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    Predefinito Alle radici del nazionalismo sociale Italiano: Giuseppe Mazzini

    Mazzini, il patriota scomodo

    Alfonso Piscitelli

    Mazzini è sempre stato per l’Italia un padre della patria scomodo: imbarazzante era il ricordo della sua dottrina repubblicana durante il Regno, un po’ sbiadito il suo ritratto nel tempo successivo al referendum istituzionale che in teoria avrebbe dovuto realizzarne il disegno politico. I mani mazziniani venivano tutto al più evocati dal senatore Spadolini, che peraltro si guardava bene dal dichiarare dove avesse imparato a conoscere e ad amare Mazzini: nella R.S.I., nel corso della esperienza del fascismo repubblicano che lo aveva visto precoce e fervido collaboratore del settimanale “Italia e Civiltà”.

    In verità, mai Mazzini ebbe tanti onori e celebrazioni a carattere nazional-popolare quanto nel breve tempo della Repubblica di Mussolini. Il volto del profeta del risorgimento campeggiava sui francobolli. I manifesti che invitavano ad arruolarsi nella X MAS facevano appello al volontarismo da lui suscitato nel 1848-49. I teorici della socializzazione delle industrie e i redattori della Costituzione della RSI facevano esplicito riferimento alla Costituzione della Repubblica Romana del 1849.

    Già durante il Ventennio, autori fascisti come Berto Ricci avevano notato come in Mazzini si anticipasse la visione di una “grande politica” italiana e come in lui vi fosse una netta reazione alla fabula materialistica messa in piedi da Marx. Vi erano delle esagerazioni e delle semplificazioni in queste riletture, e tuttavia fu lo stesso Bertrand Russel, algido lord del libertarismo inglese, a constatare il piano inclinato della cultura che aveva fatto scivolare gli Italiani dalla predicazione mazziniana risorgimentale alla “ammirazione dei grandi battaglioni mussoliniani”.

    Che Mazzini fosse un patriota più che un operaista, un riformatore morale più che un sovvertitore di Stati è tutta la bibliografia dell’autore a sottolinearlo. Nell’opera del 1860 dedicata agli operai italiani, il celebre Dei doveri dell’uomo (recentemente pubblicato dalle edizioni Polistampa con una prefazione di Carlo Azelio Ciampi) Mazzini scrisse “Senza Patria, voi non avete né segno, né voto, né diritti. Siete i bastardi dell’Umanità… Non otterrete fede né protezione. Dove non è patria non è patto comune al quale possiate richiamarvi: regna solo l’egoismo degli interessi, e chi ha predominio lo serba”. Il linguaggio è indubbiamente quello dell’oratoria politica ottocentesca, ma il contenuto niente affatto retorico prefigura i rischi dei tempi post-moderni. Mazzini esprime ribrezzo per le “moltitudini” amorfe care a Toni Negri, e individua chiaramente come l’unica possibilità di esistenza di diritti sociali si dia all’interno di sistemi integrati di civiltà e di nazionalità.

    Gli Hindu indipendentisti ebbero un vero culto nei confronti di Mazzini e Garibaldi, ravvisando in queste figure non un carisma semplicemente politico – da agitatori delle masse – ma un’aura spirituale. Geminello Alvi nel suo splendido volume di ritratti Uomini del Novecento ha ricordato la devozione del più grande yogi indiano del XX secolo, Sri Aurobindo, nei confronti di Mazzini. Nel sesto numero di Politica Romana (edito nel 2004) Sandro Consolato ha colto le insospettabili analogie e simpatie che legavano gli Hindu in lotta contro il colonialismo inglese ai “profeti” del risorgimento italiano.

    Mazzini non fu ateo, non ebbe indulgenza per l’anticlericalismo a volte schiamazzante della metà del XIX secolo. E rifiutò di aderire alla “Società dei Liberi Pensatori” a causa del materialismo ideologico che aleggiava in esso. Non disprezzò mai il cristianesimo, anche se ovviamente inserì il rispetto per tale religione all’interno di una più generale considerazione delle grandi tradizioni religiose d’Oriente e di Occidente.

