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    Predefinito SORPASSO NEURONICO (di Gabriele Adinolfi)

    Sorpasso neuronico

    Il prolungato omega della destra radicale
    e i vaghi bagliori dell'alfa

    Gabriele Adinolfi

    Il contenuto

    Il documento contiene una critica di fondo alla destra radicale, ne ripercorre gli errori
    e i difetti cronici, mette in discussione i pregiudizi, gli equivoci e le mentalità che la
    conducono puntualmente in un vicolo cieco.
    Quindi, facendo leva sulla concezione futur/ardita e sottolineando gli esempi positivi
    esistenti, che vanno capitalizzati, si passa ad un secondo livello.
    Viene preso in considerazione quanto di positivo si delinea nella situazione
    internazionale e di riflesso in quella italiana.
    Continuando, si esprimono un progetto strategico e un modello organizzativo
    offrendo senza esitazione, e fin nei dettagli, spunti, suggerimenti, sponde e strumenti
    per chiunque voglia partecipare ad una trasformazione che gli consenta di passare
    dall'autoemarginazione ad un ruolo di avanguardia organica e realistica.
    Ogni aspetto e ogni livello di un possibile sistema di forze viene considerato e
    trattato.
    Il “che fare” si sposa con il “come fare”

    Maggio 2008
    __________________________________________________ _______________

    Introduzione

    Né reduci né veterani

    “Ritengo sia davvero giunta l'ora di voltare pagina”:
    è così che si approccia il varo di un nuovo vascello, utilizzando solo fasciame nuovo,
    ma con la saggezza dei più esperti maestri d’ascia.
    Il documento politico, o meglio ragionamento politico-esistenziale, che troverete
    nelle prossime pagine, vuole infatti innescare un nuovo modo di navigare, in
    sostanza pur mantenendo gli obiettivi, bisogna trovare nuove rotte.
    La destra radicale, in opposto a quel che fu il fascismo e in buona parte anche il
    neofascismo, vive invece di sola paralisi dottrinaria.
    Dallo scenario configuratosi in queste ultime ore nascono in modo propulsivo
    considerazioni, visioni e soluzioni dedicate ad un’area oggi senza nome e senza
    identità proprio perchè ossessionata dal bisogno di etichettarsi.
    Gabriele Adinolfi mosso dalla forza del fare, trasferisce in questi scritti di ricerca e
    orientamento l’idea di non perdere il senso della partecipazione alla storia come
    impegno doveroso di ciascuno: “quando c'è conflitto chi ama il bellum non può stare
    a guardare a meno che non sia un morto che cammina”.
    E ancora: “Attrezzarsi per un'azione a vasto raggio, durevole nel tempo, che tenga
    conto della realtà.
    Una strategia che preveda la costruzione di un contropotere attivo e non sia schiava
    quindi del finto antagonismo di palcoscenico deve promuovere un'azione rivolta
    verso i tre livelli in cui si articola il potere. Deve investire culturalmente e
    simbolicamente le élites; costruire strutture lobbistiche e quindi politiche, che
    consentano di mantenere aperti i luoghi d'incarnazione di un'Idea del mondo e di
    garantire spazi di libertà e socialità comuni; realizzare localizzazioni che
    salvaguardando tradizioni etniche e culturali, favoriscano produzione e autonomia, in
    chiara prospettiva imperiale.
    Questa strategia è tanto più attuabile quanto più forti e chiari siano i criteri di fondo;
    serve allora una rivoluzione culturale alla quale deve far seguito una precisa
    tempistica: se alcune azioni sono a termine breve, altre lo sono a lungo se non
    lunghissimo. Nulla va trascurato o accantonato in nome di altro; si deve riuscire a
    rispondere a ognuno degli imperativi rispettandone i tempi di realizzazione. Questo
    presuppone l'acquisizione di criterio e di metodo nonché il superamento della
    personalità individuale in impersonalità e infine l'acquisizione della gioia del dono.
    Donarsi è più importante e più proficuo di quanto non lo sia raccogliere; servire è più
    essenziale e gratificante che fare la ruota del pavone attorniati da fans”.
    Cosa può unire se non alcuni spunti di lotta e di costruzione?
    Lotta per un'identità che si ponga alla testa delle nuove tendenze epocali e non alla
    coda dei teatrini di periferia. Ergo: un impegno per trasporre tutti gli insegnamenti
    del passato, tutti i princìpi, tanto nella quotidianità sia dei singoli che delle comunità,

    quanto in proposte di legge (non scordate quanto sia ancora appetito da tutti il Mutuo
    Sociale) e in esempi vissuti di nuove affermazioni etiche e sociali.
    Volontariato, occupazioni abitative, interventi reali sulla salute e la natura ecc.
    E, chiaramente, battaglie per l'Italia, l'Europa e la Giustizia; non da monopolizzare e
    vivere in cerimoniale tribale ma da condividere con gli altri; in un ritorno all'aperto
    come prima del Sessantotto. Ritorniamo all'aperto e contendiamo a chi ha provato a
    imporli, i monopoli delle lotte, senza puzze sotto il naso né terrori di confronto. E
    facciamolo come si deve e soltanto si può: imponendoci con ferma dolcezza e non
    con scostante e aggressiva ostentazione; in piazza si va per comunicare, coagire,
    creare consenso e non per inquietare i passanti o regolare i conti con altri
    protagonisti.
    Buona lettura quindi, ma prima di cominciarla “si assuma tutti una concezione nuova
    e si seppellisca il partitismo pseudo/post/para/fascista, morto male, così come è
    vissuto”.
    alfa pigreco

    Avvio

    Ritengo sia davvero giunta l'ora di voltare pagina.
    Dalla caduta del Muro di Berlino e dall'avvio di una nuova fase politica internazionale che
    immancabilmente si riflette su quella italiana saranno tra poco passati venti anni.
    Venti anni sono molti per riflettere, rivedere, riposizionarsi senza perdere la bussola, il seme. Anzi,
    venti anni sono troppi e, fatta qualche dovuta eccezione, direi che sono andati sprecati.
    Chiunque si sia arroccato su posizioni identitarie (all'estrema destra come all'estrema sinistra) poco

    o nulla ha fatto perché prendesse corpo una terza opzione tra il trasformismo avido e pavido con cui
    si è interpratato il pragmatismo da una parte e dall'altra la sclerosi ottusa e farsesca con cui si è
    preteso d'incarnare il purismo.
    Poiché il tempo è il miglior giudice, paradossalmente proprio il purismo, in quanto più di facciata
    che di contenuto, si è dimostrato fallimentare visto che, eccezion fatta dei rancorosi che si
    realizzano nell'acida e immobile accidia e nel verbo del non-fare, i puri hanno dovuto rincorrere
    passo dopo passo coloro che accusavano fino al giorno prima, trovandosi peraltro a mendicare
    troppo spesso gli ossi di fine banchetto. La crociata ideale si è così trasformata, perchè date le
    premesse non poteva essere altrimenti, in competizioni per ottenere rimborsi elettorali e, per
    qualcuno, lo stipendio. Nessuna proposta politica ha fatto presa, non ci sono stati consensi di massa
    né di minoranze fanatiche ma è accaduto nell'appendice destra che uomini e clan si sono contesi
    parte del voto passivo, quello refrattario al cambiamento, quello nostalgico non del Ventennio ma di
    una gioventù trascorsa al bar di fronte alla sezione. Non soltanto non si è fatta breccia nell'opinione
    pubblica, con l'eccezione di piccoli miracoli locali dovuti ai singoli individui o gruppi, ma non si è
    attirato nessuno se non i trombati degli altri o chi con loro si trovava in litigio. Così la nipote del
    Duce, Storace, la Santanché, si sono alternati nella sostituzione di Rauti nel ruolo di testimonial
    pon-pon per partiti-tifosi, virtuali e personalizzati, schiacciati sulle figure-vedette attorniate da
    piccole corti speranzose di far carriera a traino dell'altrui fama. E hanno fatto le loro imbarazzanti e
    insignificanti apparizioni anche personaggi televisivi in cerca di una tappa di reality show: i
    Damato, le Ferrari.
    Risultati concreti zero, prospettive strategiche zero, prospettive opportunistiche zero virgola. Senza
    contare l'interpretazione della realtà, della società, degli umori della gente, che se possibile è da
    valutare addirittura al di sotto dello zero. Niente strategia ed errata interpretazione; sembrerebbe
    abbastanza ma non lo è: nemmeno la metodologia o il lessico si elevano da ground zero. Si salva
    soltanto, ma è merito delle giovani generazioni (e del fatto che i leaders generalmente non la
    boicottano perché non la comprendono), qua e là la capacità di esprimere messaggi di
    comunicazione. Il che poi si perde puntualmente in quanto il ricevente non riscontra
    corrispondenza tra il messaggio innovativo e il suo referente politico (che non è mai chi lo ha
    formulato ma il suo “dirigente” che puntualmente è molto più indietro di lui). E si smarrisce infine
    ulteriormente nella palude della non-comunicazione interna, malattia endemica di chi,
    pretendendosi erede del “fascio di produttori” è in realtà un parastatale mancato.
    Fatte le dovute eccezioni di piccole realtà, il bilancio dei duri e puri (troppo spesso duri ad
    apprendere e puri in quanto casti che non riescono ad accoppiarsi) è desolante. E di lì non si può
    partire e tanto meno ripartire. Non lo si può senza una vera e propria rivoluzione; che faccia male,
    che sia impietosa ma salutare.
    A questo punto bisogna scegliere se è prioritario parlare delle carenze dell'area o dei suoi distorti
    atteggiamenti “politici”.

    I Sclerosi o futur/arditismo

    Credo che il problema principale stia nella malformazione di questo mondo che – fatte sempre le
    dovute eccezioni – non esito a definire di “destra terminale” ma, per favorire l'organicità di questo
    breve saggio, ritengo sia più utile affrontare questo nodo successivamente e iniziare perciò non
    dalla fragilità mentale, etica e spirituale del piccolo frankenstein ma dai suoi errori di comprensione,
    concezione e posizionamento.
    Due modi opposti d'intendere i riferimenti forti
    Partiamo dalla pretesa di rappresentare un'eredità ideale; che di pretesa, purtroppo si tratta, ma che
    diviene lodevole perché, se non altro, consente di veicolare simboli, immagini, messaggi di un
    tempo, cultura. Benché il tutto si traduca nella costituzione della sempre più numerosa categoria dei
    fascioconsumatori, questa dinamica è positiva e foriera di beni, così come lo è l'asino che reca le
    reliquie.
    Fintanto che questa rinascenza culturale e ideale si manifesta in uno stimolo e si accompagna a
    provocazioni da squadrismo mediatico con taglio futurista, fino a che, insomma, funge da pungolo
    giovanile, vitale, artistico che si esercita sulle giovani generazioni (penso ad esempio al Blocco
    Studentesco) e, per effetti a domino, su ambienti culturali e politici, questa presa di posizione è
    salutare e fruttifera. Diverrebbe qualcosa di più se ci fosse una reale operazione interiore di
    conoscenza storico/culturale, di selezione valoriale e di approdo alla Mistica. Questo passaggio
    purtroppo cozza con un ostacolo molto forte: la legge del clan, della tribu urbana, un'etologia che
    non si confà troppo con lo stile in quanto occhieggia ai comportamenti di banda. Ma qui torniamo
    alle questioni del come si è, mentre noi intendiamo, per ora, restare al cosa si fa.
    Se l'azione della rinascenza squadristica è positiva nel messaggio, nel pungolo e nella possibile
    molla di rivoluzione interiore, essa si capovolge quando sfocia nel delta della confusione
    trinariciuta. Quando il senso di appartenenza a qualcosa di potenzialmente edificante diventa rituale
    da pitecantropi, quando la cerchia si trasforma nel ghetto in cui si proclama la propria presunta
    superiorità e la presunta inferiorità altrui, quando le braccia tese perdono l'energia futur/ardita per
    diventare sgradevoli e aritmiche gesticolazioni di emarginati, quando le camicie nere si sporcano di
    ragù, allora s'inverte la tendenza positiva dell'ancoraggio storico/simbolico e si neutralizza l'azione
    di chi, invece, lo vive in modo corretto e produttivo.
    La gente è davvero idiota?
    Sembra che si stia dissertando della scoperta dell'acqua calda: che c'è di nuovo, mi direte, nel far
    notare che buffoneria, caos e assenza di stile si accompagnano caoticamente a quanto esiste di
    buono? C'è nulla di nuovo ma ritengo che sia opportuno sottolineare due fattori. Innanzitutto che se
    questo accade, se questo caos prevale, vuol dire che la gerarchia o non c'è o è invertita e che, quando
    c'è, deve fare i conti con la presenza accanto a sé di altre gerarchie invertite in quanto basate, come
    ho più volte avuto modo di rimarcare, sul capovolgimento gerarchico delle tre funzioni tipiche della
    società organica (guerriero, sacerdote e mercante) intese nella loro espressione traslata in militante,
    intellettuale e politicante. Da tempo vige l'inversione (il militante è sottomesso all'intellettuale e tutti
    dipendono dal politicante) e anche laddove non sia esattamente così, l'inversione valoriale apporta
    danni concettuali, etologici e persino strategici di non poco conto anche nel sentire che spesso
    risulta servile.

