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    Predefinito *** Mozione UIAS "Progetto e Ricambio" ***

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    UIAS – UNITA’, IDENTITA’, AUTONOMIA e SINISTRA SOCIALISTA



    I° CONGRESSO NAZIONALE DEL PARTITO SOCIALISTA


    MOZIONE CONGRESSUALE PRESENTATA DA UIAS


    “PROGETTO E RICAMBIO”


    PREMESSA
    Il Congresso del Partito deve costituire momento essenziale di modifica e di elaborazione
    del Progetto Politico e di cambiamento totale dell’assetto dirigenziale. I compagni
    presentatori della presente mozione intendono sottolineare la loro divaricazione
    profonda con la politica ed il metodo gestionale dell’attuale dirigenza.
    Diverso è il progetto, diversa la platea associativa ed elettorale a cui ci si rivolge, diversa
    è la forma partito che si vuole, diversi sono gli obbiettivi. Con tante diversità diveniva
    fuorviante ed ipocrita poter accedere alla proposta di una mozione unica.
    I socialisti, anche con il misero 1%, devono avere vocazione maggioritaria e rigettano
    con forza la iniziativa degli ultimi anni, portata avanti dal gruppo dirigente uscente, di
    mirare a posizioni di nicchia. Rivolgendosi a categorie specifiche ed altamente minoritarie
    che, pur importanti, non rappresentano la storia e la tradizione del socialismo italiano.
    La Società dei diversi avrà sicuramente le sue ragioni, ma non possono essere i referenti
    principali di un partito che si chiama socialista.
    Il mondo del lavoro ed i suoi problemi, la sicurezza nelle città e sul lavoro, la disoccupazione
    giovanile, i ritardi sulle Infrastrutture, lo sviluppo del Paese e l’arretratezza del
    Mezzogiorno, devono essere questi, tra gli altri, i temi fondamentali di un progetto socialista.
    La nostra utenza, la platea elettorale socialista, deve essere, in primis, rappresentata dai
    lavoratori, dipendenti ed autonomi, il popolo delle piccole partite iva, i giovani e le
    donne, che non si riconoscono in partiti contenitori, onnicomprensivi, che non possono
    sostenere compiutamente, perchè paralizzati al proprio interno da posizioni contrastanti,
    il mondo del lavoro in tutte le sue sfaccettature.
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    I problemi della “nicchia” possono comunque essere considerati ma non com’è stato
    fatto, in via prioritaria, rispetto a questioni ben più gravi. Quindi si sono commessi gravi
    errori di proposta politica e di individuazione della possibile base elettorale. Il disastro
    elettorale era inevitabile.
    Il risultato elettorale ha provocato, per la prima volta dopo 116 anni di storia gloriosa,
    la scomparsa dal Parlamento nazionale di una rappresentanza socialista. Molte sarebbero
    le motivazioni, ma mai, come in questa occasione le responsabilità possono essere
    attribuite esclusivamente a fattori esterni e non alla pochezza politica ed organizzativa
    del Partito.
    Affermare che il tutto è dipeso dalla scelta veltroniana di rifiutare l’apparentamento ai
    socialisti è assolutamente fuorviante. Parimenti attribuire il disastro elettorale alla attuale
    legge ovvero all’oscuramento subito da tutte le fonti di informazione e comunicazione
    può essere vero ma non determinante, la verità è che non si è stati capaci di relazioni
    politiche vere ed affidabili.
    La disfatta elettorale parte da lontano con scelte e comportamenti del gruppo dirigente
    assolutamente errati e con progetti politici inconsistenti. Ripetere da 14 anni la solita litania
    che comunque si è tenuta accesa la fiammella socialista, e pertanto tale merito è
    ascrivibile agli attuali dirigenti, rasenta il ridicolo.
    Tale ragionamento potrebbe avere una qualche ragione per i primi anni (4-5) del post
    1994, ma a distanza di 14 anni in cui il Partito non riesce a schiodare da percentuali
    da prefisso telefonico, ha una sola motivazione: ”il manico” non funziona ed il gruppo
    dirigente non è adeguato.
    Il fatto stesso che alle politiche nazionali, dal 94 ad aprile 2008, la dirigenza non aveva
    mai presentato il simbolo ufficiale del Partito, quasi vergognandosi di farlo, e realizzando
    alleanze sciagurate con soggetti politici distanti da noi (Segni, Dini, Verdi, Rosa
    nel Pugno) e comunque con un appiattimento totale con il partner di turno, denota chiaramente
    che i dirigenti hanno sempre teso a perpetuare se stessi costituendo al vertice
    una sorta di cooperativa in cui la difesa degli interessi personali era prioritaria a quella
    del Partito.
    I risultati si sono visti, e lascia allibiti il comportamento di alcuni dirigenti, dopo le dimissioni,
    speriamo irrevocabili, di Boselli che esercitano, in ogni occasione possibile,
    attività di copertura ed auto-assoluzione, assegnando ad altri le loro responsabilità. Dopo
    tanti errori non elaborati, la scelta giusta della Unità Socialista veniva gestita nel
    peggiore dei modi.
    Vi era nella base del Partito e nei compagni che con entusiasmo erano rientrati nella
    casa madre, la percezione di dare un senso di fastidio ai vecchi manovratori, quasi di intolleranza
    alle loro idee e al loro attivismo. Respingere e non coinvolgere, questa era
    l’impressione dei più, al punto che l’UIAS veniva regolarmente esclusa da tutti gli Or3
    ganismi di direzione politica e organizzativa senza la pur minima plausibile motivazione.
    La stessa richiesta, poi accolta, di fare un Congresso a mozioni veniva considerata un
    atto ostile e di divisione. Oggi di che stiamo parlando? Di scindere l’atomo? Di un Partito
    che non c’è più. Si può dividere l’inesistente? Oppure dobbiamo, come noi riteniamo,
    azzerare tutto e ricominciare da capo?
    Ciò che fa specie è il fatto che la vecchia dirigenza fa finta di nulla, continua imperterrita
    a gestire, si fa per dire, quel poco che è rimasto e riprende a manovrare come se avessimo
    un Partito di milioni di voti riproponendosi a dirigere con una buona dose di
    arroganza e di faccia tosta.
    E’ possibile che non si comprende che per evitare il fuggi-fuggi e sperare in una
    possibile rinascita occorre un segnale forte a cominciare dall’abbandono immediato di
    tutti gli incarichi da parte della dirigenza responsabile della catastrofe elettorale evitando
    di scaricare tutte le colpe su Boselli, a cui se non altro va dato atto di aversene assunto
    le responsabilità.
    E’ possibile che un Partito possa continuare a vivere senza un serio progetto politico,
    continuando ad insistere su argomenti di nicchia fuori dalla storia e dalla tradizione socialista?
    La convocazione del Congresso è stata fatta in un modo assolutamente irrituale.
    Il Comitato Promotore Nazionale non ha alcuna legittimazione a convocare, decidere
    stabilire regole non avendo ricevuta alcuna delega democratica da parte degli iscritti.
    Il fatto stesso che per la presentazione delle Mozioni gli stessi componenti del Comitato
    possano evitare la raccolta delle firme necessarie, costituisce un atto palesemente illegittimo.
    Sull’altare della urgenza e del rinnovamento si può anche ovviare a tali decisioni.
    Ciò a cui non possiamo rinunciare è uno svolgimento trasparente e democratico
    dell’assise congressuale con l’agibilità politica ed organizzativa per tutte le componenti
    interne e l’accettazione dei soccombenti dei risultati congressuali. Per un partito fatto
    di militanti e non di generali senza soldati vanno lanciati segnali forti con il ricambio
    completo del gruppo dirigente e con il varo di un progetto politico che rinnovi la tradizione
    socialista di Partito di lavoratori con al centro del suo agire politico il mondo
    del lavoro e le sue problematiche.
    1. C’È BISOGNO DEL SOCIALISMO !
    Le recenti elezioni hanno messo a nudo le criticità vere della sinistra italiana ed impongono
    con ancora più forza la centralità della questione socialista.
    Una sinistra che non riesce più a parlare con la gente e che è schiacciata tra un massimalismo
    estremista che non affronta con realismo e capacità di governo i problemi del
    Paese ed un’ammucchiata neocentrista composta da quelli che dovevano costituire un
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    partito del centro sinistra riformista, si è dimostrata fallimentare. Tra la gente del Nord,
    tra gli operai, nel proletariato oramai disilluso da un governo Prodi speso tra demagogia
    e velleitarismi, frammentazione e liti comuni. La sinistra di governo non può convivere
    con il massimalismo e non riesce a trovare il coraggio di intese larghe ed impegnative
    con quelle forze riformiste che, per motivi speculari, non riescono a trovare spazio
    nell’altro campo.
    In prima battuta dobbiamo dunque riproporre la nostra storia esattamente dove, circa
    vent’anni fa, era stata lasciata. Ricordiamo l’impegno degli anni 80 di riproporre nella
    tradizione laica e riformista del socialismo liberale italiano un partito moderno, non ideologico,
    aperto al confronto e soprattutto ricco dei temi di una governance matura in
    grado di consentire al Paese di riproporre il suo livello di civiltà in un modo divenuto
    complesso e competitivo.
    Quel nobile tentativo fu attaccato e sconfitto drammaticamente dall’alleanza tra i postcomunisti
    e la destra forcaiola e populista. Da allora l’Italia s’è avviata lungo un declino
    che continua e che si aggrava di giorno in giorno.
