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    Thumbs up Vieni a Strasburgo il 19 luglio ! FARE L’EUROPA DIPENDE ANCHE DA TE

    [mid]http://www.govisalia.com/Sounds/LatinCarribean/Quando.mid[/mid]

    EUROPA PLURALE
    per un federalismo globale
    http://europaplurale.supereva.it

    FARE L’EUROPA DIPENDE ANCHE DA TE

    VIENI A STRASBURGO IL 19 LUGLIO

    Lunedì 19 luglio arriveranno a Strasburgo gli eletti
    dei 25 paesi dell'Unione per la prima seduta del
    Parlamento europeo. Per la stessa occasione 5 anni fa
    i federalisti organizzarono un pullman partito proprio
    da Verona e riuscirono a costituire l'Intergruppo per
    la Costituzione europea all'interno del Parlamento.
    Quella Costituzione che allora chiedevamo tra lo
    scetticismo dei più è stata poi elaborata dalla
    Convezione. Si tratta di un passo nella giusta
    direzione, ma la Costituzione è largamente inadeguata
    per affrontare le sfide del XXI secolo.

    L’Unione Europea dei Federalisti ha dunque deciso di
    organizzare una manifestazione davanti alla sede del
    Parlamento per chiedere la convocazione di una nuova
    Convenzione che sia dotata dei poteri di una vera
    Assemblea costituente, incaricata di redigere la
    Costituzione degli Stati Uniti d’Europa.

    Per favorire la partecipazione dei cittadini, la
    segreteria regionale veneta del Movimento Federalista Europeo
    ha deciso di proporre un viaggio in pullman della
    durata di tre giorni con un’ampia parte turistico –
    culturale.

    Sono stati organizzati pulmann in partenza anche da Torino e Forlì.

    Programma

    Domenica 18 luglio

    ritrovo di buon mattino e partenza via autostrada per
    Milano, Chiasso, Basilea – visita della bella città di
    Colmar – arrivo a Strasburgo, sistemazione e
    pernottamento

    Lunedì 19 luglio

    prima colazione in hotel – intera mattinata dedicata
    alla visita di Strasburgo – pranzo libero - nel
    pomeriggio manifestazione davanti alla sede del
    Parlamento – cena in centro - pernottamento

    Martedì 20 luglio

    prima colazione in hotel – viaggio di ritorno con una
    lunga sosta per il pranzo in una città svizzera di
    interesse turistico (per es. Basilea o Lucerna) –
    arrivo a Verona in serata



    PER INFORMAZIONI E ISCRIZIONI



    Movimento Federalista Europeo – Gioventù Federalista
    Europea

    Via Poloni, 9 – 37122 Verona (ogni giorno, escluso il
    sabato, dalle 9 alle 13)

    Segreteria telefonica e fax: 045 / 8032194 – E-mail:
    giorgio.anselmi@tiscali.it

    Oppure: Giorgio Anselmi (045 – 6069102); Massimo
    Dorello (045 – 8300537)

    Lamberto Zanetti, Segretario regionale
    dell'Emilia-Romagna, tel.
    0543-781.497 oppure 340.275.34.94; questo pullman
    potrebbe eventualmente raccogliere partecipanti a
    Milano;

    Pierfausto Gazzaniga, Segretario regionale del
    Piemonte, tel. 335.690.18.10.

    Maggiori informazioni :

    http://mfe.it

    http://federaleurope.org

    http://jef-europe.net

  2. #2
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    Predefinito

    Per esperienza, ormai pluriennale, ho avuto modo di constatare che i nuovi thread vengono "visti" con difficolta', perche' c'e la tendenza a rispondere ai 3D dove si rincorrono le "risposte.
    Per maggiore visibilita' e' preferibile accodare i post a 3D gia' esistenti e con analogo o simile argomento.

    Ciao.

    http://www.nuvolarossa.org/modules/news/

  3. #3
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    Predefinito tratto da www.pri.it

    La Turchia e noi

    Sarebbe un errore grave lasciare Ankara fuori dall'Europa

    Sarebbe un errore grave, anzi gravissimo, tenere la Turchia fuori dal processo di integrazione europeo. Innanzitutto perché questo Paese ha compiuto i maggiori sforzi per rientrare nei vincoli e nei parametri di Maastricht, dando prova di una particolare serietà e diligenza.

    Poi perché Ankara ha svolto un ruolo non indifferente nella Nato, di cui è membro ufficiale dal 1952, ben tre anni prima di quando aderì la Germania Ovest.

    Ma soprattutto proprio perché si tratta di un Paese a prevalenza mussulmana, che ha scelto di collaborare e di attrezzarsi in corrispondenza e mai in opposizione con le democrazie occidentali. L'Europa ha dunque tutto l'interesse ad evitare che uno Stato con queste caratteristiche, colpito oltretutto, recentemente e dolorosamente, dal terrorismo, si ritrovi all'esterno piuttosto che all'interno della Comunità. Se vi è una possibilità concreta di collaborazione e di cooperazione con Paesi di religione islamica, questa si misura nei nostri rapporti con la Turchia, che sono positivi, e tali devono restare, in particolare, se dalla stessa Turchia proviene un'istanza in tale direzione. Domani potrebbe provenirne una di tipo diverso, dove la Turchia si potrebbe presentare come neutrale, ad esempio, e questo la esporrebbe maggiormente ad un rischio integralista.