    Bisogna rilevare poi che la mentalità opposta al futur/arditismo, quella della superiorità pretesa, è
    predominante; non solo presso chi transita nelle organizzazioni e nei partiti ma anche in chi si
    presenta in giacca e cravatta e ricorre a tutto il bagaglio della banalità infimo-borghese per inseguire
    il malcontento e avviare un processo politico che puntualmente fallisce perché minato nelle
    fondamenta.
    La mentalità che predomina da anni nella destra estrema è notoria. Si pretende, a torto, che la gente
    sia idiota e che quindi segua altri perché stupida o ignorante. Si pretende ancora, sempre a torto, di
    essere in condizioni di offrirle delle prospettive e una guida, solo perché ci si rifà (senza averlo
    generalmente capito) a un patrimonio storico tuttora rivoluzionario corredato da innovazioni
    analitiche che si sono però arenate, e non a caso, già da quasi trent'anni. Si commette inoltre il
    massimo peccato di ubris pensando che – ponendosi soggettivamente come eredi di chi aveva
    qualosa da dire e come antagonisti di chi dovrebbe essere causa di tutti i mali – per questo,
    automaticamente, si sarebbe in condizioni di offrire una risposta qualitativamente superiore a quelle
    altrui. Il che è drammaticamente falso; tanto che l'estrema destra è, insieme all'estrema sinistra,
    quella che più indietro si trova oggi rispetto alla società e al mondo. E per quanto ricorra a
    riferimenti fascisti essa, quando si presenta nel suo insieme, è quanto di più lontano ci sia dallo
    spirito e dalla mentalità del fascismo. Né il ragù sulle camicie nere può bastare a mascherare il dato
    drammatico espresso dalla pochezza e dall'arretratezza delle espressioni “politiche” del
    post/squadrismo.
    Un cretinismo immobile
    La mentalità futur/ardita è opposta: interventista, fa le cose e non le predica. Minoritaria, si pone
    nei confronti del resto non da profeta o da missionaria ma come qualcosa di suo, di autonomo che
    non insegue consensi ma non per questo li rifiuta. Solo non li vuole incanalare: alla minoranza
    squadrista sta bene che i consensi siano gestiti da altri purché questi altri facciano i conti con lei.
    Essa non cerca di convertire le genti e men che meno di risvegliarle perché la fine del mondo è
    vicina: non ha molto da spartire con i Testimoni di Jeowa; dell'estrema destra di oggi non si può dire
    altrettanto. La mentalità futur/ardita non è catastrofista e rifugge da tutte le imbalsamazioni
    dottrinarie. Risponde al motto mussoliniano “il fascismo è la chiesa di tutte le eresie”. Essa
    persegue quanto sente giusto e sano di per sé e non nella misura in cui ritenga che sia frontalmente
    contrapposto al “peggiore dei mali”. L'opposto esatto delle statue d'argilla che vogliono
    rappresentarla elettoralmente - e non solo - e che, in quanto fragili e inconsistenti, debbono ricorrere
    a veti, a dannazioni, a freni, per disertare qualsiasi confronto. Dalla sterilità cretin/teologica
    dell'antifascismo di sinistra questi hanno mutuato il medesimo schema di ragionamento. La destra
    estrema, che sia antisemita, antiamericana o antidestra o antiberlusconiana, si valuta per
    contrapposizione (dunque per difetto) e, così facendo, s'impelaga in un cretinismo immobile.
    Perché come i comunisti più intelligenti non hanno bisogno dell'antifascismo per essere estranei e
    sostanzialmente ostili al fascismo ma non hanno alcuna intenzione di applicarsi il paraocchi sì da
    non intravedere anche nel fascismo le linee di faglia che sono loro propizie, lo stesso ragionamento
    si dovrebbe applicare per ogni categoria da parte della destra radicale. La quale, in opposto a quel
    che fu il fascismo e in buona parte anche il neofascismo, vive invece di sola paralisi dottrinaria.
    Tale paralisi dottrinaria proviene dalla cristallizzazione dei concetti accompagnata all'incapacità di
    cogliere la complessità delle cose (sicché in nome dell'antiamericanismo finiscono, di solito, per
    difendere proprio chi è più filoamericano, ma tanto non lo sanno...).
    Cosa c'è alla base di questa sterile immobilità sclerotica e frenante? Si tratta di una coscienza
    politica? Ne dubito. Rammento un aneddoto degli Anni di Piombo. Le brigatiste prigioniere a
    Voghera non si sentivano sicure le une delle altre e decisero che ogni qualvolta una di loro fosse

    stata chiamata dalla direttrice o dall'assistente sociale avrebbe avuto il tempo necessario a recarsi da
    lei di corsa, rifiutare il colloquio a tornare sempre di corsa indietro. E tutte le altre contavano ad
    alta voce in modo da tenere sotto torchio la compagna convocata: temevano che si dissociasse.
    Morale della favola: si sono dissociate tutte. Non sono i dogmi, le proibizioni, le fobie a rendere
    solido ciò che non lo è e che proprio in quanto non lo è non si solidifica mummificandosi.
    La sequela di proibizioni, anatemi, pregiudizi inibenti non nasce solo da una indubbia fragilità e
    dall'incapacità di affrontare il reale senza diluircisi, smarrircisi, perdersi, ma da un elemento più
    significativo: la fascinazione democratica. Dovrebbero essere le avanguardie e le dirigenze a porsi i
    problemi delle pregiudiziali e di come affrontarle, gli altri dovrebbero seguirle e basta. Poiché però
    vige la più caotica, assembleare, acritica, grottesca, rumorosa, banale e stupida democrazia, ognuno
    pretende di pronunciarsi in chiave programmatica, ideologica, e persino nella veste di giudice di ora
    e di ieri. Ergo deve far leva sulle banalità che appaiono intelligenti e anticonformiste e si perde così
    immancabilmente nel più banale e grigio fumo pervaso di rumore; vorrebbe produrre tuoni ma
    purtroppo si tratta di peti.

    II I fondamentali

    Basta con il pregiudizio democratico!
    Da queste premesse non poteva che determinarsi la tendenza predominante che non a caso si perde
    nel pregiudizio democratico, e che pertanto insegue – senza conoscerne affatto le leggi reali – il
    modello elettoralistico fine a se stesso ma, sia per complesso di superiorità sia per carenze tecniche
    e sovente umane, chi lo alimenta non capisce affatto quel che pensa e recepisce la gente e neppure
    cosa accade nel mondo e quali sono le linee di faglia nel grande magma. Come pretendere che da
    questo totale spiazzamento possa nascere qualcosa di efficace, sensato, progressivo, duraturo?
    Bisogna distruggere tutto quello che c'è di estrema destra e recuperare tutto quello che c'è di
    fascista. Il che non significa, beninteso, che si tratta banalmente di opporre concezioni ideali a
    condizionamenti ideologici ma che si deve far perno su di sé, far forza, acquisire coscienza,
    esprimere e riconoscere gerarchie erette e non invertite, cambiare del tutto la relazione verso la
    politica e il politico, unire genialità e consistenza e mettersi in gioco come minoranza attiva che
    entra in lizza da squadrista e non da missionaria ideologizzata.
    Significa anche abbandonare del tutto la maldestra e surreale mitologia della conquista del potere,
    vieppiù se intesa in chiave di avanzata elettorale. Vuol dire capire cosa è il potere, dove va, come ci
    va. Dove si combattono i veri scontri.
    Si tratta, insomma, d'imporre il proprio diritto di cittadinanza al di fuori delle briglie e delle pastoie
    del politicismo quotidiano e mandare in soffitta il carillon che ci recita la stessa solfa: “servono i
    rimborsi elettorali, servono i consiglieri, servono i deputati”. Perchè non solo non è vero (semmai
    serve chi ha potere di condizionamento degli eletti...) ma non è realistico. D'altronde il Msi ebbe
    decine e decine di deputati e molto migliori di quelli che si candidano solitamente oggi (pensiamo
    ad Anfuso o Niccolai) e a che è servito? E in ogni caso, se proprio non se ne potesse fare a meno
    d'inseguire questa cantilena, i numeri e le esperienze parlano chiaro: si portano a casa più risultati
    nelle liste civiche o con candidature indipendenti che non ingessandosi in liste che dovrebbero
    rappresentarci e che poi, non si sa com'è, tra nullità e farabutti, sono sempre zeppe di personaggi
    impresentabili e, soprattutto, non hanno niente da dire. Perché se scegliessero un messaggio d'élite
    sarebbero stupide e, comunque, racimolerebbero poco ma se provano come sempre fanno a
    cavalcare il populismo, non sono credibili perchè non hanno autorità e spessore e, soprattutto, sono
    state scavalcate da tempo da Berlusconi e dalla Lega.
    Oh che bel castello...
    Allora? Allora è tutto da rifare, dalle fondamenta, prendendo spunto da quanto di futur/ardito, di
    squadristico, d'innovativo pur è stato fatto, ma fondandolo su di una gerarchia reale, sulla
    comunicazione e sull'organicità e rispondendo ad un S.O.S. acronimo, in questo caso di Strategia,
    Organizzazione e Stile.
    Ebbene, partiamo dalle fondamenta. Impossibile una mutazione comune, orizzontale, federativa;
    solo strappi salutari e reali esempi possono imporre un cambio di mentalità e un principio di
    gerarchia organica e di condivisione che rispetti ma integri gli interessi particolari.
    Sono nella memoria di tutti, e spesso sotto gli occhi di tutti, gli eventi in cui gli questi ultimi hanno
    prevalso su quelli comuni, o meglio in cui la pretesa di coltivarli ha finito col danneggiare gli uni e
    gli altri. La lista è infinita: dalle concomitanze forzate delle date dei raduni nazionali, alle
    manifestazioni in contemporanea, dalla clonazione delle iniziative del vicino al suo continuo
    sabotaggio. Il paradosso suicida del 2006 con due liste uguali, nel medesimo schieramento, a

    competere tra loro, con l'unico risultato d'impedirsi reciprocamente l'elezione al Parlamento, ne è il
    miglior emblema.
    Ma cosa c'è alla base di questa incomunicabilità che diventa sabotaggio reciproco e, in ultima
    analisi autosabotaggio?

