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    Predefinito Diario politicamente scorretto - Uomo nero non avrai il mio scalpo

    Diario politicamente scorretto
    by Florian


    Uomo nero non avrai il mio scalpo


    Se rivolgo indietro lo sguardo agli anni della mia infanzia, quegli anni settanta che col passare del tempo si ricordano con sempre maggior nostalgia, immancabilmente mi sovviene da pensare a quanto sia cambiata nel profondo la società e la cultura nella quale la mia generazione è cresciuta. Si pensi ad esempio all’infamante epiteto di razzista. Si è sempre considerata “razzista” qualunque discriminazione fosse dovuta al diverso colore della pelle umana. La dottrina dei diritti umani su cui si fondano le società occidentali ci insegna infatti che tutti gli uomini sono uguali al di là del loro colore della pelle. Il rispetto dei diritti umani proprio dei bambini di oggi, educati da una massiccia campagna sensibilizzatrice alla questione della convivenza tra razze e culture diverse, non è però diverso da quello che avevamo noi venti, trenta anni fa. Anche noi allora eravamo tolleranti e convinti sostenitori dell’uguaglianza – chi la pensava diversamente era considerato un nazista – solo non conoscevamo quella ipocrisia nota come relativismo culturale che oggi viene sovrapposta alla dottrina dei diritti, distorcendola e rendendola odiosa col rischio, sempre più presente, di alimentare paradossalmente l’intolleranza.
    Che cosa insegna il relativismo culturale? In breve, che le culture non sono rapportabili e che tutte hanno eguale dignità. A prima vista sembra un concetto volto all’apertura della mente umana, resa libera dalle strettoie di un sapere nazionale o etnico. Tuttavia a vedere in profondità questa supposta apertura si rivela altresì una chiusura, in quanto azzerando il merito in onore della tolleranza e mettendo sullo stesso piano Shakespeare e Dante con le più sconosciute culture tribali, vanifica la funzione formatrice dell’istituto scolastico.
    In un vecchio film di Nanni Moretti, “Bianca”, il protagonista, un professore progressista, sottolineava come la scuola avesse il compito di informare piuttosto che di formare i suoi studenti. E’ quanto rischia di accadere oggi ed è l’opposto di quanto si riteneva giusto all’epoca di noi bambini, dei nostri padri, dei nostri nonni.
    Trenta anni fa, quando il sottoscritto andava ancora alle scuole elementari, la consapevolezza che il “canone occidentale” (per dirla come il famoso critico letterario Harold Bloom) fosse più meritevole di studio rispetto alle culture di civiltà aborigene, era comune a tutti e non aveva investito ancora l’ambito politico. Ragion per cui se da bambini potevamo disdegnare con un pizzico di sufficienza il portato di razze e le culture diverse, questo non era per sciovinismo, ma perché sapevamo che l’orgoglio verso la nostra identità culturale era motivato.
    Il sottoscritto, cresciuto in una famiglia borghese che oggi in ossequio all’imperante inglesismo si direbbe open-minded, non ha mai pensato di essere “razzista”, nonostante il naturale “etnocentrismo” della sua educazione lo farebbe oggi passare probabilmente per tale. Etnocentrismo è un’altro di quei termini, particolarmente odiosi, coi quali l’antropologia e la sociologia contemporanea usano alimentare i sensi di colpa dell’uomo bianco occidentale e viene usata praticamente come sinonimo di razzismo. Prima della rivoluzione del politically correct, il braccio armato del relativismo culturale, era normale per tutti noi occidentali bianchi essere etnocentrici, ovvero considerare la nostra cultura al centro dell’universo, con tutte le altre nella posizione subalterna di satelliti.
    Come infatti non essere orgogliosi di quel che la civiltà occidentale bianca aveva conseguito a vantaggio della razza umana? Sapevamo certo dell’esistenza di altre gloriose civiltà, come quelle estremo-orientali, ma al tempo stesso nessuno di noi avrebbe voluto essere indù o cinese. A meno che non si fosse infatuati del maoismo, c’era una barriera invalicabile tra “noi”, i bianchi occidentali, e tutti gli altri. Una barriera eretta non solo e non tanto dai libri di scuola, ma dai media popolari – la musica, il cinema, i fumetti – che alimentavano in noi il piacere di essere bianchi e occidentali.