    A differenza di Cavour – assai indulgente verso i tavolini danzanti dei Medium – fu severo verso la moda spiritista. “Tutto questo guazzabuglio di tavolini in convulsione, di medium che fan traffico di anime, di spiriti balbettanti non so quali sciocche risposte m’irrita come una profanazione della santità della morte”. Al di là della soglia della morte Mazzini era incline a cogliere la trasmigrazione delle anime. L’antica verità religiosa dell’India – ma anche della tradizione orfica e pitagorica – influiva in maniera non marginale sulle teorie dell’autore: se egli parla spesso di missione, di doveri specifici di un dato individuo o di un dato popolo è perché risente dell’influsso dei concetti spirituali di “reincarnazione” e karma (per usare un termine hinduista).

    In tale cornice quasi teosofica, Mazzini concepisce la missione della nazionalità italiana in forma strettamente legata al mito della “Terza Roma”, alla esigenza cioè di fondare una nuova civiltà umanistica, che nasca dal superamento (e dalla integrazione) dei valori della Roma dei Cesari e della Roma Cristiana.

    Ovviamente la romanità mazziniana non è una ostentazione di muscoli, non si compiace delle sfilate dei quadrati in marcia, non è fondata sulla ragion pratica mussoliniana per cui “chi non sa portare le armi è costretto a portare le armi degli altri”. È qualcosa di più etereo, legato ai valori della educazione umanistica e del rispetto delle libertà di tutti i popoli, grandi o piccoli. E tuttavia, sta di fatto che la biografia politica di Mazzini raggiunge il suo apice nelle convulse vicende di insurrezione e guerra che segnarono la Repubblica Romana, quando le discettazioni sui principi umanistici cedettero il passo alla chiamata alle armi, alla petizione di coraggio militare. Agli occhi dei cattolici osservanti si trattò di una profanazione immensa: i discepoli di Mazzini reiteravano il crimine dell’ “anticristo” Napoleone nel deportare il Papa lontano dal sepolcro di Pietro. L’entusiasmo popolare, la determinazione dei volontari dimostravano al contrario che i tempi erano ormai maturi per superare definitivamente l’assetto medievale dello Stato della Chiesa.

    Caso paradossale, la repubblica romana fu stroncata dall’intervento di un napoleonide: per diventare “Napoleone III”, il nipote pensò bene di pareggiare l’audacia blasfema dello zio. Riportando i Papi alla testa di uno stato immobilista al centro della penisola pensò inoltre di ostacolare ogni programma di unificazione italiana, ponendo i presupposti per la creazione nella penisola di una serie di Stati satelliti della Francia. Le cose non andarono nel senso sperato dall’Imperatore dei Francesi, né ovviamente assecondarono le orazioni di Pio IX e dei cattolici devoti.

    Nelle polemiche suscitate qualche anno fa da ambienti cattolici antimodernisti vi è la lontana eco di quella drammatica spaccatura nella coscienza italiana, o forse l’effetto della più recente crisi del sentimento nazionale. Fatto sta che su Mazzini si è riversata a distanza di tempo tutta una serie di accuse e di ingiuriosi accostamenti. “Mazzini come Bin Laden” è stato detto da parte di chi evidentemente non ha gli strumenti concettuali per distinguere la tecnica insurrezionale ottocentesca dal terrorismo stragista di oggi.

    Forse però l’immagine di Giuseppe Mazzini riceve più danni dalle celebrazioni stereotipate che dalle accuse faziose. Per rimediare tanto all’une quanto alle altre consigliamo la lettura di Interessi e principi più altri scritti mazziniani, riediti insieme recentemente da Settimo Sigillo; la pubblicazione si apre con una interessante introduzione di Giano Accame e Carlo Gambescia. I due autori dopo aver citato con un certo compiacimento una riflessione di… Palmiro Togliatti (“la tradizione del Risorgimento vive nel fascismo, ed è stata da esso sviluppata all’estremo. Mazzini, se fosse vivo, plaudirebbe alle dottrine corporative, né ripudierebbe i discorsi di Mussolini su “la funzione dell’Italia nel mondo”), sviluppano un’analisi della dottrina mazziniana dalla quale emergono notevoli anticipazioni di quelle che nel XX secolo saranno le tesi della corrente antiutilitarista nelle scienze sociali.


