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UIAS – UNITA’, IDENTITA’, AUTONOMIA e SINISTRA SOCIALISTA
I° CONGRESSO NAZIONALE DEL PARTITO SOCIALISTA
MOZIONE CONGRESSUALE PRESENTATA DA UIAS
“PROGETTO E RICAMBIO”
PREMESSA
Il Congresso del Partito deve costituire momento essenziale di modifica e di elaborazione
del Progetto Politico e di cambiamento totale dell’assetto dirigenziale. I compagni
presentatori della presente mozione intendono sottolineare la loro divaricazione
profonda con la politica ed il metodo gestionale dell’attuale dirigenza.
Diverso è il progetto, diversa la platea associativa ed elettorale a cui ci si rivolge, diversa
è la forma partito che si vuole, diversi sono gli obbiettivi. Con tante diversità diveniva
fuorviante ed ipocrita poter accedere alla proposta di una mozione unica.
I socialisti, anche con il misero 1%, devono avere vocazione maggioritaria e rigettano
con forza la iniziativa degli ultimi anni, portata avanti dal gruppo dirigente uscente, di
mirare a posizioni di nicchia. Rivolgendosi a categorie specifiche ed altamente minoritarie
che, pur importanti, non rappresentano la storia e la tradizione del socialismo italiano.
La Società dei diversi avrà sicuramente le sue ragioni, ma non possono essere i referenti
principali di un partito che si chiama socialista.
Il mondo del lavoro ed i suoi problemi, la sicurezza nelle città e sul lavoro, la disoccupazione
giovanile, i ritardi sulle Infrastrutture, lo sviluppo del Paese e l’arretratezza del
Mezzogiorno, devono essere questi, tra gli altri, i temi fondamentali di un progetto socialista.
La nostra utenza, la platea elettorale socialista, deve essere, in primis, rappresentata dai
lavoratori, dipendenti ed autonomi, il popolo delle piccole partite iva, i giovani e le
donne, che non si riconoscono in partiti contenitori, onnicomprensivi, che non possono
sostenere compiutamente, perchè paralizzati al proprio interno da posizioni contrastanti,
il mondo del lavoro in tutte le sue sfaccettature.
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I problemi della “nicchia” possono comunque essere considerati ma non com’è stato
fatto, in via prioritaria, rispetto a questioni ben più gravi. Quindi si sono commessi gravi
errori di proposta politica e di individuazione della possibile base elettorale. Il disastro
elettorale era inevitabile.
Il risultato elettorale ha provocato, per la prima volta dopo 116 anni di storia gloriosa,
la scomparsa dal Parlamento nazionale di una rappresentanza socialista. Molte sarebbero
le motivazioni, ma mai, come in questa occasione le responsabilità possono essere
attribuite esclusivamente a fattori esterni e non alla pochezza politica ed organizzativa
del Partito.
Affermare che il tutto è dipeso dalla scelta veltroniana di rifiutare l’apparentamento ai
socialisti è assolutamente fuorviante. Parimenti attribuire il disastro elettorale alla attuale
legge ovvero all’oscuramento subito da tutte le fonti di informazione e comunicazione
può essere vero ma non determinante, la verità è che non si è stati capaci di relazioni
politiche vere ed affidabili.
La disfatta elettorale parte da lontano con scelte e comportamenti del gruppo dirigente
assolutamente errati e con progetti politici inconsistenti. Ripetere da 14 anni la solita litania
che comunque si è tenuta accesa la fiammella socialista, e pertanto tale merito è
ascrivibile agli attuali dirigenti, rasenta il ridicolo.
Tale ragionamento potrebbe avere una qualche ragione per i primi anni (4-5) del post
1994, ma a distanza di 14 anni in cui il Partito non riesce a schiodare da percentuali
da prefisso telefonico, ha una sola motivazione: ”il manico” non funziona ed il gruppo
dirigente non è adeguato.
Il fatto stesso che alle politiche nazionali, dal 94 ad aprile 2008, la dirigenza non aveva
mai presentato il simbolo ufficiale del Partito, quasi vergognandosi di farlo, e realizzando
alleanze sciagurate con soggetti politici distanti da noi (Segni, Dini, Verdi, Rosa
nel Pugno) e comunque con un appiattimento totale con il partner di turno, denota chiaramente
che i dirigenti hanno sempre teso a perpetuare se stessi costituendo al vertice
una sorta di cooperativa in cui la difesa degli interessi personali era prioritaria a quella
del Partito.
I risultati si sono visti, e lascia allibiti il comportamento di alcuni dirigenti, dopo le dimissioni,
speriamo irrevocabili, di Boselli che esercitano, in ogni occasione possibile,
attività di copertura ed auto-assoluzione, assegnando ad altri le loro responsabilità. Dopo
tanti errori non elaborati, la scelta giusta della Unità Socialista veniva gestita nel
peggiore dei modi.
Vi era nella base del Partito e nei compagni che con entusiasmo erano rientrati nella
casa madre, la percezione di dare un senso di fastidio ai vecchi manovratori, quasi di intolleranza
alle loro idee e al loro attivismo. Respingere e non coinvolgere, questa era
l’impressione dei più, al punto che l’UIAS veniva regolarmente esclusa da tutti gli Or3
ganismi di direzione politica e organizzativa senza la pur minima plausibile motivazione.
La stessa richiesta, poi accolta, di fare un Congresso a mozioni veniva considerata un
atto ostile e di divisione. Oggi di che stiamo parlando? Di scindere l’atomo? Di un Partito
che non c’è più. Si può dividere l’inesistente? Oppure dobbiamo, come noi riteniamo,
azzerare tutto e ricominciare da capo?
Ciò che fa specie è il fatto che la vecchia dirigenza fa finta di nulla, continua imperterrita
a gestire, si fa per dire, quel poco che è rimasto e riprende a manovrare come se avessimo
un Partito di milioni di voti riproponendosi a dirigere con una buona dose di
arroganza e di faccia tosta.
E’ possibile che non si comprende che per evitare il fuggi-fuggi e sperare in una
possibile rinascita occorre un segnale forte a cominciare dall’abbandono immediato di
tutti gli incarichi da parte della dirigenza responsabile della catastrofe elettorale evitando
di scaricare tutte le colpe su Boselli, a cui se non altro va dato atto di aversene assunto
le responsabilità.
E’ possibile che un Partito possa continuare a vivere senza un serio progetto politico,
continuando ad insistere su argomenti di nicchia fuori dalla storia e dalla tradizione socialista?
La convocazione del Congresso è stata fatta in un modo assolutamente irrituale.
Il Comitato Promotore Nazionale non ha alcuna legittimazione a convocare, decidere
stabilire regole non avendo ricevuta alcuna delega democratica da parte degli iscritti.
Il fatto stesso che per la presentazione delle Mozioni gli stessi componenti del Comitato
possano evitare la raccolta delle firme necessarie, costituisce un atto palesemente illegittimo.
Sull’altare della urgenza e del rinnovamento si può anche ovviare a tali decisioni.
Ciò a cui non possiamo rinunciare è uno svolgimento trasparente e democratico
dell’assise congressuale con l’agibilità politica ed organizzativa per tutte le componenti
interne e l’accettazione dei soccombenti dei risultati congressuali. Per un partito fatto
di militanti e non di generali senza soldati vanno lanciati segnali forti con il ricambio
completo del gruppo dirigente e con il varo di un progetto politico che rinnovi la tradizione
socialista di Partito di lavoratori con al centro del suo agire politico il mondo
del lavoro e le sue problematiche.
1. C’È BISOGNO DEL SOCIALISMO !
Le recenti elezioni hanno messo a nudo le criticità vere della sinistra italiana ed impongono
con ancora più forza la centralità della questione socialista.