    Per questo sinceramente non capiamo la posizione della Lega e la invitiamo amichevolmente a riflettere. Può darsi che spaventi una forte popolazione mussulmana all'interno dell'Unione Europea, ma dobbiamo dire che il processo d'allargamento coinvolge Paesi che hanno comunque religioni e culture molto diverse fra loro, tanto che c'è stata una difficoltà a riconoscere i valori cristiani come asse portante della Costituzione europea. Vorremmo anche ricordare che l'immigrazione turca è già avvenuta in anni passati in Occidente, con ottimi risultati di integrazione: pensiamo proprio alla Germania. Crediamo che gli eventuali problemi che si possono verificare, sia meglio trattarli dall'interno di un medesimo contesto istituzionale, piuttosto che da uno diverso. Senza contare gli effetti che si potrebbero avere ad un cambio di tendenza

    Abbiamo quindi molto apprezzato il lavoro diplomatico del governo italiano svolto fino a questo momento nei confronti di Ankara ed il nostro più vivo auspicio è che questo si intensifichi e non certo si interrompa.

    Roma, 19 ottobre 2004

  4. #4
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    Predefinito tratto da IL GIORNALE DI BRESCIA 5 dicembre 2004

    Fini: «Turchia nell’Ue» Solo la Lega si oppone

    ROMA

    Il pressing che il Governo italiano sta portando avanti nelle cancellerie europee per sbloccare le ultime reticenze per un rapido avvio dei negoziati di adesione della Turchia all’Ue ha ottenuto ieri il sì di tutte le forze politiche di maggioranza ed opposizione. Fatta eccezione di quello della Lega convinta che l’ingresso di Ankara nell’Ue darebbe vita ad un’Eurasia, come ha sottolineato Alessandro Cè, capogruppo del partito di Bossi. E che sarebbe «un crimine contro la nostra storia, contro le nostre radici cristiane e contro la nostra economia» come ha rilevato un altro esponente del Carroccio, il ministro delle Riforme Roberto Calderoli. Per la prima volta da titolare della politica estera, Gianfranco Fini, si è presentato ieri all’Aula di Montecitorio per spiegare su quali basi si fondano le aspettative italiane di vedere presto Ankara far parte a pieno titolo della famiglia europea allargata. L’auspicio del Governo - ha detto Fini rivolgendosi ai parlamentari - è che tra due settimane, il 17 dicembre, il Consiglio europeo, a cui spetta l’ultima parola sulla vicenda, «possa prendere una decisione» e «fissare una data» per l’avvio del negoziato con la Turchia. «Preferibilmente entro il primo semestre del 2005», si è augurato il ministro. Sia pure nella difficoltà di dare oggi un’indicazione «attendibile» del quadro temporale entro cui potrà concludersi l’iter dell’adesione della Turchia, un «sostanziale consenso» in seno ai 25 c’è già, ha detto Fini individuando come «la più favorevole delle ipotesi» - tra gli scenari possibili - la data del «primo gennaio 2014». «Siamo consapevoli - ha puntualizzato Fini - che le condizioni per un accordo al Consiglio europeo dovrebbero essere a portata di mano e che è quindi necessario in questi ultimi giorni continuare ad adoperarsi per favorire l’emergere di un consenso». Vanno lette in quest’ottica anche le recenti visite a Roma, prima del primo ministro Ecevit Erdogan e, appena la settimana scorsa, del ministro degli Esteri Abdullah Gul. Nel suo intervento Fini ha anche messo l’accento sui «risultati incoraggianti» che il Governo di Ankara - grazie soprattutto al «coraggio» del premier Erdogan - ha fatto registrare sul piano delle riforme indispensabili per entrare in Europa. Dall’abolizione della pena di morte alla contestata riforma del Codice penale costata al Governo la rinuncia ad inserire quell’emendamento che avrebbe comportato la definizione dell’adulterio come illecito penale. Al contempo, però, il ministro ha sottolineato come «non ci si deve nascondere che l’attuazione concreta nel quotidiano di tali riforme andrà monitorata con attenzione anche negli anni a venire». «È nell’interesse dell’Unione Europea - ha affermato Fini - integrare pienamente un paese come la Turchia che oggi costituisce un modello esemplare di paese islamico caratterizzato da una democrazia funzionante, da uno stato laico che accetta pienamente i principi della certezza del diritto, del rispetto dei diritti fondamentali e che ha fatto propri i valori fondanti della democrazia che oggi noi consideriamo patrimonio comune». D’obbligo, da parte di Fini, anche un riferimento alla questione cipriota resa più ingarbugliata dall’esito del referendum dello scorso aprile che ha respinto il piano per la riunificazione dell’isola del segretario generale dell’Onu Kofi Annan. «Un’incognita - l’ha definita Fini - che grava anche sul Consiglio europeo del 17 dicembre». Il disco verde bipartisan ottenuto in Parlamento da Fini potrebbe non bastare al Governo che dovrà misurarsi con la netta opposizione della Lega all’ipotesi dell’ingresso di Ankara nell’Ue. «In Consiglio dei ministri - ha dichiarato Calderoli commentando l’intervento di Fini - non se ne è mai parlato: ho chiesto al presidente Berlusconi proprio ieri l’altro che venisse portato l’argomento in Consiglio, perché se dovrà portare una posizione deve essere una posizione non solo del premier ma almeno quella della maggioranza del Consiglio dei ministri». In quella sede ha detto il ministro leghista, «esprimeremo tutta la nostra contrarietà». Ha poi ricordato che comunque non è certo che con il verdetto del Consiglio europeo del 17 dicembre «la strada si concluda, semmai è l’inizio dei problemi per l’ingresso della Turchia nell’Ue, non la fine».
    [mid]http://utenti.lycos.it/NUVOLA_ROSSA/COMEMAI.mid[/mid]