    La “politica” ripiega su sé stessa e non capisce più il Paese, che non frattempo regge e
    cerca di ripartire.
    Questo è un punto importante perché, siamo convinti, non si può non ricominciare di
    qui.
    Le difficoltà sempre più palesi che si frappongono lungo il cammino della costruzione
    del “partito democratico” devono indurci a riflettere con attenzione sul tema del “socialismo”,
    sui suoi spazi politici, sulle sue prospettive. Siamo, infatti, convinti che la sinistra
    italiana si trovi ad un bivio importante: ispirarsi alla strada del riformismo e quindi
    rivedere una parte significativa della sua storia, ovvero abbandonarsi alla deriva massimalista
    sapendo che, tramontata definitivamente l’utopia comunista, non esistono soluzioni.
    Dobbiamo adottare in tempi strettissimi decisioni di grande visibilità che possano
    costituire, per la sinistra italiana, un punto di riferimento preciso, chiaro e decifrabile.
    Dobbiamo ricostituire al più presto un credibile soggetto socialista moderno
    .
    Partiamo, infatti, dalla convinzione che mai come in questo momento sia necessaria una
    forza autenticamente socialista, ispirata al riformismo e con una strategia chiaramente
    alternativa a quel neocentrismo che in questi anni, in assenza di dialogo politico si è
    appiattito su posizioni neoconservatrici e neo liberali. La stessa lettura del bipolarismo
    va affrontata alla luce della storia nazionale.
    Fin quando, nel quadro della guerra fredda, esso si è focalizzata su un polo popolare
    democratico (la DC) ed uno di marxismo democratico (il PCI), tutte due le aree fortemente
    condizionate da una presenza laico-socialista debole elettoralmente, ma forte sul
    piano culturale e programmatico,il sistema ha funzionato. Quando, per effetto del crollo
    del modello comunista e l’esaurimento del bipolarismo globale, si sarebbe dovuto dispiegare
    un modello socialdemocratico, riformista e liberale e si è determinato in Italia
    un bipolarismo anomalo che ha distinto il campo politico in una destra ed in una sinistra
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    che non corrispondevano né alla storia nazionale, né alla sua cultura, né alle effettive risorse
    in campo. Questa “anomalia”, in gran parte riconducibile ad una cultura politica
    ancora non matura per una situazione diventata all’improvviso più complessa, può e
    deve essere sanata. Sono in corso, infatti, importanti processi di riaggregazione neocentristi
    e la stessa evoluzione del DS nel PD testimonia a sufficienza che è in atto un processo.
    Dobbiamo agganciarci a questo processo e dobbiamo contribuire ad una sua evoluzione.
    Se pensiamo che l’idea di un socialismo riformista e moderno, aperto al mercato ma
    non appiattito sui suoi precetti; progressista, profondamente legato allo Stato ed alle sue
    Istituzioni (e per questo anche laico), non sia morto, è giunta l’ora per dialogare seriamente
    con quella parte della sinistra italiana (che noi pensiamo sia maggioritaria) oramai
    stanca delle incertezze dei post-comunisti e delle spinte neocentriste degli exdemocristiani.
    Noi riteniamo che il percorso che ha portato alla costruzione del partito
    democratico sia stato fallimentare e che tra le componenti ex DS ed ex Margherita sussistano
    diversità significative che devono essere ricondotte alla “storia” di questi due
    Partiti, che ne rendono difficile la fusione se non si esprimerà una capacità di superarle
    in maniera definitiva, comunque, ad oggi, il PD sembra solo questione degli addetti ai
    lavori.
    Noi, che non siamo né “ex” né “post”, che non discutiamo l’appartenenza alla famiglia
    del socialismo europeo (anzi ne siamo orgogliosi partecipanti) e che siamo gli eredi della
    gloriosa tradizione del socialismo riformista e liberale, pensiamo che sia giunto il
    momento di proporre una prospettiva al popolo della sinistra italiana ed a tutti coloro
    che in questi anni bui della “seconda repubblica” non sono riusciti a riconoscersi in valori
    ed in prassi estranee alla nostra tradizione politica e culturale. Si tratta in primo
    luogo di riaffermare i valori della democrazia come partecipazione alla gestione del
    potere, alla socializzazione dei saperi e delle conoscenze, al rilancio di processi di crescita
    e di progresso.
    Non pensiamo che possa essere disperso il patrimonio di lotte e di battaglie civili che ha
    permesso all’Italia di costruire anche modelli di sviluppo industriale all’avanguardia (si
    pensi all’esperienza Olivetti) e di diventare quindi un punto di riferimento a livello globale.
    Apparteniamo alla famiglia della sinistra e vogliamo restarci; ma, nello stesso
    tempo, riteniamo che, tramontata definitivamente l’utopia comunista, occorra riprendere
    un cammino che in una società globalizzata e complessa come quella che viviamo,
    non può non comportare una profonda discussione della democrazia, dei suoi strumenti,
    delle sue potenzialità in termini di libertà, d’inclusione sociale, di benessere diffuso, di
    progresso e di civiltà.
    2. IL SOCIALISMO ED UNA NUOVA SINISTRA
    La storia della socialdemocrazia europea è dunque vitale ed una serie di segnali ci indica
    che la strada è percorribile anche nel nostro Paese. D’altra parte, la violenta distruzione
    connessa con la fine della “prima Repubblica”, non ha prodotto nessuno dei risul6
    tati attesi: né la governabilità, né, soprattutto, un ricambio politico che avrebbe dovuto
    provocare anche un ricambio di classi dirigenti. L’intero sistema politico è risultato
    “compresso” entro due poli, quello di centro destra e quello di centro sinistra, che non
    riescono più a contenere l’articolazione politica e culturale, particolarmente presente in
    un Paese, come l’Italia, con una storia molto intricata ed un insieme di tradizioni culturali
    molto ricche ed articolate. Ne è, in sostanza, derivata una semplificazione più simile
    alle logiche anglosassoni, in cui il peso dello Stato e dell’Amministrazione è stato
    storicamente più separato che da noi dagli accadimenti della società civile e
    dall’economia.
    A sinistra, ovviamente le cose sono più complesse, giacché qui occorre considerare anche
    la sconfitta definitiva, sul piano storico e su quello culturale, del modello comunista,
    che pure in Italia ha macinato idee ed esperienze non tutte negative come nei Paesi
    del “socialismo reale”.
    Pensiamo che la “democrazia” – di cui si deve tornare a discutere seriamente – sia non
    solo un valore irrinunciabile ma l’essenza stessa di una società moderna, progressiva e
    competitiva: essa è inclusiva, tollerante, progressista e laica. E’ la sostanza di un confronto
    continuo in cui emergono le classi dirigenti ed attraverso cui la “politica” registra
    la “domanda” sociale, la elabora e fissa obiettivi sempre più ambiziosi. E’ dunque “progressista”,
    in senso oggettivo e soggettivo ad un tempo: perché fissa obiettivi di progresso
    e di crescita e perché costruisce gli strumenti di controllo sociale. Bisogna anche
    aggiungere che un buon funzionamento della democrazia non può esserci se non si restituisce
    un ruolo centrale ai partiti come luoghi della partecipazione, del confronto,
    dell’elaborazione, della composizione di interessi contrapposti. Pensiamo ovviamente a
    partiti moderni, capaci di coniugare capacità di dialogo e d’elaborazione culturale, su
    un modello organizzativo non “anglosassone” (il partito-elettorale) ma europeo ed italiano.
    Il socialismo riformista e moderno ha in questo da sempre considerato il sistema democratico
    come centrale ed irrinunciabile: al suo interno possono giocarsi le dinamiche
    dell’inclusione sociale, della tolleranza, del progresso. Qui si marca anche la differenza
    nostra da altre tradizioni. Da quella “liberale” innanzitutto ed oggi apparentemente predominante.
    Noi non pensiamo affatto che il mercato da solo possa risolvere le criticità
    di una socialità complessa come quella moderna. Al contrario occorre garantire un equilibrio
    nella distribuzione del reddito e negli accessi ai saperi cosicché lo stesso mercato
    ne possa risultare arricchito; ed avere il coraggio d’innovazioni profonde e sostanziali
    e garantire le libertà individuali senza che questo sia di ostacolo all’eguaglianza.
    Una “democrazia” moderna, in un mondo globale, è sicuramente un qualcosa di estremamente
    complesso che incide in maniera profonda anche sugli assetti politici ed istituzionali.
    Si tratta allora di recuperare tutto il patrimonio d’idee e di elaborazione prodotto, di aggiornarlo
    e di riproporre un metodo di lavoro e di ragionamento in cui radici diverse
    possano essere verificate in riferimento ai problemi concreti della governance. Per questo,
    ad esempio, pensiamo che la “laicità” “radicale” sia perdente; perché essa impedisce,
    di fatto, il raggiungimento di una base comune di dialogo con il mondo cattolico e,
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    così come tutte le posizioni radicali ed estremistiche, determina integralismi che ritardano
    i processi evolutivi e dialettici.
    Per motivi analoghi e speculari, rigettiamo anche il post-comunismo, che s’indigna
    troppo facilmente sulle criticità della società moderna ma che poi non è in grado di trovare
    soluzioni. Se l’evoluzione post-comunismo è rappresentata da una “terza via”,