    Tratto da L’Indipendente del 29 gennaio 2006.

    link http://www.centrostudilaruna.it/mazz...tascomodo.html

  2. #2
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    “Mazzini fascista!” Parole di Togliatti


    di Giano Accame (Area)

    Nell anno mazziniano, l Ufficio Comunicazione della Regione Lazio ha promosso la pubblicazione di una storia disegnata per i ragazzi su Mazzini e il Risorgimento. E il Presidente Francesco Storace nella presentazione ha scritto: “Care Ragazze e Ragazzi, il 22 giugno ricorre il bicentenario della nascita di Mazzini, uno dei Padri della Patria. Per questa ragione abbiamo voluto offrirvi, in forma piana e gradevole, il racconto della sua vita inquadrata nel Risorgimento. Nei Doveri dell Uomo Mazzini dedicò fondamentali capitoli a Dio, all Umanità, alla Patria, alla Famiglia, principi su cui torna a basarsi lo Statuto della Regione Lazio, recentemente approvato.

    La nostra Regione, istituendo il 9 febbraio come giornata celebrativa dei valori nazionali, ha idealmente abbinato il ricordo della Repubblica Romana del 1849, che vide Mazzini protagonista con Garibaldi, Pisacane, Mameli e altri eroi, alla data del 10 febbraio, che ci rammenta le foibe e l esodo degli italiani dalla Venezia Giulia, dall Istria, dalla Dalmazia per sottrarsi al genocidio di Tito e all oppressione comunista. Anche a questo proposito Giuseppe Mazzini, nei Pensieri sulla democrazia in Europa, pubblicati nel 1847 persino un po prima che uscisse il Manifesto dei comunisti, anticipò tutti ammonendo: “Tirannide. Essa vive nelle radici del Comunismo l uomo, nell ordinamento dei comunisti, diventa una cifra Diresti un’esistenza di convento monastico senza la fede religiosa: il servaggio dell evo medio senza speranza di riscatto. Intuizione profetica, che ebbe esodo e foibe tra le conferme, su cui la Storia è chiamata a riflettere. E ad inchinarsi”.

    Contro l iniziativa, civilmente rivolta all educazione patriottica dei ragazzi, si è scatenata una stupida polemica di organi comunisti (Liberazione) e postcomunisti (l Unità), ancora più stupidamente ripresa da un cronista del Corriere della Sera senza prendere l opportuna distanza critica da una notizia che, se riferita con appena un pizzico d intelligenza, poteva essere anche curiosa. In realtà il titolo del servizio sulla pagina culturale del Corriere (27 febbraio): “L Unità accusa Storace: ne fai un fascista” si prestava a un commento divertente, se affidato ad un redattore d adeguata cultura. Perché è ben nota l avversione di Marx e dei suoi seguaci per il senso nazionale e la spiritualità mazziniana; e in un quotidiano diretto da uno storico raffinato come Paolo Mieli e con una rubrica quotidiana di storia affidata alla penetrante cultura di Sergio Romano, qualcuno doveva pur ricordarsi che da ben altre parti, con acidi propositi critici, Giuseppe Mazzini era stato attribuito al fascismo. Insomma: per dirla chiara ai somarelli comunisti, postcomunisti ed ai cronisti che ne riprendono acriticamente i ragli converrà ricordare che non solo Storace si è ben guardato dal fare di Mazzini un fascista, ma che a dare del fascista a Mazzini è stato invece, in un momento di minore lucidità, il più intelligente dei comunisti italiani: sì, proprio il Migliore , Palmiro Togliatti.

    Ne riprendo le citazioni da un libro di Massimo Scioscioli, che di Mazzini è serio studioso (Giuseppe Mazzini. I principi e la politica, Alfredo Guida Editore, Napoli 1995). Nel 1931 Togliatti, polemizzando coi fuoriusciti antifascisti di Giustizia e Libertà, che erano d ispirazione risorgimentale, definiva il Risorgimento “movimento stentato, limitato, rachitico”, i suoi esponenti (i Mameli, Pisacane, Garibaldi, di cui si contesta a Storace il diritto di celebrarli) delle “figure mediocri di intellettuali di provincia, di intriganti di corte, di intellettuali in ritardo sul loro tempo, di uomini d arme da oleografia”; mentre in particolare di Mazzini Togliatti aggiunse: “la tradizione del Risorgimento vive nel fascismo ed è stata da esso sviluppata fino all estremo. Mazzini, se fosse vivo, plaudirebbe alle dottrine corporative, né ripudierebbe i discorsi di Mussolini su la funzione dell Italia nel mondo”. Lo si può rileggere in P. Togliatti, Opere, vol. III, 1, pp. 920-921. Alla polemica postcomunista, scesa così di livello, e a chi la riecheggia, converrebbe un frettoloso ripasso dei suoi vecchi autori.