    Innanzitutto c'è scarsa volontà di potenza; e poiché non si vuole davvero cambiare il mondo ecco
    che l'agonismo ricade nell'ambito quotidiano e diventa sfida di condominio.
    Poi c'è la pochezza umana ed etica della quasi totalità dei capi e capetti, una generale miseria che
    incita chiunque a ignorarli e talvolta a non considerarli affatto; specie quando si è avuta esperienza
    diretta con i più di quelli che si trovano sulla cima della torre di questa gerarchia invertita.
    Inoltre c'è l'educazione da autodidatta dei migliori che sono pur sempre cresciuti un un ambiente
    inorganico e, quindi, hanno seguito poco le leggi fondamentali della politica e della comunicazione.
    Infine c'è l'equivoco della fagocitazione, equivoco per il quale il clan ritiene di poter essere da solo
    il movimento, il partito e, magari, in prospettiva lo Stato quando, invece una Polis è l'articolazione
    delle tribu che sono a loro volta quella dei clan. Invece persiste la mania che porta immancabilmente
    a schiantarsi contro il solito muro; quella di ritenersi autosufficienti, e di essere autoreferenziali,
    sicché le qualità che pure emergono come un buon vino non traboccano perché soffocate nella botte
    dal solito coperchio.
    In questo angusto ambito non si vola, anzi si litiga per nulla; ed ecco quello che potrebbe essere
    l'inno dell'estrema destra post/volontà di potenza. Si tratta di una cantilena infantile che vi consiglio
    di rileggere e di dirmi poi se non rispecchia lo spirito predominante in quest'area. "Oh che bel
    castello marcondiro ndiro ndello, oh che bel castello marcondiro ndiro ndà” "Il mio è ancora più
    bello marcondiro ndiro ndello, il mio è ancora più bello marcondiro ndiro ndà" "E noi lo ruberemo,
    e noi lo ruberemo" "E noi lo rifaremo, e noi lo rifaremo" "E noi lo bruceremo, e noi lo bruceremo"
    "E noi lo spegneremo, e noi lo spegneremo" "Sparerem cannoni. Sparerem cannoni" "Spareremo i
    razzi marcondiro ndiro ndello, Spareremo i razzi marcondiro ndiro ndà".
    Vada per Giovinezza, ma noi non saremo più immaturi che fanciulli?

    Collaborazione: una parola proibita?
    Forse siamo in regressione psichica... ma in attesa di cambiare tendenza vediamo quale altra
    puerilità ci fa da intoppo
    Il primo elemento di attrito per le avanzate di tutto quanto è pregevole sta nella poca
    comunicazione, ovvero nella non partecipazione, nella non concertazione, in poche parole
    nell'autoreclusione che caratterizza l'operato quotidiano della dr. In altri termini ciò che rende arido
    o comunque non sufficientemente fruttuoso ogni terreno anche ben coltivato è l'assenza di coscienza
    nazionale (intesa come integrazione del clan e della tribu in qualcosa di superiore che non è affatto
    un altro da sé ma la giustificazione e la sublimazione del sé); o a voler essere più provocatori è
    un'idiosincrasia per il concetto di socializzazione.
    Questo è il grosso handicap, il vizio oscuro che se non curato impedirà sempre che i risultati
    diventino durevoli e che ne beneficino tutti quelli che lo meritano.
    Sarà superato solo quando i migliori esponenti (perché solo a quelli penso) cominceranno a pensare
    che il fine di tutto non è la propria comunità ma l'energia che questa esprime per il bene comune
    (non di area, di tutti) e ad articolare una concezione che si fondi sulla collaborazione, sulla divisione
    di compiti e ruoli (che non significhi una serie di dittatori di settore che non comunicano tra loro,
    bensì l'avvio di un impegno di équipe).
    Ergo: il primo obiettivo dev'essere una rivoluzione culturale. Far sì che persone di qualità che
    abbiano collocazioni sociali e partitiche diverse, che abbiano età e specificità differenti, raggiungano
    una confluenza organica a finalità strategiche e volte al bene comune nonché a favorire la

    progressione armonica delle singole componenti sani e vitali.
    Un primo riepilogo
    E qui ci troveremmo finalmente al punto di partenza; fintanto che gli atleti non si allineeranno però
    sulla linea dello start a poco serve sparare in aria: non partiranno.
    Riepilogando quanto espresso fino ad ora, per voltar pagina e cambiare velocità ci sono dei passaggi
    obbligati che di sicuro non tutti e purtroppo neppure tutti i migliori, ma perlomeno alcuni tra i
    migliori debbono compiere; altrimenti nel sistema di forze che agirà nel futuro imminente l'area non
    ci sarà proprio.
    I passaggi obbligati sono: il superamento del pregiudizio democratico; l'accantonamento
    dell'identificazione nell'elettoralismo; la concezione della comunità non come un fine a sé ma come
    un veicolo di “contaminazione”; la concezione degli altri soggetti non come concorrenti ma come
    complementari; la presa d'atto della necessità di condivisione di decisioni e di progetti; la
    partecipazione alla costituzione di uno snello “consiglio d'amministrazione” che operi in direzione
    di organizzazione e di strategia.
    Non c'è bisogno di attendere la partecipazione dei più qualificati per intraprendere, comunque,
    questa strada; ma va da sé che i tempi e il raggio di penetrazione dipendono anche da questa
    partecipazione.
    Andare in quella direzione stimolando al contempo la rettifica delle gerarchie, la presa in carico
    delle responsabilità e l'acquisizione dello stile è la conditio sine qua non.

    III Gli equivoci

    La destra radicale che, quantomeno dal punto di vista della visibilità e dell'espressione, era sempre
    stata extraparlamentare, dopo la “svolta di Fiuggi” scoprì una vocazione parlamentaristica. Fu la
    presunta ghiotta occasione improvvisamente apertasi a indurla ad un completo cambio di rotta e di
    concezione che la portò dall'essere – talvolta – avanguardia per tutti a trasformarsi – quasi sempre
    in scarto caricaturale del partito post/fascista. Il quale, peraltro, iniziò a maturare al suo interno
    anche alcuni spunti d'avanguardia che la dr partitellizzata paradossalmente ha nel frattempo
    smarrito.
    Una serie di equivoci
    Ma cosa produsse quest'involuzione e questa fossilizzazione se non una serie di equivoci?
    Il primo equivoco fu quello dell'interpretazione del sentimento popolare e, più nello specifico, della
    base post/missina. Qualcuno si è detto, ha ripetuto e ha convinto gli altri che l'opinione pubblica sia
    contraria al processo di semplificazione del quadro politico e che la base missina sia animata da un
    desiderio di sedizione e di ricomposizione. Il primo assunto è del tutto falso, il secondo è molto
    limitato; sicché chi è andato a cavalcare il duplice malcontento in chiave elettorale ha raccolto
    sempre e solo moscerini e poco più. E si è incanalato su un binario morto, fossilizzandosi e
    convogliando le energie verso un qualcosa di eternamente inerte.
    Il secondo equivoco è quello della logica dell'antagonismo settoriale. Le avanguardie della dr in
    passato hanno sempre dialogato con le organizzazioni giovanili, e particolarmente universitarie, del
    partito neofascista, le quali furono non poco influenzate da Giovane Europa, l'Orologio, Caravella,
    Nuova Caravella, Lotta di popolo, la Nouvelle Droite e Terza Posizione. Senza contare che i quadri
    del Fdg ebbero spesso l'occasione di leggere Orientamenti & Ricerca prima serie. La dr non si
    poneva come concorrente ma come qualitativamente diversa e pungolante.
    Il terzo equivoco risiede nell'erronea percezione della dr, trasmessa dopo gli Anni di Piombo. Prima
    essa non era immobile, inerte, protestataria, piagnucolante, impossibilista, catastrofista, come lo è
    tendenzialmente da un ventennio in qua, bensì cercava una soluzione per modificare il quadro o
    accelerare le dinamiche. Magari era golpista o rivoluzionaria (in uno dei mille modi in cui si può
    intendere questa parola) ma era per oltrepassare (che non significa accantonare ma trasformare nella
    funzionalità) la routine politica e il conflitto istituzionale.
    Appare evidente come questi tre equivoci abbiano indotto la dr, partitellizzatasi, ad abdicare a ogni
    funzione e ad impantanarsi. Già la sua costituzione in partiti – e la litania unica e sola per la quale si
    pone in funzione esclusiva dell'ex Msi – ne neutralizza la funzione.
    Meglio farebbe a scioglierli tutti i partitelli. Oppure – ma questo è troppo pretendere! - a
    trasformarne completamente la mentalità, la logica e il posizionamento.
    Grillo e i tribunati
    Dall'insieme degli equivoci or ora elencati, equivoci che si sono alimentati nelle distorsioni mentali
    e comportamentali che ho riepilogato in precedenza, anche la fuoriuscita dall'impasse partitellica,
    così come viene generalmente concepita, assume contorni improponibili. Dal rilancio della
    demagogia astensionistica a quello dell'antagonismo internazionale, quelli che emergono sono
    sempre sintomi di aspettative rivoluzionarie per delega (oltretutto datate perché se potevano essere
    in qualche misura valide negli anni Sessanta e Settanta oggi hanno ben altri significati, velleitaria e

