentanti dello
storico sodalizio. Al tavolo d'onore sedevano l'avvocato Cav.Gr. Cr. Avv. Vetullio
Mussolini, il Principe Wilhelm F. Hohenzollern. l'attrice Edmonda Aldini, il
Cav. Gr. Uff. Giani Emilio (delegato della Lombardia dell'Ordine), il Cav. Gr. Cr. Dott. Mazzeo Leone
(consigliere dell'Ordine dell'Aquila Romana), il Comm. Fumon
Tanaka e il Cav. Angelo Balconi per la Wasi.
Sull'altruismo e sui valori indiscutibili della nostra millenaria cultura si
basa il sodalizio che ha come primo scopo quello di conservare e divulgare i
valori di civiltà ereditati dalla Roma dei Cesari.
"Essere cavaliere non è solamente l'esibizione di un titolo ma un credo
d'onore e di onestà volto al servizio delle genti senza alcuna distinzione
di ceto o nazionalità".
E' questo il tema ricordato durante l'incontro affinché nessuno dei
cavalieri dimentichi mai lo scopo primario del sodalizio
--------------------------------
DOCUMENTI:
Chi è Edmonda Aldini
Ha conquistato lentamente la fama in
<http://www.mymovies.it/biografia/?a=7392> teatro dove per molto tempo la
legarono ai ruoli di antagonista (a ventiquattro anni fu la madre della
quarantenne <http://www.mymovies.it/biografia/?a=9689> Elena Zareschi in
<http://www.mymovies.it/dizionario/recensione.asp?id=52134> Oreste, ripreso
anche per i canali televisivi). Con il concorso "Nuovi volti per la TV" del
1953, viene notata e scritturata nel cast de
<http://www.mymovies.it/dizionario/recensione.asp?id=50853> Il dottor
Antonio, il primo sceneggiato televisivo a fianco di
<http://www.mymovies.it/biografia/?a=96299> Luciano Alberici. In tv,
curiosamente, si è rivelata prima come cantante (memorabili certe sue
interpretazioni dei motivi di Kurt Weill) e conduttrice (la presentazione
dell' "Approdo") che come attrice drammatica. La sua prima interpretazione
televisiva di gran livello è stata la partecipazione al Gioco degli eroi di
e con <http://www.mymovies.it/biografia/?a=204> Vittorio Gassman, nel 1963.
In seguito l'abbiamo vista in
<http://www.mymovies.it/dizionario/recensione.asp?id=49739> Adorabile Giulia
(nel ruolo del titolo), nell'edizione teatrale dell'
<http://www.mymovies.it/dizionario/recensione.asp?id=17223> Orlando Furioso
di <http://www.mymovies.it/biografia/?r=6044> Ronconi (nelle vesti di
Bradamante) ma anche della versione televisiva (1975) del poema ariostesco,
<http://www.mymovies.it/dizionario/recensione.asp?id=50927> L'educazione
sentimentale, <http://www.mymovies.it/dizionario/recensione.asp?id=51643>
Luisa Miller, <http://www.mymovies.it/dizionario/recensione.asp?id=52561>
La regina e gli insorti,
<http://www.mymovies.it/dizionario/recensione.asp?id=53184> L'ultima Boheme
(dove cantava splendidamente il leit-motiv).
--------------
Nuove nomine alla Cerimonia del 1° Maggio 2008
Dame e Cavalieri
Tatiana Kipina - (Russia) Eclectic Estate Manager
Yuriy Semyonov - (Lettonia) Eclectic Security Bank Manager
Stefano Capuano - (Svizzera) Eclettico Sottoufficiale Forza Armate Svizzere
Fulvio Comazzi - (Italia)
Giuseppe Gargano - (Italia)
Ufficiali
Oleg Pisarev - (Russia) Eclectic Senior Officer
Marco Gatti - (Italia) Eclettico Manager Sportivo
Commendatore
Vladislav Kirilovskiy - (Lettonia) Eclectic Sport Manager
-------------------
Cavalieri e samurai
(da una ricerca del Cav. Francesco Palandri)
I cavalieri e i samurai ispirano valori umani elevati. I loro codici e
leggende alimentano le fantasie di romanzieri, articolisti, ma anche il
senso comune del vivere secondo comportamenti cosiddetti cavallereschi.
Ma non tutto ciò che luccica è oro.
L'uomo ha molte difficoltà a essere regolato da discipline e codici, ha
sempre la tentazione di eluderli, di trasformarli a proprio piacimento, di
trarne profitto.
