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    Predefinito 9 maggio - S. Pacomio, abate

    Dal sito SANTI E BEATI:

    San Pacomio, Abate

    9 maggio

    Alto Egitto, 287 - 347

    Prigioniero a Tebe, fece promessa di servire il prossimo se il Dio dei Cristiani l’avesse aiutato. Una volta libero, ricevuto il Battesimo, con Palamone, suo padre spirituale, fu anacoreta per sette anni nel deserto. Su ispirazione divina, creò una piccola comunità cristiana, una Koinonia, che si sviluppò rapidamente. Con l’approvazione dei vescovi in particolare di Atanasio, alla sua morte aveva dato vita a nove monasteri maschili e ad uno femminile. Con lui nacque la vita cenobitica in Egitto, non più gruppi di eremiti raggruppati attorno ad un capo carismatico ma comunità di fratelli, con momenti precisi di vita comune (preghiera, meditazione, lavoro) a imitazione della comunità degli Apostoli a Gerusalemme.

    Nacque nell'Alto Egitto, nel 287, da genitori pagani. Arruolato a forza nell'esercito imperiale all'età di vent'anni, finì in prigione a Tebe con tutte le reclute. Protetti dall'oscurità, la sera alcuni cristiani recarono loro un po' di cibo. Il gesto degli sconosciuti commosse Pacomio, che domandò loro chi li spingesse a far questo. «Il Dio del cielo» fu la risposta dei cristiani. Quella notte Pacomio pregò il Dio dei cristiani di liberarlo dalle catene, promettendogli in cambio di dedicare la propria vita al suo servizio. Tornato in libertà, adempì al voto aggregandosi a una comunità cristiana di un villaggio del sud, l'attuale Kasr-es-Sayad, dove ebbe l'istruzione necessaria per ricevere il battesimo. Per qualche tempo condusse vita da asceta, dedicandosi al servizio della gente del luogo, poi si mise per sette anni sotto la guida di un vecchio monaco, Palamone. Durante una parentesi di solitudine nel deserto, una voce misteriosa lo invitò a fissare la sua dimora in quel luogo, al quale presto sarebbero convenuti numerosi discepoli. Alla morte dell'abate Pacomio, i monasteri maschili erano nove, più uno femminile. Del santo restò sconosciuto il luogo della sepoltura. (Avvenire)

    Emblema: Bastone pastorale

    Martirologio Romano: Nella Tebaide, in Egitto, san Pacomio, abate, che, ancora pagano, spinto da un gesto di carità cristiana nei confronti dei soldati suoi compagni con lui detenuti, si convertì al cristianesimo, ricevendo dall’anacoreta Palémone l’abito monastico; dopo sette anni, per divina ispirazione, istituì molti cenobi per accogliere fratelli e scrisse per i monaci una regola divenuta famosa.

    Martirologio tradizionale (9 maggio): In Egitto san Pacomio Abate, il quale eresse in quella regione moltissimi monasteri, e vi scrisse sotto la dettatura di un angelo la regola dei Monaci.