    Una riflessione non demonizzante verso gli innocui partiti presenti, ma nemmeno costretta al parziale oblio del passato (per cui si ricordano solo atrocità di destra e non di sinistra), la meritano ancora i Pensieri sulla democrazia in Europa, scritti da Mazzini tra il 1846 e il 1847 (appunto: addirittura prima che uscisse nel 1848 il Manifesto del partito comunista di Marx e Engels) per criticare da un lato le dottrine utilitaristiche di Bentham e dall altro i prevedibili orrori del comunismo Senza alcuna forzatura quelle riflessioni andavano rievocate nel bicentenario di Mazzini, per ricavare un bilancio della sua acutezza come pensatore politico. Riportiamo per intero il passaggio: .

    Queste lucidissime previsioni non hanno più, per fortuna, valore attuale nella maggior parte del mondo dopo la caduta del muro di Berlino, la dissoluzione dell Unione sovietica, il cambio di nome e riferimenti per la maggior parte di quanti sono usciti dal Partito comunista italiano. Non pensiamo che personaggi ormai liberatisi da quell esperienza, come Violante, Fassino o Veltroni, che hanno deplorato pubblicamente il ritardo con cui una certa sinistra ha riconosciuto il dramma delle foibe, dei campi titini di concentramento e dell esodo dei giuliano-istriano-dalmati, possano domani vincendo aprire in Italia dei Gulag ed eliminare milioni d avversari interni e esterni coi colpi alla nuca. Ma la storia è storia: non siamo tenuti a dimenticare 80 milioni di vittime del comunismo, tra cui gli infoibati; e qualche residua apprensione può ingenerarla la sconsiderata arroganza con cui usando l Unità e Liberazione come tribuna si vorrebbe vietare a a Storace di rievocare Mazzini alle ragazze e ai ragazzi. In realtà sono due le avversioni che qui s incontrano: quella di tipo contingente ed elettorale nei confronti della destra sociale e di Storace; e quella più di lungo periodo della sinistra marxista nei confronti proprio di Mazzini

    C è chi ha cercato di comporre quel dissidio. Scioscioli ricorda che Gobetti aveva definito Marx e Mazzini . Ma è una battuta paradossale. Il reciproco disprezzo che li contrappose in vita si è trasmesso ai seguaci e spiega l animosità delle polemiche sulla rievocazione mazziniana del 2005.

    Peraltro, come ha giustamente osservato Giuseppe Galasso nella stessa pagina del Corriere della Sera che riprendeva gli sfoghi dell Unità e di Liberazione, sono in tanti a non amare il menagramo Mazzini. E ad accusarlo di fascismo non fu solo Togliatti. Nel periodo tra le due guerre da opposti punti di vista che Mazzini avesse in qualche modo precorso il fascismo lo sostennero due grandi filosofi: il logico matematico Bertrand Russell, premio Nobel per la letteratura nel 1950, e l’attualista Giovanni Gentile. Nella Storia delle idee del secolo XIX (uscita nel 1934 e rintracciabile oggi in Italia tra gli Oscar di Mondadori) Russell, erede della scuola utilitarista inglese, aggredì con la sua abituale capacità d’ironia le concezioni di Mazzini: < ripugnava in pieno alla filosofia dell'utilitarismo: gli uomini dovrebbero vivere per il dovere, non per la felicità. Coloro che accettano il principio di utilità - egli pensava, - sono portati per gradi a trascurare lo sviluppo di ciò che è più alto, più santo e più imperituro nell'uomo, e a dedicare se stessi al perseguimento di ciò che essi chiamano l'utile. "Il nostro compito quaggiù non è di essere felici, ma di farci migliori; non vi è altro scopo nella vita umana che scoprire, con lo sforzo collettivo, ed eseguire ciascuno per sé, la legge di Dio, senza riguardare i risultati individuali." Concludeva che "il semplice voto di una maggioranza non costituisce sovranità, se avversi evidentemente le norme morali supreme... la volontà del popolo è santa, quando interpreta e applica la legge morale". Queste dottrine sono state accolte e attuate da Mussolini>.