  5. #5
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    Predefinito tratto dal sito www.pr.it

    [color=dark blue]Il Consiglio europeo avvia l’ingresso della Turchia nella Ue/Giudizio negativo del Pri di Catania sulla manifestazione della Lega Nord

    Sì ad una Turchia laica nell’Unione europea
    [/color]
    La manifestazione promossa con tanta enfasi dalla Lega Nord contro l’ingresso della Turchia nell’Unione Europea offre lo spunto per alcune riflessioni in merito alla non semplice questione, purtroppo spesso sbrigativamente liquidata da buona parte del mondo politico o con dei no immotivati o con dei sì talora ben poco convinti.

    La Turchia è un paese di ormai oltre 70 milioni di abitanti distribuiti su di una superficie che è più del doppio rispetto a quella italiana. Un gigante dalle immense risorse economiche ed umane, finora imbrigliate da problemi sia politici (la lunga fase dei governi militari), che strutturali, ma in potenza in grado di porre Ankara ai primi posti della competitività mondiale. L’ingresso della Turchia nell’Unione Europea faciliterebbe enormemente la piena realizzazione delle potenzialità ancora inespresse del suo popolo, con grandi vantaggi per tutti i partner europei, Italia in primo luogo, considerati gli stretti legami storici fra le due nazioni.

    Inoltre, anche dal punto di vista geostrategico, l’ingresso della Turchia nell’Unione sarebbe una mossa di notevole lungimiranza da parte dell’Occidente intero. L’odierna Turchia forgiata da Kemal Ataturk sulle ceneri dell’Impero ottomano è uno Stato assolutamente laico, in cui le tendenze fondamentaliste che oggi squassano l’Islam dal Marocco al sud est asiatico di fatto non esistono o, comunque, sono ridotte ai minimi termini e sempre eterodirette. Le istituzioni e la società turche sono secolarizzate alla radice ed il Partito islamico democratico (Akp) di ispirazione religiosa che esprime il premier in carica Recep Erdogan è in tutto e per tutto paragonabile alla nostra Democrazia cristiana, formazione politica moderata per antonomasia.

    Nell’attuale contesto internazionale, con il terrorismo globale di matrice jihadista impegnato a seminare il terrore nel mondo, proseguire il processo di integrazione europea di Ankara sarebbe un segnale fortissimo per tutto il mondo islamico. La Turchia nell’Unione direbbe a chiare lettere alla Umma intera, la comunità dei credenti mussulmani, che l’Islam moderato può aspirare ad uscire dal tunnel del sottosviluppo ed essere pienamente integrato in quel Primo Mondo oggi purtroppo per molti lontano anni luce.

    Per inciso, è necessario sottolineare come la Lega Nord, con la sua dura presa di posizione anti-turca, per l’ennesima volta marchi le profonde differenze che la separano dalla Casa delle Libertà, rassemblement di cui comunque fa parte. Mentre il premier Silvio Berlusconi è in prima linea nella battaglia per l’ingresso di Ankara nell’Unione, la Lega Nord manifesta in piazza le proprie pulsioni settarie, anacronistiche e sommamente incolte. Tutto ciò è singolare e certo pone un problema politico non più ignorabile.

    Giuseppe Pagano responsabile per le Politiche del Mediterraneo del Pri di Catania

  6. #6
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    La Francia fra sì e no/Insperata rimonta del fronte favorevole al Trattato costituzionale Ue

    Chirac si è impegnato per convincere gli indecisi

    di Andrea La Malfa

    Sul referendum del 29 maggio sul Trattato costituzionale europeo, i sondaggi in Francia del week end scorso davano vincente il fronte del sì con un valore che si aggirava intorno al 52%. Il no era passato in testa nei sondaggi prima di Pasqua, ed ha raggiunto il 56% dopo l'intervento di Chirac in una tribuna politica sul primo canale francese, il 15 aprile, che ha, però, dato inizio alla campagna per il sì.

    Il cambio di opinione espresso nei sondaggi a partire da Pasqua, sembrava addirittura aver colto di sorpresa il fronte del sì ed il governo, che ha avuto bisogno di tempo per cercare di capire il significato di tali dati ed organizzare di conseguenza la sua azione per convincere gli elettori. Le televisioni in questi giorni sembrano impegnate in una campagna di sensibilizzazione, per cui vengono riportate con forte evidenza tutte le iniziative pro referendum. I telegiornali hanno effettuato servizi estesi sul recente incontro franco-tedesco a favore del Trattato, dove si sono visti, schierati insieme per il sì, Chirac e Schroeder.