    La straordinaria vita degli eremiti, con le loro mortificazioni a volte eccessive e con quella specie di accanimento a sovraccaricarsi di astinenze, di digiuni, di veglie, era avvero la traduzione pratica del vangelo? La loro solitudine poteva infatti nascondere l'insidia della bizzarria o dell'orgoglio. Per eliminare questo pericolo un monaco egiziano del IV secolo, S. Pacomio, ebbe l'idea di una nuova forma di monachesimo: il cenobitismo o vita comune, dove la disciplina e l'autorità sostituivano l'anarchia degli anacoreti.
    Egli educò i suoi discepoli alla vita comune, costituendo poco lontano dalle rive del Nilo la prima "koinonia", una comunità cristiana, a imitazione di quella fondata dagli apostoli a Gerusalemme, basata sulla comunione nella preghiera, nel lavoro e nella refezione, e concretizzata nel servizio reciproco. Il documento fondamentale che regolava questa vita era la Sacra Scrittura, che il monaco imparava a memoria e recitava a bassa voce mentre era intento al lavoro manuale. Questa era anche la principale forma di preghiera: un contatto con Dio mediante il sacramento della Parola.
    S. Pacomio nacque nell'Alto Egitto, l'anno 287, da genitori pagani. Arruolato a forza nell'esercito imperiale all'età di vent'anni, finì in prigione a Tebe con tutte le reclute. Protetti dall'oscurità, la sera alcuni cristiani recarono loro un po' di cibo. Il gesto degli sconosciuti commosse Pacomio, che domandò loro chi li spingesse a far questo. "Il Dio del cielo" fu la risposta dei cristiani. Quella notte Pacomio pregò il Dio dei cristiani di liberarlo dalle catene, promettendogli in cambio di dedicare la propria vita al suo servizio. Tornato in libertà, adempì al voto aggregandosi a una comunità cristiana di un villaggio del sud, l'attuale Kasr-es-Sayad, dove ebbe l'istruzione necessaria per ricevere il battesimo.
    Per qualche tempo condusse vita da asceta, dedicandosi al servizio della gente del luogo, poi si mise per sette anni sotto la guida di un vecchio monaco, Palamone. Durante una parentesi di solitudine nel deserto, una voce misteriosa lo invitò a fissare la sua dimora in quel luogo, al quale presto sarebbero convenuti numerosi discepoli. Alla morte dell'abate Pacomio, i monasteri maschili erano nove, più uno femminile. Del santo restò sconosciuto il luogo della sepoltura, poichè sul letto di morte si era fatto promettere dal discepolo Teodoro di nascondere le sue spoglie, per evitare che sulla tomba erigessero una chiesa, a imitazione dei "martyrion" o cappelle erette sulle tombe dei martiri.

    Autore: Piero Bargellini

    *****
    sempre dallo stesso SITO altro profilo biografico:

    Come ti converto uno che non crede? Con l’esempio di una carità viva. Prendete un giovanotto pagano, arruolato a forza nell’esercito imperiale e subito fatto prigioniero insieme a tutte le reclute. Pensate allo sconcerto, alla delusione e alla sofferenza dei giorni di prigionia, insieme all’incertezza di quella che sarà la sua sorte. Immaginate l’incontro furtivo nella notte con alcuni uomini, che di nascosto vengono a confortarlo, sfamarlo e incoraggiarlo e che, insieme all’aiuto materiale, gli sussurrano parole di Cielo e dicono di fare tutto ciò in nome del “Dio dei cristiani”. Il giovanotto ne resta così colpito ed ammirato da rivolgersi all’ancora ignoto “Dio dei cristiani”, promettendo di dedicare a lui tutta la sua vita se riuscirà a liberarsi da quelle catene. E quando ciò avviene, al giovanotto restando solo due cose da fare: imparare a credere in quel Dio che lo ha liberato e, poi, studiare il modo per sciogliere il suo voto. E’ questa, in sintesi, l’origine dell’esperienza religiosa di San Pacomio, nato nell’Alto Egitto nel 287 e convertitosi al cristianesimo come abbiamo appena descritto. Dopo il battesimo, la vita spirituale di Pacomio cerca modi per esprimersi: prima all’interno di una comunità cristiana di cui si mette a servizio, quasi a voler subito mettere in pratica l’insegnamento di carità che quegli sconosciuti cristiani gli avevano trasmesso in carcere; poi attraverso l’esperienza eremitica, cioè l’incontro con Dio nella solitudine del deserto, di cui il grande Antonio è stato maestro un secolo prima. Pacomio, però, apre una strada nuova: all’imitazione di Gesù, solo nel deserto, in un rapporto esclusivo con il Padre e alle prese con le tentazioni del demonio, egli preferisce imitare Gesù che vive con i suoi discepoli ed insegna loro a pregare. Ecco nascere così attorno a lui un’interessante ed inedita esperienza di monachesimo: il cenobitismo o vita comune, dove la disciplina e l’autorità sostituiscono l’anarchia degli anacoreti. Quindi, non più e non solo la solitudine degli eremiti precedenti,con le astinenze, i digiuni e le penitenze corporali che li caratterizzano ma che possono anche nascondere l’insidia della bizzarria e dell’orgoglio; piuttosto, una comunità cristiana sul modello di quella fondata da Gesù con gli apostoli, basata sulla comunione nella preghiera, nel lavoro e nella refezione e concretizzata nel servizio reciproco. Il documento su cui Pacomio vuole regolare la vita della comunità è la Sacra Scrittura, che i monaci imparano a memoria e recitano a bassa voce mentre svolgono il loro lavoro: un contatto diretto con Dio attraverso il “sacramento della Parola”. Pacomio muore il 14 maggio 346, lasciando in eredità una decina di monasteri, di cui un paio anche femminili. Il luogo della sua sepoltura è sempre stato sconosciuto, perché un punto di morte aveva raccomandato al discepolo più fedele di seppellirlo in un posto segreto, per evitare la venerazione dei suoi seguaci.