Una sinistra che non riesce più a parlare con la gente e che è schiacciata tra un massimalismo
estremista che non affronta con realismo e capacità di governo i problemi del
Paese ed un’ammucchiata neocentrista composta da quelli che dovevano costituire un
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partito del centro sinistra riformista, si è dimostrata fallimentare. Tra la gente del Nord,
tra gli operai, nel proletariato oramai disilluso da un governo Prodi speso tra demagogia
e velleitarismi, frammentazione e liti comuni. La sinistra di governo non può convivere
con il massimalismo e non riesce a trovare il coraggio di intese larghe ed impegnative
con quelle forze riformiste che, per motivi speculari, non riescono a trovare spazio
nell’altro campo.
In prima battuta dobbiamo dunque riproporre la nostra storia esattamente dove, circa
vent’anni fa, era stata lasciata. Ricordiamo l’impegno degli anni 80 di riproporre nella
tradizione laica e riformista del socialismo liberale italiano un partito moderno, non ideologico,
aperto al confronto e soprattutto ricco dei temi di una governance matura in
grado di consentire al Paese di riproporre il suo livello di civiltà in un modo divenuto
complesso e competitivo.
Quel nobile tentativo fu attaccato e sconfitto drammaticamente dall’alleanza tra i postcomunisti
e la destra forcaiola e populista. Da allora l’Italia s’è avviata lungo un declino
che continua e che si aggrava di giorno in giorno.
La “politica” ripiega su sé stessa e non capisce più il Paese, che non frattempo regge e
cerca di ripartire.
Questo è un punto importante perché, siamo convinti, non si può non ricominciare di
qui.
Le difficoltà sempre più palesi che si frappongono lungo il cammino della costruzione
del “partito democratico” devono indurci a riflettere con attenzione sul tema del “socialismo”,
sui suoi spazi politici, sulle sue prospettive. Siamo, infatti, convinti che la sinistra
italiana si trovi ad un bivio importante: ispirarsi alla strada del riformismo e quindi
rivedere una parte significativa della sua storia, ovvero abbandonarsi alla deriva massimalista
sapendo che, tramontata definitivamente l’utopia comunista, non esistono soluzioni.
Dobbiamo adottare in tempi strettissimi decisioni di grande visibilità che possano
costituire, per la sinistra italiana, un punto di riferimento preciso, chiaro e decifrabile.
Dobbiamo ricostituire al più presto un credibile soggetto socialista moderno
.
Partiamo, infatti, dalla convinzione che mai come in questo momento sia necessaria una
forza autenticamente socialista, ispirata al riformismo e con una strategia chiaramente
alternativa a quel neocentrismo che in questi anni, in assenza di dialogo politico si è
appiattito su posizioni neoconservatrici e neo liberali. La stessa lettura del bipolarismo
va affrontata alla luce della storia nazionale.
Fin quando, nel quadro della guerra fredda, esso si è focalizzata su un polo popolare
democratico (la DC) ed uno di marxismo democratico (il PCI), tutte due le aree fortemente
condizionate da una presenza laico-socialista debole elettoralmente, ma forte sul
piano culturale e programmatico,il sistema ha funzionato. Quando, per effetto del crollo
del modello comunista e l’esaurimento del bipolarismo globale, si sarebbe dovuto dispiegare
un modello socialdemocratico, riformista e liberale e si è determinato in Italia
un bipolarismo anomalo che ha distinto il campo politico in una destra ed in una sinistra
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che non corrispondevano né alla storia nazionale, né alla sua cultura, né alle effettive risorse
in campo. Questa “anomalia”, in gran parte riconducibile ad una cultura politica
ancora non matura per una situazione diventata all’improvviso più complessa, può e
deve essere sanata. Sono in corso, infatti, importanti processi di riaggregazione neocentristi
e la stessa evoluzione del DS nel PD testimonia a sufficienza che è in atto un processo.
Dobbiamo agganciarci a questo processo e dobbiamo contribuire ad una sua evoluzione.
Se pensiamo che l’idea di un socialismo riformista e moderno, aperto al mercato ma
non appiattito sui suoi precetti; progressista, profondamente legato allo Stato ed alle sue
Istituzioni (e per questo anche laico), non sia morto, è giunta l’ora per dialogare seriamente
con quella parte della sinistra italiana (che noi pensiamo sia maggioritaria) oramai
stanca delle incertezze dei post-comunisti e delle spinte neocentriste degli exdemocristiani.
Noi riteniamo che il percorso che ha portato alla costruzione del partito
democratico sia stato fallimentare e che tra le componenti ex DS ed ex Margherita sussistano
diversità significative che devono essere ricondotte alla “storia” di questi due
Partiti, che ne rendono difficile la fusione se non si esprimerà una capacità di superarle
in maniera definitiva, comunque, ad oggi, il PD sembra solo questione degli addetti ai
lavori.
Noi, che non siamo né “ex” né “post”, che non discutiamo l’appartenenza alla famiglia
del socialismo europeo (anzi ne siamo orgogliosi partecipanti) e che siamo gli eredi della
gloriosa tradizione del socialismo riformista e liberale, pensiamo che sia giunto il
momento di proporre una prospettiva al popolo della sinistra italiana ed a tutti coloro
che in questi anni bui della “seconda repubblica” non sono riusciti a riconoscersi in valori
ed in prassi estranee alla nostra tradizione politica e culturale. Si tratta in primo
luogo di riaffermare i valori della democrazia come partecipazione alla gestione del
potere, alla socializzazione dei saperi e delle conoscenze, al rilancio di processi di crescita
e di progresso.
Non pensiamo che possa essere disperso il patrimonio di lotte e di battaglie civili che ha
permesso all’Italia di costruire anche modelli di sviluppo industriale all’avanguardia (si
pensi all’esperienza Olivetti) e di diventare quindi un punto di riferimento a livello globale.
Apparteniamo alla famiglia della sinistra e vogliamo restarci; ma, nello stesso
tempo, riteniamo che, tramontata definitivamente l’utopia comunista, occorra riprendere
un cammino che in una società globalizzata e complessa come quella che viviamo,
non può non comportare una profonda discussione della democrazia, dei suoi strumenti,
delle sue potenzialità in termini di libertà, d’inclusione sociale, di benessere diffuso, di
progresso e di civiltà.
2. IL SOCIALISMO ED UNA NUOVA SINISTRA
La storia della socialdemocrazia europea è dunque vitale ed una serie di segnali ci indica
che la strada è percorribile anche nel nostro Paese. D’altra parte, la violenta distruzione
connessa con la fine della “prima Repubblica”, non ha prodotto nessuno dei risul6
tati attesi: né la governabilità, né, soprattutto, un ricambio politico che avrebbe dovuto
provocare anche un ricambio di classi dirigenti. L’intero sistema politico è risultato
“compresso” entro due poli, quello di centro destra e quello di centro sinistra, che non
riescono più a contenere l’articolazione politica e culturale, particolarmente presente in
un Paese, come l’Italia, con una storia molto intricata ed un insieme di tradizioni culturali
molto ricche ed articolate. Ne è, in sostanza, derivata una semplificazione più simile
alle logiche anglosassoni, in cui il peso dello Stato e dell’Amministrazione è stato
storicamente più separato che da noi dagli accadimenti della società civile e
dall’economia.
A sinistra, ovviamente le cose sono più complesse, giacché qui occorre considerare anche
la sconfitta definitiva, sul piano storico e su quello culturale, del modello comunista,
che pure in Italia ha macinato idee ed esperienze non tutte negative come nei Paesi
del “socialismo reale”.
Pensiamo che la “democrazia” – di cui si deve tornare a discutere seriamente – sia non
solo un valore irrinunciabile ma l’essenza stessa di una società moderna, progressiva e
competitiva: essa è inclusiva, tollerante, progressista e laica. E’ la sostanza di un confronto
continuo in cui emergono le classi dirigenti ed attraverso cui la “politica” registra
la “domanda” sociale, la elabora e fissa obiettivi sempre più ambiziosi. E’ dunque “progressista”,
in senso oggettivo e soggettivo ad un tempo: perché fissa obiettivi di progresso
e di crescita e perché costruisce gli strumenti di controllo sociale. Bisogna anche
aggiungere che un buon funzionamento della democrazia non può esserci se non si restituisce
un ruolo centrale ai partiti come luoghi della partecipazione, del confronto,
dell’elaborazione, della composizione di interessi contrapposti. Pensiamo ovviamente a
partiti moderni, capaci di coniugare capacità di dialogo e d’elaborazione culturale, su
un modello organizzativo non “anglosassone” (il partito-elettorale) ma europeo ed italiano.