    massimalista, ideologica, giustizialista, intollerante, dobbiamo avere la forza ed il coraggio
    di opporci. Così come non accettiamo il sostanziale conservatorismo neocentrista,
    non possiamo accettare il conservatorismo di sinistra, tenacemente attaccato alla difesa
    d’interessi sociali indifendibili, di privilegi che danneggiano l’economia, di una astratta
    morale che nulla ha a che fare con la ricchezza di una politica giocata
    nell’interesse di strategie di lungo periodo e di finalità progressiste da conseguire. E’
    giunto il momento di ritornare a ragionare di contenuti e di consentire quindi alle forze
    politiche di aggregarsi e di dividersi su questi e non su astratte formule le quali non
    producono quell’indispensabile “pervasività” sociale che è il cuore stesso di un sistema
    democratico.
    Abbiamo il timore che, con l’insistere sulle formule, si perdano definitivamente di vista
    i contenuti e ci si logori, com’è successo in questi anni, in un sempre più stanco confronto
    tra posizioni che non esprimono nulla. Ancora una volta il socialismo riformista
    costituisce un’alternativa reale e concreta. Una risposta ad un’astrattezza che interessa
    sempre meno, ad un degrado della vita politica ed amministrativa, alla difesa sterile di
    elementi che non riusciamo più a cogliere con precisione.
    3. I TEMPI E LE NECESSITÀ DELLA POLITICA
    Occorre far presto. Siamo molto preoccupati per un Paese che ancora non ritrova né la
    sua unità né obiettivi concreti e strategici su cui aggregarsi: in un mondo competitivo,
    occorre avere un sistema produttivo concorrenziale. Bisogna produrre più ricchezza per
    Dobbiamo rilanciare una sinistra come forza di progresso e di sviluppo. Capace di
    cogliere le esigenze vere dei cittadini. In questo laica perché aperta a più soluzioni
    ma sensibile allo spirito ed alla nostra identità.
    Dobbiamo rilanciare una sinistra capace di pensare al futuro con ottimismo, di
    parlare ai cittadini, di fare scelte chiare, senza preoccuparsi di scontentare qualcuno.
    Dobbiamo rilanciare una sinistra capace di raccogliere le sfide della globalità, di
    integrare i popoli, di garantire libertà e sicurezza ed eguaglianza.
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    distribuirla. Anche in questo caso dobbiamo ricostruire quelle “eccellenze” che ci hanno
    fatto diventare una potenza mondiale e che ora non ci sono più. Dobbiamo pensare
    (per poi investire !) in ricerca ed in tecnologie. Dobbiamo potenziare i nostri centri di
    ricerca e le nostre Università. Dobbiamo proporci al mondo con i nostri talenti, che sono
    tanti ma non inesauribili. Vanno dunque valorizzati e stabilmente inseriti nelle Istituzioni.
    Vogliamo così contribuire al recupero di quella posizione che il nostro Paese ha
    avuto negli anni passati e che ne ha fatto un punto di riferimento internazionale in quanto
    a civiltà, a scienza, a tecnologia e che ha avuto un convinto e profondo tributo dal
    socialismo riformista.
    Questa tradizione va riproposta. Analizzandone gli errori e potenziandone i punti di
    forza. Non siamo riusciti a porre al centro dell’attenzione, quando i tempi sembravano
    maturi (dopo la caduta del muro di Berlino), una prospettiva di Partito in grado di raccogliere
    il meglio del riformismo italiano.
    E’ ora maturo il tempo di riprendere quel cammino. Non dov’era stato lasciato (perché
    nel corso della storia tutto viene capitalizzato) ma “oggi”, con le prospettive e con le
    criticità del moderno, arricchiti dalle esperienze di un mondo sempre più globale ed integrato.
    E’ stata teorizzata l’azione di governo- ideologica con conseguenza di aver causato:
    - L’annullamento dell’identità dei Partiti nati per coagulare la volontà popolare su basi
    valoriali ed ideologiche con il risultato di avere creato oligarchie al potere senza
    apparente identità politica e mancanza ormai trentennale del ricambio della classe
    politica;
    - La legge elettorale con la quale abbiamo votato è il pieno compimento di questo liberticida
    disegno che ha estromesso il cittadino da ogni possibile scelta del proprio
    candidato;
    - L’emarginazione dei giovani con la programmatica precarietà del lavoro e lo svilimento
    esistenziale e civico dei cittadini;
    - La stura di “basse pulsioni” emarginanti e razziste di alcune parti della popolazione;
    - La demotivazione di tanti cittadini, spesso indotti a trasgredire leggi capestro e burocrazie
    sempre più opprimenti;
    Mentre lo sviluppo dirompente delle tecnologie e la velocizzazione della comunicazione
    richiedono una diversa concezione etica, politica e funzionale della Pubblica Amministrazione
    che ponga al centro della propria sopravvivenza il cittadino ed i suoi diritti.
    4. SVILUPPO E RIFORME
    Il Paese ha bisogno di un rilancio dell’economia. Nell’èra della globalizzazione non si
    può non partire da una seria riflessione sulla competitività del nostro sistema produttivo.
    L’Italia, come del resto gran parte d’Europa, deve riconquistare un ruolo nel mondo
    specie dopo che a livello comunitario si è convenuto, con il cosiddetto “Processo di Lisbona”,
    di puntare su un modello di sviluppo economico imperniato sulle “conoscenze”,
    sui saperi, sulla tecnologia e sulla ricerca. Un potenziamento della ricerca e
    dell’ammodernamento organizzativo e tecnologico deve quindi costituire un punto fer9
    mo a cui orientarsi. I ritardi accumulati risentono di molteplici cause, ma da noi assumono
    proporzioni che ci distanziano ulteriormente dai partner europei e determinano
    emergenze che non possono essere più rinviate. In questo senso è necessario che gli investimenti
    in ricerca applicata costituiscano una priorità importante, sia a livello pubblico
    sia a livello privato.
    A questo va aggiunta una particolare attenzione alle Piccole e medie aziende (in special
    modo alle “medie” imprese) che hanno da sempre costituito il tessuto importante
    dell’economia italiana. Pensiamo quindi ad un deciso potenziamento di “distretti” produttivi
    specializzati e nella costruzione di una rete che li ponga in comunicazione e che
    faciliti la commercializzazione dei prodotti. In parallelo occorre riprendere con vigore
    la costruzione di infrastrutture materiali (strade, porti ed in genere vie di comunicazioni).
    Il rilancio del tema della infrastrutturazione materiale ed immateriale diventa allora
    centrale e direttamente collegato alle tematiche della crescita.
    Le “liberalizzazioni”, che noi auspichiamo, non devono solo costituire un “alleggerimento”
    delle competenze pubbliche, ma anche e soprattutto la nascita di un vero mercato
    di cui i cittadini possano beneficiare con prezzi inferiori e servizi migliori. La concorrenza
    allora diventa il riferimento di un modello di crescita al cui centro c’è
    l’interesse del cittadino e che ridisegna le funzioni, gli spazi operativi e le responsabilità
    della “cosa pubblica”: a) definire le regole del mercato e le soglie minime al di sotto
    delle quali non è possibile scendere (in termini di prestazioni e servizi) e b) dedicarsi in
    maniera più efficace all’integrazione ed al miglioramento di quelle funzioni di sicurezza
    e di “beni comuni” che non possono essere derogati. Il concetto di “livello essenziale
    delle prestazioni” (LEP), evocato nel riscritto Titolo V° della Costituzione, potrebbe assorbire
    una parte non irrilevante d’impegno pubblico nelle varie materie: dalla sanità,
    all’istruzione, alla giustizia, all’economia.
    Mettere in atto, insomma, un sistema di tutele del cittadino da migliorare continuamente
    comporta orientamenti che tendono a modificare il tradizionale ruolo della politica
    senza modificarne il significato essenziale. Si tratta di giocare un ruolo di mediazione e
    di sintesi che “diffonde” e, ad un tempo, “determina” il benessere.
    Naturalmente avviare un processo di riforme comporta anche lo smantellamento di alcuni
    di quei “fattori di ritardo” che hanno reso difficile proseguire lungo il cammino intrapreso.
    In maniera molto sintetica pensiamo a:
    a) un intervento serio sul sistema pensionistico finalizzato a garantire una prospettiva
    vera a chi entra adesso nel mercato del lavoro e ad interventi coraggiosi e creativi
    in tema di “invecchiamento attivo”, anche sul modello di alcune esperienze
    già realizzate nell’Europa settentrionale;
    b) ad interventi che migliorino la legge “Biagi” (il cui impianto noi condividiamo),
    soprattutto in termini di “ammortizzatori” e di matching domanda/offerta;
    c) alla costruzione di un “secondo pilastro” in materia di assistenza sanitaria (ad esempio
    introducendo la polizza assicurativa obbligatoria al di sopra di alcune fasce
    di reddito);
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    d) alla liberalizzazione regolamentata del mercato dei capitali, che possa facilitare
    l’accesso al credito e favorire gli investimenti finanziari, garantendo con opportuni
    strumenti di controllo gli investitori privati;
    e) riformare seriamente e definitivamente la scuola, la ricerca e l’università.
    Se c’è un campo in cui occorre demolire demagogie ed incomprensioni un caso tipico è
    rappresentato dalla scuola. Da anni, dalla riforma Berlinguer, la scuola italiana si trascina
    in continue sperimentazioni che ne hanno demolito alcuni fondamenti, radicati nel