Gli ultimi avvenimenti degli americani (i cavalieri moderni) in Afghanistan
(e non solo loro, la storia e le ultime guerre sono, purtroppo, piene di
soprusi e di odio. Ma, come si suol dire, "questa è la guerra") hanno
dimostrato che l'animo umano ha un lato oscuro, in certi casi molto oscuro.
Quando qualcuno è gentile con una donna (i cavalieri di una volta non
avevano un buon feeling con le donne, che venivano trattate in malo modo),
difende gli oppressi o i più deboli (erano spietati e avevano il consenso
religioso di uccidere il nemico che rappresentava il peccato, chiamata da
San Bernardo la teoria del "malicidio"), quando la lealtà e la giustizia
verso gli avversari o altri (uccidere il nemico era meritorio, per cui
nessuna pietà) sono valori primari ed essenziali quella persona "è un
cavaliere" oppure ha "comportamenti cavallereschi". Nel vecchio Giappone "è
un samurai", segue le regole del bushido.
Una piccola differenza fra cavalieri e samurai era il senso dell'onore, del
"perdere la faccia", che i samurai lavavano con il seppuku (suicidio rituale
con cui un samurai cancella il disonore della sconfitta. Espressione da
preferire nettamente a harakiri. La morte avviene per sventramento. Potevano
ricorrervi anche le mogli dei samurai, tagliandosi la gola).
Non mi risulta che i cavalieri avessero questo senso dell'onore così alto da
suicidarsi (l'onore si lava ammazzando colui che ha disonorato).
Attenzione: il mito del "cavalier servente" è posteriore a quella degli
ordini equestri.
Solo dopo il Rinascimento ci si pose il problema delle buone maniere e due
prelati, Baldassar Castiglione e Giovanni della Casa, codificarono delle
regole-comandamenti (non ruttare a tavola, non sputare, non spogliarsi in
pubblico.). La letteratura poi creò il mito trasformando i cavalieri
antichi, rozzi, sporchi, maleducati, sanguinari, in cavalieri premurosi,
puliti, gentili colmi di valori umani e sociali.
Con queste caratteristiche e questi valori il titolo di cavaliere era
ambitissimo. Da qui nacquero nuovi ordini equestri per poter consegnare
questo titolo onorifico (entrare nei tre ordini della chiesa era abbastanza
difficile: i cavalieri teutonici ammettevano solo cittadini tedeschi, i
cavalieri di Malta ammettevano solo coloro che sapevano dimostrare di essere
cattolici di provata fede e quelli del Santo Sepolcro dovevano essere
presentati da un vescovo. Credo che sia così tutt'ora).
Iniziò Carlo il Buono che nel 1516 fondò l'ordine della Santissima
Annunziata. Nel 1738 nacque l'ordine di San Gennaro dei Borbone e così tanti
altri. Ma l'ingresso in questi ordini nuovi era riservato soltanto ai
nobili. Solo nel 1901, re Vittorio Emanuele III aprì gli ordini ai
"borghesi"
Oggi il cavalierato viene assegnato per i più svariati motivi, ma alla base
di questa onorificenza ci sono (o si presume che ci siano) i più alti valori
umani e che il candidato li possa rappresentare come esempio per tutti gli
altri.
Ma tracciamo un po' di storia dei cavalieri:
"I cavalieri nascono 4.000 anni fa. Incominciarono a essere valorizzati solo
nel X secolo (i samurai nel XVI secolo), quando gli Ungari invasero l'Europa
portando un attrezzo fino ad allora sconosciuto, 'la staffa'. Da quel
momento ebbero più stabilità in sella, quindi una maggior capacità
offensiva" (F. Cardini docente di storia medievale all'università di
Firenze-Focus ag. 2007).
Con queste caratteristiche i cavalieri divennero indispensabili a chiunque
volesse avere sicurezza o conquistare territori. La chiesa fu una delle
autorità di quel periodo che più di altri utilizzò i cavalieri per
organizzare la "crociate". Utilizzò avventurieri e briganti facendoli
diventare difensori dei deboli, degli umili, ma soprattutto per difendere i
suoi possedimenti.
Istituì gli "ordini equestri" (dopo l'anno Mille) con codici e regole
militari, ispirati dagli austeri asceti dell'epoca (per esempio Bernardo
Chiaravalle, 1091-1153, abate circense, un ayatollah (?) moderno che
incitava alle "crociate").