    Autore: Gianpiero Pettiti


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    Predefinito 9 maggio - San Pacomio

    PACOMIO, abate di Tabennesi, santo.[1]

    Nato nella diocesi di Snē (Latopolis dei Greci) nel 287, Pacomio mori a Phbōou nel 347, dopo aver istituito nell'Alto Egitto una Congregazione di nove fiorenti monasteri.
    Fu profondamente venerato dai suoi discepoli che lo considerarono come padre del ceno­bitismo egiziano.

    Tra i diversi testi della documenta­zione pacomiana, la Vita costituisce certamente il documento più importante e più prezioso per la conoscenza del personaggio e della prima genera­zione del monachismo da lui istaurato.

    Più d'una volta Pacomio raccontò ai suoi primi di­scepoli la storia della propria infanzia, della con­versione, delle lotte contro i demoni e degli inizi della Congregazione e, dopo la morte del «pa­dre», Teodoro, il discepolo prediletto, narrò an­cora ai fratelli queste stesse cose e tutto ciò che Pacomio aveva fatto per lo stabilimento della Congre­gazione; esortati ripetutamente da Teodoro, i fra­telli «interpreti» scrissero la prima Vita di Pacomio.

    Non si sa con certezza se fu scritta in copto o in greco, poiché i fratelli «interpreti», dunque bilingui, poterono scriverla nell'una e nell'altra lingua.
    Tuttavia un fatto è certo: tutte le grandi compilazioni che ci restano della Vita di Pacomio si fondano su documenti copri e non esiste alcuna valida ragione per supporre che questi abbiano avuto dei modelli greci.

    Da lungo tempo due particolari compilazioni sono state riconosciute essere le più importanti: la prima Vita greca e la compilazione copra del tipo della Vita bohairica, mentre si è molto di­scusso sulle relazioni esistenti tra i due documenti e sulla priorità dell'uno rispetto all'altro.

    Un attento confronto con un testo arabo ancora inedito ci ha dimostrato che non si tratta in realtà di un vero e proprio problema.

    Le due compilazioni si fon­dano sugli stessi due documenti base: una Vita breve di Pacomio ed un altro documento da noi consi­derato come una Vita di Teodoro; un primo com­pilatore maldestro inserì in blocco la prima parte della Vita di Teodoro in quella di Pacomio ed il risul­tante testo sahidico ci è pervenuto soltanto in una traduzione araba inedita[2].

    La Vita breve di Pacomio non è stata conservata distinta mentre quella di Teodora si conserva in ampi frammenti sahidici.
    Un rimaneggiamento di questa compilazione, dun­que, fu la fonte comune che l'autore della prima Vita greca e quello della Vita copta del tipo della Vita bohairica rimaneggiarono leggermente e com­pletarono indipendentemente l'uno dall'altro.