Il socialismo riformista e moderno ha in questo da sempre considerato il sistema democratico
come centrale ed irrinunciabile: al suo interno possono giocarsi le dinamiche
dell’inclusione sociale, della tolleranza, del progresso. Qui si marca anche la differenza
nostra da altre tradizioni. Da quella “liberale” innanzitutto ed oggi apparentemente predominante.
Noi non pensiamo affatto che il mercato da solo possa risolvere le criticità
di una socialità complessa come quella moderna. Al contrario occorre garantire un equilibrio
nella distribuzione del reddito e negli accessi ai saperi cosicché lo stesso mercato
ne possa risultare arricchito; ed avere il coraggio d’innovazioni profonde e sostanziali
e garantire le libertà individuali senza che questo sia di ostacolo all’eguaglianza.
Una “democrazia” moderna, in un mondo globale, è sicuramente un qualcosa di estremamente
complesso che incide in maniera profonda anche sugli assetti politici ed istituzionali.
Si tratta allora di recuperare tutto il patrimonio d’idee e di elaborazione prodotto, di aggiornarlo
e di riproporre un metodo di lavoro e di ragionamento in cui radici diverse
possano essere verificate in riferimento ai problemi concreti della governance. Per questo,
ad esempio, pensiamo che la “laicità” “radicale” sia perdente; perché essa impedisce,
di fatto, il raggiungimento di una base comune di dialogo con il mondo cattolico e,
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così come tutte le posizioni radicali ed estremistiche, determina integralismi che ritardano
i processi evolutivi e dialettici.
Per motivi analoghi e speculari, rigettiamo anche il post-comunismo, che s’indigna
troppo facilmente sulle criticità della società moderna ma che poi non è in grado di trovare
soluzioni. Se l’evoluzione post-comunismo è rappresentata da una “terza via”,
massimalista, ideologica, giustizialista, intollerante, dobbiamo avere la forza ed il coraggio
di opporci. Così come non accettiamo il sostanziale conservatorismo neocentrista,
non possiamo accettare il conservatorismo di sinistra, tenacemente attaccato alla difesa
d’interessi sociali indifendibili, di privilegi che danneggiano l’economia, di una astratta
morale che nulla ha a che fare con la ricchezza di una politica giocata
nell’interesse di strategie di lungo periodo e di finalità progressiste da conseguire. E’
giunto il momento di ritornare a ragionare di contenuti e di consentire quindi alle forze
politiche di aggregarsi e di dividersi su questi e non su astratte formule le quali non
producono quell’indispensabile “pervasività” sociale che è il cuore stesso di un sistema
democratico.
Abbiamo il timore che, con l’insistere sulle formule, si perdano definitivamente di vista
i contenuti e ci si logori, com’è successo in questi anni, in un sempre più stanco confronto
tra posizioni che non esprimono nulla. Ancora una volta il socialismo riformista
costituisce un’alternativa reale e concreta. Una risposta ad un’astrattezza che interessa
sempre meno, ad un degrado della vita politica ed amministrativa, alla difesa sterile di
elementi che non riusciamo più a cogliere con precisione.
3. I TEMPI E LE NECESSITÀ DELLA POLITICA
Occorre far presto. Siamo molto preoccupati per un Paese che ancora non ritrova né la
sua unità né obiettivi concreti e strategici su cui aggregarsi: in un mondo competitivo,
occorre avere un sistema produttivo concorrenziale. Bisogna produrre più ricchezza per
Dobbiamo rilanciare una sinistra come forza di progresso e di sviluppo. Capace di
cogliere le esigenze vere dei cittadini. In questo laica perché aperta a più soluzioni
ma sensibile allo spirito ed alla nostra identità.
Dobbiamo rilanciare una sinistra capace di pensare al futuro con ottimismo, di
parlare ai cittadini, di fare scelte chiare, senza preoccuparsi di scontentare qualcuno.
Dobbiamo rilanciare una sinistra capace di raccogliere le sfide della globalità, di
integrare i popoli, di garantire libertà e sicurezza ed eguaglianza.
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distribuirla. Anche in questo caso dobbiamo ricostruire quelle “eccellenze” che ci hanno
fatto diventare una potenza mondiale e che ora non ci sono più. Dobbiamo pensare
(per poi investire !) in ricerca ed in tecnologie. Dobbiamo potenziare i nostri centri di
ricerca e le nostre Università. Dobbiamo proporci al mondo con i nostri talenti, che sono
tanti ma non inesauribili. Vanno dunque valorizzati e stabilmente inseriti nelle Istituzioni.
Vogliamo così contribuire al recupero di quella posizione che il nostro Paese ha
avuto negli anni passati e che ne ha fatto un punto di riferimento internazionale in quanto
a civiltà, a scienza, a tecnologia e che ha avuto un convinto e profondo tributo dal
socialismo riformista.
Questa tradizione va riproposta. Analizzandone gli errori e potenziandone i punti di
forza. Non siamo riusciti a porre al centro dell’attenzione, quando i tempi sembravano
maturi (dopo la caduta del muro di Berlino), una prospettiva di Partito in grado di raccogliere
il meglio del riformismo italiano.
E’ ora maturo il tempo di riprendere quel cammino. Non dov’era stato lasciato (perché
nel corso della storia tutto viene capitalizzato) ma “oggi”, con le prospettive e con le
criticità del moderno, arricchiti dalle esperienze di un mondo sempre più globale ed integrato.
E’ stata teorizzata l’azione di governo- ideologica con conseguenza di aver causato:
- L’annullamento dell’identità dei Partiti nati per coagulare la volontà popolare su basi
valoriali ed ideologiche con il risultato di avere creato oligarchie al potere senza
apparente identità politica e mancanza ormai trentennale del ricambio della classe
politica;
- La legge elettorale con la quale abbiamo votato è il pieno compimento di questo liberticida
disegno che ha estromesso il cittadino da ogni possibile scelta del proprio
candidato;
- L’emarginazione dei giovani con la programmatica precarietà del lavoro e lo svilimento
esistenziale e civico dei cittadini;
- La stura di “basse pulsioni” emarginanti e razziste di alcune parti della popolazione;
- La demotivazione di tanti cittadini, spesso indotti a trasgredire leggi capestro e burocrazie
sempre più opprimenti;
Mentre lo sviluppo dirompente delle tecnologie e la velocizzazione della comunicazione
richiedono una diversa concezione etica, politica e funzionale della Pubblica Amministrazione
che ponga al centro della propria sopravvivenza il cittadino ed i suoi diritti.
4. SVILUPPO E RIFORME
Il Paese ha bisogno di un rilancio dell’economia. Nell’èra della globalizzazione non si
può non partire da una seria riflessione sulla competitività del nostro sistema produttivo.
L’Italia, come del resto gran parte d’Europa, deve riconquistare un ruolo nel mondo
specie dopo che a livello comunitario si è convenuto, con il cosiddetto “Processo di Lisbona”,
di puntare su un modello di sviluppo economico imperniato sulle “conoscenze”,
sui saperi, sulla tecnologia e sulla ricerca. Un potenziamento della ricerca e
dell’ammodernamento organizzativo e tecnologico deve quindi costituire un punto fer9
mo a cui orientarsi. I ritardi accumulati risentono di molteplici cause, ma da noi assumono
proporzioni che ci distanziano ulteriormente dai partner europei e determinano
emergenze che non possono essere più rinviate. In questo senso è necessario che gli investimenti
in ricerca applicata costituiscano una priorità importante, sia a livello pubblico
sia a livello privato.