    Poco più avanti Russell ribadiva: < l'etica di Mazzini, che suona tanto più nobile del principio di felicità di Bentham, non diventa, nella sua applicazione agli affari pratici, gran che di meglio della legge dei "grossi battaglioni". Gli uomini che si credono i ricettacoli della rivelazione divina sono proclivi a diventare incomodi, e le dottrine di Mazzini potevano sfociare solo o in una guerra perpetua o in una ferrea tirannia>. E giungeva a questa conclusione: . Cioé, appunto, fascista.

    In quello stesso 1934 Giovanni Gentile forniva a Russell un’implicita conferma cooptando Mazzini tra i precursori del regime: .

    Vi sono evidenti forzature da entrambe le parti e il problema è comunque superato con la fine dei regimi di tipo fascista. Il panorama in cui collocare Mazzini è diverso. Sento, tra l’altro, di dover ricordare la partecipazione di tanti miei cari amici repubblicani scomparsi, da Randolfo Pacciardi a Giorgio Braccialarghe a Luigi Delfini a Gastone Boni, prima alle battaglie di libertà antifasciste, poi a quelle d’una Nuova Repubblica, libera, democratica, presidenzialista, mazzinianamente
    . La dedizione di Mazzini agli ideali di libertà oltre che di Patria non può esser messa in dubbio. Ed in questo senso, infatti, in questo amore congiunto per e per la libertà, la Regione Lazio ripropone Mazzini ai ragazzi.

    link http://it.novopress.info/?p=577

  3. #3

  4. #4
    Pasdar
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    Mazzini fu uno dei più grandi patrioti Italiani.
    E' impoprio definirlo "fascista" perchè egli presupponeva una forma di progressismo sociale e di "democrazia per classi" ma di sicuro il Fascismo non fu estraneo alle idee di Mazzini.
    «Non ti fidar di me se il cuor ti manca».

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  5. #5
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    Citazione Originariamente Scritto da Defender Visualizza Messaggio
    Mazzini fu uno dei più grandi patrioti Italiani.
    E' impoprio definirlo "fascista" perchè egli presupponeva una forma di progressismo sociale e di "democrazia per classi" ma di sicuro il Fascismo non fu estraneo alle idee di Mazzini.
    Nel pensiero di Mazzini sono presenti una serie di elementi, quali la mistica nazionalista fondata sul mito della Terza Roma, la cooperazione tra classi, che diventeranno punti fermi dell'ideologia fascista. In questo senso possiamo vedere in lui un precursore del Fascismo, non a caso il Fascismo avrà sempre cara la sua figura che sarà esaltata in particolare durante il periodo della RSI, della quale cui verrà tracciato il parallelo storico con la Repubblica Romana del 1849.


  6. #6
    Klearchos
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    http://www.politicaonline.net/forum/...d.php?t=187751

    Attualità e inattualità in Mazzini

    Di Riccardo Bruno.