    A parte qualche frammento molto antico[3] la Vita araba del msan di Gottinga (inedita, ma incorporata nella grande compilazione araba pubblicata da Amélineau) rimane il documento più importante per la conoscenza della vita di Pacomio, men­tre tutti gli altri, sia greci sia copri, o ne dipen­dono o hanno un interesse secondario.

    Accanto alla fonte fondamentale costituita dalla Vita, è il caso di citare la Regola di Pacomio, le sue catechesi e le sue lettere, oltre che alcune opere dei suoi discepoli e successori immediati, Teodoro e Orsiesio.

    In realtà san Pacomio non scrisse una regola o per lo meno non nel senso in cui si intende la parola quando si parla ad esempio, della Regula Magi­stri o di quella di san Benedetto, né ha scritto regole sul tipo di quelle «morali» di san Basilio.

    La Vita, tuttavia ci parla a più riprese dei precetti o regolamenti che egli andava tracciando per i suoi discepoli, precetti e regolamenti che, redatti in occasione della fondazione di nuovi monasteri, riguardavano soprattutto l'organizzazione materiale del lavoro durante la sinassi, la cura dei malati, il lavoro dei campi e dei forni, ecc.; alcuni di tali precetti, scritti in circostanze diverse, furono riuniti ad altri di data posteriore opera probabil­mente di Orsiesio.

    Questo insieme eterogeneo fu tradotto dal greco in latino da san Girolamo con il titolo Regola di san Pacomio ed è inutile dire che questo amalgama, per quanto prezioso possa essere per lo storico, non è di natura tale da darci una idea esatta della spiritualità pacomiana, né della vita pacomiana della prima generazione.
    Dopo la Vita, quindi, i documenti più importanti a tale scopo sono invece le poche catechesi di Teodoro conservate in copto ed il testamento di Orsiesio[4] conservato in latino.

    L'Historia Lausiaca di Palladio, che compren­de alcuni capitoli (32-34) dedicati ai Tabennesioti, ha avuto una straordinaria popolarità attraverso tutto lo svolgersi della tradizione sino ai nostri giorni ed ha contribuito non poco a creare e con­servare una falsa immagine del cenobitismo paco­miano.
    In effetti, questo strano testo e soprattutto la fantasiosa regola del cap. 32 (che si dice dettata da un angelo) non hanno praticamente niente in comune con questa forma di cenobitismo.
    Palla­dio ha semplicemente utilizzato in questi capitoli un testo preesistente, d'origine copra, nel quale un monaco in possesso di una vaga conoscenza dell'ambiente pacomiano aveva tentato di descri­verlo nel quadro delle pratiche dei centri semi­anacoretici del Basso Egitto.


    Vita

    Pacomio nacque, come si è detto, a Snē, regione dell'Alto Egitto, nel 287, da genitori pa­gani.
    Verso i vent'anni fu arruolato di forza nel­le armate imperiali e, giunto a Tebe, fu gettato in prigione con le altre reclute; a sera però i citta­dini del luogo vennero a portate loro dei viveri.
    Commosso da tanta bontà, Pacomio chiese chi fossero ed essi risposero di essere cristiani e di trattare così i prigionieri «per il Dio del cielo»: questo fu il primo contatto di Pacomio con il Cristianesimo.
    Durante la notte, pregò il Dio di quei cristiani di liberarlo dalla servitù promettendogli di servire il genere umano per tutti i giorni della propria vita.

    La sua preghiera fu esaudita e poco dopo fu congedato.
    Messosi in cammino verso Sud, si fermò presso la comunità cristiana del villaggio di Šenesēt[5], dove fu catechizzato e ricevette il Battesimo.

    Durante la notte nella quale fu iniziato ai santi misteri una visione gli fece comprendere che egli doveva espandere la grazia allora ricevuta su tutto il genere umano che si era impegnato a servire: vide in sogno la rugiada del cielo discen­dere sul suo capo, quindi scorrere sulla sua mano destra dove si condensava in miele prima di span­dersi su tutta la superficie della terra.
    Ma quale servizio Pacomio doverla rendere agli uomini suoi fra­telli, Dio glielo avrebbe rivelato gradualmente.