    inincidente la prima, addirittura controrivoluzionario il secondo). Delegare perché non si riesce a
    divenire soggetti? Direi che è quello che accade: le alternative al post/neo/fascismo classico sono
    tutte espressioni dell'ideologizzazione di un'impotenza.
    Oppure prende piede, per mimesi, il riferimento a Grillo, che, pure, non è privo di spunti
    interessanti e di elementi da considerare, ma senza innamoramenti e con lucidità.
    Ci sono infatti lezioni da trarre dal livello di efficacia di veicolamento dei messaggi e da quello di
    affermazione delle influenze purché ci si rifletta bene e si analizzi freddamente. Chi si affanna a
    inseguire le paturnie delle masse atomizzate ricorre a un modello attualizzato di tribunato della
    plebe, demagogico ma lontano dalla sintesi.
    Questo genere d'intervento, purché meticolosamente e correttamente perseguito, funziona solo su
    scala locale. Diventa fenomeno ampio se sa far leva sul web, e qui il massimo esempio è appunto
    Beppe Grillo. Ma se questa strada, oltretutto non semplice, porta all'allargamento del consenso del
    dissenso, non si può poi tradurre in manifestazioni concrete che non siano effimere e plateali perché
    è la stessa cultura della comunicazione sociale atomizzata a determinarlo. Anche questo
    antagonismo si rivela sterile e inconcludente nel profondo, tanto che, come comprova l'ultima
    tornata elettorale amministrativa, finisce con l'essere cavalcato da politici rampanti periferici per
    ottenere qualche dividendo nella contrattazione delle vacche. Ed è normale che ciò accada: non
    funziona il tribunato in una città in crisi, poiché non più Polis, se non si traduce in soluzioni
    cesariane!
    Se vogliamo, queste sono le riproposizioni degli esperimenti che a Roma tennero Caio Gracco,
    Cinna, Fimbria.
    Solo la capacità di articolare un tribunato, che è garanzia del bene comune, e di combinarlo nel
    rapporto con le élites dominanti (dunque mosso dalla e proteso alla Sintesi), è sinonimo di
    un'opzione rivoluzionaria; che in termini sociopolitici si manifesta nel tribunato augusteo; la linea
    sostanzialmente perseguita da Tiberio Gracco, Giulio Cesare e Ottaviano Augusto.
    Lo snodo strategico
    Bisogna, quindi, assumere un'idea d'insieme e abbandonare i particolarismi e le atomizzazioni che
    hanno accompagnato finora sia le scelte tribunizie che quelle neo/patrizie. Che ogni organismo
    operante nel sociale, nel comunicazionale, nel culturale, nel politico sia agli altri - e specialmente al
    tutto - complementare oggettivamente (dunque a prescindere dagli umori, dai placet e dalle
    decisioni dei ras): questo è lo snodo strategico. Non tutti potranno avere la consapevolezza,
    l'esperienza, l'articolazione mentale o magari l'intelligenza per accorgersene ma è indispensabile che
    una minoranza qualificata e autorevole l'acquisisca e la sappia gestire nel quotidiano e in prospettiva
    dando all'insieme sbocchi al tempo stesso locali e globali, organizzativi e dinamici, militanti e
    popolari, aperti ed elitari, formativi e culturali, sociali e lobbistici. Operando quindi sia in chiave
    solvente (movimentista, populista, oppositoria, pungolante, volta al contropotere) sia in chiave
    coagulante (strutturale, elitaria, di potere).
    Allora, finalmente, ogni scelta tattica e/od opportunistica potrà essere assimilata e riassunta in
    qualcosa di sensato e così se cercare di eleggere consiglieri comunali o, piuttosto, di sostenerne di
    altrui mediante il potere contrattuale di influenze, strutture, cooperative, diventerà argomento di
    pianificazione e non velleitario inseguimento di vani desii; visto e considerato che anche quando e
    dove quest'obiettivo (sic!) viene centrato la mancanza di basi nel retroterra, di mediazioni e di
    sponde ne neutralizza l'operato in gran misura e, in molti casi, del tutto.
    Ma qui stiamo già entrando sul piano delle prospettive.

    IV Le prospettive

    Chiarite le imprescindibili premesse parliamo ora di strategia, di organizzazione e anche di
    visibilità e forme.
    Di qui a breve, un tornante storico
    Riguardo alla strategia non faccio che ripetermi. Ritengo che il potere sia stratificato su tre livelli
    del tutto divaricati e che se ne debba tener conto per: localizzarsi, fare lobby e partecipare alla
    qualifica delle élites. Più il tempo passa, più le trasformazioni sociali ed economiche si palesano,
    più sono convinto che questa linea, che può apparire a qualcuno come un miraggio o una
    costruzione intellettuale non solo sia praticabile ma che sia l'unica che abbia senso e prospettiva.
    D'altronde il localismo in tutte le sue varianti (liste civiche, etnonazionalismi, regionalismi) non fa
    che crescere ed è sempre più complementare al neo-imperialismo europeo e alle nuove mire di
    espansione continentale intrise oramai del reclamo di una sovranità politica. In quanto al potere
    delle lobbies esso non solo è evidente ma si va pian piano incontro alla lobby come unica
    espressione delle categorie sociali post/sindacalizzate (una forma distorta di corporatismo). Infine le
    élites della terza generazione sono in cerca di ideali e di progetti.
    Si aggiunga che gli scenari internazionali sono forieri di buone prospettive e che, tra queste, emerge
    il disegno capitalista europeo di una forte Europa protesa ad est e a sud che reclama una forma di
    sovranità nazionale. Mutatis mutandis ci troviamo in situazioni già vissute (pensiamo all'epoca di
    Bismark): praticamente siamo in presenza della possibile costituzione di una nazione. Ora ci si può
    opporre alla socialista storico, preferendo cioé la critica dogmatica ai valori capitalistici che ne
    sospingono l'avvento, o cavalcare la tigre mussolinianamente (ed anche bismarkianamente) andando
    a opporre lo scontro con la classe, o meglio l'oligarchia, (in nome però del popolo e della nazione e
    riportando in auge l'Europa delle Patrie e la genialità italiana) nei luoghi nevralgici, laddove lo
    scontro, invisibile ai più ma palese per chi ha occhi per vedere, maggiormente infervora. Dopo l'era
    dei Kohl e dei Mitterrand questa poteva sembrare una chimera; personalmente vi ho sempre insistito
    convinto com'ero, e sono, del fatto che le dinamiche trovano sempre qualcuno che le rappresenti.
    Le recenti boutades di Berlusconi e Tremonti vanno verificate nei fatti ma, in ogni caso, sono
    promettenti in quanto esprimono l'esistenza di una possibilità, di un'incognita che cerca soluzioni e
    che noi, per patrimonio storico, si badi, e solo per quello, siamo in condizioni di offrire.
    E alle scontate obiezioni di chi ci dirà che chiunque vinca alla fin fine sempre di capitalismo si tratta
    e che sempre di stretto controllo della politica dalla parte di minoranze sinistre si parla, ribatto
    quanto segue:
    a) quello che succede durante un'evoluzione è sempre interessante e può offrire spazi d'intervento;
    b) non è affatto detto che le cose vadano a finire come si paventa, questo è un alibi di chi, per
    stanchezza, paura, condizionamento mentale o incapacità, non è disposto a battersi;
    c) esiste la legge dell'eterotelia per la quale i risultati alla fine del percorso non sono mai
    esattamente quelli previsti da chi promuove o cavalca gli eventi. Questa eterotelia vale sicuramente
    per noi (che però per filosofia politica dovremmo essere “eterotelici”...) ma vale anche per loro.
    d) quando c'è conflitto chi ama il bellum non può stare a guardare a meno che non sia un morto che
    cammina.

    Mi par giunto il momento di compiere una scelta: o andare nell'occhio del ciclone o vivere di
    pizzichi su di un'isola deserta sulla quale non sia naufragata neppure una femmina.
    Bisogna decidersi: fare palestra per coltivare e adoperare le arti marziali o rassegnarsi a far
    culturismo per mostrare i muscoli, inoffensivi.
    E tagliamolo questo filo spinato!
    Di sicuro a un tornante storico si deve giungere equipaggiati e, se ci si guarda intorno, non si può
    che cedere allo sconforto. Ma non è che un errore di prospettiva dettato dalle nostre reclusioni
    volontarie in ghetti e in box. Posso assicurarvi, per prolungata e reiterata esperienza, che se si muta
    atteggiamento e prospettiva tutto il resto cambia. Siamo letteralmente pieni di persone di un certo
    stampo e di un certo taglio che sono qualificate, influenti e tuttora sane (magari perché non
    contaminate dalla frequentazione di “puri” con le loro costanti obliquità); inoltre siamo circondati di
    individui di altre culture o appartenenze, e di non allineati, che non hanno alcuna remora non solo a
    dialogare ma a cooperare per un progetto serio; serio non ululato, serio non campato in aria, serio
    non strumentale alla carriera di tizio o al solo vantaggio di questo o quel clan.
    Per accorgersi delle possibilità che si presentano bisogna però alzare la testa dalla buca della linea
    maginot in cui ci si è anchilosati e capire che il filo spinato lo abbiamo piantato noi!
    Ma se persino per un esperimento snello e di basso profilo, come il Soccorso Sociale, l'area ha
    distolto lo sguardo (il che magari per il S.S. è stato anche più produttivo) e nemmeno si è accorta
    dell'interesse espresso da giornali, giunte, esponenti politici bipartisan e, di converso, della
    straordinaria possibilità di penetrazione che ne deriva, non si può che tornare alla riflessione
    iniziale: si deve cambiare del tutto il modo di ragionare, di esprimersi e, con ciò, la scala delle
    priorità valoriali. Le occasioni ci sono, a latitare è chi le deve cogliere. Aguzzate un po' i denti!

    V Ripensare il tutto

    Parlando di strategia
    Prospettive ce ne sono e obiettivi pure. La strategia si può, o meglio si deve, delinearla in tale
    direzione, ma per farlo serve un'avanguardia, un centro direzionale che sia l'espressione, come
    predetto, di una totale ricomposizione. Ovvero se si sarà fatto, come detto più sopra, in modo che
    “persone di qualità che abbiano collocazioni sociali e partitiche diverse, che abbiano età e
    specificità differenti, raggiungano una confluenza organica a finalità strategiche e volte al bene
    comune nonché a favorire la progressione armonica delle singole componenti sane e vitali” si sarà
    anche creato quel centro nevrlagico che potrà trasformare la tendenza in strategia.
    In quanto a questa ecco come la riassumevo in Tortuga che ha visto la luce il 3 gennaio scorso per i
    tipi della Barbarossa.
    “Attrezzarsi per un'azione a vasto raggio, durevole nel tempo, che tenga conto della realtà.
    Una strategia che preveda la costruzione di un contropotere attivo e non sia schiava quindi del finto
    antagonismo di palcoscenico deve promuovere un'azione rivolta verso i tre livelli in cui si articola il
    potere. Deve investire culturalmente e simbolicamente le élites; costruire strutture lobbistiche e
    quindi politiche, che consentano di mantenere aperti i luoghi d'incarnazione di un'Idea del mondo e
    di garantire spazi di libertà e socialità comuni; realizzare localizzazioni che salvaguardando
    tradizioni etniche e culturali, favoriscano produzione e autonomia, in chiara prospettiva imperiale.
    Questa strategia è tanto più attuabile quanto più forti e chiari siano i criteri di fondo; serve allora
    una rivoluzione culturale alla quale deve far seguito una precisa tempistica: se alcune azioni sono a
    termine breve, altre lo sono a lungo se non lunghissimo. Nulla va trascurato o accantonato in nome
    di altro; si deve riuscire a rispondere a ognuno degli imperativi rispettandone i tempi di
    realizzazione. Questo presuppone l'acquisizione di criterio e di metodo nonché il superamento della
    personalità individuale in impersonalità e infine l'acquisizione della gioia del dono. Donarsi è più
    importante e più proficuo di quanto non lo sia raccogliere; servire è più essenziale e gratificante che
    fare la ruota del pavone attorniati da fans.”
    Ed entrando più nello specifico per la sua definizione, prendendo a prestito una terminologia che si
    vorrebbe “scientifica” ma che, aggiungevo, nulla ha da invidiare a parallele scuole pragmatiche
    estranee se non ostili al vocabolario marxiano, affermavo quanto segue: “Diciamo che propongo
    una miscela tre le linee strategiche e metodologiche più note. Una centralità leninista che agisca
    gramscianamente nella società e paracaduti commandos con mentalità trozkista nella cittadella del
    potere. Non è uno schema rabberciato alla rinfusa, né qualcosa che procuri schizofrenia, a patto che
    le azioni diverse e distanti siano coordinate da un centro lucido e consapevole.” E più mi dilungavo
    nei corsi quadri del Supporto Scientifico su cui tornerò in seguito.
    Un'organizzazione strutturale
    L'organizzazione poi dev'essere innanzitutto strutturale piuttosto che, come avviene ancora oggi,
    formale: entità che producano e che agiscano nel sociale, nel culturale, nell'economico e nel
    politico. Ma nel politico non si debbono più porre come espressioni di partitelli/chiesette né in
    competizione con altre che coltivano il medesimo terreno. Esse devono funzionare come agenzie di
    servizi aperte, volte a tutti, finalizzate alla riuscita del servizio offerto (che dev'essere politico e
    ideale in sé e non nell'etichetta) e non per allargare la setta o, peggio ancora, per avvantaggiarla nei
    confronti di un'altra. Il modello funzionale sul quale incentrare questo snello interventismo per
    evitare che l'autonomia e la spontaneità scadano in atomizzazione e che le improvvisazioni si