    M6, vale dire il canale "giovane" della televisione francese, ha dato l'avvio la settimana scorsa ad una trasmissione giornaliera di 5 minuti, che va in onda alle ore 20,00 in cui si risponde a domande sul significato della Costituzione europea. Le domande sono per lo più sul tono "Il trattato cambierà la legislazione sul lavoro?", o " Potremo ancora fare le leggi per la Francia?". Su tratta di una trasmissione che cerca di dare risposte semplici, sottolineando che, sostanzialmente, con l'accettazione del Trattato non cambia nulla, e che la Costituzione serve a evitare una paralisi dovuta all'Europa a 25.

    L'impressione è che i valori raggiunti dal no, e la percentuale che si mantiene comunque ancora alta, siano dovuti alla somma di quella parte della popolazione che vive una forte preoccupazione per il futuro francese dal punto di vista sociale e che teme "l'invasione" di lavoratori a basso costo provenienti dall'Est, con la parte della popolazione che vuole solo esprimere un malcontento verso l'azione generale del governo: ambedue le opinioni risultano abbastanza forti fra i socialisti.

    Parlando del referendum con amici francesi, si notano poi anche alcune ragioni più complesse ed elaborate: da una parte una critica ai governi francesi che hanno prima proceduto alla costituzione dell'Europa senza mai preoccuparsi di sentire direttamente l'opinione della popolazione; dall'altra la posizione per cui votare. Il sì costringerebbe il Paese in una situazione di accettazione irreversibile di tutte le decisioni prese in sede di Unione europea. Votare no, invece, non darebbe quasi fastidio, non modificherebbe l'Europa che c'è oggi e permetterebbe maggiore libertà per i futuri governi, nonché l'elaborazione di un Trattato più adattabile e modificabile, meno rigido Il fronte del no sembra utilizzare un po' tutti questi argomenti; il fronte del sì in questo momento pare si stia concentrando in una campagna di chiarificazione su cosa voglia e, soprattutto, cosa non voglia dire, questo Trattato, e su come i francesi non abbiano in realtà nulla da temere da esso.

    In conclusione, è ancora presto per fare una previsione attendibile sull'esito di questo prossimo referendum di maggio. Quasi un terzo degli elettori dichiara di non avere ancora deciso come si comporterà una volta recatosi alle urne. Probabilmente i no sono più motivati e più decisi dei sì. Ma l'esito finale dipenderà da come si orienteranno nelle prossime settimane proprio gli indecisi, quegli elettori che non hanno una opinione già nettamente delineata.

  7. #7
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    Conferenza programmatica Pri/Dalla liberalizzazione degli scambi a quella dei servizi
    Pico: soluzioni innovative per la ripresa dell'Europa

    Trascrizione dell'intervento alla Conferenza programmatica del Pri, Roma, Teatro Capranica, 3 febbraio 2006.

    di Paolo Savona

    Un recente articolo di Ralf Dahrendolf - la cui traduzione italiana è apparsa nella Lettera Internazionale ed è stata pubblicata sul Riformista del 31 gennaio 2006 - illustra le quattro virtù liberali.

    Il liberalismo insieme al meridionalismo – di cui certamente parlerà nelle sue forme aggiornate di politica europea di coesione il prof. Barca – sono le due fiaccole della nostra cultura.

    Dahrendorf sostiene che al primo posto delle virtù liberali vi è il coraggio della solitudine. Anche Nucara è partito da questo concetto: chi porta avanti queste istanze deve essere pronto a fare battaglie solitarie; al secondo posto vi è il coraggio di vivere con le contraddizioni del mondo moderno; al terzo, il coraggio di coniugare l'osservazione dei fatti con l'impegno all'azione e al quarto il coraggio di porre passione nella ragione. La ragione è importante, ma se non si innesta in essa la passione – soprattutto in un momento come questo, dove la ragione presenta grande stanchezza – non è capace di dare i suoi frutti.

    Queste quattro virtù, osserva Dahrendorf, possono trovare accoglienza solo in una fascia molto ristretta della società: da qui il motto che propongo di prendere a riferimento della nostra azione: fare di necessità virtù e di virtù necessità.

    Penso che abbiate già compreso perché ho ritenuto di dover partire da queste quattro virtù, ma desidero aggiungere qualche ulteriore riflessione.

    Il modello di sviluppo alla base del nostro benessere nel dopoguerra non esiste più. La caduta del muro di Berlino ha cambiato i suoi connotati aprendo la strada all'integrazione mondiale, ossia alla caduta dei blocchi economici (oltre che politici) e al processo di globalizzazione. A questo proposito cito un altro lavoro di Ralf Dahrendolf a me caro: 1989. Riflessioni sulla rivoluzione in Europa pubblicato in italiano da Laterza. Consiglio di leggere o rileggere questo scritto perché in esso vi è la dimostrazione di un altro punto sottolineato da Nucara nel suo intervento di apertura: diffidare dagli "ismi". Dahrendorf dice che se abbiamo sconfitto il comunismo per sostituirlo con il liberalismo, allora dobbiamo combattere questo con la stessa energia con cui abbiamo combattuto il primo. Con la caduta del muro di Berlino il mondo è cambiato e dopo una lunga rincorsa verso forme crescenti di libertà abbiamo incluso 2 miliardi di abitanti sui 6,5 che vivono nel Pianeta nei processi produttivi e di consumo che spiazzano quelli italiani.