Regole monastiche in cui il sesso, il bere o altri vizi venivano banditi.
Non solo alcuni castelli erano delle "celle" austere e senza fronzoli, i
cavalieri non avevano abiti sfarzosi, ma tuniche semplici. Osservavano
frequenti digiuni, pregavano e dormivano armati. I samurai non erano molto
diversi la loro e infatti la loro vita era austera e dedicata alla
battaglia, a seguire dettami buddisti, dormivano con la katana ed erano
sempre pronti a combattere con qualunque arma a disposizione.
Ai famosi templari erano vietati i capelli lunghi, dovevano mangiare in due
dallo stesso piatto, mangiare poca carne ed era loro vietato avere rapporti
(non solo sessuali) con l'altro sesso (compresi madri e sorelle).
Gli unici a far entrare le donne come infermiere furono i cavalieri
teutonici. (Ariosto nell'Orlando furioso crea il mito di Bradamante
"cavaliera" e sorella di Rinaldo).
Il primo ordine fu quello di San Giovanni (1050, amalfitani), poi venne
quello del Santo Sepolcro (1099), il terzo fu l'ordine dei Templari (1118
Francesi). Poi nacque l'ordine dei Cavalieri teutonici (1190 tedeschi).
Tutti questi ordini vennero costituiti per combattere l'islam. Tutti contro
"l'ordine equestre" arabo-musulmano chiamato Al-Futuwah creato dall'asceta
Abu Abd er-Rahman (932-1021) con le stesse regole cristiane: generosità,
frugalità, nobiltà d'animo (i medesimi principi del Bushido). Quindi molto
prima degli ordini equestri europei.
--------------------
IL CASTELLO di STEFANAGO
La storia di Stefanago è legata, come abbiamo già visto, a quella del feudo
di Fortunago di cui fece pare sino all'estinzione del feudalesimo. La
leggenda popolare lo vuole sorto in tre notti per incantesimo, mentre il
Maragliano scrive che: "Nel castello e nelle valli vicine, di nottetempo si
odono urla, lamenti, fragore d'armi, grida di vendetta: ricordo delle lotte
fra i signori di Stefanago e quelli di Nebiolo, alla cui famiglia i primi
avean rapito una figlia".
Defendente Sacchi, nel suo romanzo di ispirazione romantica,
edito agli inizi dell'Ottocento, così parla di Stefanago: "Nel cuore di
questi dirupi, in mezzo a minori eminenze, sorge a piramide il poggio
solitario su cui troneggia la superba rocca: ivi la innalzava uno Stefano,
perché gli parve difficile il luogo a pigliarsi, mentre potea dominare sovra
gli altri e quasi avere l'ossequio de' circostanti colli, così egli
lusingava il suo orgoglio e lo nominò da suo nome".
Alla leggerezza del Sacchi nel dissertare sull'etimologia di
questo toponimo vogliamo sopperire ricordando quanto scrisse il Maragliano
al riguardo: "Stefanago, Stefanàgh. Luogo antichissimo del Comune di
Staghiglione. Il Crescenzio (Anfiteatro romano) colloca fra le famiglie
d'origine romana quella dei Curte. Quanto a Stefanago il Cavagna Sangiuiali,
basandosi sul postulato del Flecchia relativo alla celticità della
terminazione in ago dei toponimi dell'Italia Superiore, ritiene che
l'esistenza di Stefanago sia dovuta al Celti; e sempre appoggiato allo steso
autore là dove tratta del nome di Fortunago, derivandolo dalla Dea Fortuna,
propende a credere che l'origine del nome sia dovuta al mito degli Stefan,
che erano i giovani usciti dalle ceneri delle figlie di Orione, il
cacciatore figlio di Ivico. Evidentemente egli ha corso troppo in ordine
alla origine celtica, non rilevando che il Flecchia parla solo di influenza
celtica del termine. E' noteo che molti patrizi si son convertiti al
Cristianesimo e fra qeusti potrebbe esservi un Curti che a perpetrare la
memoria del martirio Stefano abbia dato il nome ad un suo fondo".
Per la derivazione dal nome personale Stephanus, da cui
Stephanacus propende pure l'Olivieri, mentre il Legé è per una desinenza
celtica di antichissima formazione riscontrabile in località vicinali quali
Fortunago, Gravenago, Primorago, Polinago ed Inverigo.