A questo va aggiunta una particolare attenzione alle Piccole e medie aziende (in special
modo alle “medie” imprese) che hanno da sempre costituito il tessuto importante
dell’economia italiana. Pensiamo quindi ad un deciso potenziamento di “distretti” produttivi
specializzati e nella costruzione di una rete che li ponga in comunicazione e che
faciliti la commercializzazione dei prodotti. In parallelo occorre riprendere con vigore
la costruzione di infrastrutture materiali (strade, porti ed in genere vie di comunicazioni).
Il rilancio del tema della infrastrutturazione materiale ed immateriale diventa allora
centrale e direttamente collegato alle tematiche della crescita.
Le “liberalizzazioni”, che noi auspichiamo, non devono solo costituire un “alleggerimento”
delle competenze pubbliche, ma anche e soprattutto la nascita di un vero mercato
di cui i cittadini possano beneficiare con prezzi inferiori e servizi migliori. La concorrenza
allora diventa il riferimento di un modello di crescita al cui centro c’è
l’interesse del cittadino e che ridisegna le funzioni, gli spazi operativi e le responsabilità
della “cosa pubblica”: a) definire le regole del mercato e le soglie minime al di sotto
delle quali non è possibile scendere (in termini di prestazioni e servizi) e b) dedicarsi in
maniera più efficace all’integrazione ed al miglioramento di quelle funzioni di sicurezza
e di “beni comuni” che non possono essere derogati. Il concetto di “livello essenziale
delle prestazioni” (LEP), evocato nel riscritto Titolo V° della Costituzione, potrebbe assorbire
una parte non irrilevante d’impegno pubblico nelle varie materie: dalla sanità,
all’istruzione, alla giustizia, all’economia.
Mettere in atto, insomma, un sistema di tutele del cittadino da migliorare continuamente
comporta orientamenti che tendono a modificare il tradizionale ruolo della politica
senza modificarne il significato essenziale. Si tratta di giocare un ruolo di mediazione e
di sintesi che “diffonde” e, ad un tempo, “determina” il benessere.
Naturalmente avviare un processo di riforme comporta anche lo smantellamento di alcuni
di quei “fattori di ritardo” che hanno reso difficile proseguire lungo il cammino intrapreso.
In maniera molto sintetica pensiamo a:
a) un intervento serio sul sistema pensionistico finalizzato a garantire una prospettiva
vera a chi entra adesso nel mercato del lavoro e ad interventi coraggiosi e creativi
in tema di “invecchiamento attivo”, anche sul modello di alcune esperienze
già realizzate nell’Europa settentrionale;
b) ad interventi che migliorino la legge “Biagi” (il cui impianto noi condividiamo),
soprattutto in termini di “ammortizzatori” e di matching domanda/offerta;
c) alla costruzione di un “secondo pilastro” in materia di assistenza sanitaria (ad esempio
introducendo la polizza assicurativa obbligatoria al di sopra di alcune fasce
di reddito);
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d) alla liberalizzazione regolamentata del mercato dei capitali, che possa facilitare
l’accesso al credito e favorire gli investimenti finanziari, garantendo con opportuni
strumenti di controllo gli investitori privati;
e) riformare seriamente e definitivamente la scuola, la ricerca e l’università.
Se c’è un campo in cui occorre demolire demagogie ed incomprensioni un caso tipico è
rappresentato dalla scuola. Da anni, dalla riforma Berlinguer, la scuola italiana si trascina
in continue sperimentazioni che ne hanno demolito alcuni fondamenti, radicati nel
tempo e che producevano, nell’insieme, un complesso abbastanza efficiente di offerta
formativa. Negli anni si è messo mano alle architetture senza soffermarsi sui contenuti
del sapere e senza rendersi conto che il modello “formativo” dell’impianto “gentiliano”
non poteva essere sostituito da un modello “cognitivo” che non fosse poi in grado di inseguire
ed aggiornare il constante e sempre più rapido progresso tecnologico. Noi pensiamo
che, sulla tipologia verso cui si stanno orientando altri Paesi europei (dalla Francia
alla Germania), occorre ritornare al modello formativo e lasciare alla formazione
superiore (universitaria e tecnologica) il compito di fornire le necessarie conoscenze
specifiche, creando anche un sistema di offerta formativa “lungo tutto l’arco della vita”.
Occorre allora ritornare a discutere sui “programmi” scolastici e ridefinire quel “livello
minimo di competenze” che devono essere acquisite al fine della formazione di una cultura
improntata ai valori democratici e pronta a registrare ogni innovazione ed ogni
nuovo sapere. Riorganizzare, a partire dall’impianto della legge “Moratti” (che sostanzialmente
condividiamo), una chiara ripartizione tra “Licei” e “Formazione ed Istruzione
professionale” e soffermarsi molto, moltissimo, sui poli d’eccellenza, a livello secondario
(recuperando quindi la grande esperienza degli Istituti professionale e dei tecnici),
ed a livello universitario.
Sul tema delle riforme pensiamo che debbano essere rafforzati gli strumenti di controllo
sulle aziende che accedono alla borsa e che anzi quest’ultima debba essere ricondotta
alla sua importante e sostanziale funzione storica che è stata quella di finanziare le imprese
(e non di consentire movimenti speculativi). Si tratterebbe di un’operazione efficace
e rilevante che potrebbe ristabilire un clima di fiducia tra i risparmiatori. Occorre
però grande determinazione e trasparenza.
PARTITO DEL LAVORO
Resta ancora un tema importante per una forza di “sinistra”: quello del lavoro. Siamo
convinti della sostanziale giustezza di una legge, fortemente demonizzata dalla sinistra
massimalista, quale la “Biagi” (peraltro esplicitamente collegata al “Pacchetto Treu”
adottato nel corso della precedente legislatura). Si tratta di un impianto lavoristico che
riordina le tipologie di contratto e introduce elementi per un loro controllo sociale e politico.
E’ sbagliato identificare precariato e flessibilità. Si tratta di due concetti diversi
che, se contrapposti, impediscono una riflessione seria su un tema sicuramente insidioso.
Soprattutto se si pensa che è la stessa categoria di “lavoro” ad essersi modificata
nell’èra della globalità. Pur con le necessarie tutele (basterebbe ad esempio individuare
alcuni diritti ed alcune soglie minime), il lavoro è sempre di più produttore di reddito
piuttosto che di salario, quando è qualificato e paradossalmente sempre più precario
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quando è poco qualificato. Una forza di sinistra allora non può non assumere quale
principio valoriale quello della qualificazione del lavoro e del controllo del mercato.
Siamo più vicini al pensiero liberale che a quello massimalista, perché siamo dei convinti
riformisti e perché vogliamo che il lavoro, così come le dinamiche del mercato,
siano funzionali alla qualità della vita di tutti e non all’arricchimento di pochi gruppi di
potere.
Siamo di sinistra e pensiamo che, proprio come forza di sinistra, abbiamo
l’obbligo di sostenere il progresso, con coraggio, con onestà intellettuale, con ottimismo
e con determinazione.
Dopo che nell’ultimo decennio ci siamo dotati di leggi “moderne” sul Mercato del lavoro
(Pacchetto Treu e Legge Biagi), è forse maturo il momento di interrogarsi sui risultati
conseguiti e, in sintonia anche con l’evoluzione europea del tema, porsi qualche obiettivo
più ambizioso. Non c’è dubbio che i nuovi strumenti abbiano facilitato
l’accesso al lavoro ed il suo mantenimento in situazioni di particolare difficoltà ma,
d’altra parte, è anche necessario riconoscere che è emerso un problema di “precarizzazione”
(forse meno reale di quanto percepito) che presenta aspetti drammatici e richiede
interventi. Occorre ricordare che, nell’Ambito del tema della flexicurity, a Bruxelles si
parla sempre più spesso di “qualità” del lavoro e che tale concetto ingloba ovviamente
anche l’area delle “tutele” (durata, retribuzione, garanzie, ecc.).