    tempo e che producevano, nell’insieme, un complesso abbastanza efficiente di offerta
    formativa. Negli anni si è messo mano alle architetture senza soffermarsi sui contenuti
    del sapere e senza rendersi conto che il modello “formativo” dell’impianto “gentiliano”
    non poteva essere sostituito da un modello “cognitivo” che non fosse poi in grado di inseguire
    ed aggiornare il constante e sempre più rapido progresso tecnologico. Noi pensiamo
    che, sulla tipologia verso cui si stanno orientando altri Paesi europei (dalla Francia
    alla Germania), occorre ritornare al modello formativo e lasciare alla formazione
    superiore (universitaria e tecnologica) il compito di fornire le necessarie conoscenze
    specifiche, creando anche un sistema di offerta formativa “lungo tutto l’arco della vita”.
    Occorre allora ritornare a discutere sui “programmi” scolastici e ridefinire quel “livello
    minimo di competenze” che devono essere acquisite al fine della formazione di una cultura
    improntata ai valori democratici e pronta a registrare ogni innovazione ed ogni
    nuovo sapere. Riorganizzare, a partire dall’impianto della legge “Moratti” (che sostanzialmente
    condividiamo), una chiara ripartizione tra “Licei” e “Formazione ed Istruzione
    professionale” e soffermarsi molto, moltissimo, sui poli d’eccellenza, a livello secondario
    (recuperando quindi la grande esperienza degli Istituti professionale e dei tecnici),
    ed a livello universitario.
    Sul tema delle riforme pensiamo che debbano essere rafforzati gli strumenti di controllo
    sulle aziende che accedono alla borsa e che anzi quest’ultima debba essere ricondotta
    alla sua importante e sostanziale funzione storica che è stata quella di finanziare le imprese
    (e non di consentire movimenti speculativi). Si tratterebbe di un’operazione efficace
    e rilevante che potrebbe ristabilire un clima di fiducia tra i risparmiatori. Occorre
    però grande determinazione e trasparenza.
    PARTITO DEL LAVORO
    Resta ancora un tema importante per una forza di “sinistra”: quello del lavoro. Siamo
    convinti della sostanziale giustezza di una legge, fortemente demonizzata dalla sinistra
    massimalista, quale la “Biagi” (peraltro esplicitamente collegata al “Pacchetto Treu”
    adottato nel corso della precedente legislatura). Si tratta di un impianto lavoristico che
    riordina le tipologie di contratto e introduce elementi per un loro controllo sociale e politico.
    E’ sbagliato identificare precariato e flessibilità. Si tratta di due concetti diversi
    che, se contrapposti, impediscono una riflessione seria su un tema sicuramente insidioso.
    Soprattutto se si pensa che è la stessa categoria di “lavoro” ad essersi modificata
    nell’èra della globalità. Pur con le necessarie tutele (basterebbe ad esempio individuare
    alcuni diritti ed alcune soglie minime), il lavoro è sempre di più produttore di reddito
    piuttosto che di salario, quando è qualificato e paradossalmente sempre più precario
    11
    quando è poco qualificato. Una forza di sinistra allora non può non assumere quale
    principio valoriale quello della qualificazione del lavoro e del controllo del mercato.
    Siamo più vicini al pensiero liberale che a quello massimalista, perché siamo dei convinti
    riformisti e perché vogliamo che il lavoro, così come le dinamiche del mercato,
    siano funzionali alla qualità della vita di tutti e non all’arricchimento di pochi gruppi di
    potere.
    Siamo di sinistra e pensiamo che, proprio come forza di sinistra, abbiamo
    l’obbligo di sostenere il progresso, con coraggio, con onestà intellettuale, con ottimismo
    e con determinazione.
    Dopo che nell’ultimo decennio ci siamo dotati di leggi “moderne” sul Mercato del lavoro
    (Pacchetto Treu e Legge Biagi), è forse maturo il momento di interrogarsi sui risultati
    conseguiti e, in sintonia anche con l’evoluzione europea del tema, porsi qualche obiettivo
    più ambizioso. Non c’è dubbio che i nuovi strumenti abbiano facilitato
    l’accesso al lavoro ed il suo mantenimento in situazioni di particolare difficoltà ma,
    d’altra parte, è anche necessario riconoscere che è emerso un problema di “precarizzazione”
    (forse meno reale di quanto percepito) che presenta aspetti drammatici e richiede
    interventi. Occorre ricordare che, nell’Ambito del tema della flexicurity, a Bruxelles si
    parla sempre più spesso di “qualità” del lavoro e che tale concetto ingloba ovviamente
    anche l’area delle “tutele” (durata, retribuzione, garanzie, ecc.).
    Riteniamo che questa terza fase di politiche per il lavoro debba concentrarsi su due criticità:
    la definizione di precisi target di persone, la cui aspettativa di vita si costruisce
    attorno al “tipo” di lavoro esercitato (e, più precisamente, sulle “garanzie” che esso offre)
    e sulla divaricazione sempre più netta e profonda che si è venuta determinando in
    questi ultimi anni tra impiego “pubblico” ed impiego “privato”.
    Riguardo al primo aspetto basta partire dalla banale considerazione che il “tasso di precarietà”
    è inversamente proporzionato all’età del lavoratore: è evidente che un impiego
    di entrata (diciamo 18-30 anni) non può essere rapportato alla maturità lavorativa (31-
    49 anni) e che per il post 50enni vanno studiati strumenti specifici che possono anche
    interrelarsi con misure “passive” e con gli ammortizzatori. Questa fase di politiche del
    lavoro dovrà dunque essere concentrata sempre di più su segmenti di età (i target, appunto)
    al fine di predisporre strumenti di sostegno idonei ed efficaci.
    Il secondo punto richiede uno sforzo di onestà intellettuale notevole. Tutti sanno che
    Ministeri, Regioni ed in genere Enti pubblici sono pieno di co.co.co. . Il fenomeno si è
    sviluppato in relazione al blocco delle assunzioni pubbliche, al ritardo di sostanziali
    processi di razionalizzazione del lavoro e ad un oggettivo processo di invecchiamento.
    Le dimensioni del fenomeno incominciano a diventare preoccupanti ed è necessario avviare
    una riflessione da subito. Le procedure amministrative infatti sono soggette ad
    una evoluzione molto rapida in considerazione dell’impatto che sta avendo il processo
    di integrazione europea che, nel fissare la moneta unica, ha di fatto già spostato alcune
    sovranità di tipo macroeconomico da Roma a Bruxelles. E’ ovvio che il rapporto tra
    macro e micro economia, per quanto riguarda le finanze pubbliche è molto stretto (si
    pensi al Patto di stabilità ed ai Patti stabiliti dai vari governi con Regioni ed enti locali).
    12
    Dunque la razionalizzazione della Pubblica amministrazione è tema serio ed importante
    da collocare nel suo contesto giusto e, soprattutto, da affrontare con il massimo coinvolgimento
    sindacale ma anche con una chiara consapevolezza della strategia: introdurre
    anche da noi una cultura dell’obiettivo ed arricchire tutti quegli strumenti (dal monitoraggio
    alla valutazione) in grado di consentire la necessaria flessibilità delle policy.
    Siamo convinti che esistano sacche di occupazione potenziali e che è opportuno porsi
    seriamente il problema al fine di evitare un “improvviso” ricambio ed un oggettivo invecchiamento
    degli apparati che già denota preoccupanti derive.
    Infine occorre richiamare l’inattuazione di un insieme di strumenti, già previsti da varie
    normative: si parte in questo dal tema della “occupabilità” e dalla necessità di costruire
    un sistema nazionale di lifelong learning (formazione lungo tutto l’arco della vita), specie
    ora che, con l’importanza che potrebbe assumere la contrattazione di secondo livello,
    la carriera professionale ed il suo sviluppo diventa oggetto concreto di produttività e
    di retribuzione; ancora il SIL (l’incrocio domanda/offerta di lavoro) va, anch’essa targettizzata
    e, sul modello dei sistemi del Nord Europa, ricondotto a microgruppi omogenei
    ed a competenze professionali specifiche e di “distretto”.
    In Italia è in atto una offensiva neo-liberista: meno Stato, riduzione delle imposte dirette
    gravanti sulle così dette “forze vive del Paese” ed aumento della pressione fiscale indiretta;
    ulteriore spostamento della ripartizione dei redditi a favore dei profitti e a danno
    dei salari; minima tassazione dei redditi da capitali; riduzione del costo del lavoro e ricorso
    facilitato alle forme di occupazione atipiche.
    Si fa strada la convinzione che il peggioramento della situazione economica “reale” sia
    dovuto non solo agli effetti di una mancanza di regole, ma anche all’incepparsi della
    macchina che muove il nostro sistema-Paese.
    Per questo, la Sinistra deve proporre un programma alternativo, basato sui seguenti presupposti:
    A. la realtà economico-sociale deve essere ancorata su principi di carattere generale, cioè
    deve essere indirizzata da fini e da valori determinati: e non deve essere lasciata assestarsi
    in equilibri regolati da automatismi (il mercato) in cui nessun presupposto qualitativo
    può trovare spazio.
    B. Il profitto non è un valore etico, ma un misuratore dell’efficienza: alla sua determinazione
    concorrono non soltanto i risultati tipici dell’impresa, ma anche le conseguenze
    dell’attività imprenditoriale sulle persone e sul territorio.
    C. Lo sviluppo del Paese deve essere uniforme sul piano sociale e sul piano territoriale.
    1. sul piano sociale, significa che tutti i cittadini, senza distinzione di sesso e di razza,