    In viaggio verso Lugano, ad un passo alpino fra la Svizzera e l’Italia, Mazzini incrociò su una carrozza il pensatore tedesco Federico Nietszche. Fu lo stesso autore della Volontà di potenza ad annotare tale singolare incontro nelle sue carte lasciando la testimonianza diretta di come egli rimase fortemente colpito dalla maschera di Mazzini: quella di un uomo interamente assorbito nella sua vocazione politica, nella sua missione rivoluzionaria. Politica e rivoluzione non erano proprio cose per un filologo come Nietzsche, ma ciononostante la personalità di Mazzini osservata attentamente nel corso del tragitto comune, apparirà a Nietzsche come la prova tangibile di ciò che egli intende per “superuomo”, cioè colui che meglio sa mettere da parte la propria aspirazione personale, la sua stessa individualità, per conseguire un fine generale con tutte le proprie forze e per quanto il prezzo da pagare possa essere alto. Quale poteva essere la ragione per la quale la persona di Mazzini si impresse in maniera tanto indelebile nella fervida fantasia di Nietszche in una circostanza occasionale? L’unica risposta plausibile è che Nietzsche colse nel solo aspetto del Mazzini i tratti marcati della diversità rispetto agli uomini comuni del suo tempo. La passione di Mazzini gli ricorda la purezza astratta e visionaria di uno Zaratrustra reincarnato. In fondo l’apostolo, definizione che ricadde storicamente sul Mazzini, diffonde la parola e l’esempio, è dunque un nuovo profeta, intento alla creazione di scenari futuri, perché insoddisfatto di quelli presenti. In questo senso Mazzini poteva ben apparire un uomo profondamente inattuale rispetto alla sua epoca, perché assorbito interamente nel compito di realizzarne una nuova. Una digressione sul concetto di inattualità in Nietszche, consente allora di comprendere meglio la possibile attualità di Mazzini e cosa esattamente si voglia intendere con questa formula. Nietzsche identifica immediatamente Mazzini come un pensatore ed un uomo inattuale e questo fa di lui una risorsa preziosa, perché chi è inattuale oggi potrebbe essere attuale domani. Ma quello che è importante tenere saldo da questa testimonianza diretta è l’idea secondo il quale il pensiero di Mazzini non è ancora stato attuato, la sua opera non è stata e non è ancora attuale. Se poi vogliamo lasciamo da parte il giudizio estemporaneo, ma sicuramente attento di Nietsche, e ci atteniamo al giudizio storico su Mazzini, non possiamo ignorare certo la doppia sconfitta politica subita dal mazzinianesimo e sul piano dei rapporti con il movimento operaio, che si organizzerà principalmente in maniera ideologica, attratto dal richiamo marxiano della lotta di classe, e sul piano dell’unità nazionale, la quale avverrà attraverso un’azione congiunta tra la monarchia italiana e l’esercito imperiale francese con ampie garanzie per il papato. Di fatto il Risorgimento non si completa, vale il giudizio di Gramsci sullo stesso e questo perchè le masse prevalentemente agrarie restano estranee, se non contrarie ai moti insurrezionali e l’unità del paese ottenuta è dunque posticcia, così come la forma repubblicana dello Stato non si profilerà affatto. Questa mortificazione del processo risorgimentale resta alla base delle difficoltà e delle crisi della vita nazionale negli anni a venire, fascismo incluso. Anzi, non bisogna sottovalutare la presa del nazionalismo fascista su molti ambienti della borghesia illuminata proprio con la promessa mazziniana di compimento del risorgimento, vedasi il ruolo del Grandi, così come le adesioni al partito fascista di Italo Balbo o di intellettuali repubblicani come Delio Cantimori. Ma sarebbe anche sbagliato ritenere il fascismo come dittatura, un tradimento del pensiero democratico del Mazzini. Perché la democrazia del Mazzini è innanzitutto una fase agitatrice contro il controllo degli imperi centrali sull’opinione pubblica e la libera espressione delle masse, ma soprattutto la forma repubblicana e la stessa formula democratica, non sono contraddette dalla figura del dittatore, vedasi l’esempio della Roma antica, che prevede l’istituzione del consolato in un momento di crisi, come il conferimento di poteri straordinari ad una figura extraistituzionale, ma carismatica, sulla base del consenso popolare. Pensiamo a Cincinnato, ad esempio. Non a caso lo stesso Italo Balbo, di formazione mazziniana, suggerirà a Mussolini il ritorno alle urne dopo la vittoria della guerra in Eritrea, a spiegazione della fine dell’emergenza politica e nazionale che l’avvento del fascismo aveva sintetizzato. Semmai il tradimento vero del fascismo nei confronti del mazzinianesimo avviene sulla base del compromesso con la monarchia e con il concordato siglato con la Chiesa cattolica. La stessa triste Repubblica di Salò, riprenderà i motivi politici e sociali del