    rivelino fini a se stesse e aliene dallo spessore strategico? Serve una logica flessibile improntata su
    infiniti cerchi concentrici. Per modello organizzativo e per vocazione politica diciamo che la
    soluzione sta in una sintesi tra Avanguardia Nazionale, Autonomia Operaia e la Nouvelle Droite.
    Organizzazione e visibilità
    Resta la questione della visibilità, visto e considerato che si è posto l'accento sull'operato strutturale
    e non immediatamente politico e, quindi, la visibilità ne risulta offuscata.
    Ma di essa c'è necessità perché fornisce una prima boa a chi dovrà portare le proprie energie
    all'interno di un serbatoio – movimento, gruppo, partito ecc - (che, quindi, strategicamente e
    gerarchicamente parlando è subordinato al resto e non predominante, come accade ora in piena
    inversione concettuale e valoriale).
    La visibilità deve persistere nella vita d'ambiente (concerti, pub, punti vendita); deve moltiplicarsi
    negli ambiti giovanili (licei, università); deve modificarsi pienamente nell'interventismo sociale
    laddove sigle trasversali e rapporti dialettici e non fanatici sono premianti. Senza contare che una
    serena e ingegnosa aggressività comunicativa (Casa Pound, Rosso Trevi) ottiene proscenio anche
    sui media principali che più di una volta si sono dimostrati empatici: è accaduto persino per la
    Guardia d'Onore Benito Mussolini!
    Per garantire una continuità estetica connessa alla funzione di serbatoio si deve poi immaginare
    una soluzione che se non è quella del Movimento o del Movimento dei movimenti (la riterrei
    migliore ma più fragile nella percezione comune) sia almeno quella del Partito dei movimenti. Ma
    qualora si formasse questo partito (o altro del genere) dovrà sapere – e mai trasgredire alla decisione
    presa di conseguenza – che non solo non è il tutto né il centro del tutto ma è una sua articolazione
    nevralgica e quindi, come parte di un organismo, ha una funzione; ovvero funge da boa, da
    serbatoio e da filtro. Che quindi non deve inseguire ansiosamente risultati elettorali non marginali se
    non, al massimo, in un paio di località e dev'essere invece parte integrante di un organico a rete
    (quindi non è sufficiente fondarlo o proclamarlo, si deve articolare nella pluralità delle componenti,
    senza logiche egemoniche né concorrenziali), che è esso ad essere funzionale a un progetto e non
    viceversa e che, soprattutto, il progetto non si racchiude né tanto meno si esaurisce nei suoi confini.
    La rete poi si articola , sul piano elettorale, in confronti con i partiti istituzionali, in liste civiche e
    in liste autonome; sul piano sociale in un articolato movimento d'interventismo trasversale; sul
    piano culturale in una produzione qualificata d'innovazione; sul piano formativo nella Mistica e nel
    futur/arditismo; sul piano delle avanzate reali nelle trasformazioni che opera nel quotidiano; sul
    piano strategico nella misura in cui partecipa agli scontri reali e alla qualifica delle élites.
    Lo scopo da perseguire dev'essere chiaro fin dall'inizio. Le componenti della rete non sono un fine
    ma dei luoghi di educazione e di selezione; la stessa rete non è un fine ma un sistema; a questo
    sistema appartiene ogni componente o individuo affine, purché sia “corsaro”, sia che militi in una
    nave pirata, sia che operi tra le linee istituzionali, sia che agisca da solo, perché la rete non è il
    semplice prolungamento della comunità né un escamotage diplomatico per mascherare i tentativi
    egemoni; lo scopo della rete è quello d'incidere sulla realtà non per promuovere i suoi singoli
    esponenti ma per imporre cambi culturali e sociali con l'arrembaggio; la rete ha senso solo se riesce
    ad esprimere un centro nevralgico che la renda realmente formidabile. Ci torneremo.

    Ripensare gli steccati

    E' evidente che sto parlando di un sistema di forze. Un qualcosa di dinamico e fluido che sia
    doppiamente aperto: a livello organico verso molteplici entità e comunità e ben al di là degli steccati
    pregiudizialmente eretti con troppa fretta; a livello di target verso più interlocutori politici e sociali
    che si riconoscano nel centrodestra ma anche nella sinistra.
    Partiamo dalle pregiudiziali: la ribellione alla svolta di Fiuggi ha innalzato degli steccati che non
    corrispondono alla realtà. Mentre da un lato del divisorio più che i puri si sono trovati spesso gli
    ottusi e dall'altro anche alcuni pragmatici che non hanno svenduto nulla, sicché la divisione è
    risultata irreale, con l'andare del tempo poi i “partiti puri” sono scivolati vergognosamente, chi più
    chi meno apertamente, ma indistintamente tutti, nell'accettazione delle logiche compromissorie e
    nella “consegna dal fascismo alla storia”.
    A questo punto solo un allucinato può decidere i contorni e i confini della cosiddetta area. E solo un
    distratto può continuare a definire la propria immacolatezza dalla distanza che lo separa da Fini,
    essendosi tutti i suoi oppositori allineati nella linea del fascismo superato e della democrazia
    parlamentare, con uniche eccezioni il grado di fanatismo religioso e le teorie di politica estera,
    peraltro sovente schematiche, rabberciate, irrealistiche, campate in aria.
    Non vorrei che si continuasse a fare come nei decenni addietro quando i neofascisti dopo aver
    deciso di sostenere gli statunitensi perché al tempo difendevano Peron, Nasser, Trieste e la stessa
    agibilità neofascista, dimenticarono poi il perché li avevano sostenuti e trent'anni dopo ancora erano
    fedeli agli americani che, nel frattempo, avevano rovesciato Peron e sostenevano le avanzate dei
    comunisti e persino il linciaggio dei neri...
    Una concezione corsara
    Un sistema di forze non può prescindere da una direzione e da una concezione.
    In quanto alla concezione, a mio avviso l'unica che ha senso è quella corsara.
    Sempre da Tortuga “A metà del secolo XVII nel Mar dei Caraibi l'isola della Tortuga divenne la
    sede e la patria dei “fratelli della costa”. Da questa terra libera in cui la gente del mare si dava da
    sola la sua legge, ogni giorno degli equipaggi partivano, issando bandiera nera, per attaccare porti,
    navi, terre; per combattere le potenze navali e fare bottino. Quella gente, che se n'era andata ai
    confini del mondo per non soggiacere alla società matrigna, era composta di avventurieri di ogni
    sorta: spadaccini e predoni, nobili e bruti, hidalgos e picaros. Sapevano fare politica; altrimenti la
    Tortuga sarebbe stata spazzata via in poco tempo; ma i fratelli della costa sapevano bene come
    trattare con le potenze del mare; come ottenere ora questa ora quella “patente di corsa”, come
    giocare sui reciproci contrasti di quelli che governavano le terre e le flotte dei conformi.
    Se la Tortuga durò a lungo, ciò fu perché gli interessi di ogni nave, di ogni singola flotta pirata, da
    tutti rispettati, erano sempre e comunque finalizzati a quello superiore della fratellanza. Ciò accadde
    in quanto anche chi navigava con patente di corsa francese o inglese non si sentì mai suddito di
    quelle bandiere ma sempre e solo della Tortuga.
    Questo è l'esempio da seguire. La Tortuga c'insegna come si può essere radicalmente diversi, liberi,
    indipendenti, trattando con forza e intelligenza con chi ci vorrebbe spazzar via. La Tortuga è l'isola
    che c'è, non è Utopia! La Tortuga, si badi bene: maledetta e nera, fu una potenza e lo fu perché, non
    richiudendosi mai su se stessa, non cessò comunque di essere la Tortuga; perché ognuno dei fratelli
    della costa prima che al suo immediato tornaconto pensò a quello della Tortuga: l'isola che
    permetteva a tutti di esistere, di aver forza, rifugio e protezione.
    Solcare i mari dall'isola e per l'isola sia il comandamento!
    L'importante è permettere alla bandiera nera, e a qualunque simbolo di libertà, di non soccombere

    alla società matrigna, all'inaridimento globale.
    Per far questo si deve, anche, fare politica; ma nel modo giusto, con una scala di valori concreti ben
    determinata che è valida in sé, da un punto di vista pratico, non solo morale. Chi da corsaro diventa
    inglese non è solo un traditore; è uno che si butta via e che perde potere e forza contrattuale.
    La Tortuga è anche armonia, sinergia; certo si tratta di una collaborazione fondata su basi
    intransigenti e leggi impietose; ma questo non guasta. Conta però che, nel rispetto di quelle leggi,
    corsari, pirati e bucanieri perseguano il medesimo scopo nella loro assoluta autonomia.
    A questo si deve giungere; a questo e al passo successivo; a comprendersi con tutti coloro che
    solcano i mari per non divenire statue di sale; a tutti quelli che amano la vita e la libertà. Anche
    quelli lontani, che hanno altre bandiere, altri simboli, che vanno su altri mari e parlano altre lingue,
    come i tigrotti di Mompracem. Ma questo è il passaggio ulteriore, per ora ci si dedichi
    assolutamente a edificare l'isola che (non) c'è.”


    VI Il balzo in avanti

    Non è il tempo dei partiti ideologici
    Passare alla Tortuga significa però abbandonare definitivamente una fata morgana: quella della
    costituzione del partito dei fascisti che vada a fascistizzare la società. Questa strada porta in un
    vicolo cieco e serve solo a puntellare poltrone cadenti, a favorire quelle figure imbarazzanti che
    facciamo tutti quando intervistano qualcuno che “ci rappresenta”, ci fa puntualmente vergognare di
    essergli accanto e ci dà, infine, la misura della nostra, straordinaria, geometrica impotenza. Oppure
    ci fa slittare verso il jeowismo o il quaccherismo del terzo millennio, andando a cristallizzare quelle
    decine di migliaia di voti (che con l'andare del tempo e l'aumento dei disadattati possono diventare
    anche tre o quattrocentomila) di populisti cattoarrabbiati che non si vogliono mischiare con le destre
    leghiste, berlusconiane, post/missine perché non sparano sugli immigrati, non inaspriscono le pene e
    non impongono il Rosario obbligatorio nelle scuole.
    Non è tempo di partiti ideologici, ideali o confessionali. Non è un caso se la Chiesa, che la politica
    la sa fare meglio di chiunque altro, si è rifiutata di benedire il rilancio del partito cattolico e ha
    preferito espandere le sue influenze in tutti gli schieramenti. Non è neppure senza motivo se i
    comunisti si sono accordati con il centrosinistra laddove ci sono gestione reale, denaro e potere da
    acquisire: nelle municipalità e nelle provincie. Ma abbandonare il miraggio del partito
    primorepubblicano non significa abdicare. Le compagini che hanno una tradizione politica da cui
    prendono le mosse (fascisti, comunisti, clericali, laicisti) hanno dovuto misurarsi con nuovo lessico
    e con nuova gestualità in un nuovo magma. Solo i più avveduti dei rispettivi schieramenti hanno
    colto il significato di questa mutazione che non è tanto la prova della vittoria del capitale
    sull'autenticità della vita quanto la cartina di tornasole di una transizione sociale, culturale,
    economica e persino geopolitica che è l'effetto dell'allargamento - e della configurazione - di diversi
    blocchi di potenza nello scacchiere mondiale. O, se vogliamo, dell'attrito che viene dalla crisi
    dell'unipolarismo americano e dalla crescita, su piani diversi e in direzioni diverse, di Russia, Cina,
    Europa, India, crescita che sta coinvolgendo, travolgendo e sconvolgendo gli stati nazionali a
    dimensione ridotta. Il movimento magmatico accomuna nel percorso ogni cosa e ogni soggetto ma
    chi non sia un individualista, un soggettivista, un narcisista, un ombelicocentrico bensì abbia un
    radicamento profondo, porta con sé le linee di faglia e affila le sciabole per lo scontro, in attesa che
    la dinamica si completi e apra la strada a nuove possibilità. Ed è così che le minoranze
    rivoluzionarie o controrivoluzionarie stanno ragionando; che si tratti di comunisti, preti, atlantisti,
    israeliani, massoni, tutti stanno muovendosi per essere quelli che resteranno in piedi quando la
    discesa di questa montagna russa sarà conclusa.
    Dietro accattivanti sorrisi tutti i libidinosi del potere sono pronti a combattersi senza esclusione di
    colpi; ma questa conflittualità, lungi dall'essere sospesa, viene rimossa dal palcoscenico perché è
    alle strutture stesse del teatro che si punta.
    Ora ci sono tre modi per convivere con questa conflittualità: assistervi da passivi, arruolarsi in
    marina (diventare cioé attivisti di base del PdL o affini) oppure passare alla logica corsara. E i
    corsari non stanno tutti sulla tolda di una sola nave.

