OMNIA SUNT COMMUNIA
MATERIE PRIME I BENI ALIMENTARI
È la crescita l'antidoto alla fame
di Gianni Toniolo
Il grande balzo verso l'alto dei prezzi dei beni alimentari di base è spiegato in tre diversi modi. Vi è chi sostiene si tratti in gran parte dell'effetto della speculazione finanziaria innestata da attese inflazionistiche e sostenuta dai bassi tassi di interesse. Si tratterebbe, insomma, della più recente bolla speculativa. Le autorità americane, regolando in modo più stringente l'apertura dei mercati delle commodities a investitori istituzionali e hedge funds sembrano dare credito a questa interpretazione.
Una seconda opinione, molto pessimista, si basa sull'assunto che staremmo "esaurendo il pianeta", come dice icasticamente Paul Krugman. Non solo l'epoca del cibo a buon mercato sarebbe tramontata per sempre ma dovremmo attenderci continui forti aumenti dei prezzi alimentari. Pensa così il fondamentalismo ambientalista.
Vi è, poi, un'opinione mediana tra gli ottimisti e i pessimisti estremi. I suoi sostenitori sono convinti che non manchino ragioni strutturali per gli straordinari aumenti dei prezzi ai quali stiamo assistendo, ma che nel medio-lungo periodo saranno gli stessi prezzi elevati a creare gli incentivi per seminare a grano terre sulle quali fino a oggi non era conveniente farlo. Pochi ricordano che negli anni 70 si era verificato un forte incremento dei prezzi di prodotti alimentari di base, poi riassorbito da aumenti dell'offerta.
Senza l'esistenza di una componente di speculazione finanziaria sarebbe difficile spiegare il raddoppio del prezzo del grano nel giro di un anno con la sola improvvisa presa di coscienza da parte dei mercati che ci staremmo avvicinando al limite delle risorse. La finanza ha il difetto di amplificare le tendenze in atto e poi di correggere le proprie previsioni in modo altrettanto brusco. La gestione di questa delicatissima bolla richiederà enorme abilità, anche perché nulla è più dirompente per il mondo agricolo (e quindi per la generazione di flussi adeguati di cibo) di rapidi e forti variazioni nei prezzi.
Non vi sarebbe, però, interesse della finanza ai futures delle commodities in assenza di tendenze sottostanti della domanda e dell'offerta. Per millenni la vita dell'uomo è rimasta appesa al prezzo del grano. Due cattivi raccolti di seguito bastavano a farlo salire tanto da affamare buona parte della popolazione. La fame significava maggiore vulnerabilità alle malattie. Cresceva la mortalità, riportando in equilibrio popolazione e risorse alimentari. Questa economia maltusiana è stata archiviata dallo sviluppo economico avviato con la rivoluzione industriale. Esso ha consentito alla popolazione mondiale di crescere di oltre sei volte nel giro di due secoli, aumentando nel contempo le risorse alimentari a disposizione di ogni abitante della Terra.
Non sono mancate, dopo il 1800, grandi carestie, ma esse sono rimaste relativamente limitate nello spazio e nella durata. Negli anni 50 dell'Ottocento la carestia uccise un quarto della popolazione di Capo Verde. Tra il 1876 e il 1900, morirono di fame in Cina tra 20 e 30 milioni di persone e 12-20 milioni in India. Tra il 1950 e il 1960 la fame ha ucciso il 3% della popolazione cinese. Nelle regioni più povere del mondo, la grande ineguaglianza nella distribuzione del reddito, l'elevato costo dei trasporti, l'imperfetto funzionamento dei mercati e l'inadeguatezza dell'intervento pubblico rendono, tuttora, disastrose le carestie regionali. Esse sono quasi sempre opera dell'uomo, in genere, ricorda Amartya Sen, di regimi autoritari. Il problema alimentare del XX secolo si poteva riassumere dicendo che al mondo esistevano le risorse per alleviare la fame ma non gli strumenti istituzionali per farle arrivare a chi ne aveva bisogno. Il caso estremo è quello del Darfur.
Sarà ancora questa la condizione del XXI secolo? Non possiamo dirlo. La storia economica che stiamo vivendo è in gran parte nuova, consente poche estrapolazioni. Per quasi 200 anni lo straordinario sviluppo iniziato con la rivoluzione industriale è rimasto confinato a una porzione limitata del genere umano ma, negli ultimi vent'anni, il successo dell'economia globale è stato tale che, per la prima volta nella storia dell'umanità, una robusta crescita del reddito ha coinvolto la maggioranza della popolazione del globo. È una popolazione che desidera una dieta abbondante e diversificata come la nostra e ha i mezzi per soddisfare questo desiderio. L'impatto di questo legittimo desiderio sulle risorse disponibili non è prevedibile, soprattutto per l'incertezza circa le relazioni internazionali e il loro impatto sulla cooperazione e sul buon funzionamento dei mercati.
Il nostro pianeta è ancora ricco di terra potenzialmente arabile il cui sfruttamento diviene conveniente al crescere dei prezzi. Le tecniche agricole, comprese quelle collegate alle modificazioni genetiche, accresceranno il prodotto per ettaro. Vi sarà un'accelerazione nell'aumento dei prezzi degli alimenti rispetto a quelli dei manufatti, una tendenza peraltro che esiste sin dalla rivoluzione industriale. Essa non sarà probabilmente tale da bloccare la crescita economica.
Nel lungo termine, l'incertezza deriva dal problema sottolineato da Paul Kennedy: la distribuzione della terra coltivabile non riflette quella della popolazione. Gli australiani hanno 2,5 ettari di terra arabile per abitante, i cinesi poco più di un decimo di ettaro. Anche per il futuro, l'umanità potrà essere tutta sfamata purché abbia la saggezza di adottare le soluzioni economiche e le relazioni internazionali adeguate. Le derrate alimentari dovranno muoversi tra un continente e l'altro ancora più di quanto già si muovano. Per questo, le comprensibili misure temporanee di divieti all'esportazione, dettate da preoccupazioni di ordine pubblico, devono restare temporanee. Per questo devono cadere i sussidi a chi tiene incolto il proprio campo. Per questo vanno potenziate organizzazioni cooperative come il World food program.
Il Sole 24 Ore
ARDITI NON GENDARMI




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