    Occorre avere chiaro in mente che se l'Italia continua a non crescere dovrà vivere sulla sua ricchezza, incidendo nelle infrastrutture pubbliche e nella ricchezza privata. Il primo obiettivo che una seria politica si deve porre è di non accontentarsi di vivere usando la ricchezza accumulata e invece reagire incrementando la produttività, variabile strategica dello sviluppo futuro e obiettivo possibile. Con Giorgio La Malfa ci siamo posti questo problema nell'impostare il Programma di attuazione della Strategia di Lisbona, battezzato PICO. Questo acronimo sembra non piacere, ma esso sintetizza il meccanismo attraverso il quale si incrementa la produttività, ossia l'innovazione come strumento di crescita del reddito e dell'occupazione. L'acronimo PICO ha due facce, come una qualsiasi moneta: quella che esprime la terapia per un rilancio dell'economia centrata sull'innovazione tecnologica e quella che pone l'uomo al centro della politica, come fece Pico della Mirandola.

    I cinque obiettivi che abbiamo individuato con Giorgio La Malfa e con gli altri collaboratori (tra cui il prof. Barca e il prof. Viviani) riassumono i 24 obiettivi proposti dalla stessa Unione Europea in attuazione della Strategia di Lisbona. Essi sono: più libertà per i cittadini e le imprese, che significa anche più responsabilità; più istruzione di base e scientifica, più formazione professionale e più ricerca e sviluppo; e ancora, più infrastrutture materiali e immateriali, oggi estremamente importanti, e (punto su cui ha molto insistito Nucara) più rispetto dell'ambiente, usandolo come risorsa economica. Il raggiungimento di questi obiettivi è nelle possibilità del nostro Paese, ossia dipende da nostre scelte e non dalla volontà di altri. Sovente leggo documenti che si prefiggono di avere la luna, ma la luna è al di fuori delle nostre possibilità: può essere raggiunta dagli Stati Uniti, avendo gli strumenti adatti, ma non da noi. Un serio programma economico deve indicare quali siano le variabili che possono essere azionate dalle autorità, siano cioè esogene o strumentali. Un serio programma deve inoltre scegliere, dati i Trattati europei da noi liberamente accettai, variabili il cui uso sia condiviso dagli altri paesi membri, perché la Strategia di Lisbona riguarda tutti i 25 paesi dell'Unione. Per raggiungere un'Italia e un'Europa migliore occorre che i 25 paesi membri decidano insieme di muovere verso gli stessi obiettivi. Le stime fatte nell'ipotesi di una piena attuazione del PICO (1% di crescita permanente del PIL, 200.000 nuovi occupati e 0,30% di disinflazione strutturale) possono risultare migliori se gli altri 24 paesi perseguono gli stessi obiettivi e, ancor più, se la Commissione di Bruxelles attuerà correttamente e nei tempi promessi il 7° programma quadro per la ricerca e sviluppo, la politica europea di coesione e procederà verso una politica comune dell'energia.

    Vi è un punto del PICO che va compreso: dobbiamo uscire dalle forme assistenziali che contraddistinguono la nostra rete di welfare per offrire nuove opportunità. Invece di garantire il sostegno della cassa integrazione se perdi il lavoro, ti consento di partecipare a corsi di formazione professionale e tu ti darai da fare per trovare sul mercato interno ed europeo una nuova posizione lavorativa. Dobbiamo dire ai giovani che il loro mercato del lavoro è il mondo; che è finito il tempo in cui si partiva con la valigia di fibra legata con lo spago ed essendo molti emigranti analfabeti, non di rado si perdevano i rapporti con la propria famiglia; non c'era infatti né il telefono, né internet, né i voli low cost. Per raggiungere gli Stati Uniti occorrevano 30/40 giorni di viaggio in nave e un periodo di quarantena all'arrivo.

    Viaggi a basso costo

    Oggi la situazione è cambiata: i giovani possono viaggiare in aereo con pochi dollari e se malauguratamente vanno in guerra hanno la possibilità di collegarsi con la famiglia e gli amici. Se lo si vuole tale, il mondo è ormai un unico campo di relazioni di pace. Nel '63, quando sono venuto a Roma dalla Sardegna, mia nonna pianse e mi disse: "non ti vedrò più". Questo ricordo semplifica egregiamente quale fosse ancora allora la concezione dell'emigrazione.