    La bussola e chi non la vuole

    L'essere corsari implica a monte una grande capacità di fare politica e una notevole dote
    dirigenziale che si accompagni ad un sublimato ma non per questo meno forte e ancorato senso di
    fanatica appartenenza mistica a una bandiera, a un ideale, a un albero genealogico fatto di eroi e di

    impiccati.
    Perché un sistema di forze, composito e articolato, non sia dispersivo ma diventi organico, ha
    bisogno di un centro nevralgico funzionante e cosciente.
    Sevono quindi una bussola, un timone, una carta nautica, un diario di bordo. Con il Supporto
    Scientifico che costituimmo un anno fa proponemmo di fornire a tutti un corso quadri che
    affrontasse ogni aspetto della politica; dal metodo alla strategia, all'organizzazione, comparando
    logiche leniniste, gramsciane, goebbelsiane, mussoliniane e leggendole nel presente e dal presente e
    permettendo ad ognuno di migliorarsi e di potenziarsi. Li offrimmo ma non ce li richiese nessuno,
    tranne la Fiamma Tricolore del Lazio che li seguì per un periodo. Io ho tribolato anni in assenza di
    suggerimenti, di punti fermi, di persone esperte cui chiedere un consiglio, un orientamento; ho fatto
    parte di una generazione di orfani. Ma oggi che c'è chi può dare non c'è chi prenda. Perché?
    Semplicemente perché la riflessione implica la rimessa in discussione, agita i sonni di chi vive di
    routine piatta e ha i suoi slogan prêt-à-porter con cui intrattenere i militanti, che puntualmente si
    danno il cambio perché ce ne sono ogni giorno di nuovi entusiasti che prendono il posto dei disillusi
    estenuati prima di sfinirsi e appassire a loro volta e prendere il largo mentre i piccoli ras, quelli,
    restano sempre ai loro posti e non debbono neppure tatuarsi sul gomito la ragnatela perché ce
    l'hanno ovunque: sono loro la ragnatela.
    Cosa c'era da attendersi dai ras? La stessa cosa che riuscirono a dare ai tempi della Guardia d'Onore
    per Benito Mussolini quando i partiti d'area tutti, nessuno escluso, pur contattati ai massimi livelli
    boicottarono il servizio perché non potevano metterci il cappello. Qualche sezione si salvò ma del
    tutto controcorrente; neppure il sacrilegio è limite al nanismo spirituale e all'ambizione egotica!
    Cosa c'è d'altronde da attendersi da una cultura rassistica che lascia senza contrastarlo che tra le sue
    schiere dilaghi un altro costume disdicevole, il cui acronimo è I.C.I. ma è ben peggio di una tassa
    sull'abitazione: Insulti, Calunnie, Illazioni?
    Selezionare il centro nevralgico
    Prigioniera dei luoghi comuni, imbottigliata nei vicoli ciechi, irrigimentata dietro ras, per giunta
    sovente piccoli, avvelenata da invidie, rancori, maldicenze, l'area dei “puri” non può andare da
    nessuna parte, se non nelle sue componenti più vitali, ma solo quando queste si muovono
    autonomamente, in modo snello e diretto. E proprio dalla libera presa di posizione, di azione, di
    affermazione, delle parti vitali, può partire un articolato senso di appartenenza fondato sulla
    reciprocità, indispensabile premessa all'avvento di un sistema di forze corsaro.
    Abbandonando i preconcetti e le preclusioni e intraprendendo le relazioni preferenziali su due basi:
    quelle della qualità degli uomini e quelle dell'impegno oggettivo. Basta con le etichette e con le
    colonne dei buoni e dei cattivi! Qui nel Lazio esistono forze militanti di An (oggi PdL) che danno
    lezioni a molti, a quasi tutti, sia di stile, sia di fedeltà al fascismo in tutte le sue manifestazioni (ivi
    comprese le inaugurazioni di vie o piazze per Ettore Muti o Alessandro Pavolini); che danno lezioni
    di milizia, di lealtà, di dedizione, di solidarietà. La lista è lunga; per citarle solo in termini
    “metapolitici” esse sono il Foro, il Reazionario, 2punto11, Teseo Tesei; e non sono esclusiavmente
    metapolitiche. E l'elenco può crescere. Per anni mi si è ribattuto che questo accade solo nel Lazio
    ma ho scoperto realtà interessanti in Romagna, in Lombardia, in Sardegna per non parlare di intere
    correnti di Azione Giovani e di Azione Universitaria che affermano cose che nemmeno Ordine
    Nuovo...
    L'emiplegia del purismo presunto e la presunzione di chi dal ciglio della strada consegna patenti
    vanno abbandonate e superate: ma a ragion veduta. Se non è un mistero la presenza di forti
    componenti giovanili e sociali dichiaratamente fasciste in An e anche quella di quadri di un certo
    livello, non si può neppure ignorare il fatto che la crescente spinta mussoliniana, in particolare negli

    ambienti studenteschi (nella provincia di Roma le liste fasciste hanno la maggioranza assoluta nei
    licei...) trova più sponda in interlocutori che non hanno un passato da “farsi perdonare” (Berlusconi,
    Dell'Utri, Previti, la Lega) che non nei rappresentanti istituzionali provenienti da An i quali non
    perdono occasione per rimarcare la propria distanza dal proprio passato, incuranti di quanto siano
    offensive certe parole dette alla leggera per chi non vuole a nessun costo rinunciare alla propria
    identità e alla fedeltà verso chi si giocò coscientemente la vita per la nazione e per la giustizia. Per
    chi ha conosciuto, e ne è orgoglioso, uomini che danno ancora oggi i punti a loro e non solo a loro.
    Ignari probabilmente di quanto suonino squallide e deprimenti certe condanne caudine agli occhi di
    chiunque abbia un minimo di buon gusto e non solo a quelli di chi, maledettamente “anacronistico”,
    ha ancora il vezzo di accarezzare concetti arcaici che non danno solido, quali “onore” e “fedeltà”.
    Ma non si è corsari per caso; proprio in questo romanticismo si delinea la differenza tra chi solca i
    mari per i mari e chi per divenire governatore o viceré. I primi - noi - sono destinati al sacrificio ma
    sono il sale della vita, il sangue del corpo e l'architrave dell'epoca storica; anche e soprattutto se
    nessuno ne conoscerà mai il nome.
    Se ne deduce che l'attenzione sinergica fuori dall'area dr propriamente detta deve privilegiare le
    basi militanti e diversi quadri del partito ex missino, ma la dialettica politica per trovare sponda
    deve invece orientarsi piuttosto verso esponenti di altra matrice.
    Non se ne può fare un ragionamento sistemico senza incorrere in errori da troppa semplificazione,
    ma non si può non tener conto di quanto ho premesso e cioé:
    a) esistono componenti serie in An che non hanno nulla da imparare dalla destra estrema neanche
    sul piano etico;
    b) si tratta di componenti giovanili ma anche di quadri;
    c) i rappresentanti istituzionali più aperti al confronto non vengono solitamente da An;
    Quindi in una logica comunicazionale e strategica va tenuto conto anche di quanto fuoriesce dalle
    due lame della spada neofascista spezzata (An – estrema destra) e si deve pensare alle cinghie di
    trasmissione con i meno complessati ambienti populisti.
    Questo significa che è meglio il PdL della destra estrema? Politicamente sì se si tengono in conto le
    dirigenze, le prospettive e persino i programmi (la Santanché non ha affermato che i picchiatori
    fascisti stano nel PdL insieme agli ultimi difensori della Palestina?).
    Ma io persisto nel non scegliere una zuppiera rispetto a un'altra, rispettando comunque tutte quelle
    che contengono un buon brodo, e nel proporre un passaggio ulteriore che consiste nell'aprire gli
    orizzonti mentali per la costituzione di un centro nevralgico autonomo, del tutto nuovo. Per l'avvio
    di un sistema di forze veramente trasversale e incidente (né partitico né extrapartitico ma
    organicamente misto), che sappia essere minoranza qualificata e innovatrice in messaggi, immagini,
    pensieri.
    E operando per questo fine bisogna tener ben presente che al di qua dello steccato artificiale che
    permette ai ras di pascere e che irrigimenta e neutralizza le energie ci sono notevoli comunità che
    hanno tanto da dare e da insegnare sia pure in misura e qualità differente; da Casa Pound alle Osa
    fino ad Orion, da Cuore Nero a sezioni locali della Fiamma Tricolore e di Forza Nuova per non
    parlare di diverse realtà locali autonome sparse per la penisola tra cui alcune, ma non tutte,
    “Comunità militanti”.
    Tutte queste realtà, da ambo i lati della linea fittizia, mantenendo le dovute autonomie e i supporti
    gerarchici, dovrebbero confluire non in contenitori o federazioni bensì in progetti reali che ne
    vincolino i militanti oltre il già forte rapporto di fratellanza che si ribadisce alle feste con la stretta
    dell'avambraccio.

