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    Predefinito Economia politica: notizie e dibattiti

    Riapro una discussione specifica sulle notizie economiche, che sia relativo alle notizie e agli eventi economici nazionali, europei ed internazionali.
    Fu fatto a suo tempo da Sandokan, ma non riesco più a reperire la vecchia discussione, che risale ormai a parecchi mesi fa.
    Inizio con una notizia sulle intenzioni pervicacemente ristrettiviste della BCE in tema di tassi di interesse ed in tema di dichiarazioni pubbliche sull'importanza della "moderazione salariale".
    Il banchiere forse fa finta di non sapere che i salari sono pressocchè feri da vent'anni e che in alcuni anni, non solo non si sono adattati alla crescita della produttività, ma sono rimasti inferiori alla crescita dei prezzi ( persino quella ultra-sottostimata dell'Istat).
    Eppure il giochino al ribasso continua e i servili politici si inchinano agli ordini tecnocratici di Brussels.

    da corriere.it

    Trichet: no alla rincorsa salariale

    Il presidente Bce: attenzione ai prezzi, «L'Italia più di altri punti sulla produttività»


    MILANO - Nel mondo globale minacciato dalla crisi, «non bisogna sottostimare i rischi alla stabilità del sistema finanziario, perché è tutt'ora in corso un processo di riduzione del grado di leva degli investimenti e di riprezzamento dei titoli», ha detto ieri il presidente della Banca centrale europea Jean-Claude Trichet, presentando «nella Milano di Stendhal», il discorso di apertura del Forum Economia e società aperta, organizzato dall'Università Bocconi e dal Corriere della Sera.
    E «i segnali di questi rischi», ha proseguito il numero uno della Bce, provenienti anche da disequilibri reali e finanziari internazionali, «dovrebbero essere affrontati con risolutezza ». Come ha fatto del resto la comunità internazionale, sviluppando «una risposta concertata per identificare le debolezze del sistema e le lezioni da trarre.

    Jean Claude Trichet (Emblema) E per formulare le risposte politiche ai fini di rafforzare la resistenza del sistema finanziario». In un momento difficile, secondo Trichet, ognuno deve fare la sua parte, a livello internazionale e anche nel contesto domestico dell'area dell'euro, dove «garantire la stabilità dei prezzi e prevenire una spirale prezzi-salari è più importante che mai». E così, ad esempio, il numero uno della Bce ha lodato «l'importante lavoro che viene fatto dal Financial Stability Forum e il suo rapporto eccellente» presentato recentemente dal governatore di Bankitalia Mario Draghi al G7 dei ministri finanziari e dei governatori delle banche centrali - «su come rafforzare i mercati e la resistenza delle istituzioni». E per frenare «il contagio» delle turbolenze, secondo il banchiere centrale francese, è «essenziale» spronare «la trasparenza », delle informazioni scambiate fra autorità di vigilanza e di quelle date al mercato dalle istituzioni finanziarie. Mentre un secondo elemento importante è «la riduzione dei fattori prociclici», per limitare le fluttuazioni dei mercati.
    Ma la responsabilità diretta di Trichet e dei banchieri centrali europei, si concentra sul contesto domestico dell'area dell'euro - che in dieci anni ha «cambiato la fisionomia di tutto il mondo» - minacciata ora dal caro-prezzi di petrolio, materie prime e prodotti alimentari. Un fenomeno nuovo e temibile, che la Bce contrasta mantenendo invariati i tassi di interesse al 4%. Il livello ritenuto «adeguato per mantenere la stabilità dei prezzi nel medio termine », rispettando l'obiettivo di un'inflazione inferiore al 2% nel medio termine, compreso fra i 18 e i 24 mesi. E così, per Trichet è «cruciale» che il caro-prezzi attuale - ancora una «gobba» temporanea - non diventi «permanente », con lo sviluppo di una spirale dei prezzi e dei salari. Per questo Trichet si è appellato alle parti sociali affinché siano «il più responsabili possibile nella moderazione dei prezzi e delle richieste salariali ». E anche per i sindacati italiani - in risposta a una domanda specifica - il messaggio di Trichet è stato che «bisogna essere moderati». Per evitare «l'enorme errore» commesso durante il primo shock petrolifero del 73, quando si agganciarono i salari e i prezzi all'aumento del greggio, spronando l'inflazione galoppante e la disoccupazione di massa. Ora, invece, si tratta di «difendere il potere d'acquisto di 320 milioni di europei e di mantenere l'occupazione il più elevata possibile». Perché «la stabilità dei prezzi è precondizione per una crescita sana e durevole e per la creazione di nuovi posti di lavoro». Piuttosto, spetta agli stati spronare riforme e competitività. Questo vale anche per l'economia italiana - ha detto Trichet, a margine del congresso - che ha avuto «un gran successo sul fronte dello sviluppo dell'occupazione. Ma ora ha bisogno di più crescita». E «il solo modo» per spronarla è «fare le riforme e aumentare la produttività».