    Parlerò ora dei presupposti del PICO, prima di esporre brevemente i contenuti. Ritengo che il futuro ci riservi sacrifici, che dobbiamo accettare nel corso della transizione dal modello post-bellico a quello attuale della globalizzazione. L'Italia ha impiegato cinque anni, dal 1958 al 1963, per passare dalla fase agricola alla fase industriale, dal basso costo del lavoro a un livello "europeo" dello stesso. La competizione del basso costo del lavoro che ci muovono India e Cina non può durare a lungo. Verrà il momento in cui Cina e India dovranno accettare le stesse condizioni di lavoro degli altri e tra 5, massimo 10 anni, questo loro vantaggio comparato cesserà. Sono stato ospite di Taiwan e ho costatato che l'economia di quel paese, per molti versi simile a quella italiana, ha cominciato con bassi costi del lavoro ma in pochi anni il livello medio salariale ha superato quello italiano e hanno mantenuto la loro competitività puntando sull'innovazione tecnologica. Richiesto del perché del successo della loro economia, il governatore della banca centrale di Taiwan non mi disse, come mi sarei aspettato, abbiamo gestito bene la moneta, ma abbiamo investito in istruzione e ricerca. Non c'è nulla di nuovo da scoprire, ma solo da attuare!

    Provvedimenti di snodo

    Nell'epoca di transizione verso nuovi equilibri globali gli italiani devono accettare sacrifici e rispettare la ricchezza individuale e collettiva accumulata, creandone di nuova. Il PICO si prefigge questo obiettivo dando vita a 25 provvedimenti "di snodo" della produzione – tra cui più competizione, migliori leggi e migliore Pubblica Amministrazione – e a 75 progetti innovativi capaci di incrementare la produttività di impresa e di sistema. Il punto di avvio dell'intera azione è stato individuato nella direttiva europea di liberalizzazione dei servizi e delle professioni (sulla quale Nucara si è già soffermato, sottolineandone l'importanza). Per quale motivo l'industria (e i lavoratori industriali) deve competere in Europa e nel mercato globale e non debbono farlo i servizi? E' un problema di giustizia sociale oltre che di produttività. Nel ‘58 - e uno dei protagonisti fu Ugo La Malfa – fu la liberalizzazione degli scambi di merci deciso con il Trattato di Roma ad aprire la strada al miracolo economico; oggi si deve fare lo stesso per i servizi. E' strano che siano i lavoratori a scendere in piazza invece degli imprenditori fornitori di servizi, dato che i lavoratori sono i veri beneficiari di una maggiore competizione nell'offerta di servizi. Non protestano coloro che dovranno lasciare sul piatto della competizione una fetta delle loro rendite da bassa competizione, ma coloro che ne beneficeranno vedendo aumentare il potere d'acquisto salariale per la riduzione dei prezzi dei servizi conseguenti alla maggiore competizione.

    Progetti innovativi

    Come si è detto, il PICO include anche 75 progetti innovativi messi a punto dalla Pubblica Amministrazione in collaborazione con le parti sociali. Prima di indicarli brevemente, desidero soffermarmi sul metodo di scelta seguito. Con Giorgio La Malfa (e anche Trezza e Gallo) creammo nel 1980 il FIO, Fondo Investimenti e Occupazione, e lo affiancammo al Nucleo di valutazione con l'intento di introdurre nella valutazione degli investimenti un criterio oggettivo di scelta fra le centinaia di necessità ed urgenze che il Paese registrava nel settore delle infrastrutture. Quando facemmo questo, tra i progetti che ci arrivarono e che cestinammo, ce ne fu uno scritto su un fogliettino di carta quadrata che si limitava a proporre il finanziamento di 30 miliardi di vecchie lire "per la bonifica di una certa area" (ometto il nome per non entrare oggi in polemica con chi ce lo aveva inviato). La proposta consisteva nell'ottenere la famosa "riserva finanziaria" prima ancora di avere il progetto. Nei criteri di applicazione del Nucleo di valutazione avevamo messo al primo punto che il progetto fosse prontamente realizzabile, fosse cioè dotato di un progetto esecutivo. Il prof. Barca può testimoniare che ho riproposto questa condizione sin dall'inizio dei lavori di costruzione del PICO e devo dire che abbiamo fatto fatica a farlo accettare, ma ci siamo riusciti. Ci sono stati scontri a seguito dell'esclusione di progetti che erano meritevoli di essere realizzati, ma non avevano dietro un progetto di attuazione dotato di un piano finanziario, ma solo di un'idea.

    Pronta esecuzione

    I progetti scelti sono quindi di pronta esecuzione. Essi consistono nei tre programmi europei Galileo (che intende porre in orbita 36 satelliti per le telecomunicazioni), Egnos e Sesamo (per il controllo del traffico aereo e terrestre); in quattro piattaforme informatiche che il Ministero dell'Innovazione tecnologica sta curando nei settori del turismo, della sanità, dell'info-mobilità e delle banche dati pubbliche e private per creare una rete informativa nazionale e, con essa, un vero moderno mercato.