    debbono avere le stesse basi di partenza, le stesse possibilità di decidere la
    propria vita;
    13
    2. sul piano territoriale, significa che la politica economica nazionale ha la missione
    di promuovere il benessere di tutte le regioni italiane, nessuna esclusa. Conseguentemente
    i problemi dell’Italia meridionale non devono essere visti in modo
    particolare, ma affrontati nella considerazione che la non soluzione dei medesimi
    riguarda tutto il Paese;
    D. I fattori dell’economia reale: estrazione, agricoltura, industria, distribuzione comunicazioni,
    importazioni, esportazioni, sono le basi fondamentali dello sviluppo del Paese.
    I fattori dell’economia monetaria e finanziaria sono complementari alla economia reale.
    A questo si aggiunga il fatto che il “sistema Italia” é declinato, nel complessivo contesto
    economico europeo, in alcuni settori produttivi importanti.
    Dalla chimica alla meccanica, dalla farmaceutica all’alimentazione, dal turismo allo
    spettacolo, la proprietà di un numero crescente di imprese italiane non appartiene più al
    nostro Paese.
    Questo significa che sono stati trasferiti all’estero i centri decisionali e i servizi di ricerca
    di comparti importanti della economia nazionale.
    Anche questo fenomeno dimostra la incapacità di una parte rilevante della imprenditoria
    italiana di partecipare al rinnovamento del sistema industriale e finanziario del Paese:
    anzi, essa sta rivelando una crescente tendenza al profitto immediato, allo sfruttamento
    delle rendite di posizione, all’accollo alla collettività nazionale degli oneri delle
    ristrutturazioni, ed infine alla cessione a imprese straniere di aziende o di parte di aziende,
    senza riguardo per gli interessi generali del Paese.
    Interventi sbagliati sui processi economici, nel passato anche recente, hanno contribuito
    al crearsi e al mantenersi di un modello di sviluppo che ha presentato e permesso distorsioni
    evidenti:
    a) una anomalia strutturale, causata, da un lato, dalla scelta della produzione dei beni di
    consumo finale e caratterizzata da insufficienti contenuti di ricerca, di innovazione, di
    tecnologie avanzate;
    b) una visione limitata al breve periodo, basata sulla competitività di prezzo, che ha alternato
    moderazione salariale e manovre del tasso di cambio, (che comportavano periodiche
    svalutazioni nei momenti in cui il valore estero della lira produceva perdita di
    competitività);
    c) in sostanza, una incapacità di sintesi strategiche per superare le vecchie alternative tra
    funzione della grande e della media impresa; tra i settori “tradizionali” e produzioni ad
    alta tecnologia; tra i meccanismi automatici, e i criteri di selettività; tra la concorrenza
    e la regolamentazione, tra una politica per fattori o una politica per settori.
    La crisi della industria italiana è al tempo stesso causa e conseguenza di un impoverimento
    di classe dirigente. E’ causa perché un paese privo di grandi imprese, non ha più
    i luoghi dove si forma quella élite manageriale che è un pezzo essenziale della classe
    dirigente nel mondo contemporaneo. E’ conseguenza: perché il tramonto di alcune tra
    le maggiori aziende rivela, a sua volta, una debolezza dei gruppi dirigenti, che hanno
    spesso identificato la alleanza con la politica come garanzia di sopravvivenza. Sicché,
    14
    la selezione della classe dirigente ha privilegiato la capacità, nei rapporti istituzionali
    più del talento industriale, Perciò il sistema delle grandi imprese italiane ha espresso
    complessivamente, (peraltro con numerose e importanti eccezioni), un establishment
    inadeguato alle sfide della globalizzazione. E’ mancato, cioè, quello sforzo corale che
    solo i grandi dirigenti sanno creare, perché danno l’idea che l’impresa è davvero
    un’opera collettiva e un bene di tutti.
    L’imprenditoria italiana considera la politica come uno dei tanti strumenti e delle tante
    variabili da mettere al servizio dell’obiettivo unico, che rimane quello del profitto.
    La storia delle alleanze, dei conflitti, delle reciproche strumentalizzazioni tra potere economico
    e potere politico in Italia in questi ultimi trent’anni, consiste essenzialmente
    nella mutevolezza di questo rapporto e nelle vicende che ne sono derivate.
    Il moltiplicarsi delle attività finanziarie nelle mani del pubblico é la conseguenza generalizzata
    di quei fenomeni di plusvalore che hanno caratterizzato lo sviluppo economico
    del Paese: l’aumento di valore dei terreni, delle case, l’aumento continuo delle rendite
    speculative. In un sistema nel quale il gusto del rischio e dell’intrapresa fosse stato ancora
    elevato, questa diffusa ricchezza finanziaria sarebbe servita di supporto
    all’allargamento della base produttiva; ma di fronte al declinare dello spirito
    d’intrapresa, gli sbocchi inevitabili dell’accumulazione finanziaria non potevano essere
    altri che l’impiego all’estero dei capitali accumulati o il loro reinvestimento in attività
    speculative: entrambi al tempo stesso causa ed effetto di ulteriori accumulazioni finanziarie.
    D’altra parte la borghesia imprenditoriale, con tutti i suoi vizi, la sua debolezza, il suo
    desiderio di riversare sullo Stato le perdite delle proprie aziende, è pur sempre ancorata
    ad un ruolo.
    La vocazione imprenditoriale è un elemento positivo della struttura sociale italiana: e
    quindi qualsiasi discorso sulla nostra imprenditoria, grande, piccola e media, non può
    non partire da un atteggiamento di considerazione.
    Ma il problema di fondo è se esista la capacità (o la volontà) della borghesia imprenditoriale
    di costituirsi come classe dirigente, ciò che significa operare secondo obiettivi
    generali, sia sotto l’aspetto concreto dei comportamenti, sia sotto quello teorico delle
    idee.
    Le considerazioni di cui sopra mettono in evidenza la crisi della borghesia italiana. Non
    di tutta. Esistono nel nostro Paese imprenditori “eccellenti”, ai quali dobbiamo rispetto
    e stima.
    Ma lo Stato quale noi lo conosciamo oggi, non più luogo etico-giuridico attraverso il
    quale la “classe generale” esercita la sovranità delegatale da tutti e nell’interesse di tutti,
    ma una struttura di potere e di reddito di massa, che per sopravvivere deve espandersi
    burocraticamente e nell’espandersi entra in conflitto con tutte le altre strutture nelle
    quali la società si articola, a cominciare da quelle produttive. E tutto ciò senza strategia,
    senza coraggio e senza autorevolezza.
    15
    5. AMBIENTE E SALUTE
    Lo“sviluppo insostenibile” ha provocato e continua a provocare gravi danni al nostro
    paese in termini di perdita di salute. La mortalità per patologie cerebro-cardiovascolari
    e tumorali in Italia, come in tutto il mondo, ha oggi una precisa causa scientifica in più,
    l’Inquinamento delle nostre città e gli stili di vita non salutari legati anche ad una alimentazione
    scorretta in quantità e qualità. Lo “sviluppo insostenibile” comporta una
    perdita progressiva della capacità lavorativa delle persone e gli stili inadeguati di vita e
    di lavoro producono anche danni alla salute psichica delle persone con ulteriori patologie
    neuropsichiatriche che possono minare la capacità di lavoro..
    Essere un partito di una moderna sinistra del socialismo Europeo, vuol anche dire dare
    importanza fondante alle politiche di Prevenzione Primaria della Salute dunque meno
    sanità e più salute. Il ricorso fuori regole ad una eccessiva medicalizzazione ed ospedalizzazione
    della società comporta costi che non migliorano l’aspettativa di vita
    delle persone. Occorre una sanità tecnologicamente e scientificamente adeguata al progresso
    scientifico, ma una sanità per tutti, che sappia anche educare ad una vita più sana
    ed a stili di vita più corretti.
    Un moderno approccio ai bisogni sociali, alla necessità di un lavoro sicuro, non può
    prescindere dalla garanzia di vivere in un mondo meno inquinato affinché il binomio
    tutela sociale e tutela ambientale venga salvaguardato.
    6. DEMOCRAZIA E POLITICA
    Ogni democrazia moderna si regge su regole e valori condivisi tra i suoi cittadini.
    L’Italia, che possiede un sistema democratico oramai consolidato e che è stato tra i
    membri fondatori dell’Unione europea, non può sottrarsi al dovere di ridiscutere a fondo
    i suoi valori e le sue regole fondamentali. Se tra i primi dobbiamo ancora una volta
    far riferimento alle prescrizioni della prima parte della Costituzione (da nessuno, a parole,
    discussa) e ribadire quindi il valore fondante rappresentato dal “lavoro” (su cui si
    regge l’intero impianto costituzionale), sulle regole abbiamo bisogno di prendere atto
    dalla nostra appartenenza alle istituzioni comunitarie e, nell’intento peraltro di contribuire
    ad una loro più precisa articolazione, dovremmo procedere ad una loro profonda
    revisione. Si tratta della trasparenza e della parità di condizioni per tutti, di un sistema
    di tassazione più equa e giusta, di una pubblica amministrazione più efficace ed efficiente,
    di un decentramento reale di funzioni e compiti senza perdere la visione paese:
    in sostanza occorre coniugare in senso moderno stato e mercato e fare in modo che non
    si contrappongano più, ma s’integrino e cooperino tra loro. Per fare questo è necessario