    A proposito degli orientali, che allora non certo per disprezzo venivano chiamati “i gialli”, un mio cugino, che era solito chiedermi in prestito i “Tex”, mi raccomandava appositamente di tralasciare quelli in cui era presente la comunità cinese. Questo atteggiamento oggi verrebbe considerato razzista, perché si è estremamente sensibili in tema di tolleranza. Ma la tolleranza non dovrebbe precludere la possibilità di scelta, e mio cugino le storie ambientate a Chinatown aveva scelto di non leggerle, senza per questo ledere la dignità di chicchessia. I cinesi potevano anche stargli per qualche ragione antipatici, ma questi rimanevano fatti suoi e al massimo ci si sorrideva su.
    Un altro esempio di come il gusto popolare trent’anni fa fosse assai diverso da quello attuale è connesso alla diffusione e al successo che l’epopea western riscuoteva tra grandi e piccini. Al giorno d’oggi le giocattolerie non hanno quasi più le pistole e i fucili coi quali noi bambini giocavamo da piccoli, in quanto l’immaginario è mutato e nuovi miti si sono sostituiti a quelli di un tempo. Tra l’altro, anche tra gli appassionati odierni del West la figura del cowboy non è più venerata come una volta, a tutto vantaggio del rivale pellerossa. Il processo revisionista ha completato il suo corso ribaltando i vecchi ruoli, assegnando agli uomini rossi la palma di buoni e ai bianchi quella di cattivi e il gusto popolare si è adeguato.
    Al tempo di noi bambini films revisionisti come “Soldato blu” e “Piccolo grande uomo” erano assai meno popolari di telefilm come Rin Tin Tin e di tutti quei fumetti che riproponevano la visione classica e convenzionale della frontiera. Ken Parker doveva ancora vedere la luce e lo stesso Tex era assai meno liberal di quanto sia oggi. Per quanto mi riguarda, il primo western che andai a vedere a cinema, nel lontano 1973, fu “Il mio nome è Nessuno” e da allora il cappellone, il cinturone e le pistole di Terence Hill furono tutto quanto potevo chiedere alla mia fantasia. La mia generazione da bambina sognava i cowboys e non gli indiani; i suoi eroi portavano la colt, non il tomahawk (ad eccezione di Zagor, che li usava entrambi).
    Tra l’altro gli “indiani” che conoscevamo, nella rappresentazione datane dai media avevano generalmente le stesse fattezze dei bianchi, differendo da questi solo per i capelli più lunghi e il colore rossastro della pelle. Capitava così che le squaws erano il più delle volte bellissime, ma solo perchè erano in realtà delle pulzelle bianche travestite - come Lilith, la sposa indiana di Tex la cui straziante vicenda aveva commosso tutti noi fumettari. Quando molti anni più tardi vedemmo per la prima volta i pellerossa con le loro fattezze reali, di derivazione asiatica, fu per noi una delusione cocente. Il pregiudizio, se mai l’avemmo, fu successivo e non antecedente la scoperta della verità.
    Infatti, per quanto convintamente cowboys, eravamo abituati a scindere gli indiani buoni (pacifici) da quelli cattivi (bellicosi) e nessuno pensava che l’indiano buono fosse “quello morto”. Figurarsi. In nessun fumetto, come in nessun film – nemmeno in quelli di John Ford, dove i “rossi” venivano sterminati in quantità industriale – si ragionava in termini così manichei e crudeli. Si aveva anzi per loro quella compassione che le persone “buone” hanno nei confronti di chi è costretto dalla vita a restare indietro. Paternalismo? E sia. Convenivamo tutti, con Kipling, che l’uomo bianco avesse il “fardello”di portare la civiltà occidentale ai popoli più “arretrati”. Ma questo ci rendeva forse razzisti? Per l’ideologia contemporanea, nemica del buon senso e della ragionevolezza, sì.
    La mentalità odierna, infatti, è portata a rifiutare il paternalismo al pari del razzismo e in ossequio al relativismo culturale nessuno si arrischia a giudicare una cultura “arretrata”, nemmeno se si tratti degli abitanti della Papuasia. Per eliminare ogni possibile fonte di pregiudizio, sono caduti i canoni e con essi ogni possibilità di giudizio. Oggi si ritiene che le culture non siano confrontabili. Ma allora perchè continuare a studiare il latino? Basta l’inglese, che è più utile. Ma ritenere che la cultura tribale indiana fosse “arretrata” rispetto al retaggio europeo dei coloni bianchi è forse indice di razzismo? Induce necessariamente alla sopraffazione? Niente affatto. Allora messi di fronte a Gesù Cristo e Manitù sapevamo individuare all’impronta il vero dal falso. Oggi, in omaggio a Tiger Jack, non più.