    VII Come lanciarsi

    Ritorno all'aperto
    Cosa può unire se non alcuni spunti di lotta e di costruzione?
    Lotta per un'identità che si ponga alla testa delle nuove tendenze epocali e non alla coda dei teatrini
    di periferia. Ergo: un impegno per trasporre tutti gli insegnamenti del passato, tutti i princìpi, tanto
    nella quotidianità sia dei singoli che delle comunità, quanto in proposte di legge (non scordate
    quanto sia ancora appetito da tutti il Mutuo Sociale) e in esempi vissuti di nuove affermazioni etiche
    e sociali.
    Volontariato, occupazioni abitative, interventi reali sulla salute e la natura ecc.
    E, chiaramente, battaglie per l'Italia, l'Europa e la Giustizia; non da monopolizzare e vivere in
    cerimoniale tribale ma da condividere con gli altri; in un ritorno all'aperto come prima del
    Sessantotto. Ritorniamo all'aperto e contendiamo a chi ha provato a imporli, i monopoli delle lotte,
    senza puzze sotto il naso né terrori di confronto. E facciamolo come si deve e soltanto si può:
    imponendoci con ferma dolcezza e non con scostante e aggressiva ostentazione; in piazza si va per
    comunicare, coagire, creare consenso e non per inquietare i passanti o regolare i conti con altri
    protagonisti.
    Dal punto di vista della costruzione l'impegno è immenso; parte dall'edificazione di circuiti reali di
    genere immediatamente funzionale (giornalisti, avvocati, medici, infermieri, operai, contabili,
    catering ecc) anche di “area” (territoriali, aziendali ecc) ma deve superare questa fase per
    addivenire alla creazione di luoghi d'incontro per lancio di progetti produttivi. Perché i fasci sono di
    combattenti e di produttori e la prima cosa che si deve apprendere è produrre in proprio ciò di cui si
    vive in modo da non dover inseguire finanziamenti pubblici – che vanno invece indirizzati in
    realizzazioni sociali di cui nessuno si avvantaggi per appartenenza o colore politico – né salari di
    partito.
    Tutto questo non può che riversarsi in nuovi messaggi di comunicazione e, quindi, rivelarsi attivo
    sulla società e contribuire in qualche modo ad indirizzarla. Inoltre ciò conferisce peso per
    partecipare agli scontri epocali in atto, non da tifosi o da spettatori, ma in qualche modo da
    protagonisti.
    Anche se su questo abbiamo chi non ha atteso la pioggia per bere e già opera da tempo laddove noi
    altri ancora vaneggiamo: Popoli.
    I marchi di qualità
    E cosa dico ora agli orfani dei partiti, anzi del partito messianico, totalizzante, setta-chiesa-statoesercito-provvidenza? Di rinunciare al giocherello? Di smettere la ricreazione? Di trovare un'altra
    illusione? No: gli dico solo (e ti pare poco) di cambiare modo di ragionare, di cambiare lenti per
    guardare alla realtà. Non propongo alcuna fusione in un liquido bollente, non suggerisco scomparse
    o cancellazioni d'identità: invito solo all'accantonamento delle statue di cera.
    Nel magma che avanza tutto si standardizza? Non c'è allora possibilità di competizione con le
    distribuzioni delle multinazionali? Con i colossi delle grandi superfici? Certo che c'é: non sta più
    sul piano quantitativo ma su quello qualitativo. Chi produce gastronomia di alta qualità, prodotti
    bioagricoli o di bioallevamento mantiene uno spazio ed è ricercato.
    Chi è in grado di fornire prodotti di qualità (ad esempio il Mutuo Sociale o i quaderni di Polaris)
    sarà sempre ricercato e non vi è ragione perché regali il suo marchio, come un valore aggiunto, a

    questo o a quel concorrente dei supermarket quando può invece utilizzarlo per avere voce in
    capitolo in proprio e per affermare così spazi di libertà qualificata.
    Come distribuirsi i compiti
    E'tempo che chi ne è in grado si valorizzi agendo all'incirca come un'agenzia di servizi; guardando
    avanti verso gli scontri strategici e quindi cercando di potenziare il suo campo a venire, a lato verso
    la sua comunità da accrescere e da far crescere.
    Una comunità che si articoli inter/partiticamente sul piano dell'editoria, dell'arte, della musica, della
    cultura, della metapolitica e delle iniziative economiche.
    Per quel che riguarda poi il partito/movimento, boa e serbatoio, indispensabile riserva giovanile, è
    opportuno che chi dirige l'insieme lo abbia particolarmente a cuore per la sua funzione anche se sul
    piano delle opportunità spinge in vari casi su altri scenari (in particolare le liste civiche) e che chi
    ne fa parte premetta la formazione, l'esperienza e la crescita delle sue componenti alla spinta politica
    del medesimo, visto che questa è impossibile da svilupparsi oltre un certo limite e che la vera
    penetrazione politica la si conduce su ben altri piani.
    In quanto alla visibilità, a questo livello bastano un paio di azioni dirompenti all'anno, sulla falsariga
    della Fiera di Roma, dell'incursione al Grande Fratello o delle operazioni di Azione Futurista.
    Per chi non ha fantasia
    Immagino che chi non ha fantasia, genialità, chi è carente di esperienze che non siano monotone e
    ripetitive, possa prendere tutto ciò come una chimera; al contrario questa è un'espressione di
    assoluto realismo. Non a caso tutte le minoranze attive seguono un modello assai simile a questo,
    chi ostentandolo, chi con più discrezione. Così agisce e si articola, per esempio, Cl. Di qui e solo di
    qui si può partire se si vuole nutrire qualche ambizione che non sia quella del proprio ombelico.
    Non è un appello a nessuno in particolare, men che meno a promuovere lunghe ed estenuanti
    chiacchierate tra soggetti diversi e restii a cambiare perché fossili. Mi rivolgo a tutti, comunità,
    individui e più specificatamente agli individui isolati, perchè c'è bisogno di ognuno. Probabilmente
    saremo solo qualche centinaio di persone a intraprendere questa svolta prima delle crisi delle
    europee del 2009 ma l'importante è che, mentre alcuni s'impegnano per tutti, gli altri comincino a
    familiarizzare con concetti che paiono loro astrusi solo perché sono assenti dalla propria
    quotidianità, affinché quando cadrà l'ultima mannaia sul fantasma delle fate morgane della destra
    estrema infetta da democrite non tutti si sentano morti o disperati.
    Intanto chi la pensa altrimenti continua a procedere verso la linea del fronte: quello che esiste
    davvero.

    VIII Cosa fare subito

    Tutti i cambi da apportare
    Bisogna decidere una buona volta: si vuol pensare con ambizione e affrontare il mondo per
    riversarsi ridendo e sciabolando su di esso oppure si preferisce arrendersi definitivamente a
    trasformare l'ideale in una routine per vivacchiare nella speranza che prima o poi una debole onda di
    malcontento offra qualche stipendio ai post/reduci delle rivoluzioni?
    Se la scelta è la prima, è obbligatorio cambiare la concezione imperante.
    In primo luogo non si deve più pensare di essere un ghetto; la differenza qualitativa dev'essere
    vissuta come un più, non come un handicap. Il rapporto con gli altri deve cessare di essere gradasso
    e sprezzante, bisogna assumere la gioiosa felicità del calice che trabocca.
    In secondo luogo la si deve smettere di ragionare in termini esclusivi di area, di ambiente, ma
    iniziare a pensare – non ideologicamente bensì realmente, nel quotidiano – in termini di nazione e di
    popolo.
    In terzo luogo si deve maturare la capacità strategica che faccia sì che questi cambi culturali portino
    del bene tanto a chi li matura quanto a chiunque li recepisce. Il che non è assolutamente sinonimo di
    conversione o di arruolamento (questa è logica di setta e di ghetto) ma di apertura di cooperazioni e
    accensione di empatie.
    Ne deriva che il Movimento, il Movimento dei movimenti o il Partito dei movimenti, o qualunque
    altro soggetto d'identità, non solo non può essere un fine - è lapalissiano – ma neppure un veicolo
    sufficiente.
    Bisogna iniziare a ragionare con una sorta di squilibrio programmatico per il quale il
    Partito/Movimento (chiamiamolo così per comodità dialettica) è al tempo stesso un'ancora, un
    serbatoio, il luogo di crescita e d'esperienza e il centro da cui parte il vincolo per le unità strategiche
    che anche per motivazioni umane non rischiano così di perdersi.
    Ma la penetrazione non è affidata ad esso, appartiene alle unità!
    Le unità strategiche, che non vi è ragione che siano numericamente folte ma è indispensabile che
    siano esperte e preparate, debbono agire in due direzioni: la prima è il radicamento, mediante
    strutture trasversali d'intervento sociale, la seconda è la penetrazione d'influenze nel mondo
    istituzionale, culturale ma, soprattutto in quello delle élites.
    A questo scopo deve procedere la costituzione di quello che in gergo con uno stranierismo si suol
    chiamare Think Tank; in grado di proporre disegni di legge, analisi, proposte e sintesi politiche e
    culturali. Il quale avrà ben due generi di ritorno. Innanzitutto il risultato in sé: l'affermazione nel
    sociale, nel politico e magari nel giuridico di una concezione del mondo e poi il riconoscimento che
    ne deriva con l'autorità e l'influenza che il suo operato qualificato fornisce.
    A dare efficacia e geometria a tutto questo mondo riconcepito e affrancato dai suoi riflessi
    patologici, dev'esserci quello che abbiamo definito come “consiglio d'amministrazione” e che altro
    non è se non uno stato maggiore ma non l'ho voluto espressamente definire così per non indurre in
    equivoci alla guerrieri della notte e perché sono convinto che si debba abbandonare la psicosi irreale
    di un antagonismo che non c'è per approdare al protagonismo (impersonale!)
    Saranno la raggiunta organicità, l'articolazione nevralgica, il rispetto delle gerarchie funzionali,
    l'allargamento degli orizzonti dalla singola particolarità al tutto, a segnare il passaggio dalla retrovia
    alla prima linea, quel passaggio che oggi come oggi solo i più geniali hanno compiuto o compiono,
    finendo poi quasi sempre risucchiati indietro dal gorgo dell'inerzia del collettivo abbarbicato

    paurosamente allo spirito di gravità.
    Cosa fare fin d'ora
    Passando sul pratico e sull'immediato; poiché siamo in fase di passaggio (crisi letteralmente
    significa questo) a nulla servirebbe affrettare e rabberciare; ciò che non è maturato, se raccogliticcio,
    funziona per poco tempo e si sfalda immancabilmente.
    Durante questa crisi si deve agire andando nella direzione giusta. C'è chi lo fa e sono convinto che
    saremo sempre più numerosi. Ma intanto, se si vuol contribuire a far maturare le condizioni e a dare
    forma al soggetto ecco quanto si può fare già ora.