    fissare obiettivi comuni e, allo stesso tempo, ammodernarne profondamente le strutture
    e l’organizzazione.
    Un caso indicativo è rappresentato dal potere giudiziario. Se siamo convinti che debba
    essere preservata, come valore della stessa democrazia, una sua autonomia, non possiamo
    permettere che la politica non affronti una seria valutazione sulle articolazioni e
    sulle stesse competenze di questo potere. Siamo ad esempio convinti che debba essere
    sviluppata e potenziata la giustizia amministrativa (ad esempio i TAR) il cui mancato
    intervento determina spesso derive verso reati penali, così come non possiamo pensare
    16
    ai tempi dei procedimenti amministrativi indegni di un Paese civile e spesso all’origine
    anche di criticità economiche. La giustizia deve garantire parità di trattamenti, efficienza
    ed efficacia perché, in un sistema economico aperto e competitivo è chiamato ad intervenire
    nei contenziosi ed a prevenire possibili derive. Gran parte di “tangentopoli” si
    sarebbe evitata se fossero stati esercitati maggiori capacità preventive e se
    l’amministrazione e la giustizia avessero avuto rapporti più collaborativi.
    Il modello di Stato democratico deve quindi basarsi su una chiara identificazione dei
    poteri ed è singolare che nelle discussioni in tema di riforme costituzionali, non si sia
    partiti proprio dagli elementi fondamentali. I poteri: legislativo, di controllo e di gestione,
    sono alla base del funzionamento di un sistema democratico. E’ di qui che bisogna
    partire:
    a) a livello legislativo non si può non rilanciare il ruolo degli organi elettivi, a livello
    nazionale (le Camere) ed a livello locale (i Consigli regionali). Ad essi è demandata la
    funzione di adottare le leggi, di verificarne l’applicazione, di correggerle, se necessario.
    b) Il governo (a livello di Ministri e di Giunte regionali) deve adottare tutti i necessari
    provvedimenti connessi all’amministrazione, verificarne l’applicazione e l’efficacia,
    garantire efficienza e trasparenza;
    c) Il potere giudiziario infine deve controllare la corretta applicazione delle leggi e,
    nella sua autonomia, dev’essere indipendente dal controllo politico e terzo, rispetto al
    cittadino ed allo Stato (per questo, ad esempio vanno assolutamente ed in breve tempo
    separate le carriere nella magistratura).
    In questa logica, sommariamente descritta, va collocata l’articolazione e l’esercizio della
    politica. Siamo ben consapevoli che la “politica” non può ridursi alle mere funzioni
    amministrative, ma siamo anche convinti che, senza un esercizio di tali funzioni, la politica
    perde di senso e di significato. Essa è quindi portatrice di valori e di obiettivi, di
    modelli di crescita diversi, di culture e di ideologie. Persino di etiche, che si confrontano
    in un rapporto dialettico costante nel dibattito con la pubblica opinione. In questo
    senso la democrazia e le sue istituzioni dovrebbero garantire tale dialettica e pensiamo
    quindi che un punto di riflessione serio, in sede di revisione costituzionale, debba essere
    costituito proprio dai “Partiti” che costituiscono un patrimonio pubblico importante e
    fondamentale nel nostro sistema.
    La democrazia infine deve garantire a tutti i cittadini l’accesso al sapere ed alla conoscenza.
    In tale contesto un ruolo importante può essere assegnato al Sindacato.
    Negli ultimi decenni il Sindacato italiano è stato spinto più ad occuparsi delle questioni
    generali che di quelle tipiche del mondo del lavoro.
    Quando si dice che il Sindacato è fuori dalle fabbriche, bisogna riflettere se oggi è più
    giusto avere organizzazioni dei lavoratori che replicano il ruolo dei partiti, cambiando
    quindi mestiere, ovvero riavere finalmente un grande movimento sindacale che sui posti
    di lavoro riesca ad incidere profondamente come avveniva nel passato.
    L’accusa di avere ormai solo adesioni dai pensionati deve essere rigettata con un forte
    impegno sindacale che, come abbiamo notato recentemente, possa contrastare le derive
    17
    massimaliste nelle fabbriche. Per questo il Sindacato va sostenuto e difeso dalle aggressioni
    della destra, e non solo, che lo vorrebbero solo organismo di concertazione
    all’esterno e di assistenza all’interno.
    Parimenti va affrontato il tema delle sicurezze. Sicurezza sui posti di lavoro, chiudendo
    il doloroso capitolo delle tante morti che fanno dell’Italia, caso unico in Europa, il Paese
    con più incidenti di estrema gravità
    7. FEDERALISMO E REGIONALISMO.
    Nel corso degli ultimi dieci anni le due coalizioni di centrosinistra e di centrodestra,
    hanno affrontato la questione degli assetti territoriali ed in particolare del regionalismo,
    in maniera superficiale ed approssimativa. Ne è derivata una sostanziale staticità
    della problematica con cadute di tono pericolose. Da un lato, infatti, la riforma del Titolo
    V° della Costituzione, che ha attribuito alle Regioni competenze in varie materie,
    ha determinato un contenzioso in sede di Corte costituzionale che sta bloccando di
    fatto l’insieme delle cosiddette “competenze concorrenti” (cioè quasi tutte). Dall’altro
    la cosiddetta “devolution” fa una gran confusione tra “regionalismo” e federalismo e
    finisce per indebolire ulteriormente l’autonomia regionale e non prefigurare alcun
    impianto davvero federale.
    Pensiamo ad un federalismo vero, quindi ad un insieme di autonomie importanti (anche
    in materia fiscale), in un quadro di assetto nazionale che deve garantire eguali diritti
    e doveri e con alcune competenze chiave centralizzate come quelle in materia
    monetaria, di difesa e di politica estera. Il tutto in una cornice generale di grande cooperazione
    istituzionale lungo una precisa filiera che comprende anche le Province ed i
    Comuni con livelli diversi di competenze e di responsabilità.
    Nel centrosinistra, indebolitasi l’idea federale – che pure aveva una precisa e forte radice
    storica (basti pensare a Sturzo nel mondo cattolico ed a Spinelli in quello laico) –
    si è imboccata una strada incentrata sulle “competenze” e le attribuzioni, che ha di
    fatto ignorato la definizione degli assetti e delle omogeneità territoriali, gli istituti della
    governance locale, le funzioni della politica in relazione alle politiche di sviluppo
    dei territori.
    Non basta infatti “devolvere” se poi l’organizzazione dello Stato – riprodotto in scala
    minore a livello regionale – non viene modificata. Sarebbe bastato una semplice norma
    costituzionale che avesse esteso i poteri delle Regioni a statuto speciale a tutte le
    altre, per aver concretamente, da subito ed in modo assolutamente chiaro assegnato la
    possibilità di esercitare poteri e soprattutto un schema di impianto di sistema federale
    vero.
    Si può dunque affermare che quello del “federalismo” ha rappresentato un elemento
    troppo marginale del dibattito politico. In questo senso il federalismo costituisce un
    problema politico: si tratta di una profonda riorganizzazione dello Stato che parte
    dalle identità territoriali le quali, al di fuori di, poche, competenze centrali, possano
    18
    esercitare in piena autonomia la propria idea di sviluppo e di crescita in un quadro di
    sussidiarietà partecipata e condivisa.
    Noi pensiamo che un federalismo vero costituisca una battaglia che occorre combattere
    in un Paese che soffre di una gravissima crisi di identità, di valori, di modelli ed in
    questo senso essa anch’essa appare una battaglia in grado di spezzare quel bipolarismo
    che in questi anni ha estremizzato il dibattito politico. Il rischio che la questione
    territoriale, non supportata da valutazioni di carattere politico (o di policy e strategie)
    è di sostenere una implosione del “locale” su sé stesso. E’ questo uno dei “risultati”
    che la demagogia di destra (ma anche quella di sinistra !) ha prodotto: le infinite esperienze
    di “sviluppo locale” che si sono succedute nel corso degli anni (al Sud come al
    Nord) non hanno di fatto inciso sulla crescita economica, se gli indicatori continuano
    ad essere non positivi. Questo non significa, naturalmente che la strada va abbandonata.
    Riproponendo alcuni temi della tradizione socialista, siamo convinti che il mondo
    delle autonomie e diciamo pure in termini moderni del “territorio” possa essere sviluppato
    e possa dare risposte concrete.
    Il federalismo, ne siamo convinti, serve sia al Sud che al Nord. Un Mezzogiorno,
    collocato nel Mediterraneo, ed al suo interno Regioni “pensate” come aggregati omogenei
    con funzioni strategiche differenziate ma organiche e coerenti; un Nord con una
    importantissima e consolidata tradizione industriale e produttiva: assieme possono
    costituire i cardini di un rilancio, sempre più necessario, del nostro Paese. Produzione
    e commercializzazione, diffusione generalizzata dei poli di eccellenza, qualità
    dell’offerta di servizi pubblici (a partire da quelli universitari) omogeneamente distribuiti
    del territorio. Questo è il presupposto di un federalismo sano.
    Federalismo significa anche responsabilizzare Istituzioni e cittadini sul loro territorio.
    Evitare che le Istituzioni facciano a rimpiattino sulle responsabilità e sulle decisioni
    da adottare. Insomma quanto avviene a Napoli ed in Campania, governate dal Centro-