    Detto degli uomini rossi, parliamo ora – per quanto sia sconvenevole farlo - degli uomini neri. La natura illiberale della moderna dottrina dei diritti è che è portata ad incriminare il pensiero per il solo fatto di manifestarsi. Parlare della razza non si può, perchè è razzista. Qualsiasi cosa tu dica al riguardo è sospetto. Il fatto stesso che si ponga una questione del genere è ritenuto inaccettabile e meritevole di disprezzo.
    Ad ogni modo, i neri, anche quando per tutti erano ancora “negri”, non erano fonte di imbarazzo per nessuno, che non fosse almeno manifestamente imbecille. Mi ricordo ancora di un professore di liceo che una volta diede sfoggio della propria stupidità affermando pubblicamente che per lui i neri erano scimmie, ma il fatto che me lo ricordi ancora sta a dimostrare l’unicità, pur sgradevole, dell’episodio e non la norma.
    Negli anni settanta il razzismo, contrariamente a quanto pretendono i professori relativisti di oggi, non esisteva, o se esisteva era talmente poco sviluppato da essere considerato al rango di una patologia sociale di poca rilevanza. Razzisti potevano essere i puritani bianchi dell’Alabama, ma noi cattolici non abbiamo mai avuto di questi pregiudizi. Consideravamo i “negri” allo stesso modo in cui noi eravamo “bianchi”, con la differenza che loro stavano in Africa e noi in Europa. Una differenza non da poco.
    Infatti, per quanto non si avesse alcun sentimento denigratorio nei loro confronti e li si potesse apprezzare come autori di musica jazz o della disco che allora impazzava (mia sorella, ad esempio, aveva una predilezione per Diana Ross), non significava naturalmente che sentissimo la necessità di giungere ad una convivenza sociale. In realtà, l’idea che questa sarebbe stata possibile non ci sfiorava neppure. Per noi i “negri” rimanevano un qualcosa di esotico, di lontano. Nessuno poteva immaginare allora che i nostri figli avrebbero oggi condiviso con loro le classi scolastiche, che i matrimoni misti non avrebbero destato non dico lo scandalo, ma nemmeno l’imbarazzo presente nel celebre film antirazzista “Indovina a cena”. Probabilmente non lo avremmo nemmeno desiderato, senza per questo essere razzisti. Semplicemente eravamo convinti del valore delle nostre tradizioni e consapevoli dei rischi dovuti alla coesione forzata di culture lontane e difficilmente sovrapponibili. La storia americana dimostrava del resto in quanto tempo e a quale prezzo si fosse giunti, peraltro nemmeno completamente, ad una convivenza civile e rispettosa. Chi si sentiva di dover correre tali rischi e perché avrebbe dovuto farlo?
    Finché il processo di integrazione razziale sul suolo europeo è stato graduale, la vita di nessuno ne ha mai risentito. Neri erano i grandi campioni americani dell’atletica, il cui fisico scolpito era un modello per gli adolescenti frequentatori delle palestre. Negli anni ottanta la nazionale di calcio inglese aveva il suo primo calciatore nero nel terzino Viv Anderson, mentre la Francia, anche in questo più democratica, ne contava due: Gérard Janvion e Marius Tresor, entrambi ottimi difensori. Guardammo con simpatia a tutto ciò. Che un nero potesse vestire i colori di una nazione europea poteva starci in quanto eccezione, non certo regola, dato per scontato che il continente europeo fosse abitato in massima parte da individui di razza bianca. Oggi invece tra la nazionale inglese (o quella francese) e una qualunque nazionale africana si fa fatica a notare la differenza, in quanto la presenza di colored tra i britannici è divenuta impressionante. Stesso dicasi per i francesi. Per noi che eravamo a pensare che i sudditi di sua Maestà fossero tutti biondi questa cosa fa un certo effetto e ci vorranno anni perché ci si abitui all’idea che un inglese è tale solo perché paga le tasse in quel determinato Paese. Pensavamo infatti che fosse qualcosa di più e di diverso.