    Attività
    Comunità o sezioni di partito già esistenti: intraprendere una logica aperta, movimentista, atta a
    trasformare la propria realtà nella direzione suddetta; costituire nuclei - trasversali e
    imperativamente privi di marchio partitico – per l'intervento nel sociale. Puntare tutto internamente
    sulla formazione (e qui io ed altri siamo in grado di fornire non poco), sulla comunicazione (idem)
    ed esternamente iniziare a porsi con la gente puntando non più sull'arruolamento ma sulla
    collaborazione, la cooperazione, per una sana contaminazione.
    Individui: a seconda delle capacità e dell'ambiente: aprire nuclei d'intervento sociale, aderire ad
    iniziative sociali altrui (da “contaminare”); partecipare al “think tank” in tutte le sue possibili forme
    o articolazioni (ricerca, studi, diffusione, collaborazione, confronto: e non solo di area!)
    Minoranze: un po' tutto questo più la promozione (o l'adesione) a iniziative all'aria aperta (tipo
    manifestazioni sullo stile “tibetano” quando una serie di nostre associazioni, con la presenza
    massiccia di ragazzi di Casa Pound, partecipò alla manifestazione indetta dai tibetani insieme ai
    radicali e ciò malgrado le proteste delle rappresentanti di sinistra. Da quell'operazione scaturì una
    sinergia con i tibetani che si condensò in iniziative nei licei e da parte delle consulte studentesche.
    Qualcosa di analogo era accaduto tra il Soccorso Sociale e l'Ambasciata olandese nell'occasione
    dell'antipedofilia).
    Associazioni culturali, giovanili o universitarie dell'area istituzionale: Promuovere incontri e
    confronti, conferenze, cooperazioni su riviste e blog, sollecitare corsi di comunicazione e
    partecipare al “think tank”.
    Tendenza strategica
    Va delineata con assoluta priorità e per questo possono servire occasioni d'incontro (provinciali o
    regionali) organizzate non per parlarsi addosso o trovare nuove rassicurazioni per la quotidianità
    ma per:
    - riorganizzare la formazione
    - apprendere la comunicazione
    - articolare il think tank
    - stabilire e approntare strumenti
    d'intervento sociale e
    politico e la trasformazione
    (con superamento delle sue
    logiche odierne) del
    gruppo/movimento/partito
    Tutto questo deve avere innanzitutto uno scopo selettivo: Intraprendere una nuova cultura del fare e
    nuove relazioni al fine di selezionare coloro i quali, a diversi livelli, entreranno a far parte della

    direzione di strategia e/o di tattica; che è esattamente e soltanto quello che ci manca per trasformare
    la nostra in minoranza attiva come lo sono le sue rivali e concorrenti, uscendo dalla logica di
    scatoletta e di comitiva che la penalizza e la frena.
    Ripiloghiamo con chiarezza
    Per una migliore comprensione non guasterà un riepilogo sistematico che riguarda tutti i diversi
    livelli di organizzazione e d'intervento.
    1 Al primo livello, quello di base, che poi è anche l'espressione politica
    immediatamente riconoscibile, corrisponde quel che è movimento
    o partito di movimento. Le sue funzioni principali sono quelle
    della bandiera, della boa, del serbatoio, della scuola, della palestra
    e della comunità. Bisogna che a questo piano maturi una logica di
    collaborazione, di alleanze o, comunque, di cessazione delle
    rivalità tra i concorrenti (gli altri movimenti, partiti, gruppi, le
    altre comunità) perché tutti devono capire che non è a questo
    livello – o comunque non solo a questo – che s'incide e, quindi, le
    rivalità sono prive di senso oggettivo. Mantenere vivo qualcosa di
    questo genere, pur sapendo che non è sufficiente di per se stesso
    né può trasformarsi nel veicolo vincente, è indispensabile sia per
    garantire la continuità e il ricambio, che per l' affermazione
    d'identità.
    2 Al secondo livello vanno curate e potenziate le espressioni giovanili e
    studentesche che hanno la funzione essenziale di far crescere,
    nella responsabilizzazione e nel confronto con i loro coetanei, i
    giovani quadri. Inoltre il particolare ruolo di giovani che sono
    radicati in un'identità e allo stesso tempo parte integrante di una
    nuova generazione consente loro di assolvere alla funzione di
    trasformazione e innovazione nell'ancoraggio. A questo livello,
    peraltro, le forze autonome e quelle istituzionali, tutte fornite di
    componeti giovanili di qualità, s'incrociano, convivono e superano
    gli steccati preconcetti operando così le prime, significative,
    rivoluzioni. Non è un caso se le avanguardie del dopoguerra sono
    state quasi tutte studentesche o universitarie.
    3 Il passaggio dalla comunità e dal laboratorio (funzioni che
    corrispondono rispettivamente al primo e al secondo livello) a
    quello dell'operatività reale parte dall'edificazione di nuclei
    d'intervento sociale, sistematicamente apartitici, non esclusivi,
    non di fazione, imperativamente trasversali, che si occupino di
    cogliere le problematiche più sentite e di offrire, con l'esempio e
    con la pratica, soluzioni concrete (non slogan o teorie), agili,
    fattibili, fondate sull'autonomia e sull'azione diretta. Il ruolo che
    compete a questi nuclei è quello di penetrazione nel tessuto
    sociale e di sana contaminazione dell'ambiente che vanno a
    investire.

    4 Un passaggio decisivo spetta poi ai quadri esperti che devono essere
    in grado di attivare iniziative ma, soprattutto, di partecipare a
    iniziative altrui che siano in qualche misura condivisibili. Si deve
    prendere parte a comitati o simili (oppure bisogna promuoverli)
    presenti però in una proporzione numerica mai superiore all'uno a
    dieci. Lo scopo non è né di sfilare con bandiere e tamburi né di
    arruolare militanti bensì di far circolare parole d'ordine, di favorire
    états d'esprit, di smuovere le acque e di produrre luoghi d'incontro
    da capitalizzare successivamente. La funzione è quella di aprire
    interazioni e vie di comunicazione quotidiana con la capacità di
    quelli che, in linguaggio marxista/leninista, si chiamano gli agitprop sia pur ripensati in chiave attuale, con modi più misurati e
    discreti. Mai come a questo livello la forza dell'azione è
    determinata dal numero di cointeressati estranei alle
    organizzazioni politiche e animati da concezioni semplici,
    elementari e talvolta confuse. Il consenso parte di lì. Non si deve,
    si badi beni, assolutamente pensare di costituire circoli di partito o
    di movimento, bensì di partecipare a soggetti esistenti anche (o
    forse meglio) se non li si dirige, purché ci si agisca
    costruttivamente.
    5 Il livello di crocevia, di trasformatore dell'energia, spetta a quello che
    abbiamo precedentemente definito think tank. Esso investe e
    qualifica comunità e quadri, prepara e sostiene l'azione dei nuclei
    d'intervento sociale e dei quadri impegnati nelle iniziative
    trasversali. Ma la sua funzione non si esaurisce lì, si rivolge sia
    alle compagini istituzionali (ad esempio con proposte di legge)
    che alla qualifica intellettuale delle élites nazionali. Si tratta di un
    vero e proprio centro d'irradiazioni.
    6 Se un sistema di forze così concepito giunge ad articolarsi in modo
    soddisfacente sui livelli descritti, finirà automaticamente con lo
    stabilire delle cinghie di trasmissione con la società, con la
    politica, con la cultura, con l'economia e, immancabilmente, col
    produrre una selezione interna fondata sull'efficacia, sulla
    funzionalità e sulle specificità. Si tratta di un vero e proprio fascio
    di nervi che è l'anticamera di un'avanguardia concreta.
    7 La raggiunta consapevolezza di se stessi, dei campi d'intervento, dei
    metodi e delle logiche per dominarli, scaturisce in una direzione
    organica che fa da cuore e cervello di un organismo vivente. A
    questo livello si giunge infine a coordinare e a potenziare tutto
    quanto si opera nelle diverse funzioni e vesti.
    8 Saliti quei sette gradini si ottiene di ricasco, immancabilmente, la
    realizzazione di un organismo che esercita influenze e
    radicamenti, che realizza localizzazioni, che si apre alle élites, che
    si organizza economicamente e culturalmente ovviamente in
    direzione della lobby e che diviene società organica che deve
    operare concomitantemente in due direzioni: nell'affermazione
    identitaria, che deve essere intelligentemente, ironicamente e

    artisticamente rilanciata, e nella partecipazione ai mutamenti
    epocali. Per infine produrre, come sintesi, qualcosa di nuovo e
    d'antico, di tradizionale e moderno, di futuro e d'ardito.
    Per tutto questo serve tempo ma, soprattutto, servono chiarezza d'intenti e una riconcezione globale
    del fare.
    Torniamo all'immediato
    Serve un metodo, una parola d'ordine, qualcosa per dare un'immagine e quindi un'attrattiva a questa
    mutazione culturale e ontologica? Ebbene, durante il periodo che precederà la crisi collettiva,
    dunque nei prossimi mesi, si organizzino una serie di incontri e di confronti – finalizzati sempre e
    soltanto a determinare qualcosa di concreto da scegliere nella lista più sopra stilata e mai a fare
    salotto o semplice festa – fondati sulla chiara e definita volontà di rivoluzione culturale e di cambio
    di metodo e di prospettiva.
    E diamo a questa tendenza un nome, magari ispirato dalla concezione corsara da assumere, sul
    genere di Per prendere il largo oppure Mille bandiere nere
    Quindi, la tendenza che sollecito si riassume, per i prossimi mesi, in riconcepimento, selezione,
    trasformazione dell'organizzazione, del metodo e degli obiettivi e soprattutto ricerca di una
    direzione autorevole e partecipata al fine di maturare un nuovo modo di fare politica incentrato
    sull'autonomia, l'interventismo, la cooperazione organica e la valorizzazione - anche come forza
    contrattuale - della qualità. In una logica di libertà e di reciprocità incentrata, con mentalità corsara,
    sull'idea di un formidabile Sistema di Forze. Se preferite, la si può risolvere nella definizione di
    completa rivoluzione culturale.
    Allo scopo, che può essere perseguito solo in un lasso di tempo non brevissimo ma deve comunque
    essere affrontato correndo, come uno dei primi passi da compiere, per banale che possa apparire,
    sarà necessario apprendere a stilare data base secondo logiche diverse, puntando quindi a conoscere
    e catalogare perlomeno le singole qualità specifiche, i luoghi sociali di appartenenza (licei,
    università, imprese, aziende, negozi, fabbriche), le propensioni emotive e ideologiche e le
    possibilità imprenditoriali e professionali della rosa a disposizione.
    E per finire (speriamo!)
    Un'ultima avvertenza: che nessuno si attenda niente; è finito il tempo delle deleghe. C'è tanto da
    fare, ci sono milioni di opportunità ma stanno nelle mani di ognuno, di chi se le prende, di chi si
    rimbocca le maniche, di chi non diserta le responsabilità. Quindi la prima cosa da fare, per chi
    condivide quest'analisi e questa soluzione, è costruire qualcosa, se non l'ha già. Qualcosa di
    sociale, di culturale o di giovanile o di artistico, sforzandosi con tutte le energie a mutare la logica
    seguita finora. La seconda è di abbandonare qualsiasi aspettativa riposta nei dirigenti dei partiti in
    cui sosta e di smetterla di attendere da loro le spiegazioni e gli orientamenti della propria vita. La
    terza è di assumere coscienza di un'identità e di una comunità umana che, malgrado le apparenze
    determinate dagli errori d'interpretazione e di conduzione di chi pretende di rappresentarla, è in
    costante crescita. Il resto si determina da sé. Diverso, ovviamente, è il discorso per gli individui
    isolati che debbono per forza cercare qualcuno che li coordini e li metta in relazione con chi possa
    essere loro affine.

    Ma per cominciare si assuma tutti una concezione nuova e si seppellisca il partitismo pseudo/post/para/fascista, morto male, così come è vissuto.

    Gabriele Adinolfi
    ga@gabrieleadinolfi.it

    http://www.gabrieleadinolfi.it/

  2. #2
    Dio e Po***o
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    il documento e' consistente.
    mettiamolo in rilievo , per favore.

  3. #3
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    mettiamolo in rilievo , per favore.
    .

  4. #4
    il Sig.Carosi
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    lo sto leggendo proprio ora...davvero interessante! e soprattutto VERO.

  5. #5
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  6. #6
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    il documento e' consistente.
    mettiamolo in rilievo , per favore.
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  7. #7
    Klearchos
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    Lo Leggerò Con Calma,mi Sembra Interessante

  8. #8
    TORINO E' GRANATA
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    BOUGIA NEN autentico, cioè come per l'Esercito Piemontese, io NON ARRETRO MAI !!
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    Gabriele vera ed UNICA ANCORA DI SALVEZZA...

  9. #9
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    Sorpasso neuronico
    Il prolungato omega della destra radicale
    e i vaghi bagliori dell'alfa

    Gabriele Adinolfi

  10. #10
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    SI PUO' METTERE IN RILIEVO?

 

 
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