Riteniamo che questa terza fase di politiche per il lavoro debba concentrarsi su due criticità:
la definizione di precisi target di persone, la cui aspettativa di vita si costruisce
attorno al “tipo” di lavoro esercitato (e, più precisamente, sulle “garanzie” che esso offre)
e sulla divaricazione sempre più netta e profonda che si è venuta determinando in
questi ultimi anni tra impiego “pubblico” ed impiego “privato”.
Riguardo al primo aspetto basta partire dalla banale considerazione che il “tasso di precarietà”
è inversamente proporzionato all’età del lavoratore: è evidente che un impiego
di entrata (diciamo 18-30 anni) non può essere rapportato alla maturità lavorativa (31-
49 anni) e che per il post 50enni vanno studiati strumenti specifici che possono anche
interrelarsi con misure “passive” e con gli ammortizzatori. Questa fase di politiche del
lavoro dovrà dunque essere concentrata sempre di più su segmenti di età (i target, appunto)
al fine di predisporre strumenti di sostegno idonei ed efficaci.
Il secondo punto richiede uno sforzo di onestà intellettuale notevole. Tutti sanno che
Ministeri, Regioni ed in genere Enti pubblici sono pieno di co.co.co. . Il fenomeno si è
sviluppato in relazione al blocco delle assunzioni pubbliche, al ritardo di sostanziali
processi di razionalizzazione del lavoro e ad un oggettivo processo di invecchiamento.
Le dimensioni del fenomeno incominciano a diventare preoccupanti ed è necessario avviare
una riflessione da subito. Le procedure amministrative infatti sono soggette ad
una evoluzione molto rapida in considerazione dell’impatto che sta avendo il processo
di integrazione europea che, nel fissare la moneta unica, ha di fatto già spostato alcune
sovranità di tipo macroeconomico da Roma a Bruxelles. E’ ovvio che il rapporto tra
macro e micro economia, per quanto riguarda le finanze pubbliche è molto stretto (si
pensi al Patto di stabilità ed ai Patti stabiliti dai vari governi con Regioni ed enti locali).
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Dunque la razionalizzazione della Pubblica amministrazione è tema serio ed importante
da collocare nel suo contesto giusto e, soprattutto, da affrontare con il massimo coinvolgimento
sindacale ma anche con una chiara consapevolezza della strategia: introdurre
anche da noi una cultura dell’obiettivo ed arricchire tutti quegli strumenti (dal monitoraggio
alla valutazione) in grado di consentire la necessaria flessibilità delle policy.
Siamo convinti che esistano sacche di occupazione potenziali e che è opportuno porsi
seriamente il problema al fine di evitare un “improvviso” ricambio ed un oggettivo invecchiamento
degli apparati che già denota preoccupanti derive.
Infine occorre richiamare l’inattuazione di un insieme di strumenti, già previsti da varie
normative: si parte in questo dal tema della “occupabilità” e dalla necessità di costruire
un sistema nazionale di lifelong learning (formazione lungo tutto l’arco della vita), specie
ora che, con l’importanza che potrebbe assumere la contrattazione di secondo livello,
la carriera professionale ed il suo sviluppo diventa oggetto concreto di produttività e
di retribuzione; ancora il SIL (l’incrocio domanda/offerta di lavoro) va, anch’essa targettizzata
e, sul modello dei sistemi del Nord Europa, ricondotto a microgruppi omogenei
ed a competenze professionali specifiche e di “distretto”.
In Italia è in atto una offensiva neo-liberista: meno Stato, riduzione delle imposte dirette
gravanti sulle così dette “forze vive del Paese” ed aumento della pressione fiscale indiretta;
ulteriore spostamento della ripartizione dei redditi a favore dei profitti e a danno
dei salari; minima tassazione dei redditi da capitali; riduzione del costo del lavoro e ricorso
facilitato alle forme di occupazione atipiche.
Si fa strada la convinzione che il peggioramento della situazione economica “reale” sia
dovuto non solo agli effetti di una mancanza di regole, ma anche all’incepparsi della
macchina che muove il nostro sistema-Paese.
Per questo, la Sinistra deve proporre un programma alternativo, basato sui seguenti presupposti:
A. la realtà economico-sociale deve essere ancorata su principi di carattere generale, cioè
deve essere indirizzata da fini e da valori determinati: e non deve essere lasciata assestarsi
in equilibri regolati da automatismi (il mercato) in cui nessun presupposto qualitativo
può trovare spazio.
B. Il profitto non è un valore etico, ma un misuratore dell’efficienza: alla sua determinazione
concorrono non soltanto i risultati tipici dell’impresa, ma anche le conseguenze
dell’attività imprenditoriale sulle persone e sul territorio.
C. Lo sviluppo del Paese deve essere uniforme sul piano sociale e sul piano territoriale.
1. sul piano sociale, significa che tutti i cittadini, senza distinzione di sesso e di razza,
debbono avere le stesse basi di partenza, le stesse possibilità di decidere la
propria vita;
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2. sul piano territoriale, significa che la politica economica nazionale ha la missione
di promuovere il benessere di tutte le regioni italiane, nessuna esclusa. Conseguentemente
i problemi dell’Italia meridionale non devono essere visti in modo
particolare, ma affrontati nella considerazione che la non soluzione dei medesimi
riguarda tutto il Paese;
D. I fattori dell’economia reale: estrazione, agricoltura, industria, distribuzione comunicazioni,
importazioni, esportazioni, sono le basi fondamentali dello sviluppo del Paese.
I fattori dell’economia monetaria e finanziaria sono complementari alla economia reale.
A questo si aggiunga il fatto che il “sistema Italia” é declinato, nel complessivo contesto
economico europeo, in alcuni settori produttivi importanti.
Dalla chimica alla meccanica, dalla farmaceutica all’alimentazione, dal turismo allo
spettacolo, la proprietà di un numero crescente di imprese italiane non appartiene più al
nostro Paese.
Questo significa che sono stati trasferiti all’estero i centri decisionali e i servizi di ricerca
di comparti importanti della economia nazionale.
Anche questo fenomeno dimostra la incapacità di una parte rilevante della imprenditoria
italiana di partecipare al rinnovamento del sistema industriale e finanziario del Paese:
anzi, essa sta rivelando una crescente tendenza al profitto immediato, allo sfruttamento
delle rendite di posizione, all’accollo alla collettività nazionale degli oneri delle
ristrutturazioni, ed infine alla cessione a imprese straniere di aziende o di parte di aziende,
senza riguardo per gli interessi generali del Paese.
Interventi sbagliati sui processi economici, nel passato anche recente, hanno contribuito
al crearsi e al mantenersi di un modello di sviluppo che ha presentato e permesso distorsioni
evidenti:
a) una anomalia strutturale, causata, da un lato, dalla scelta della produzione dei beni di
consumo finale e caratterizzata da insufficienti contenuti di ricerca, di innovazione, di
tecnologie avanzate;
b) una visione limitata al breve periodo, basata sulla competitività di prezzo, che ha alternato
moderazione salariale e manovre del tasso di cambio, (che comportavano periodiche
svalutazioni nei momenti in cui il valore estero della lira produceva perdita di
competitività);
c) in sostanza, una incapacità di sintesi strategiche per superare le vecchie alternative tra
funzione della grande e della media impresa; tra i settori “tradizionali” e produzioni ad
alta tecnologia; tra i meccanismi automatici, e i criteri di selettività; tra la concorrenza
e la regolamentazione, tra una politica per fattori o una politica per settori.
La crisi della industria italiana è al tempo stesso causa e conseguenza di un impoverimento
di classe dirigente. E’ causa perché un paese privo di grandi imprese, non ha più
i luoghi dove si forma quella élite manageriale che è un pezzo essenziale della classe
dirigente nel mondo contemporaneo. E’ conseguenza: perché il tramonto di alcune tra
le maggiori aziende rivela, a sua volta, una debolezza dei gruppi dirigenti, che hanno
spesso identificato la alleanza con la politica come garanzia di sopravvivenza. Sicché,
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la selezione della classe dirigente ha privilegiato la capacità, nei rapporti istituzionali
più del talento industriale, Perciò il sistema delle grandi imprese italiane ha espresso
complessivamente, (peraltro con numerose e importanti eccezioni), un establishment
inadeguato alle sfide della globalizzazione. E’ mancato, cioè, quello sforzo corale che
solo i grandi dirigenti sanno creare, perché danno l’idea che l’impresa è davvero
un’opera collettiva e un bene di tutti.