    Da quando, tuttavia, a partire dagli anni novanta del secolo scorso, la drammatica povertà delle regioni africane e la sopraggiunta globalizzazione che ha fatto del mondo intero un villaggio, ha fatto sì che i flussi migratori si moltiplicassero, la configurazione etnica delle società europee è oggi radicalmente mutata. Spesso gli immigrati oltre ad appartenere ad una razza diversa sono inoltre portatori anche di una religione diversa e non sempre hanno il proposito di integrarsi pacificamente nel nostro sistema culturale. Alcuni di loro hanno sentimenti di rivalsa, residui di guerre antiche e mai completamente dimenticate, altri non sono disposti a rinunciare a tradizioni sociali inaccettabili per la cultura occidentale (si veda, una per tutte, la questione dell’infibulazione femminile).
    Sempre a partire dagli anni novanta l’Europa ebbe confidenza con la cultura della “correttezza politica”, esportata dagli USA al seguito della presidenza clintoniana. Un film come “Balla coi lupi”, smaccatamente a favore dei native americans, essendo per il resto un film assolutamente ben fatto, riuscì a popolarizzare quel gusto revisionista che in precedenza aveva toccato solo un’esigua parte di spettatori. Riguardo alla nuova tendenza pro-pellerossa il famoso storico e americanista Raimondo Luraghi, si distinse dal coro ossequiante parlando di “un capovolgimento totale non solo degli antichi miti, ma anche dei nuovi; nell’era di quella sagra della falsità e dell’ipocrisia che è il cosiddetto politically correct, adesso era l’indiano ad avere il monopolio della bontà della mitezza, dell’umanità; mentre il bianco diventava una specie di mostro meschino, sanguinario e anche idiota. Il cerchio si chiudeva sostituendo una falsificazione con un’altra, probabilmente peggiore della prima, perchè “voluta” a mente fredda”.
    Il Luraghi, non certo passibile di simpatie reazionarie, si prese coraggiosamente la briga di smontare ad uno ad uno tutti dogmi del sopraggiunto pensiero progressista antibianco, ponendo l’insediamento europeo nel continente alla stregua di tutte le migrazioni di popoli e dunque negando decisamente che potesse considerarsi un “crimine”, irridendo al pregiudizio rousseauiano sulla naturale bontà dei selvaggi nativi e giungendo persino a mettere in dubbio quella che è considerata una verità inoppugnabile, ovvero che gli indiani fossero realmente dei nativi, cioè degli autoctoni, e dunque potessero vantare particolari diritti per quelle terre di cui essi probabilmente furono i primi invasori.(1)
    Sempre in ambito cinematografico, un regista nero come Spike Lee riabilitò nientemeno che la controversa figura di Malcom X, il leader delle Pantere Nere assassinato negli anni sessanta, che incitava alla violenza razziale contrariamente al non-violento Martin Luther King. La cultura che intendeva combattere il razzismo si scopriva dunque alimentata dal più volgare razzismo antibianco. E’ il caso della nuova cultura dei ghetti, il cosiddetto gangsta rap, dai contenuti smaccatamente violenti e sessisti, oltre che naturalmente razzisti. La parola nigger considerata diffamatoria in bocca a un bianco diventava ora cool se pronunciata da un nero. L’approccio integrazionista di King lasciava il passo ai predicatori d’odio come Louis Farrakhan, denigratori di tutto ciò che non fosse negritude, vale a dire i cittadini bianchi e gli ebrei. Nella mutata visione dei leaders afroamericani, questo il termine designato dal politically correct per gli americani di razza nera, il melting pot non era che un imbroglio a vantaggio dei bianchi. Si iniziò a definire “La capanna dello zio Tom”, il celebre libro antischiavista dell’epoca della guerra civile, un testo razzista e zio Tom divenne l’epiteto infamante per quei neri che “ce l’avevano fatta” e stavano ora dalla parte dei bianchi.
    Questa cultura d’odio era il portato naturale del multiculturalismo. Per il reverendo Jesse Jackson, l’America era un patchwork di culture non omologabili che dovevano rimanere distinte (da qui il simbolo della sua Rainbow Coalition - quell’arcobaleno che diventerà la bandiera delle sinistre del nuovo millennio - i cui colori sono vicini ma non sovrapposti), in un contesto generale di tolleranza e rispetto dei diritti di ogni singola etnia. I neri coi neri, i bianchi coi bianchi, i latinos coi latinos, alla faccia dei tanto sbandierati propositi di “apertura”.
    Che queste pretese aperturistiche celassero al contrario la definitiva “chiusura” del pensiero liberal americano lo avevano del resto già profetizzato Saul Bellow e Allan Bloom, autore del celebre pamphlet “The Closing of the American Mind”, pubblicato alla fine degli anni ottanta e accolto tra i lazzi dell’intellighenzia progressista internazionale. Oggi però possiamo ben dire che il multiculturalismo ha provocato, al pari di tante altre visioni radicali che si prefiggevano il bene dell’umanità, più danni che benefici ed è diventato la principale arma per tutte le comunità islamiche che rifiutando ogni proposito di integrazione sono andate disseminandosi in Europa. La cronaca degli ultimi anni, dalla rivolta delle banlieues parigine al fallimento del Londonistan, ha fornito la dimostrazione più lampante dei disastri portati dalla cultura multiculturalista, ai quali solo ora la politica sta tentando disperatamente di porvi rimedio.
    La cultura dell’”apertura”, sponsorizzata dall’Ulivo mondiale, non si è rivelata altro che l’ipocrisia al potere. Dieci anni di politiche di immigrazione dissennata non hanno provocato altro che rabbia e sconcerto tra i cittadini bianchi, soprattutto tra gli appartenenti a quelle classi inferiori alle quali la globalizzazione non ha portato alcun miglioramento di vita, ma ha solo distrutto nella sua furia egualizzatrice le grandi e piccole certezze con le quali erano cresciuti.
    Diversamente dai normali cittadini, i guardiani della nuovo Verbo intellettuale, al riparo delle loro riverite cattedre, non si fanno scrupolo di trattare nel loro privato con sufficienza e disprezzo quelle culture altre di cui sono soliti erigersi a pubblici difensori. Per esperienza diretta, il sottoscritto ha avuto modo di appurare con quali forme di volgare alterigia questi intellettuali progressisti trattino i loro badanti “negri”, soprattutto se questi hanno la cattiva abitudine di essere cristiani e di venire dunque meno al dogma laicista. Ma naturalmente non li si può accusare, a loro, di razzismo, nemmeno se un profondo e sottile intellettuale bertinottiano, discettando della bellezza femminile si lascia scappare senza complessi che le donne di colore continuano a non piacergli per niente, tutte loro, compresa Naomi.