    Per qualche tempo egli visse da asceta in seno alla comunità cristiana di Šenesēt, dedicandosi al servizio della gente del luogo, soprattutto nel corso di un'epidemia scoppiata in quel periodo.

    Ben presto, però, decise di farsi monaco e andò a mettersi sotto la protezione del vecchio Pala­mone, che viveva nei dintorni e presso questo padre spirituale trascorse sette anni.

    Ma un giorno, in cui si era ritirato per pregare nel deserto di Tabennesi, gli giunse dal cielo una voce che gli disse:
    «Pacomio, Pacomio, lotta, installati qui e costruisci una dimora poiché una folla d'uomini verrà a te e seguendoti si faranno monaci con profitto delle loro anime».

    Il cielo gli aveva quindi precisato la sua vocazione ed in tal modo egli servirà il genere umano.
    Dopo poca tempo lo raggiunse il fratello Giovanni e molti contadini copti vennero a stabilirsi presso di lui, poiché egli «era buono per loro».

    Pazientemente e non senza insuccessi, all'ini­zio, egli li educò alla vita comune e gradualmente fece del piccolo gruppo una Koinonia, una vera co­munità cristiana, ad immagine di quella dei primi cristiani di Gerusalemme, insistendo sulla comunione nella preghiera, nel lavoro e nei pasti.

    Dopo un inizio difficile, cominciarono ad affluire i novizi e la Congregazione si sviluppò con tale rapidità che Pacomio dovette organizzare, uno dopo l'altro, otto monasteri.

    Lasciando a Teodoro, il disce­polo prediletto, l'amministrazione di Tabennesi, egli andò a stabilirsi a Phbōou, la sua seconda fonda­zione, dove fissò la sede del governo generale di tutta la Congregazione; poco dopo però fece venire in quel luogo lo stesso Teodoro, per esserne aiutato in questa amministrazione.

    Pacomio e i pacomiani avevano una grande stima ed un profondo rispetto per i loro vescovi ed in particolare per Atanasio, patriarca di Alessandria, che non sdegnava di andarli a visitare nella Te­baide.

    I vescovi locali ebbero in generale un atteg­giamento assai amichevole verso Pacomio e fu proprio per le insistenze di alcuni di loro che egli fondò alcuni dei suoi monasteri.
    In certi casi si verificò qualche tensione, ma sempre si trattò di eccezioni: poco prima di morire, ad esempio, Pacomio fu convo­cato davanti ad un sinodo di vescovi a Latopolis per fornire spiegazioni sulle sue visioni e sul dono della diacrisisan.
    Tranne questo caso isolato, del resto narrato piuttosto oscuramente nella Vita, le relazioni tra i vescovi e Pacomio, rimasero, general­mente, eccellenti.
    Alla sua morte, nel 347 Pacomio lasciava oltre ai nove monasteri maschili anche un monastero fem­minile.

    Pur non potendosi prendere seriamente la cifra fantastica di numerose migliaia di monaci, fornita dalla Historia Lausiaca, resta certo che la Congregazione pacomiana, alla morte del fondatore, era tra le più fiorenti.

    Il successore immediato di Pacomio, da lui stesso designato, cioè Petronio, visse solo qualche giorno dopo la morte del santo e fu sostituito da Orsie­sio, il quale non riuscì a conservare l'unità della Congregazione e dovette rimetterne il governo nelle mani di Teodoro fino alla morte di que­st'ultimo (367).


    Spiritualità

    Quando Pacomio si fece monaco, esistevano nell'Alto Egitto numerose comunità semi-anacoretiche ed anzi egli stesso fu membro di una di esse; e tuttavia per i suoi discepoli e i suoi successori, oltre che per i suoi biografi, egli fu il fondatore della vita cenobitica.
    La forma di vita monastica da lui instaurata era dunque, al­meno in Egitto, qualche cosa di nuovo.
    Non é tuttavia il caso di insistere troppo sull'originalità del cenobitismo pacomiano rispetto ai raggruppa­menti di asceti riuniti intorno ad uno stesso padre spirituale.