L’imprenditoria italiana considera la politica come uno dei tanti strumenti e delle tante
variabili da mettere al servizio dell’obiettivo unico, che rimane quello del profitto.
La storia delle alleanze, dei conflitti, delle reciproche strumentalizzazioni tra potere economico
e potere politico in Italia in questi ultimi trent’anni, consiste essenzialmente
nella mutevolezza di questo rapporto e nelle vicende che ne sono derivate.
Il moltiplicarsi delle attività finanziarie nelle mani del pubblico é la conseguenza generalizzata
di quei fenomeni di plusvalore che hanno caratterizzato lo sviluppo economico
del Paese: l’aumento di valore dei terreni, delle case, l’aumento continuo delle rendite
speculative. In un sistema nel quale il gusto del rischio e dell’intrapresa fosse stato ancora
elevato, questa diffusa ricchezza finanziaria sarebbe servita di supporto
all’allargamento della base produttiva; ma di fronte al declinare dello spirito
d’intrapresa, gli sbocchi inevitabili dell’accumulazione finanziaria non potevano essere
altri che l’impiego all’estero dei capitali accumulati o il loro reinvestimento in attività
speculative: entrambi al tempo stesso causa ed effetto di ulteriori accumulazioni finanziarie.
D’altra parte la borghesia imprenditoriale, con tutti i suoi vizi, la sua debolezza, il suo
desiderio di riversare sullo Stato le perdite delle proprie aziende, è pur sempre ancorata
ad un ruolo.
La vocazione imprenditoriale è un elemento positivo della struttura sociale italiana: e
quindi qualsiasi discorso sulla nostra imprenditoria, grande, piccola e media, non può
non partire da un atteggiamento di considerazione.
Ma il problema di fondo è se esista la capacità (o la volontà) della borghesia imprenditoriale
di costituirsi come classe dirigente, ciò che significa operare secondo obiettivi
generali, sia sotto l’aspetto concreto dei comportamenti, sia sotto quello teorico delle
idee.
Le considerazioni di cui sopra mettono in evidenza la crisi della borghesia italiana. Non
di tutta. Esistono nel nostro Paese imprenditori “eccellenti”, ai quali dobbiamo rispetto
e stima.
Ma lo Stato quale noi lo conosciamo oggi, non più luogo etico-giuridico attraverso il
quale la “classe generale” esercita la sovranità delegatale da tutti e nell’interesse di tutti,
ma una struttura di potere e di reddito di massa, che per sopravvivere deve espandersi
burocraticamente e nell’espandersi entra in conflitto con tutte le altre strutture nelle
quali la società si articola, a cominciare da quelle produttive. E tutto ciò senza strategia,
senza coraggio e senza autorevolezza.
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5. AMBIENTE E SALUTE
Lo“sviluppo insostenibile” ha provocato e continua a provocare gravi danni al nostro
paese in termini di perdita di salute. La mortalità per patologie cerebro-cardiovascolari
e tumorali in Italia, come in tutto il mondo, ha oggi una precisa causa scientifica in più,
l’Inquinamento delle nostre città e gli stili di vita non salutari legati anche ad una alimentazione
scorretta in quantità e qualità. Lo “sviluppo insostenibile” comporta una
perdita progressiva della capacità lavorativa delle persone e gli stili inadeguati di vita e
di lavoro producono anche danni alla salute psichica delle persone con ulteriori patologie
neuropsichiatriche che possono minare la capacità di lavoro..
Essere un partito di una moderna sinistra del socialismo Europeo, vuol anche dire dare
importanza fondante alle politiche di Prevenzione Primaria della Salute dunque meno
sanità e più salute. Il ricorso fuori regole ad una eccessiva medicalizzazione ed ospedalizzazione
della società comporta costi che non migliorano l’aspettativa di vita
delle persone. Occorre una sanità tecnologicamente e scientificamente adeguata al progresso
scientifico, ma una sanità per tutti, che sappia anche educare ad una vita più sana
ed a stili di vita più corretti.
Un moderno approccio ai bisogni sociali, alla necessità di un lavoro sicuro, non può
prescindere dalla garanzia di vivere in un mondo meno inquinato affinché il binomio
tutela sociale e tutela ambientale venga salvaguardato.
6. DEMOCRAZIA E POLITICA
Ogni democrazia moderna si regge su regole e valori condivisi tra i suoi cittadini.
L’Italia, che possiede un sistema democratico oramai consolidato e che è stato tra i
membri fondatori dell’Unione europea, non può sottrarsi al dovere di ridiscutere a fondo
i suoi valori e le sue regole fondamentali. Se tra i primi dobbiamo ancora una volta
far riferimento alle prescrizioni della prima parte della Costituzione (da nessuno, a parole,
discussa) e ribadire quindi il valore fondante rappresentato dal “lavoro” (su cui si
regge l’intero impianto costituzionale), sulle regole abbiamo bisogno di prendere atto
dalla nostra appartenenza alle istituzioni comunitarie e, nell’intento peraltro di contribuire
ad una loro più precisa articolazione, dovremmo procedere ad una loro profonda
revisione. Si tratta della trasparenza e della parità di condizioni per tutti, di un sistema
di tassazione più equa e giusta, di una pubblica amministrazione più efficace ed efficiente,
di un decentramento reale di funzioni e compiti senza perdere la visione paese:
in sostanza occorre coniugare in senso moderno stato e mercato e fare in modo che non
si contrappongano più, ma s’integrino e cooperino tra loro. Per fare questo è necessario
fissare obiettivi comuni e, allo stesso tempo, ammodernarne profondamente le strutture
e l’organizzazione.
Un caso indicativo è rappresentato dal potere giudiziario. Se siamo convinti che debba
essere preservata, come valore della stessa democrazia, una sua autonomia, non possiamo
permettere che la politica non affronti una seria valutazione sulle articolazioni e
sulle stesse competenze di questo potere. Siamo ad esempio convinti che debba essere
sviluppata e potenziata la giustizia amministrativa (ad esempio i TAR) il cui mancato
intervento determina spesso derive verso reati penali, così come non possiamo pensare
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ai tempi dei procedimenti amministrativi indegni di un Paese civile e spesso all’origine
anche di criticità economiche. La giustizia deve garantire parità di trattamenti, efficienza
ed efficacia perché, in un sistema economico aperto e competitivo è chiamato ad intervenire
nei contenziosi ed a prevenire possibili derive. Gran parte di “tangentopoli” si
sarebbe evitata se fossero stati esercitati maggiori capacità preventive e se
l’amministrazione e la giustizia avessero avuto rapporti più collaborativi.
Il modello di Stato democratico deve quindi basarsi su una chiara identificazione dei
poteri ed è singolare che nelle discussioni in tema di riforme costituzionali, non si sia
partiti proprio dagli elementi fondamentali. I poteri: legislativo, di controllo e di gestione,
sono alla base del funzionamento di un sistema democratico. E’ di qui che bisogna
partire:
a) a livello legislativo non si può non rilanciare il ruolo degli organi elettivi, a livello
nazionale (le Camere) ed a livello locale (i Consigli regionali). Ad essi è demandata la
funzione di adottare le leggi, di verificarne l’applicazione, di correggerle, se necessario.
b) Il governo (a livello di Ministri e di Giunte regionali) deve adottare tutti i necessari
provvedimenti connessi all’amministrazione, verificarne l’applicazione e l’efficacia,
garantire efficienza e trasparenza;
c) Il potere giudiziario infine deve controllare la corretta applicazione delle leggi e,
nella sua autonomia, dev’essere indipendente dal controllo politico e terzo, rispetto al
cittadino ed allo Stato (per questo, ad esempio vanno assolutamente ed in breve tempo
separate le carriere nella magistratura).