    Oggi l’uomo bianco occidentale vive costantemente in bilico tra sensi di colpa introiettati dalla nuova cultura e pericolosi rigurgiti di odio razziale.
    Essere bianco ha potuto significare per un americano dover espiare le ataviche colpe della schiavitù sudista, ma in Europa il passato coloniale non è sentito dai nostri popoli alla stregua di un marchio d’infamia. Per giunta, le nostre nazioni non sono fondate, a differenza di quella americana e come vorrebbe la nuova civiltà globale, su un’Idea, pur nobile, di libertà e di democrazia; ma su una propria specificità culturale. E una cultura è il retaggio di secoli di storia, di una lingua particolare e di abitudini condivise nel tempo che non possono e non devono essere di colpo annullate e piegate alle esigenze, queste per nulla nobili, della finanza apolide.
    Pertanto sarebbe bene che gli intellettuali di sinistra, i quali amano citare i versi di una famosa poesia di Berthold Brecht: “Noi che volemmo apprestare il mondo alla gentilezza, noi non si potè essere gentili”, se ne ricordino allorquando la terribile ira dei miti, dei giusti e dei buoni un domani dovesse rivoltarsi loro, scorrettamente.



    Note:

    (1)Luraghi sottolinea con una franchezza che gli fa onore la natura politica che sta dietro la difesa della tesi che “gli antenati degli “indiani” sarebbero stati i primi immigrati e dunque i soli legittimi possessori del Continente.” (Raimondo Luraghi, Sul sentiero della guerra. Storia delle guerre indiane del Nordamerica, Rizzoli, Milano, 2000)

  2. #2
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    In questa occasione, caro Florian, faccio molta fatica a condividere le Tue parole. Non mi piace il titolo e il termine "razza" che pensavo fosse ormai appannaggio soltanto di qualche sparuto gruppo neonazi, mi turba alquanto. E non credo di essere schiavo dell'ipocrisia dell'intellighenzia progressista che ho sempre combattuto da posizioni destre. Tanti temi che sollevi esistono eccome, ma credo occorra trattarli con maggiore equilibrio.

    Certamente bisogna fare discorsi diversi per quanto riguarda Stati Uniti ed Europa. Negli USA, oltre ad essere esistito davvero un razzismo violento e odioso, i neri nascono e muoiono nella stessa terra in cui nascono e muoiono i bianchi, perciò non possono essere considerati meno americani dei Wasp. Infatti l'America è riuscita brillantemente a superare i vecchi pregiudizi e a creare una società che piaccia o meno, è di fatto multiculturale e cosmopolita, pur con il massimo rispetto per le varie identità, che sono libere di vivere distinte, sebbene accomunate da un medesimo senso di appartenenza alla nazione americana, oppure di unirsi senza tentazioni prevaricatrici. L'identità di fondo dell'America è una e a questa, con sfumature diverse, si riconoscono quasi tutti. Poi rimane sempre qualche idiota, bianco o nero non fa differenza, che ama ogni tanto fomentare tensioni razziali, ma per fortuna con scarso seguito fra la popolazione. Non sempre il multiculturalismo fallisce.

    Per il Vecchio Continente il discorso è un pò diverso. Prima di tutto l'Europa non è ancora e non si sente una nazione. E' un insieme di tante nazioni con identità e radici religiose comuni, ovviamente ben radicate. Per sua natura l'Europa è più provinciale dell'America e non lo dico affatto per sminuirla. Quindi fa più fatica a governare i fenomeni migratori e ad essere cosmopolita nel villaggio globale. Perciò sono il primo a dire che in Europa dobbiamo essere cauti ad aprire le porte a tutti. E' necessario, insieme all'accoglienza, non vergognarci delle nostre radici giudaico-cristiane e pretendere il rispetto delle leggi e delle nostre abitudini. Ma non possiamo neanche andare contro la Storia in epoca di globalizzazione, in cui il mondo si è fatto davvero piccino.

    Anch'io ho sempre detestato, come dicevo all'inizio, la retorica sinistro-progressista per la quale l'uomo bianco deve accogliere ed aiutare perchè fortissimamente colpevole. Una retorica che si scandalizza per qualche testa rasata e qualche cappuccio bianco del KKK, ma glissa sul razzismo nero anti-bianco. Inoltre sono consapevole delle enormi realizzazioni dell'uomo bianco occidentale. L'ultima di queste è proprio la globalizzazione che ha creato anche opportunità e non solo aspetti negativi. Ma per favore, lasciamo al passato la suddivisione del mondo in razze.