Scrive il Goggi: "Lo troviamo dipendente dai Visconti ai quali
si ribellò nel 1362. I Visconti gli mandarono contro il capitano Luchino Dal
Verme il quale s'impadronì del castello, ma non poté tenerlo a lungo perché
l'anno dopo il marchese del Monferrato, contrario ai Visconti, vi innalzava
il guelfo vessillo".
In quel tempo il castello doveva già appartenere all'antica casa
feudale dei Corti, già nota con un Bellone che, nel 1165, intervenne in Sale
alla riappacificazione tra pavesi e tortonesi, quale console di Pavia,
ramificatasi in varie linee che si intitolarono dal luogo feudale da ognuna
detenuto.
La prova ci viene fornita dall'emanazione alla piccola comunità
di Stefanago di speciali statuti da parte di Martino, Laurengo, Giovanni e
Roglerio fratelli De Curte, figli di un Sigembardo, nonché di un loro nipote
pure a nome Sigembardo.
Discendevano questi Corti da un Roglerio, vivente nel 1276,
console di Pavia nel 1282, eletto fra gli anziani dopo l'espulsione del
Fallabrini che, testando nel 1302, dispose la divisione del suo patrimonio
in tre parti uguali tra i figli Guglielmo, Gualtiero e Giustamonte, con atto
rogato da Tommaso de Advocatis.
Da Giustamonte nacquereo Roglerio e Sigebaldo, quest'ultimo
rilevato quale primo detentore di Stefanago, esentato nel 1254 dai dazi
verso la città di Pavia.
Roglerio fu padre di un Andoardo a cui si propagarono le linee
dei Corti che ebbero giurisdizione sul territorio di Stefanago, mentre da un
fratello del medesimo Roglerio, Bellone, vivente nel 1255 discende,
attraverso varie generazioni un Giacomo, iscritto al catalogo dei nobili
vogheresi del 1475,inviato a Lodovico il Moro, quale ambasciatore, da parte
della Comunità vogherese. Lo stesso fu padre di Andoardo, notaio in Gerola,
castellano di Imola nonché signore di Stefanago e di Giovanni, ricordato nel
1477 quale restauratore del maniero.
I corti non mantennero a lungo la signoria su questo luogo che,
nel 1400 fu annesso al feudo di Fortunago e concesso, per acquisto, al
capitano di ventura Jacopo Dal Verme.
Pensiamo ne siano stati spodestati nel travagliato periodo delle
lotte guelfo-ghibelline che, come già detto, nel 1362, videro Stefanago
ribellarsi ai Visconti con Torre del Monte e località vicinali.
Ciò nonostante i Corti mantennero il possesso enfiteutico del
castello dove, Gerolamo, discendente dal ricordato Andoardo, viveva nel
1533.
Gerolamo Corti ebbe per figli Odoardo, Gio. Antonio e Gio.
Andrea. Da quest'ultimo nacque Giovanni Francesco, vivente nel 1616 e sposo
alla nobile Caterina Spinola.
Costei, rimasta vedova senza prole, è ricordata nella dicitura a
ricordo che contorna l'antica campana della torre, datata all'anno 1647,
unitamente a Matteo e Tommaso Corti, detentori del castello in quell'epoca
quali discendenti della medesima linea agnatizia.
Da Tommaso nacque Giacomo Franco che, nel 1620 viveva in luogo,
padre di altro Tommaso, vivente nel 1711 e di Matteo.
Quest'ultimo generò a sua volta Francesco Antonio e Tommaso che,
nel 1709, alienavano le proprie sostanze di Stefanago provenienti dal
fidecommesso istituito dal loro avo Giacomo nel lontano 1516, con rogito di
Luca de Cairo, notaio in Frascarolo.
Il castello passò quindi ai Rossi di Fortunago che ne mantennero
il possesso sono al 1840 allorquando, con 4000 pertiche di terreno, sarà
rilevato dal commerciante vogherese Carlo Baruffaldi, nella cui famiglia è
tuttora detenuto in fase di restauro per volontà dell'ingegner Giacomo e dei
suoi figli.
Imponente appare ancor oggi al visitatore che proviene da
Arpesina la mole del castello che, nel suo complesso, consta di tre distinte
fasi di edificazione.
La parte più antica, risalente al XIII secolo e riadattata nel
1317 circa, si identifica nell'alto torrione che misura ben 28 metri dal
terrazzo antistante con un perimetro di base di 7,7 metri per lato.