In questa logica, sommariamente descritta, va collocata l’articolazione e l’esercizio della
politica. Siamo ben consapevoli che la “politica” non può ridursi alle mere funzioni
amministrative, ma siamo anche convinti che, senza un esercizio di tali funzioni, la politica
perde di senso e di significato. Essa è quindi portatrice di valori e di obiettivi, di
modelli di crescita diversi, di culture e di ideologie. Persino di etiche, che si confrontano
in un rapporto dialettico costante nel dibattito con la pubblica opinione. In questo
senso la democrazia e le sue istituzioni dovrebbero garantire tale dialettica e pensiamo
quindi che un punto di riflessione serio, in sede di revisione costituzionale, debba essere
costituito proprio dai “Partiti” che costituiscono un patrimonio pubblico importante e
fondamentale nel nostro sistema.
La democrazia infine deve garantire a tutti i cittadini l’accesso al sapere ed alla conoscenza.
In tale contesto un ruolo importante può essere assegnato al Sindacato.
Negli ultimi decenni il Sindacato italiano è stato spinto più ad occuparsi delle questioni
generali che di quelle tipiche del mondo del lavoro.
Quando si dice che il Sindacato è fuori dalle fabbriche, bisogna riflettere se oggi è più
giusto avere organizzazioni dei lavoratori che replicano il ruolo dei partiti, cambiando
quindi mestiere, ovvero riavere finalmente un grande movimento sindacale che sui posti
di lavoro riesca ad incidere profondamente come avveniva nel passato.
L’accusa di avere ormai solo adesioni dai pensionati deve essere rigettata con un forte
impegno sindacale che, come abbiamo notato recentemente, possa contrastare le derive
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massimaliste nelle fabbriche. Per questo il Sindacato va sostenuto e difeso dalle aggressioni
della destra, e non solo, che lo vorrebbero solo organismo di concertazione
all’esterno e di assistenza all’interno.
Parimenti va affrontato il tema delle sicurezze. Sicurezza sui posti di lavoro, chiudendo
il doloroso capitolo delle tante morti che fanno dell’Italia, caso unico in Europa, il Paese
con più incidenti di estrema gravità
7. FEDERALISMO E REGIONALISMO.
Nel corso degli ultimi dieci anni le due coalizioni di centrosinistra e di centrodestra,
hanno affrontato la questione degli assetti territoriali ed in particolare del regionalismo,
in maniera superficiale ed approssimativa. Ne è derivata una sostanziale staticità
della problematica con cadute di tono pericolose. Da un lato, infatti, la riforma del Titolo
V° della Costituzione, che ha attribuito alle Regioni competenze in varie materie,
ha determinato un contenzioso in sede di Corte costituzionale che sta bloccando di
fatto l’insieme delle cosiddette “competenze concorrenti” (cioè quasi tutte). Dall’altro
la cosiddetta “devolution” fa una gran confusione tra “regionalismo” e federalismo e
finisce per indebolire ulteriormente l’autonomia regionale e non prefigurare alcun
impianto davvero federale.
Pensiamo ad un federalismo vero, quindi ad un insieme di autonomie importanti (anche
in materia fiscale), in un quadro di assetto nazionale che deve garantire eguali diritti
e doveri e con alcune competenze chiave centralizzate come quelle in materia
monetaria, di difesa e di politica estera. Il tutto in una cornice generale di grande cooperazione
istituzionale lungo una precisa filiera che comprende anche le Province ed i
Comuni con livelli diversi di competenze e di responsabilità.
Nel centrosinistra, indebolitasi l’idea federale – che pure aveva una precisa e forte radice
storica (basti pensare a Sturzo nel mondo cattolico ed a Spinelli in quello laico) –
si è imboccata una strada incentrata sulle “competenze” e le attribuzioni, che ha di
fatto ignorato la definizione degli assetti e delle omogeneità territoriali, gli istituti della
governance locale, le funzioni della politica in relazione alle politiche di sviluppo
dei territori.
Non basta infatti “devolvere” se poi l’organizzazione dello Stato – riprodotto in scala
minore a livello regionale – non viene modificata. Sarebbe bastato una semplice norma
costituzionale che avesse esteso i poteri delle Regioni a statuto speciale a tutte le
altre, per aver concretamente, da subito ed in modo assolutamente chiaro assegnato la
possibilità di esercitare poteri e soprattutto un schema di impianto di sistema federale
vero.
Si può dunque affermare che quello del “federalismo” ha rappresentato un elemento
troppo marginale del dibattito politico. In questo senso il federalismo costituisce un
problema politico: si tratta di una profonda riorganizzazione dello Stato che parte
dalle identità territoriali le quali, al di fuori di, poche, competenze centrali, possano
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esercitare in piena autonomia la propria idea di sviluppo e di crescita in un quadro di
sussidiarietà partecipata e condivisa.
Noi pensiamo che un federalismo vero costituisca una battaglia che occorre combattere
in un Paese che soffre di una gravissima crisi di identità, di valori, di modelli ed in
questo senso essa anch’essa appare una battaglia in grado di spezzare quel bipolarismo
che in questi anni ha estremizzato il dibattito politico. Il rischio che la questione
territoriale, non supportata da valutazioni di carattere politico (o di policy e strategie)
è di sostenere una implosione del “locale” su sé stesso. E’ questo uno dei “risultati”
che la demagogia di destra (ma anche quella di sinistra !) ha prodotto: le infinite esperienze
di “sviluppo locale” che si sono succedute nel corso degli anni (al Sud come al
Nord) non hanno di fatto inciso sulla crescita economica, se gli indicatori continuano
ad essere non positivi. Questo non significa, naturalmente che la strada va abbandonata.
Riproponendo alcuni temi della tradizione socialista, siamo convinti che il mondo
delle autonomie e diciamo pure in termini moderni del “territorio” possa essere sviluppato
e possa dare risposte concrete.
Il federalismo, ne siamo convinti, serve sia al Sud che al Nord. Un Mezzogiorno,
collocato nel Mediterraneo, ed al suo interno Regioni “pensate” come aggregati omogenei
con funzioni strategiche differenziate ma organiche e coerenti; un Nord con una
importantissima e consolidata tradizione industriale e produttiva: assieme possono
costituire i cardini di un rilancio, sempre più necessario, del nostro Paese. Produzione
e commercializzazione, diffusione generalizzata dei poli di eccellenza, qualità
dell’offerta di servizi pubblici (a partire da quelli universitari) omogeneamente distribuiti
del territorio. Questo è il presupposto di un federalismo sano.
Federalismo significa anche responsabilizzare Istituzioni e cittadini sul loro territorio.
Evitare che le Istituzioni facciano a rimpiattino sulle responsabilità e sulle decisioni
da adottare. Insomma quanto avviene a Napoli ed in Campania, governate dal Centro-
Sinistra, non è accettabile.
8. VERSO LA RINASCITA DI UN MODERNO SOGGETTO SOCIALISTA
Noi non siamo pregiudizialmente contrapposti al Partito Democratico. Ma, con senso
di realismo, non possiamo confrontarci con qualcosa non compiuta, che non ha ancora
deciso a quale famiglia politica appartenere.
Siamo molto più interessati alla costruzione di una forte sinistra riformista in Italia
sotto le bandiere del socialismo.