  3. #3
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    Scusa Roberto, ma il mio articolo l'hai compreso veramente o appena hai letto la parola "razzismo" ti sei lasciato suggestionare?
    Dici che non ti piace il titolo? E' la risposta, provocatoria, al razzismo anti-bianco che negli ultimi vent'anni abbiamo dovuto sopportare e che ancora perdura. Tu forse sei più giovane di me e sei abituato a convivere più di me all'ipocrisia del politically correct. Io ho riportato le parole di un grande storico ed eminente americanista progressista, Raimondo Luraghi, che in un suo libro del 2000 ha smontato con dovizia pari alla sua audacia la natura meramente propagandistica in senso politico di determinate battaglie culturali.
    Poi dici della globalizzazione che avrebbe portato "opportunità". Già, ma a chi le ha date queste opportunità? A chi era già in grado di coglierle, mentre chi non poteva oggi può ancora meno. Quando noi eravamo bambini negli anni settanta, avevamo ancora dei sogni riguardo al futuro, avevamo degli eroi in cui riconoscerci, credevamo in qualche cosa, a differenza dei giovani di oggi che crescono già disillusi e cinici perchè sanno che la loro esistenza sarà peggiore di quella dei loro padri.
    Dunque cerchiamo di essere obiettivi e lasciamo perdere un attimo l'America, il liberalismo e tutte queste chiacchiere. Chi può dire di essere contento dello sviluppo della civiltà occidentale contemporanea? E la correttezza politica, non è soltanto ipocrisia? Tu parli di equilibrio, ma poi non dài alcun indirizzo pratico. A me sembra che trattare certi temi scorretti ti turba a tal punto da perderlo tu l'equilibrio. Che c'entrano infatti i neonazisti, che sono il frutto marcio proprio di questo squallore contemporaneo e che trent'anni fa - quando eravamo tutti etnocentrici e dunque razzisti - non esistevano? Tu dici che il cosmopolitismo è un valore? Può esserlo, a mio avviso, solo nella misura in cui non si sostituisce e nega l'identità nazionale. Se ti leggi il Manifesto dei Conservatori di Scruton, vedrai che al primo posto nella sua agenda conservatrice c'è appunto la conservazione dello Stato-nazione.
    Per quanto riguarda gli USA, nessuno mi può accusare certo di antiamericanismo, ma non posso e non voglio mettermi a fare l'ultrà osannando ogni cosa provenga da oltreoceano. Ti invito, da conservatore a conservatore, a vedere dietro quello che spesso si nasconde in una politica sedicente conservatrice. Una mentalità progressista?
    Dunque, non nascondiamo la testa nella sabbia. La questione razziale esiste nel senso che culture diverse per storia e tradizioni non possono essere omologate dall'oggi al domani solo perchè questo conviene alla grande impresa. Ci sono ragioni più importanti nella vita che arricchirsi.

  4. #4
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    Appunto, citi Luraghi che è un americanista e infatti il problema del razzismo nero anti-bianco ha sempre e solo riguardato l'America, da Malcom X a Farrakhan. Non ho negato infatti la sua esistenza, sebbene minoritaria oggi, ma qui in Europa e in particolare in Italia, non ho mai avvertito alcun razzismo anti-bianco, semplicemente perchè non è mai esistito. Vi è il terrorismo integralista islamico che non divide il mondo fra bianchi e neri, ma fra fedeli ed infedeli e vi è un'immigrazione araba e musulmana che purtroppo crea qui da noi anche cellule del terrore nelle quali vengono addestrati martiri per la guerra santa. Ma a tale riguardo, occorre agire con la legge e senza agitare spauracchi ideologici, proprio perchè l'Occidente è migliore dei predicatori d'odio. Bisogna far capire a chi viene che noi siamo molto attaccati alle nostre radici e al rispetto della legalità, ma non possiamo chiuderci in un fortino.

    Il Tuo è un pessimismo oltrechè conservatore, soprattutto italiano. "Ah, si stava meglio quando si stava peggio", "Ah, questi giovani". Ansie e paure esistevano pure negli anni Settanta, come esistono oggi. Luci ed ombre esistono per tutti e dappertutto. Ma la globalizzazione ha proprio creato ricchezza per tanti che prima erano molto poveri. La Cina è un esempio lampante, pur fra tante contraddizioni e aspetti sicuramente condannabili. Mi pare che il benessere economico sia maggiormente diffuso oggi fra la popolazione rispetto ai tempi del pugno di riso che veniva garantito dal regime comunista. La società occidentale odierna presenta qualche ombra, ma vive più a lungo, si cura meglio ed è più istruìta rispetto al passato. Non esageriamo con i piagnistei e gli isterismi, giacchè anche in passato, senza benessere e consumismo, vi era gente rassegnata, disperata o violenta, con la sola differenza che non esisteva molta informazione e non si poteva campare, come accade oggi, su certi allarmismi. Pareva tutto perfetto, ma non lo era.

    Credi che io abbia perso l'equilibrio? Mah, sarò stato bambino solo negli anni Ottanta, un pò più tardi di Te e mi sarò fatto influenzare da telefilm come "Il mio amico Arnold", il nanerottolo nero adottato da un ricco bianco, ma francamente più che politicamente scorretto, mi sembra antistorico attardarsi a discutere di bianchi, di neri e di razze. Mi sono venuti in mente i neonazisti, perchè ormai, fra i bianchi, soltanto loro parlano ancora di razze umane.