    Ciò che tuttavia costituisce la vera originalità della comunità pacomiana è proprio il fatto che essa non é più semplicemente il raggrupparsi di eremiti intorno ad un padre carismatico, ma una comunità di fratelli in comunione fra loro nella preghiera, nel lavoro e in tanti altri momenti della loro vita.

    Come nel cenobitismo primitivo di Siria e in quello di Cappadocia la realtà fondamentale di questa spiritualità é proprio quella della comunione che dà al cenobitismo ragion d'essere e piena giustificazione anche senza un orientamento verso l'eremitismo.

    Rimane ad ogni modo come modello la vita della primitiva comu­nità cristiana a Gerusalemme, sotto la guida degli Apostoli: non si tratta di una semplice unione di cuori, ma di una comunione effettiva e con­creta che si manifesta nel “servizio” reciproco sotto tutte le forme.

    L'autorità del superiore, quale concepita da Pacomio, non può essere compresa senza fare appello a questa nozione profondamente cristiana del “servizio”.

    Pacomio si considera l'umile servitore di tutti i suoi fratelli e protesterà vigorosamente ogni qualvolta gli si vorrà accordare un trattamento spe­ciale in quanto superiore.

    Tutta l'organizzazione delle case e dei superiori subalterni (capi di casa, secondi, ecc.) ha ugualmente come ragion d'essere il servizio dei fratelli: vi é la casa destinata all'assi­stenza dei malati, quella per gli ospiti, ecc.
    Di conseguenza l'obbedienza non ha soltanto un fine ascetico o educativo, ma ha sempre un orienta­mento comunitario e se si è tanto parlato del pre­teso carattere «militare» dei monasteri paco­miani è soltanto perché, invece di consultare le autentiche fonti del cenobitismo pacomiano, ci si è ciecamente fidati della fantasiosa «Regola dell’angelo» della cronaca palladiana.

    La somiglianza tra questa spiritualità mona­stica e quelle di Siria e Cappadocia - malgrado le innegabili differenze - dipende senza dubbio dal fatto che esse hanno le più profonde radici nella stessa corrente dottrinale giudeo-cristiana.

    Come quella dei «figli del patto», la loro ascesi si fonda sul Battesimo e le sue esigenze e del resto molti discepoli di Pacomio venivano dal paganesimo o almeno non erano ancora stati battezzati al momento del loro ingresso nel monastero.
    Qui essi trascorre­vano un periodo come catecumeni e ogni anno, quando tutti i fratelli dei nove monasteri della Congregazione si riunivano a Phbōou per celebrare insieme la Pasqua nella preghiera e la parola di Dio, aveva luogo il Battesimo solenne di tutti i catecumeni della Congregazione, i quali si tro­vavano così introdotti contemporaneamente nella Chiesa e nella vita monastica.

    In considerazione di ciò si comprende facil­mente tutta l'importanza del Battesimo nella spi­ritualità pacomiana.
    Quando Pacomio o Teodoro parlano nelle loro catechesi delle promesse fatte a Dio, alle quali esortano a rimanere fedeli, si riferi­scono alle promesse del Battesimo e non ad una particolare professione religiosa.
    Tutta la vita mo­nastica è concepita come pieno adempimento di tali promesse, vale a dire piena fedeltà a tutti i co­mandamenti di Dio in vista del possesso di tutti i frutti dello Spirito Santo.

    Il documento fondamentale di questa vita mo­nastica non è una regola umana o angelica; è la S. Scrittura, cioè la regola prima e, in certo senso, la sola regola del monaco di Tabennesi.