    Il mercato nasce come luogo fisico (si usava infatti il termine piazza), mentre oggi è una rete informativa che serve al cittadino e alle imprese per prendere decisioni razionali. L'uso per le imprese è facilmente comprensibile, mentre quello per il cittadino lo è meno. Tenete presente che negli Stati Uniti il sistema pensionistico, ad esempio quello dei professori universitari, ha grosso modo la stessa struttura di quello italiano, sia come incidenza sul datore di lavoro, sia come incidenza sul professionista. Ciascuno deve indicare se vuole gestire personalmente la pensione o se intende dare l'incarico a un intermediario finanziario. Molti professori universitari gestiscono direttamente il loro piano di accumulazione pensionistico attraverso la rete informatica. Se sono amanti del rischio investiranno in azioni, se sono contrari al rischio, compreranno obbligazioni di Stato. L'individuo diventa così più responsabile. Da noi la gestione dei versamenti obbligatori viene affidata all'Inps e i beneficiari si organizzano, sovente con successo, per avere più dell'equivalente di quanto hanno versato. I risparmi volontari vengono invece dati in gestione alle banche che, in genere, ne fanno l'uso che credono più opportuno. Occorre passare a una diretta responsabilizzazione dei cittadini fornendo innanzitutto le piattaforme informatiche necessarie per dare vita a un vero mercato.

    Laboratori di ricerca

    Il PICO prevede inoltre 12 progetti innovativi illustrati brevemente nella sintesi del Piano e più estensivamente nel sito www. politichecomunitarie.it; essi aumenteranno la produttività e miglioreranno il funzionamento dell'economia. Prevede inoltre la creazione di 12 laboratori di ricerca pubblici/privati nel Sud, nei quali verranno coinvolte le università (ma non sempre) secondo il metodo già sperimentati nel Nord. Il ministro Moratti ha già predisposto il bando per l'attuazione di questi progetti.

    Il PICO ha infine recepito la trasformazione in distretti tecnologici di 24 dei 100 distretti produttivi esistenti in Italia, offrendo alle imprese ivi domiciliate un'assistenza specialistica per effettuare ricerche e introdurre innovazioni.

    Proprio in questi giorni stiamo preparando un rapporto sullo stato di attuazione del PICO da consegnare al Ministro La Malfa. Credo che tra circa una decina di giorni saremo in grado di informare il Paese che, se è pur vero che tra il dire e il fare esiste il mare o pezzi di terraferma che accorciano le distanze, tra il dire e il fare del PICO vi è un processo di restringimento, ma ancora non basta. C'è troppo scetticismo e troppa sottovalutazione dell'importanza della Strategia di Lisbona.

    Concludo questa breve disamina dei contenuti del PICO tornando alle quattro virtù liberali dalle quali sono partito. Per dare attuazione al PICO occorre avere il coraggio della solitudine, ossia sapere di essere in pochi, convivere con le contraddizioni moderne, coniugare osservazioni e impegni, e porre passione nella razionalità. Quando ho letto l'articolo di Dahrendorf ho visto me stesso quando lavoro; mi sono cioè identificato nelle tesi che ha sostenuto. Spero che anche voi in tutto o in parte vi identificherete e porrete passione nella ragione. Spero di avervi dato la dimostrazione di questa passione nella mia ragione. Qualcuno, ogni tanto (e per pura cortesia), mi dice: "sei un grande economista" ed io gli rispondo: "ci provo tutti i giorni, ma non ci riesco". Però ho la passione per esserlo e non importa poi tanto se non lo sono.

    Concludo dicendo che se fossimo anche in pochi, ma dimostrassimo di avere le quattro virtù liberali, gli italiani ci capirebbero e capirebbero che il PICO è una buona risposta ai loro problemi e accetterebbero i sacrifici necessari per un loro futuro migliore.

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    Europa
    50 candeline per l'Europa

    Cinquant’anni fa, a Roma, sin creava una cosa grossa. Alcuni di voi ne avranno sentito parlare, ora si chiama Unione Europea. Quest’anno compie mezzo secolo, ed è tempo di bilanci.

    E’ nata per scongiurare una nuova guerra in Europa, per fare in modo che il continente si riprendesse, dopo essersi massacrato da solo per un tempo infinito. E c’è riuscita. Oltre, le più rosee aspettative, tra l’altro; dal mercato comune all’Europol, molte decisioni che prima venivano prese quaggiù, ora si discutono lassù. Con buona pace degli scettici e dei particolarismi, il sistema ha dimostrato di reggere e di funzionare. Siamo più sicuri, più liberi, più ricchi, ed abbiamo garanzie che prima ci sognavamo (e che molto spesso ci dimentichiamo).



    Ma, non è tutto rose e fiori. La Costituzione, un passo importante, necessario, fondamentale, probabilmente è lungi da venire. Sebbene si sia scongiurato il riferimento alle origini cristiane (è paradossale sentire come backround comune una serie di idee che hanno diviso l’Europa nei secoli dei secoli), il testo non è stato recepito da tutti, e le contraddizioni sono ancora molte. Si cerca di mettere d’accordo tutti, ma spesso non ci si accorge che questo gioco punta al ribasso, come è già successo, soprattutto in politica estera. Il multilateralismo di matrice kantiana regge poco, in situazioni simili, in cui si ha a che fare con paesi che fanno del nazionalismo la cultura fondante. C’è solo una soluzione: andare avanti, dimostrare di essere sulla strada giusta, ed aspettare che gli increduli si adeguino; è scontato che, prima o poi, gli altri si adeguino.
    Forse il più grande difetto che attanaglia l’Europa Unita oggi, è la scarsa fiducia in se stessa. Molto spesso ci si dimentica della forza di questa istituzione. Una potenza ormai ampiamente sperimentata nel corso degli anni. Prendiamo la Gran Bretagna: da sempre ostile ad un’idea di integrazione troppo sistematica, l’Inghilterra non entrò subito nel mercato comune, ma cercò di sfruttarne alcuni vantaggi, defilandosi in organizzazioni parallele. Alcuni anni dopo, entrò nell’allora Cee. Semplicemente, perché ci sono troppi vantaggi. L’Unione Europea è troppo splendida per lasciarsela sfuggire. Questo deve essere un assunto ormai scontato per noi. Non si tratta di fiducia, ma di conoscenza delle potenzialità espresse in cinquant’anni di storia. Noi giovani poi tendiamo a dimenticarcelo, ma nella storia non sono mai esistiti così tanti anni di pace in Europa. E i paesi sono membri sono sempre più progrediti, civili, benestanti.