    Vuoi un indirizzo pratico? Mi sembra di averlo già ampiamente descritto nei miei lunghi interventi, ma probabilmente sei Tu che non leggi attentamente quanto scrivo. Per me l'indirizzo da seguire è il seguente: difendere e pretendere rispetto per le nostre radici e identità religiose e nazionali, ma senza chiuderci a riccio con il terrore che tutti i diversi da noi, siano dei barbari.

  5. #5
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    Caro Roberto,

    permettimi innanzitutto di ringraziarti in quanto, pur avendo pareri diversi da chi scrive, contribuisci con la tua riflessione a vitalizzare il forum.
    Tra l’altro questo tuo ultimo intervento, pur non essendo interamente condivisibile da parte mia, mi dà ulteriori spunti di riflessione in quanto oltre a un confronto politico è anche e forse soprattutto un confronto generazionale.
    Entrambi apparteniamo alla cosiddetta “generazione x”, ma la differenza di età che comunque ci separa ci fa guardare al passato con occhi del tutto diversi. Le tue posizioni mi fanno venire alla mente quelle di un giovane protagonista di un romanzo di David Coupland intitolato “Generazione Shampoo”, il quale è tutto intento a godersi i benefici tecnologici della civiltà contemporanea per la disperazione dei suoi genitori progressisti, prigionieri di una visione ideologica e a suoi occhi soprattutto antiquata.
    Ecco, se c’è una cosa che personalmente non accetto della mentalità contemporanea – a cui non si sottraggono nemmeno le nostre "destre" – è la necessità di sentirsi a tutti i costi up-to-date. Ti può essere concesso di essere un pornografo o un criminale, ma guai a sembrare datati. E' imperativo aggiornarsi.
    Dunque, quando ho scritto il pezzo in questione, ho pensato agli studenti di Allan Bloom che, da destra e da sinistra, erano tutti allineati nell’accettare il relativismo culturale come alternativa all’assolutismo. Associavano la democrazia al relativismo, necessariamente. Questo permetteva a gente come Bloom di sottolineare tutti i limiti del liberalismo democratico e di cercare di salvare la democrazia liberale attraverso una lettura classica e non moderna della dottrina dei diritti naturali.
    Un’altra cosa a cui guardo con amarezza è l’indifferenza – soprattutto nella destra odierna – verso i riferimenti culturali, considerati un orpello o poco più. Oggi del resto ritenersi intelligenti sembra non essere più granchè importante o necessario. Basta essere belli e, ovviamente, ricchi. L’ignoranza non è sentita più come una vergogna, ma viene anzi sbandierata (soprattutto a destra) come una liberazione dalle tante catene che imprigionavano le vecchie generazioni ideologiche e verbose. Saul Bellow ai lettori che trovavano i suoi libri troppo difficili rispondeva piccato che per leggere Herzog certe cose bisognava necessariamente conoscerle. Ma chi vota Berlusconi oggi se ne frega di un Saul Bellow e te lo dice apertamente con il sorriso sulle labbra. Meglio i Simpson.
    Tu mi fai una difesa della modernità globalizzata su di un piano meramente quantitativo: si guadagna di più, si vive più a lungo, si è più istruiti. Io ribatto avendo come metro la qualità della vita: che importanza ha il denaro se poi finisce nelle tasche di avvocati e psicanalisti? Che importanza ha la cultura se l’informazione val più di una formazione? Che importanza ha la stessa vita quando la si lascia trascorrere nella depressione e nell’inedia?
    Tu sei evidentemente soddisfatto della vita contemporanea ed avrai i tuoi motivi, me ne compiaccio. Ma se ti guardi intorno con obiettività non puoi disconoscere il pessimismo diffuso, la mancanza più totale di fiducia nell’avvenire e il nichilismo disperante che oggi caratterizza i popoli occidentali. Non c’è bisogno per questo di ascoltare le omelie di Benedetto XVI, basta sfogliare un quotidiano qualsiasi.
    Che poi mi citi la Cina come esempio positivo per la globalizzazione è veramente un boomerang sul quale ritengo inutile soffermarmi perché ci si può vergognare della Cina di oggi senza per questo essere passabili di simpatie maoiste.
    Tu dici che parlare della razza sia “antistorico” e comprendo benissimo il punto di vista tuo, ed insieme di una generazione che dell’insegnamento storico non sa più cosa farsene. I nostri padri la pensavano diversamente? Sì ma quelli erano altri tempi! Tempi coi quali è inutile confrontarsi in quanto vige l’imperativo di vivere il proprio tempo in senso assoluto. Ma si può essere conservatori disconoscendo il passato? Churchill diceva di preferire il passato al presente e il presente al futuro. La destra di oggi invece non sa che farsene del passato e non essendo granché interessata al futuro si illude di comprendere il presente guardando il Dr. House o Casalinghe Disperate, come fa Laura Bush, fulgido esempio di personalità conservatrice.
    Diversamente da quel che credi, caro Roberto, il problema per il sottoscritto non sono gli “altri”, ma purtroppo noi stessi. Siamo noi occidentali che ci siamo imbarbariti, una volta persa la cognizione del bene e del male. Io non ho tanto il terrore degli islamici ma di questi occidentali svogliati e disincantanti che spendono la propria vita tra un tatuaggio e un telefonino. Temo proprio che sarà il loro infantilismo, la loro sfacciata volgarità, la loro indifferenza alla sofferenza umana a sotterrarci tutti, amico mio, non certo la pur deprecabile ma limitata violenza dei nazi!