    Sinistra, non è accettabile.
    8. VERSO LA RINASCITA DI UN MODERNO SOGGETTO SOCIALISTA
    Noi non siamo pregiudizialmente contrapposti al Partito Democratico. Ma, con senso
    di realismo, non possiamo confrontarci con qualcosa non compiuta, che non ha ancora
    deciso a quale famiglia politica appartenere.
    Siamo molto più interessati alla costruzione di una forte sinistra riformista in Italia
    sotto le bandiere del socialismo.
    Il processo costituivo deve partire dal territorio, coinvolgere l’intera sinistra, e dovrebbe
    essere orientato alla costruzione di un grande partito di socialismo riformista,
    innanzitutto laico nel senso storico che ha sempre avuto da noi. Resta infatti ancora la
    19
    discriminante della laicità e del modello di società a dividere l’area socialdemocratica
    dal cattolicesimo democratico: la “dottrina sociale” cattolica è infatti imperniata sulla
    famiglia e sul sistema economico che ad essa deve far riferimento; noi, pur rispettando
    questo elemento, pensiamo a relazioni ed alleanze più complesse che fanno riferimento
    al lavoro non in quanto categoria individuale ma come collante generale della
    società. I rapporti civili, così, si integrano in una cornice di libertà e progresso, che
    costituisce l’essenza di uno stato veramente e compiutamente democratico. Siamo allora
    laici non perché atei, ma perché democratici e liberali e perché convinti che la/le
    chiesa/e debbano solo indirettamente relazionarsi all’etica dello Stato, ma principalmente
    a quella dell’individuo. Restiamo allora saldamente legati al primo Articolo
    della nostra Costituzione italiana che vuole la Repubblica fondata sul “lavoro”.
    Innanzitutto che deve porre al centro della propria azione il tema del lavoro, in
    tutte le sue connotazioni possibili, dalla flessibilità alle tutele, collegandolo strettamente
    con la crescita e lo sviluppo. Un vero Partito Socialista non può prescindere
    da una base sociale ben individuata che non può che essere rappresentata dai lavoratori
    nel senso più ampio del termine a cominciare dai dipendenti, dai giovani e dalle
    donne, ma anche dai lavoratori autonomi, che tanto rappresentano nell’economia italiana
    e dal popolo delle partite IVA, di cui si parla spesso in termini punitivi, vessati
    come incurabili evasori fiscali ed invece motore vero della ripresa italiana in vaste aree
    del Paese.
    A quest’ultimi, in particolare, viene assegnata una pressione fiscale insopportabile,
    che non ha uguali, in Europa, e che i recenti Studi di Settore non hanno fatto altro che
    peggiorare.
    La crisi che ha colpito il Nord, la perdita secca di consensi da parte del Centro-
    Sinistra, denota la mancanza di un serio progetto politico per quelle aree. Riteniamo
    che al Nord la ricetta valida sia da ritrovare nel socialismo riformista che per decenni
    ha governato l’Italia Settentrionale.
    Le soluzioni populistiche della destra e della Lega Nord, possono essere respinte con
    una seria politica riformista che non sembra essere in agenda dell’attuale governo.
    In secondo luogo dev’essere un Partito saldamente ancorato alla Democrazia, alle
    sue istituzioni, al suo potenziamento. La Democrazia dev’essere considerato come un
    sistema irreversibile il cui fine è di garantire la libertà e l’eguaglianza. Non dobbiamo
    vergognarci di sostenere politiche di equità (pensiamo ad esempio al fisco) a condizione
    che esse siano capaci di realizzare un saggio equilibrio sociale e che siano strumento
    di progresso.
    Proprio per questo motivo dobbiamo accettare fino in fondo il principio di tolleranza
    ed essere, nella migliore tradizione socialista, un partito aperto al dibattito ed alla discussione.
    Non può esserci settarismo di sorta: le idee vanno analizzate e discusse; le
    decisioni vanno assunte con la massima condivisione; gli organi vanno individuati
    con procedure e prassi trasparenti e verificabili.
    In questo non possiamo non prestare la dovuta attenzione alle funzioni ed
    all’esercizio stesso della politica. Si è discusso in questi anni dei suoi “costi”: noi
    pensiamo che ogni forma di rappresentanza debba essere anche finanziariamente sostenuta
    dallo Stato senza dimenticare che i Partiti sono considerati nella nostra Carta
    20
    Costituzionale come l’indispensabile anello di congiunzione tra la cittadinanza e le istituzioni.
    C’è dunque un’etica della politica come servizio al cittadino che va riproposta
    nel contesto di una democrazia matura e per questo ancora più necessitata alla
    organizzazione di luoghi di discussione.
    Pensiamo quindi che la demagogia (che costituisce uno dei mali più gravi di un sistema
    democratico), debba essere combattuta allargando e non restringendo l’area
    degli interessi politici, raggiungendo tutti gli strati della società ed offrendo spazi di
    aggregazione e di ragionamento. Anche in questo noi pensiamo alla integrazione:
    come risposta al collasso delle grandi ideologie del secolo passato e come antitodo al
    neoliberismo che pensa ad una società capace di far tutto da sola. I fatti dimostrano
    che non è così. Che c’è bisogno di politica e che le istituzioni democratiche degenerano
    se non sono alimentate dalla mediazione politica.
    L’etica della politica, il servizio, il progresso, il sostegno ad una cittadinanza che
    vogliamo attiva e partecipe, la mediazione, il riformismo e la razionalità. Questi
    sono i cardini culturali, assieme ai valori più generali della libertà,
    dell’eguaglianza e della fraternità ed a quelli più specifici cui si sono ispirati i
    nostri padri costituenti del lavoro, della democrazia, della rappresentanza, che
    devono accompagnare la nostra rinascita.
    Un partito socialista non può trascurare la questione centrale delle pari opportunità.
    Opportunità per le donne nel lavoro, nella società ed in politica. Troppo spesso il tema
    viene sollevato solo per accontentare la compagna senza intervenire concretamente
    e ridare il ruolo che le compete a più della metà della popolazione.
    Opportunità per i lavoratori precari e per i lavoratori disoccupati giovani e non. Non
    si può dimenticare che diventa drammatico essere disoccupati a 40 o 50 anni senza
    nessuna copertura ovvero garanzia per poter reinserirsi nonostante la non più giovane
    età.
    Opportunità per gli immigrati, evitando, come fa certa sinistra massimalista, di considerarli
    tutti migliori di noi, e creando spazi di consenso enormi alla Lega ed alla destra,
    ma divenendo inflessibili con i delinquenti che ci sono in tutte le razze e quindi
    anche tra loro, e garantendo veramente pari opportunità ai nuovi italiani onesti e laboriosi
    che costituiscono elemento importante per la nostra economia.
    Quindi garanzie da una parte ed inflessibilità dall’altra, evitando di ritenere solo sfortunati
    o non educati quelli che operano nella criminalità. Anche questo riguarda il tema
    delle sicurezze e cioè poter vivere con uno Stato che sappia realmente difendere
    tutti i suoi cittadini indipendentemente dal colore della pelle. Anche in tal senso è da
    lamentare la scarsa capacità di decidere del passato Governo.
    Ci troviamo con un sistema bloccato, con i regolamenti parlamentari che non funzionano,
    pensiamo alla paralisi del Senato con i pochi voti di maggioranza della scorsa
    legislatura, con i problemi annosi che continuano a marcire, con la dimostrazione di
    incapacità e paralisi che viene data alla gente comune.
    21
    L’antipolitica trova facile terreno quando non si decide, le dure polemiche sulla moltiplicazione
    dei posti, degli enti, dei consulenti, sul numero dei parlamentari etc, hanno
    facile gioco con una classe politica immobile ed indecisa.
    Al cittadino interessa, in primis, la soluzione dei propri problemi e reagire duramente
    di fronte alle diatribe interne ed ai costi esagerati della politica.
    Un punto significativo è quello relativo alla forma del partito, pensiamo che sia necessario
    adattare la struttura di un qualsiasi partito, ma soprattutto del nostro, alle mutate
    esigenze della politica e della società.
    Un partito iper centralizzato ormai è un anacronismo, in una società sempre più disarticolata
    dalle politiche "liberiste" dobbiamo avere la forza e la volontà di proporre un
    partito "federale" con grandi autonomie per le strutture regionali e locali.
    Non dobbiamo ritornare al "partito municipale" delle origini del PSI nell'800, ma ad
    un partito che, regione per regione, sappia rappresentare la necessaria alleanza tra
    "meriti e bisogni", che sono ormai molto diversificati e che dobbiamo, con pazienza
    ed umiltà, saper riportare a sintesi all'interno di un "progetto nazionale", proprio partendo
    dalle specificità di ogni regione.
    Quindi l’inclusione. Come forza di sinistra abbiamo il dovere morale e politico di
    combattere contro ogni forma di povertà e di esclusione. Questa lotta ha già unito il
    Paese quando, nel dopoguerra, le forze di sinistra si allearono con i cattolici democratici
    e ne derivò il primo importante processo di sviluppo e di forte crescita economica.
    A quello spirito vogliamo ritornare consapevoli delle insidie e delle difficoltà ma ancora
    più determinati ed ostinati nella nostra volontà.
    La volontà dell’ottimismo, della lotta per il progresso, della libertà.
    della democrazia !