    Sin dalla sua iniziazione al monachismo egli ne impara a memoria lunghi brani che medita, vale a dire recita a memoria, a voce bassa, nel corso dell'intera giornata e spesso della notte, camminando, lavo­rando o facendo qualunque altra cosa.
    È questa la principale forma di preghiera: contatto con Dio attraverso il sacramento della sua parola.
    E quando al mattino e alla sera si ritrova alla sinassi con i suoi fratelli, comunica con loro con la stessa preghiera, nello stesso «ruminare» la parola di Dio.

    Questa spiritualità così ricca e questa forma di vita cenobitica così pura non ebbero in Oriente e in Occidente la diffusione e l'influenza che il loro valore intrinseco avrebbe meritato.

    Il mona­chismo pacomiano rimase isolato innanzi tutto geograficamente, ma anche psicologicamente e spi­ritualmente.

    Nella letteratura monastica del Basso Egitto, pur così aperta a tutte le correnti spiri­tuali, ed in particolare negli Apophthegmi, pratica­mente nulla si è inserito della letteratura paco­miana e ciò, probabilmente, è dovuto al fatto che piuttosto presto si manifestò un certo anta­gonismo tra i cenobiti dell'Alto Egitto e gli anacoreti del Basso Egitto.
    Inoltre, ed in modo più particolare, l'isolamento pacomiano nacque dal fatto che al momento della grande crisi orige­nista della fine del IV secolo i monaci di Tabennesi presero risolutamente posizione in favore dell'arci­vescovo di Alessandria e quindi contro gli asceti di Scete.

    In Occidente la Vita di Pacomio, tradotta in greco e in latino da Dionigi il Piccolo all'inizio del VI sec., non ebbe una larga diffusione; assai più successo ebbe la regola tradotta da san Girolamo della cui influenza si trovano tracce in tutte le grandi regole occidentali.
    Si deve tuttavia ricono­scere che questo insieme di precetti di ordine estremamente pratico e funzionale era poco adatto a propagandare la vera spiritualità pacomiana.

    È da augurarsi che i recenti sviluppi degli studi pacomiani permettano a questa autentica spi­ritualità cristiana di esercitare un'influenza più profonda sul rinnovamento monastico contem­poraneo.


    Culto

    Sul letto di morte Pacomio fece promet­tere al discepolo Teodoro di non lasciare il suo corpo nel luogo in cui sarebbe stato sepolto, ma di nasconderlo; egli temeva infatti che sul luogo della sua sepoltura si costruisse un martyrion come era d'uso per i martiri.

    Egli pensava «che i santi non sono soddisfatti di coloro che agiscono in questo modo».

    Teodoro promise e rimase fedele alla promessa: la notte successiva alla sepoltura egli si recò con tre fratelli a prelevare il cadavere e lo collocò in un luogo segreto che sembra non sia stato mai scoperto.

    Pacomio era morto il 14 del mese di pašons (= 9 maggio) ed è a questa data che si fa menzione di lui nei sinassari copti ed etiopici.

    I martirologi occidentali, non conoscendo il calendario copto confusero il 14 pašons con il 14 maggio ed è infatti a quest'ultima data che Pacomio é celebrato nei martirologi di Usuardo e di Baronio.

    L'errore è stato tuttavia corretto nell'edizione del 1922 del Marti­rologio Romano, nel quale la memoria di Pacomio è ripor­tata al 9 maggio

    I sinassari bìzantini lo celebrano in generale al 7 maggio (Sinassario Costantinopolitano), ma anche al 6, al 14 e al 15 dello stesso mese.