  6. #6
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    E' un piacere per me confrontarmi con Te e se posso anche contribuire ad animare il forum, ne sono lieto.

    Non sono così egocentrico da basare sulla mia persona gli interventi sul forum, ma voglio fare uno strappo alla regola, alla luce di quanto scrivi in merito alla "Generazione Shampoo". Sono nato nel 1975 e quindi cresciuto in piena era consumistica. Provengo da una famiglia normalissima e quindi non sono mai stato e non sono tuttora ricco, ma devo dire che non mi è mai mancato nulla e qualche piacere della vita me lo sono anche concesso e spero di concedermene ancora. . Ma fondamentalmente rimango per molti miei amici e conoscenti, un giovane uomo all'antica, perchè non amo usare e gettare come impone la società dei consumi. Per fare due esempi banali: viaggio con un'auto arcaica di sedici anni e i pochi telefonini che ho avuto finora, mi sono sempre stati regalati. Quando ho una cosa che funziona e mi è utile, non vedo perchè debba buttarla. Però, essendo un conservatore realista, vedo la civiltà capitalista dei consumi come l'unica possibile che presenta senz'altro più luci che ombre e non solo a livello quantitativo. Quando vi è povertà o comunque quando la maggioranza della popolazione è obbligata a vivere in ristrettezze economiche, è inevitabile che prima o poi le persone, all'insegna della frustrazione, si dedichino a brutti vizi, alla violenza dentro e fuori casa, col risultato di sfasciare magari anche la famiglia. Vabbè, parlo ancora di me. Mia moglie è rumena e frequentando assai il suo Paese, posso dirTi di conoscerlo ormai abbastanza bene e Ti posso assicurare che in Romania avvengono più divorzi che in un qualsivoglia opulento Paese occidentale e capitalista. I miei suoceri, purtroppo, sono divorziati da diversi anni e sai perchè si sono lasciati, peraltro già non più giovanissimi? Non solo, ma anche per motivi economici. In altra discussione parlavi di aggressività umana. Bene, io credo che l'uomo tenda ad essere aggressivo soprattutto quando ha la pancia vuota. Quindi, benessere diffuso e ricchezza sono per me dei valori necessari per tenere in piedi le società umane. Non dimentichiamoci mai che l'URSS implose prima di tutto per motivi economici. Certo, esistono le ombre come il cretinismo ostentato da molti ragazzi e dalle televisioni, ma visti i fallimenti disastrosi di tutte le alternative al capitalconsumismo messe in pratica, direi che, per fare un esempio chiaro, possiamo anche sopportare Maria De Filippi. .

    Il pessimismo esiste soprattutto in Italia, anche a ragion veduta, per carità, ma se si gira un pò in altre parti dell'Occidente, la musica può anche cambiare. Dico "anche a ragion veduta", perchè da un lato giudico il popolo di cui faccio parte, un pò troppo mammone e piagnone, ma in effetti esistono anche buoni motivi per essere pessimisti in questo Paese, ma a causa della classe politica nazionale e non della civiltà occidentale in sè. In ogni caso, sono un elettore di Berlusconi, anche se non lo adoro come fosse una divinità. Però, amico conservatore, non cadere anche Tu nell'errore storico della sinistra che ha sempre sminuìto il fenomeno Berlusconi, dimostrando però di non conoscere affatto l'Italia. Insomma, non si può dire che l'enorme consenso elettorale del Cav derivi soltanto dalle casalinghe che guardano le telenovelas. Non ci saranno grandi pensatori nell'elettorato berlusconiano, ma certamente tanti professionisti, imprenditori e lavoratori che meritano solo rispetto, giacchè, nonostante la malapolitica, tengono ancora in piedi il sistema Italia.

    Con la Cina assolutamente nessun boomerang. Ci sono cose orribili in quel Paese, ma è vero o no che oggi esiste quantomeno una larga fetta di cinesi benestanti, cosa che ai tempi di Mao sarebbe stata solo pura fantasia? D'accordo che per Te il benessere economico è soltanto quantitativo e non qualitativo, però..........

 

 

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