  2. #2
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    Il socialismo democratico, moderno ed innovatore è la risposta alla crisi dell'attuale società politica

    Sollazzo: l'Italia senza i socialisti è un paese menomato


    lunedì 26 maggio 2008


    ""Dopo 116 anni di storia gloriosa, i socialisti sono scomparsi dal Parlamento nazionale.
    La motivazione non si può ricercare nel destino "cinico e baro" bensì negli errori gravi e numerosi, del gruppo dirigente, commessi negli ultimi 15 anni.
    Non si può impunemente passare dalle alleanze spurie (Dini, Segni, Verdi-Pecoraro per finire alla assurdità della Rosa nel Pugno) e poi aspettarsi un risultato utile per il rilancio degli ideali socialisti.
    La Costituente,con la rifondazione del Partito Socialista, era ed è un'idea valida, ma gli attori per realizzarla non possono essere sempre gli stessi.
    La Mozione Congressuale N°1 (Progetto e Ricambio), promossa dall'UIAS, mira all'azzeramento di tutto l'attuale gruppo dirigente ed alla elaborazione di un progetto socialista per gli anni che viviamo, sull'esempio del socialismo spagnolo e francese.
    Il socialismo democratico, moderno ed innovatore è la giusta risposta alla crisi che attraversa tutta l'attuale società politica. Le recenti invenzioni di soggetti politici contenitori, senza anima né ideali, sono destinati al fallimento. Il Congresso socialista può essere unitario solo se vengono garantite tali richieste.
    La nomenclatura degli ultimi anni non viene più accettata dalla base socialista e dai milioni di socialisti astenuti dal voto o collocati in altri siti". Queste considerazioni Angelo Sollazzo, primo firmatario della Mozione N° 1 "Progetto e ricambio" le sta esponendo nelle numerose iniziative programmate in questi giorni in tutta Italia.

    http://www.partitosocialista.it/site...menomato_.aspx

  3. #3
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    Presenteremo i nostri candidati per il vertice del partito

    Sollazzo: a Roma il 14 giugno convenzione nazionale della mozione 1


    venerdì 30 maggio 2008


    "Avevamo deciso di evitare candidature premature alla segreteria del Partito, per concentrarci sui contenuti che dovrebbero,
    comunque, arrivare prima degli uomini, secondo la tradizione socialista.
    Abbiamo mantenuto fino ad oggi tale tesi – ha dichiarato Angelo Sollazzo – per senso di responsabilità e per consentire un approfondimento delle varie posizioni.
    Noi riteniamo di avere presentato una vera Mozione congressuale e non un buon articolo per qualche giornale, ed abbiamo ribadito la assoluta necessità di procedere ad un ricambio profondo e visibile del gruppo dirigente.
    Così non è stato e la vecchia dirigenza continua a perpetuarsi.
    Di fronte a tali posizioni, non si può che far valere la nostra tesi progettuale ed organizzativa. La Mozione 1 sta crescendo oltre ogni nostra attesa, è presente in tutte le province e regioni italiane e sta ottenendo consensi sia da altre componenti, sia da moltissimi compagni che dopo il disastro elettorale avevano deciso di abbandonare.
    Il 14 Giugno a Roma si terrà una manifestazione nazionale in cui si illustrerà compiutamente la Mozione 1 e si procederà alla indicazione dei nostri candidati per i vertici del Partito.

    http://www.partitosocialista.it/site...mozione_1.aspx

 

 

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