mazzinianesimo, anche se solo programmaticamente. In ogni caso la cultura democratica liberale ed i suoi principali rappresentanti, Gobetti, Croce, Salvemini, compiono uno strappo molto grave, perché invece di preoccuparsi di interpretare Mazzini in maniera da distinguerlo dal fascismo, sottraendoglielo, glielo consegnano, preferendo eleggere Marx a campione del pensiero moderno, e commettendo così un errore che lascerà un segno profondo negli anni dell’antifascismo. Perché mentre Mazzini traeva la sua linfa vitale dalla crisi del romanticismo, il riconoscimento e la critica alla rivoluzione francese, il pensiero di Marx si disponeva nel solco del razionalismo hegeliano, irrigidiva le categorie logiche del pensiero, e cosa più grave pensava di sostituire lo Stato con unico soggetto dominante, il partito, perdendo completamente di vista la libera dialettica e l’indipendenza fra le diverse istituzioni dello Stato, che veniva così ridotto alle sole esigenze del dominio di una classe. Volendo colpire il fascismo con uno dei suoi simboli culturali, il rango a cui Gentile aveva elevato Mazzini, i democratici liberali, aprivano la strada ad una teoresi assolutista ancora più feroce, e soprattutto estranea al complesso delle pulsioni e dei sentimenti nazionali. In queste condizioni il mazzinianesimo è divenuto, da inattuale che era, inattualissimo, proprio nel momento ultimo della liberazione antifascista, ritraendosi, quale sostrato ideale di una minoranza politica esigua come quella repubblicana. In questa maniera si lacerava drammaticamente la storia patria non solo sul piano politico,come era pure necessario, visto il disastro compiuto dalla dittatura, ma anche sul piano dell’identità culturale. La patria, perdeva i suoi numi tutelari, che pure non l’avevano tutelata, per altri profeti, altre fonti di ispirazione ideali, tutti ben lontani dalla dottrina e soprattutto dall’esempio mazziniano. Il problema dunque è che se il fascismo, nonostante i suoi propositi teorici, non riuscì ad attuare Mazzini, la repubblica democratica antifascista lo discriminò, stendendo sulla sua figura una specie di velo polveroso. E mai come nel dopoguerra Mazzini è apparso relegato e al passato a cui pure non appartenne mai, se non per origini biografiche. Questo perché non c’ è stata un’ epoca di Mazzini in senso proprio, mentre ce ne è stata probabilmente una di Marx, dal 1848 fino al 1917 almeno, il suo grande avversario. Ma chi in Italia usò Mazzini per combattere il marxismo andò molto oltre il naturale mandato ideale dell’apostolo, ma anche molto al di sotto delle sue ambizioni. Tanto bastò per archiviare ogni questione in merito, nella futura repubblica. Non sarà dunque un caso che dopo un altro lustro il pensiero di Mazzini ritorna di attualità, forse anche come problema. Il nostro paese vive infatti una crisi di identità, di assenza di punti di riferimento e di valori, come non si è quasi mai verificato in nessun altro momento della sua storia, dal primo dopoguerra ad oggi. Forse lo studio di Mazzini non può di per sé offrire una soluzione, anche perché si tratta di affrontare passaggi complessi ed equivocabili su molti questioni dirimenti. Basta pensare alla questione religiosa in Mazzini, che a volte è stata sottovalutata e che pure ha fondamentale importanza per la sua opera intera. E potrebbe essere che egli oggi appaia davvero lontano nel tempo e troppo difficile la realizzazione dei suoi ideali, rispetto a momenti della storia che avrebbero potuto essere più fortunati. Ma se anche l’attualità di Mazzini fosse soltanto la riscoperta della sua ispirazione ideale, il desiderio di un paese capace di rialzare la testa e di darsi uno status autonomo e liberale, sviluppando e non comprimendo le sue migliori risorse, questa sua attualità mai attuale, sarebbe comunque una buona attualità e comunque l’unica sicuramente esperibile.

  7. #7
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    Onore a Mazzini una grande figura umana e intellettuale.
    Sono contento che nella nostra Area da qualche tempo si sta rivalutando molto la sua persona, un uomo che per un sacco di anni è stato non esente da parte di scherno di diversi camerati per la sua concezione repubblicana; non capendo che però fu uno dei primi precursori, se non il primo, di quel patriottismo con delle forti concezioni sociali al suo interno.

  8. #8
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    Giuseppe Mazzini è letto e studiato da sempre dai movimenti nazional rivoluzionari mondiali

  9. #9
    SolIndiges
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    Onore ad un mio illustre conterraneo padre della patria!

  10. #10
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    Manifesto della RSI con frase di Mazzini

 

 

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