    Marika De Feo

    13 maggio 2008

  2. #2
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    Predefinito

    Un articolo a mio avviso molto chiaro che spiega bene il funzionamento della politica monetari attuale in Europa e nel mondo, sia pure nel tono garbato del professore universitario di economia.

    Fonte

    Affari & Finanza del 28 gennaio 2008

    Se la Bce somigliasse alla Fed

    Supponiamo che la Federal Reserve non esistesse o che esistesse e avesse un mandato identico a quello della Banca centrale europea: concentrare la politica monetaria sulla lotta all’inflazione, considerando inaccettabile l’aumento annuo dell’indice dei prezzi al consumo oltre il due per cento, senza preoccuparsi della stabilità dei mercati finanziari (che ha ricevuto come obiettivo dal primo suo statuto, nel 1913) o la crescita dell’economia (che il Congresso le ha dettato per legge, insieme alla stabilità monetaria, qualche decennio fa).
    Con le due principali banche centrali del mondo ugualmente tenute ad un esclusivo obiettivo di stabilità dei prezzi, c’è da scommettere che il mondo godrebbe di prezzi permanentemente stabili, ma è altrettanto probabile una tendenza deflattiva semi permanente dell’intera economia mondiale. Dato che invece la Fed è in effetti tenuta, per la ricordata legge, al perseguimento contemporaneo di stabilità monetaria e crescita, la banca centrale europea può permettersi il lusso di concentrarsi sulla stabilità dei prezzi, perseguendola con politiche monetarie severe mentre la Fed cura che la crescita della propria economia e di quella del resto del mondo prosegua, promuovendola con una politica monetaria che si fa rapidamente espansiva ogni volta che ci sia una seria minaccia di rallentamento.
    Per via del diverso assetto giuridico delle due principali banche mondiali, quella americana è strutturalmente destinata a fare la parte del buono e la BCE quella di quel signore cattivo che, come diceva Bill Martin, governatore della Fed degli anni sessanta, ha il compito di togliere di mezzo i drink proprio quando la festa comincia ad animarsi. Nessuno, negli Stati Uniti o in Europa, viene a soffrire se ciascuno dei governatori persegue con scrupolo il suo mandato: gli europei riescono a crescere a prezzi stabili grazie alla domanda di esportazioni, che è generata dagli Stati Uniti, come risultato della politica monetaria espansiva della loro banca centrale. Quanto agli americani, essi consumano quantità sempre maggiori di beni importati, e producono servizi per se stessi e per il resto del mondo. Tutti sono felici di continuare a vendere a credito agli Stati Uniti.
    Ancor più felici sono i paesi emergenti. Perché l’opera contrapposta e congiunta delle due principali banche centrali permette loro di crescere esportando e di accumulare sempre maggiori quantità di dollari nelle proprie riserve.
    Troppo bello, questo scenario, purtroppo, per poter durare nel tempo. La politica monetaria e fiscale degli Stati Uniti, infatti, funziona a far crescere l’economia reale di tutto il mondo se i consumatori americani ricevono dalle banche i mezzi per comprare di più di quanto permetta il loro reddito corrente, spendendo così non solo i guadagni presenti ma anche quelli futuri.
    Il guaio è che tutta questa costruzione può essere messa in difficoltà quando i debitori più deboli non riescono a pagare gli interessi o restituire il capitale sui debiti che hanno contratto. Questo può mettere in crisi una struttura finanziaria come quella americana, che ha fatto della rivendita dei debiti a creditori diversi da quelli originari un fenomeno di dimensioni enormi, basato però su fondamenta d’ argilla.
    Tuttavia, poichè la stabilità del sistema finanziario è, come si è detto, un altro degli obiettivi primari che la Federal reserve deve perseguire per statuto, il suo intervento a salvataggio dei mercati finanziari in caso di crisi è assicurato. E le crisi sono frequenti, per l’ enorme sovrastruttura finanziaria che le banche e le altre istituzioni hanno edificato in America nei decenni recenti. E’ la famosa opzione put di Greenspan, che sembra rapidamente essere divenuta anche l’ opzione put di Bernanke, un materasso messo in permanenza sotto il mercato finanziario, per impedire che si faccia troppo male quando cade e aiutarlo a risollevarsi rapidamente.