    [1] Fonte: citeaux.net

    [2]ms. 116 della Biblio­teca Universitaria di Gottìnga

    [3] S1 - S2 - S8

    [4]Liber Orsiesii

    [5]Khenoboskion per i Greci, l'attuale Kasr-es-Sayad

  4. #4
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    St. Pachomius

    Died about 346. The main facts of his life will be found in MONASTICISM (Section II: Eastern Monasticism before Chalcedon). Having spent some time with Palemon, he went to a deserted village named Tabennisi, not necessarily with the intention of remaining there permanently. A hermit would often withdraw for a time to some more remote spot in the desert, and afterwards return to his old abode. But Pachomius never returned; a vision bade him stay and erect a monastery; "very many eager to embrace the monastic life will come hither to thee". Although from the first Pachomius seems to have realized his mission to substitute the cenobitical for the eremitical life, some time elapsed before he could realize his idea. First his elder brother joined him, then others, but all were bent upon pursuing the eremitical life with some modifications proposed by Pachomius (e.g., meals in common). Soon, however, disciples came who were able to enter into his plans. In his treatment of these earliest recruits Pachomius displayed great wisdom. He realized that men, acquainted only with the eremitical life, might speedily become disgusted, if the distracting cares of the cenobitical life were thrust too abruptly upon them. He therefore allowed them to devote their whole time to spiritual exercises, undertaking himself all the burdensome work which community life entails. The monastery at Tabennisi, though several times enlarged, soon became too small and a second was founded at Pabau (Faou). A monastery at Chenoboskion (Schenisit) next joined the order, and, before Pachomius died, there were nine monasteries of his order for men, and two for women.

    How did Pachomius get his idea of the cenobitical life? Weingarten (Der Ursprung des Möncthums, Gotha, 1877) held that Pachomius was once a pagan monk, on the ground that Pachomius after his baptism took up his abode in a building which old people said had once been a temple of Serapis. In 1898 Ladeuze (Le Cénobitisme pakhomien, 156) declared this theory rejected by Catholics and Protestants alike. In 1903 Preuschen published a monograph (Möncthum und Serapiskult, Giessen, 1903), which his reviewer in the "Theologische Literaturzeitung" (1904, col. 79), and Abbot Butler in the "Journal of Theological Studies" (V, 152) hoped would put an end to this theory. Preuschen showed that the supposed monks of Serapis were not monks in any sense whatever. They were dwellers in the temple who practised "incubation", i.e. sleeping in the temple to obtain oracular dreams. But theories of this kind die hard. Mr. Flinders Petrie in his "Egypt in Israel" (published by the Soc. for the Prop. of Christ. Knowl., 1911) proclaims Pachomius simply a monk of Serapis. Another theory is that Pachomius's relations with the hermits became strained, and that he recoiled from their extreme austerities. This theory also topples over when confronted with facts. Pachomius's relations were always affectionate with the old hermit Palemon, who helped him to build his monastery. There was never any rivalry between the hermits and the cenobites. Pachomius wished his monks to emulate the austerities of the hermits; he drew up a rule which made things easier for the less proficient, but did not check the most extreme asceticism in the more proficient. Common meals were provided, but those who wished to absent themselves from them were encouraged to do so, and bread, salt, and water were placed in their cells. It seems that Pachomius found the solitude of the eremitical life a bar to vocations, and held the cenobitical life to be in itself the higher (Ladeuze, op. cit., 168). The main features of Pachomius's rule are described in the article already referred to, but a few words may be said about the rule supposed to have been dictated by an angel (Palladius, "Hist. Lausiaca", ed. Butler, pp. 88 sqq.), of which use is often made in describing a Pachomian monastery. According to Ladeuze (263 sqq.), all accounts of this rule go back to Palladius; and in some most important points it can be shown that it was never followed by either Pachomius or his monks. It is unnecessary to discuss the charges brought by Amelineau on the flimsiest grounds against the morality of the Pachomian monks. They have been amply refuted by Ladeuze and Schiwietz (cf. also Leipoldt, "Schneute von Atripe", 147).

    Bibliography

    In addition to the bibliography already given (Eastern Monasticism before Chalcedon) consult CABROL, Dict. d'archeol. chret., s.v. Cenobitisme; BOUSQUET AND NAU, Hist. de S. Pacomus in Ascetica ... patrologia orient., IV (Paris, 1908).

    Fonte: The Catholic Encyclopedia, vol. XI, 1911, New York

 

 

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