Il processo costituivo deve partire dal territorio, coinvolgere l’intera sinistra, e dovrebbe
essere orientato alla costruzione di un grande partito di socialismo riformista,
innanzitutto laico nel senso storico che ha sempre avuto da noi. Resta infatti ancora la
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discriminante della laicità e del modello di società a dividere l’area socialdemocratica
dal cattolicesimo democratico: la “dottrina sociale” cattolica è infatti imperniata sulla
famiglia e sul sistema economico che ad essa deve far riferimento; noi, pur rispettando
questo elemento, pensiamo a relazioni ed alleanze più complesse che fanno riferimento
al lavoro non in quanto categoria individuale ma come collante generale della
società. I rapporti civili, così, si integrano in una cornice di libertà e progresso, che
costituisce l’essenza di uno stato veramente e compiutamente democratico. Siamo allora
laici non perché atei, ma perché democratici e liberali e perché convinti che la/le
chiesa/e debbano solo indirettamente relazionarsi all’etica dello Stato, ma principalmente
a quella dell’individuo. Restiamo allora saldamente legati al primo Articolo
della nostra Costituzione italiana che vuole la Repubblica fondata sul “lavoro”.
Innanzitutto che deve porre al centro della propria azione il tema del lavoro, in
tutte le sue connotazioni possibili, dalla flessibilità alle tutele, collegandolo strettamente
con la crescita e lo sviluppo. Un vero Partito Socialista non può prescindere
da una base sociale ben individuata che non può che essere rappresentata dai lavoratori
nel senso più ampio del termine a cominciare dai dipendenti, dai giovani e dalle
donne, ma anche dai lavoratori autonomi, che tanto rappresentano nell’economia italiana
e dal popolo delle partite IVA, di cui si parla spesso in termini punitivi, vessati
come incurabili evasori fiscali ed invece motore vero della ripresa italiana in vaste aree
del Paese.
A quest’ultimi, in particolare, viene assegnata una pressione fiscale insopportabile,
che non ha uguali, in Europa, e che i recenti Studi di Settore non hanno fatto altro che
peggiorare.
La crisi che ha colpito il Nord, la perdita secca di consensi da parte del Centro-
Sinistra, denota la mancanza di un serio progetto politico per quelle aree. Riteniamo
che al Nord la ricetta valida sia da ritrovare nel socialismo riformista che per decenni
ha governato l’Italia Settentrionale.
Le soluzioni populistiche della destra e della Lega Nord, possono essere respinte con
una seria politica riformista che non sembra essere in agenda dell’attuale governo.
In secondo luogo dev’essere un Partito saldamente ancorato alla Democrazia, alle
sue istituzioni, al suo potenziamento. La Democrazia dev’essere considerato come un
sistema irreversibile il cui fine è di garantire la libertà e l’eguaglianza. Non dobbiamo
vergognarci di sostenere politiche di equità (pensiamo ad esempio al fisco) a condizione
che esse siano capaci di realizzare un saggio equilibrio sociale e che siano strumento
di progresso.
Proprio per questo motivo dobbiamo accettare fino in fondo il principio di tolleranza
ed essere, nella migliore tradizione socialista, un partito aperto al dibattito ed alla discussione.
Non può esserci settarismo di sorta: le idee vanno analizzate e discusse; le
decisioni vanno assunte con la massima condivisione; gli organi vanno individuati
con procedure e prassi trasparenti e verificabili.
In questo non possiamo non prestare la dovuta attenzione alle funzioni ed
all’esercizio stesso della politica. Si è discusso in questi anni dei suoi “costi”: noi
pensiamo che ogni forma di rappresentanza debba essere anche finanziariamente sostenuta
dallo Stato senza dimenticare che i Partiti sono considerati nella nostra Carta
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Costituzionale come l’indispensabile anello di congiunzione tra la cittadinanza e le istituzioni.
C’è dunque un’etica della politica come servizio al cittadino che va riproposta
nel contesto di una democrazia matura e per questo ancora più necessitata alla
organizzazione di luoghi di discussione.
Pensiamo quindi che la demagogia (che costituisce uno dei mali più gravi di un sistema
democratico), debba essere combattuta allargando e non restringendo l’area
degli interessi politici, raggiungendo tutti gli strati della società ed offrendo spazi di
aggregazione e di ragionamento. Anche in questo noi pensiamo alla integrazione:
come risposta al collasso delle grandi ideologie del secolo passato e come antitodo al
neoliberismo che pensa ad una società capace di far tutto da sola. I fatti dimostrano
che non è così. Che c’è bisogno di politica e che le istituzioni democratiche degenerano
se non sono alimentate dalla mediazione politica.
L’etica della politica, il servizio, il progresso, il sostegno ad una cittadinanza che
vogliamo attiva e partecipe, la mediazione, il riformismo e la razionalità. Questi
sono i cardini culturali, assieme ai valori più generali della libertà,
dell’eguaglianza e della fraternità ed a quelli più specifici cui si sono ispirati i
nostri padri costituenti del lavoro, della democrazia, della rappresentanza, che
devono accompagnare la nostra rinascita.
Un partito socialista non può trascurare la questione centrale delle pari opportunità.
Opportunità per le donne nel lavoro, nella società ed in politica. Troppo spesso il tema
viene sollevato solo per accontentare la compagna senza intervenire concretamente
e ridare il ruolo che le compete a più della metà della popolazione.
Opportunità per i lavoratori precari e per i lavoratori disoccupati giovani e non. Non
si può dimenticare che diventa drammatico essere disoccupati a 40 o 50 anni senza
nessuna copertura ovvero garanzia per poter reinserirsi nonostante la non più giovane
età.
Opportunità per gli immigrati, evitando, come fa certa sinistra massimalista, di considerarli
tutti migliori di noi, e creando spazi di consenso enormi alla Lega ed alla destra,
ma divenendo inflessibili con i delinquenti che ci sono in tutte le razze e quindi
anche tra loro, e garantendo veramente pari opportunità ai nuovi italiani onesti e laboriosi
che costituiscono elemento importante per la nostra economia.
Quindi garanzie da una parte ed inflessibilità dall’altra, evitando di ritenere solo sfortunati
o non educati quelli che operano nella criminalità. Anche questo riguarda il tema
delle sicurezze e cioè poter vivere con uno Stato che sappia realmente difendere
tutti i suoi cittadini indipendentemente dal colore della pelle. Anche in tal senso è da
lamentare la scarsa capacità di decidere del passato Governo.
Ci troviamo con un sistema bloccato, con i regolamenti parlamentari che non funzionano,
pensiamo alla paralisi del Senato con i pochi voti di maggioranza della scorsa
legislatura, con i problemi annosi che continuano a marcire, con la dimostrazione di
incapacità e paralisi che viene data alla gente comune.
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L’antipolitica trova facile terreno quando non si decide, le dure polemiche sulla moltiplicazione
dei posti, degli enti, dei consulenti, sul numero dei parlamentari etc, hanno
facile gioco con una classe politica immobile ed indecisa.
Al cittadino interessa, in primis, la soluzione dei propri problemi e reagire duramente
di fronte alle diatribe interne ed ai costi esagerati della politica.
Un punto significativo è quello relativo alla forma del partito, pensiamo che sia necessario
adattare la struttura di un qualsiasi partito, ma soprattutto del nostro, alle mutate
esigenze della politica e della società.
Un partito iper centralizzato ormai è un anacronismo, in una società sempre più disarticolata
dalle politiche "liberiste" dobbiamo avere la forza e la volontà di proporre un
partito "federale" con grandi autonomie per le strutture regionali e locali.
Non dobbiamo ritornare al "partito municipale" delle origini del PSI nell'800, ma ad
un partito che, regione per regione, sappia rappresentare la necessaria alleanza tra
"meriti e bisogni", che sono ormai molto diversificati e che dobbiamo, con pazienza
ed umiltà, saper riportare a sintesi all'interno di un "progetto nazionale", proprio partendo
dalle specificità di ogni regione.
Quindi l’inclusione. Come forza di sinistra abbiamo il dovere morale e politico di
combattere contro ogni forma di povertà e di esclusione. Questa lotta ha già unito il
Paese quando, nel dopoguerra, le forze di sinistra si allearono con i cattolici democratici
e ne derivò il primo importante processo di sviluppo e di forte crescita economica.
A quello spirito vogliamo ritornare consapevoli delle insidie e delle difficoltà ma ancora
più determinati ed ostinati nella nostra volontà.
La volontà dell’ottimismo, della lotta per il progresso, della libertà.
della democrazia !




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