    Il verme nella mela di questo sistema apparentemente inaffondabile e conveniente per tutti i partecipanti sta nei cambi flessibili che sono stati adottati dalla gran parte dei paesi e in particolare dagli Stati Uniti, a partire dalla fine del sistema di Bretton Woods, nel lontano 1971. La bilancia commerciale degli Stati Uniti, strutturalmente in deficit sempre maggiore, infatti, induce una tendenza alla perdita di valore del dollaro nei confronti delle monete dei paesi in surplus. Tale tendenza è rafforzata dagli aumenti nei differenziali tra i tassi di interesse che sono indotti dalle opposte politiche monetarie che si conducono sulle due sponde dell’Atlantico. Il risultato totale è la discesa del cambio del dollaro in termini di euro. I cambi degli altri paesi che partecipano al sistema, tuttavia, non sono lasciati liberi di fluttuare. Le autorità economiche dei vari paesi emergenti, come Cina, India, Brasile, ma anche quelle di un paese molto sviluppato come il Giappone, controllano abbastanza strettamente il mercato dei cambi, e impediscono che le loro monete si rivalutino eccessivamente nei confronti di dollaro ed euro, come avverrebbe se fossero lasciate libere di fluttuare, a causa dei grandi surplus commerciali che quei paesi accumulano nei confronti di Stati Uniti e Europa.
    Se la Bce insiste dunque nel seguire rigidamente il suo mandato e la Fed fa altrettanto col suo, che include crescita e stabilità dei mercati finanziari tra gli obiettivi da perseguire, ne deriva una spinta del dollaro a svalutarsi, che accentua la tendenza in tal senso derivata dal deficit commerciale americano.
    La rivalutazione dell’euro può allora diventare dannosa, perché peggiora la spinta alla deflazione indotta dal rialzo dei tassi in Europa. Una caduta del corso del dollaro contro l’euro deve considerarsi buona o cattiva cosa per l’economia europea? Se al mondo esistessero solo gli Stati Uniti e l’Europa dei 15, visto che le capacità di produzione stanno diventando ogni giorno minori in molti settori industriali americani, una rivalutazione dell’euro non avrebbe altra conseguenza che aumentare ulteriormente il surplus commerciale europeo, senza deprimere produzione e occupazione in Europa. Poiché invece al mondo esistono anche altri potenti produttori industriali, come i paesi emergenti dell’Asia, che riescono a controllare i propri cambi e a non rivalutare nei confronti del dollaro, addirittura svalutando nei confronti dell’euro, la perdita di valore del dollaro verso l’euro induce gli importatori americani ad abbandonare le merci europee e a rifornirsi presso i produttori di paesi in cui il dollaro compra più o meno come prima.
    Tutte queste cose i membri del comitato esecutivo della Banca centrale europee le sanno benissimo. Se insistono nel voler fare la parte del cattivo a tutti i costi, vuol dire che ritengono necessario tenere a freno qualcuno che, invitato alla festa, vorrebbe bere troppo. Costoro sarebbero i lavoratori dipendenti di alcuni paesi europei, in particolare quelli tedeschi, che stanno avanzando nei confronti dei propri datori di lavoro pretese di aumenti salariali che la banca centrale europea ritiene eccessive, perché tali aumenti minacciano di essere trasferiti dagli imprenditori sui prezzi dei prodotti, in un momento in cui i prezzi sono già spinti in su da aumenti delle materie prime, in particolare del petrolio e delle derrate agricole. Insistere sull’analogia dei bevitori e della festa può sembrare di cattivo gusto, specie se si fa attenzione al fatto che i profitti delle imprese sono saliti, in Germania come altrove, assai di più dei salari in anni recenti e che le remunerazioni dei manager sono addirittura esplose, in Germania come altrove. E che, in aggiunta, la produttività è salita molto corposamente in Germania negli ultimi anni.
    Ci si deve dunque chiedere quanto sia appropriata una politica monetaria restrittiva per combattere una inflazione che è salita per colpa degli aumenti delle merci primarie e del petrolio. E se sia opportuno che si mantengano o addirittura aumentino i differenziali tra tassi europei e americani, quando gli aumenti delle materie prime stanno già di per sé deflazionando l’economia europea. Forse non c’è bisogno dell’effetto deflazionistico aggiuntivo rappresentato dalla rivalutazione dell’Euro.
    E’ bene che i responsabili della politica monetaria europea riflettano sulla necessità di continuare a fare la parte del cattivo. Forse è opportuno, per assicurare che l’economia europea non soffra troppo degli effetti della recessione americana che sembra ormai arrivata, lasciare in giro qualche bottiglia e non dichiarare che la festa è finita. Non farlo potrebbe rendere necessario ricorrere ad una opzione "put Trichet" nel caso in cui si indebolisca troppo il sistema finanziario anche in Europa. E allora la Bce sarebbe veramente diventata come la Fed e questo le autorità monetarie europee certo non lo vogliono.

  3. #3
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    Predefinito

    Aggiungo anche una noticina sul'ipocrisia della classe politica italiana che ha fatto una campagna elettorale parlando della necessità di aiutare la famiglie che non arrivano alla quarta settimana...... senza dire che qualsiasi intervento per far arrivare le stessa alla quarta settimana sarebbe fortemente baccattato dalla BCE.

    O sono scemi o ci prendono per scemi....... io barro la seconda possibilità.

 

 

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