Lo spessore delle murature è superiore ai due metri e mezzo,
mentre il materiale di costruzione è la pietra locale e l'arenaria,
evidenziata quest'ultima nella fronte dell'andito d'accesso dove si denota
una bella volta a crociera. La realizzazione dell'ingresso è del 1557, come
testimonierebbe l'incisione di tale data sul portoncino in legno che
conserva l'arco a tutto senso soprastante.
Al manufatto si sale tramite una scala in cotto ben conservata,
mentre le solide murature perimetrali son ad ogni piano interrotte da
finestruole ben sagomate e coronate da archi a tutto sesto, uguali alle
piccole feritoie che le alternano.
Al primo piano, un portello sul lato che volge al cortile
nobile, ricorda quello che doveva essere l'originario accesso alla torre,
collegato al medesimo cortile da una scale in legno mobile.
Le solette dei tre piani della torre sono in legno; di uguale
materiale sono le scalette che, dopo il primo piano, conducono alla sommità
della costruzione, occupata da un terrazzo cintato di ringhiera in ferro ed
occupato da una campana posta sul castello, datata nell'iscrizione che la
circonda, all'anno 1647 e riportante i nomi dei probabili committenti:
Caterina Spinola, Matteo e Tommaso Corti.
Nella parte superiore, la torre, per un'altezza di circa due
metri, presenta cotto a vista nelle murature perimetrali, frutto di un
intervento ottocentesco di rifacimento conservativo.
Nel 1933 poi, i fratelli Giacomo ed Antonio Baruffaldi
procedettero ad un riadattamento dell'intero complesso senza peraltro
stravolgere l'originaria struttura.
Dalla terrazza si gode il panorama di un incantevole scenario
naturale. Sul fronte nord è il Castello di Montalto e la lunga distesa della
pianura dove, nei giorni tersi, lo sguardo può spaziare sino a Milano, ad
est è la val Tidone, Fortunago, Torre degli Alberi e Zavattarello. A sud il
monte Penice e la dolce valle Ardivestra, mentre ad ovest, con la valle
Schizzola si nota il monte Morino e la Parrocchiale antica di Torre del
Monte.
Scendendo al terrazzamento con contrafforti in pietra, sul lato
del torrione si snoda un manufatto in mattoni di cotto rossiccio con belle
finestre gotiche, costituenti la seconda fase di edificazione del complesso,
coevo alla Chiesuola esterna, risalente probabilmente all'anno 1477 ed alle
opere fattevi eseguire dal nobile Giovanni Corti.
La costruzione, osserva il Merlo: "è a pianta quadrangolare, ma
si sviluppa su due corpi a L, che si raccordano sul torrione elevandosi
nell'angolo di nord-est. La robusta compattezza delle muraglie e la solenne
linearità dell'architettura danno all'insieme degli edifici un aspetto
oltremodo severe".
Torre e costruzioni che la circondano danno vita al cortiletto
nobile dotato di portichetti ad arco sesto acuto e tondo che si alternano,
rimessi in luce nel loro bel cotto di cornice dall'attuale proprietario.
Sul lato sinistro del torrione è l'ala più recente della
costruzione, databile al secolo XVIII, come lasciano intravedere le porte
lignee che danno comunicazione interna ed i soffitti cassettonati pure
lignei, un tempo ricoperti da intonaco ed oggi valorizzati con un oculato
restauro che ne ha messo in luce le strutture originarie.
Dal piazzale antistante, comunicante con un giardino laterale ed
ambedue racchiusi da muratura con merli neogotici, si scende alla
sottostante cappelletta dedicata alla Vergine, con ingresso preceduto da
pronao e sormontato da lapide marmorea a ricordo dei restauri già ricordati,
voluti da Giovanni Corti nel 1477.
La struttura dell'Oratorio arieggia al gotico e presenta due finestruole
pure goticizzanti che danno luce all'interno dove l'aula è mononavatale,
preceduta da due transetti laterali arretrati presso l'ingresso.
L'affrescazione del manufatto, eseguita nel 1950 dal pittore
Pilon, richiama per ispirazione le opere della celebrata scuola dei Boxilio
presenti in S. Alberto di Butrio.
Nella volta a botte della navata sono rosette stilizzate, mentre
nel fianco destro è effigiata la Vergine col Bambino adorato dagli offerenti
inginocchiati, i signori Baruffaldi. Segue una raffigurazione di S. Martino
che dona il mantello al povero. Sul lato opposto è la rappresentazione della
Crocifissione. La Vergine è ai piedi del Cristo mentre ai lati sono le
iconografie di S. Rocco, S. Antonio, S. Stefano e S. Cristina.