    La Finlandia ha riaperto le danze poco tempo fa: l’approvazione della carta costituzionale si è fatta sentire nel resto d’Europa. Non lasciamoci sfuggire l’occasione. Servono un po’ di riforme, più democrazia in sede istituzionale. Am non possiamo aspettarci che gli Stati, nel senso realista del termine, agiscano per noi. E’ il popolo europeo che si deve muovere, prima di tutto.ricordare ciò che è, e far sentire la propria voce, ovunque.

    E comunque, auguri.

    di Alberto Ridolfi - 6 marzo 2007 -
    Responsabile Programma
    Federazione Giovanile Repubblicana
    Romagna

    tratto da http://www.fgr-fc.it/

  9. #9
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    Polemiche inopportune
    Sull'immigrazione l'Europa mostri un maggiore equilibrio

    Sono gravissime ed al limite dell'irresponsabilità le parole del commissario per i diritti umani del Consiglio europeo sulle politiche immigratorie del governo italiano. Siamo allibiti che un funzionario europeo possa muovere tali giudizi sulle forze dell'ordine italiane, senza preoccuparsi né di esibire uno straccio di prova né delle conseguenze politiche, interne ed internazionali, di tali affermazioni. E' una pagina amara quella che è stata aperta dal Consiglio europeo che, evidentemente, non dispone di personale qualificato e dotato del sufficiente equilibrio per svolgere compiti così delicati. Certo, Thomas Hammarberg non assomiglia al suo compatriota Hans Blix. Quest'ultimo sarebbe ancora dubitande, a chiedersi se attaccare o meno Saddam; mentre il primo ha rotto subito gli indugi e ha attaccato l'Italia, nemmeno ci fosse Saddam!

    Se le istituzioni europee hanno dei provocatori per svolgere le loro mansioni, un qualsiasi progetto comune viene messo a dura prova, con gravi danni in una fase molto difficile del processo di unificazione europea quale l'attuale.

    Ci eravamo già permessi di far notare ad alcuni esponenti del governo spagnolo - che avevano espresso giudizi poco pertinenti sulle politiche del governo italiano in fatto di immigrazione - che la guardia civile del loro paese aveva aperto il fuoco, e senza troppi complimenti, a Ceuta e Melilla solo due anni fa. Davvero non ci ricordiamo prese di posizione europee contro i fatti in questione e i morti ammazzati che allora ci furono.

    In Italia il governo e le forze dell'ordine sono impegnati in un doppio sforzo: quello di contenere l'immigrazione clandestina che, al contrario di quanto possa avvenire sulle coste svedesi, flagella quelle italiane; e, dall'altra parte, quello di fornire le indispensabili condizioni di garanzie civili a chi, immigrato, vive in Italia rispettandone leggi e costumi. A fronte di una situazione molto grave, il ministro degli Interni ed il governo fanno bene a mandare un messaggio di severità da parte nel nostro paese verso eventuali nuove accoglienze. La Comunità europea, prima di esprimere giudizi, dovrebbe preoccuparsi del punto di vista del governo italiano e dei suoi cittadini. E magari affidare i temi dell'immigrazione non agli svedesi, per i quali gli immigrati sono ancora i vichinghi.

    Da parte sua il governo italiano, noi lo abbiamo già invitato in questo senso, deve misurare molto attentamente l'opera di comunicazione delle misure che intende prendere, a maggior ragione se particolarmente delicate, come nel caso delle impronte ai bambini rom. Per quanto queste possono essere necessarie, sono molto sgradevoli da attuare, tanto che il provvedimento è stato esteso all'intera comunità nazionale, cosa che, a sua volta, potrebbe non risultare particolarmente gradita alla nostra popolazione. Altrettanto poco lieti potranno essere gli italiani nel vedere i militari impiegati in compiti di sicurezza nelle città: ad esempio il sindaco Alemanno ha già fatto sapere di non volerli nel centro di Roma. E' plausibile che truppe armate schierate nei principali luoghi d'arte italiani spaventino più i turisti che i malviventi. Non abbiamo dubbio che l'Europa debba cambiare registro. Però il governo italiano qualche problema ce l'ha. Senza alcun dubbio.

    Roma, 30 luglio 2008

    tratto da http://it.groups.yahoo.com/group/Rep.../message/16708

 

 

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