L'Oratorio, che si identifica con l'antico dedicato a S.
Francesco, citato in atti del secolo XVII, è stato riadattato negli anni
cinquanta del nostro secolo.
La leggenda, riportata da Defendente Sacchi nel suo romanzo "La
pianta dei sospiri", vuole nella Chiesuola la sepoltura della sventurata
protagonista del tradizionale racconto d'amore che ancora oggi si tramandano
le popolazioni locali, per il quale lasciamo la parola a Mario Merlo che lo
ha così riassunto.
"Guidone di Nebbiolo e Stefano II di Stefanago, detto il Rosso,
erano due castellani vicini, fra loro nemici irriducibili, sempre pronti ad
assalirsi e a combattersi. E se Guidone era superbo e nemico di Dio e degli
uomini, Stefano II era truculento e malvagio. Il primo di essi aveva un
figlio: Anselmo, mentre il secondo aveva una figlia: Bianca; due giovani
che, inutile dirlo, erano proprio l'opposto dei rispettivi genitori: buoni,
gentili, belli.
Invano i pacieri si erano impegnati più volte per mettere fine
alla guerra fra i due. Un giorno le sentinelle di Guidone videro Stefano
uscire dal castello con una buona scorta di armati ed avvertirono il loro
signore che, raccolti i suoi uomini, li mise al comando del figlio Anselmo e
li mandò ad assalire il castello nemico. Anselmo riuscì ad occupare
Stefanago e fece prigionieri i pochi soldati che erano rimasti a
presidiarlo. Ma Stefano, informato, rientrò per un passaggio segreto, sicché
gli assalitori caddero caddero tutti prigionieri senza aver avuto il tempo
di difendersi. Stefano si mise subito a sfogare i propri istinti feroci
facendo ammazzare e mutilare tutti, ma risparmiò Anselmo, che chiuse in una
tetra cella per poter ricattare il padre. - Voglio che tuo padre lavi
quest'onta -, diceva sempre al giovanotto. - Scrivigli e digli che l'attendo
qui per trattare il suo riscatto -.
Ma Anselmo, che non si fidava di lui, rifiutava di scrivere al
padre. Un giorno Stefano portò bianca con sé nella cella di Anselmo: - Ecco
-, disse alla figlia, - il mio peggiore nemico. Io gli ho offerto la
possibilità di salvarsi, ma lui rifiuta, e io finirò per farlo impiccare ai
merli del torrione -.
Bianca rimase profondamente colpita dalla bellezza e dalla bontà
che trasparivano dal volto del guerriero. Prima incominciò, complice un
guardiano, ad alleviargli la durezza della prigionia con un vitto migliore,
con qualche visita fugace; poi, una notte, indossando il mantello del padre
per ingannare i guardiani, lo fece fuggire e lo seguì sino a Nebbiolo, dove
si sposarono.
La notizia delle nozze giunse a Stefanago quando ancora
ribolliva la collera del Rosso, roso dalla doppia offesa ricevuta. Per
vendicarsi, si assicurò l'aiuto dei feudatari di Fortunago, Rocca Susella e
altri luoghi, quindi radunati tutti gli uomini che poté, mosse contro
Nebbiolo con il proposito di vendicare il rapimento della figlia.
Gli assalitori riuscirono ad espugnare Nebbiolo. Guidone
affrontò il rivale, ma Bianca s'interpose fra i due cercando di separarli.
Invece un colpo della spada di suo padre la ferì gravemente, e poco dopo
anche Guidone cadde trafitto dalla stessa arma. Distrutto il castello, il
Rosso prese la via del ritorno portando con sé la figlia.
Anselmo si era salvato. Visto il castello paterno distrutto,
corse a Stefanago e poté entrarvi dicendo che era il marito di Bianca.
Quando il Rosso lo vide tentò di aggredirlo, ma venne trattenuto dalla
figlia, che subito dopo spirò. La disperazione di Anselmo fu tale che crollò
a terra e morì poco dopo.
Quella tragedia fece ravvedere il truce signore di Stefanago,
che da allora divenne buono. Fece seppellire i due giovani nella chiesetta
davanti all'ingresso del suo castello e ne divenne l'inseparabile custode;
poi scontò sino alla morte peccati commessi, macerandosi nelle rinunce e
nella disperazione".




Rispondi Citando
