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    RADIOGRAFIA DI UNA DITTATURA

    Birmania, la tirannide chimicamente pura





    La dittatura è sorda: tutti ormai sanno che era stata avvertita dal dipartimento di meteorologia indiano con due giorni di anticipo sull' arrivo del ciclone e con cinque giorni di anticipo da quello thailandese. Non ha voluto ascoltare. La dittatura odia il proprio popolo: non lo disprezza, lo odia, e questo odio è freddo, totale, omicida. Come spiegare altrimenti l' inimmaginabile spettacolo dei convogli bloccati dalla dogana alla frontiera thailandese? Degli aerei carichi di viveri a cui viene proibito di atterrare? Come spiegare, sapendo che a ogni ora, a ogni minuto che passa, diminuiscono le possibilità di ritrovare sopravvissuti fra le rovine dei villaggi sommersi della zona di Bogalay o di Laputta, che si facciano entrare solo con il contagocce viveri e medicinali che potrebbero salvarli? La dittatura è folle: non è solamente crudele, è clinicamente folle e, nella circostanza, paranoica. Ed è qui l' altra chiave per comprendere un regime insensato che preferisce lasciar morire il proprio popolo piuttosto che aprire le porte ai medici senza frontiere: bisogna esser dei pazzi da manicomio, dei cretini, per nutrire la convinzione che gli operatori umanitari siano delle spie, che vogliano entrare nel Paese solo per destabilizzarlo e mandarlo in rovina, che i pacchi del Programma alimentare mondiale contengano veleni più micidiali di quelli emanati dai corpi in decomposizione che galleggiano nel delta del fiume Irrawaddy. La dittatura è razzista: è ora di finirla di presentare la Birmania come un Paese post-coloniale la cui paranoia si spiegherebbe con il solo fatto che, un tempo, ha dovuto sopportare i miasmi della peste razzista. Infatti è la dittatura che è razzista; è la dittatura che vede il Bianco, l' Occidentale, l' Americano come nemici naturali e biologici; è la dittatura che, nella più pura tradizione xenofoba e quindi razzista, vede lo straniero come un microbo, un agente corruttore, un virus. La dittatura è monomaniacale: il razzismo, la follia provengono anche, se non innanzitutto, dal fatto che i dittatori non pensano che ai dittatori, al proprio avvenire, alla propria sopravvivenza. Il Paese affonda, 5 mila chilometri quadrati di risaie sono già sotto le acque, i rari testimoni ci dicono che le paludi sono cosparse di cadaveri, le falde freatiche putrefatte, che i bambini tremano per la malaria o la febbre rossa e loro pensano soltanto - è veramente inaudito! - alla farsa del referendum imposto con la forza e il cui unico scopo era di consolidare ancora di più il regime. La dittatura è autistica, vive in isolamento, ripiegata su se stessa, avendo integrato l' ipotesi brechtiana della scomparsa del popolo che essa dovrebbe governare: 20 mila morti? 30 mila? 100 mila? Domani 300 mila? Di più? Alla dittatura non importa niente, non fa contabilità; la dittatura, non lasciamoci ingannare, non si preoccupa nemmeno di mentire veramente, di minimizzare, di falsificare. Quei corpi, da vivi, non avevano né volto né nome; perché mai, da morti, dovrebbero avere un volto e un nome? La dittatura, in realtà, di una sola cosa si rallegra: del «naso» degli astrologi che l' hanno convinta, nel novembre del 2005, ad abbandonare Rangoon e a trincerarsi a Naypydaw, in una capitale nuova, nel cuore della giungla, lontana dall' acqua e dai cicloni. La dittatura non perde la bussola: che sia folle, d' accordo; paranoica, probabilmente; ma ha riflessi intatti; una reattività ben solida. In pieno cataclisma, si verifica un ammutinamento nella prigione di Insein, a Rangoon, ed eccola reagire, stavolta, con la rapidità della luce e spedire i soldati - che non ritiene di mobilitare sul fronte dei soccorsi ai senzatetto - a giustiziare i 36 responsabili della rivolta. La dittatura è mafiosa: in pieno disastro, mentre il Programma alimentare mondiale supplica di lasciar passare almeno un convoglio di biscotti vitaminizzati che potranno nutrire ben 100 mila bambini, essa dice: «Ok, perché no?». Ma è per confiscare la merce e rivenderla, probabilmente, al mercato nero. La dittatura è taccagna: i 5 milioni di dollari sbloccati per i soccorsi urgenti sono pari a un millesimo delle entrate annuali che le rende la vendita di petrolio alle compagnie straniere, fra cui la francese Total; oppure, se vogliamo fare i conti diversamente, sono pari alla metà del valore dei regali di matrimonio ricevuti dalla signorina Shwe, l' amata figlia del generalissimo presidente Than Shwe. La dittatura è grottesca: sì, come sempre, e malgrado l' orrore, ha qualcosa di profondamente assurdo e grottesco. E' comunque la sensazione che si prova di fronte all' immagine di quell' imbecille ornato di galloni, e di occhiali scuri, il quale declama alla televisione, che più nessuno capta in mancanza di elettricità, che «la situazione sta tornando alla normalità». E' un laboratorio. E' raro vedere una dittatura funzionare in maniera così chimicamente pura. E davanti a questo spettacolo, alla macchina di morte, di odio e di follia, si oscilla fra dolore, pietà, voglia di veder gli assassini trascinati in un Tribunale penale internazionale abilitato a giudicare simili scelleratezze, e nostalgia dei tempi in cui la Francia inventava, e imponeva al mondo, il diritto e il dovere di ingerenza. Traduzione di Daniela Maggioni
    Levy Bernard Henri

    Pagina 46
    (16 maggio 2008) - Corriere della Sera

  2. #2
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    Than Shwe, il dittatore che governa il Myanmar
    Un bizzarro miscuglio di Pol Pot e Augusto Pinochet. Questo è per tanti osservatori internazionali il generale Than Shwe, 74 anni, capo della giunta militare golpista che opprime Myanmar, l’ex Birmania, teatro in questi giorni di una contestazione collettiva guidata dai monaci buddisti di Yangon (Rangoon). L’aspetto del capo del Consiglio statale per la pace e lo sviluppo (Spdc), questa la stridente denominazione con cui si definisce la giunta golpista, ricorda quella del dittatore cileno, con la sua divisa appesantita da medaglie. La poca propensione ad apparire, invece, ricorda quella del capo dei Khmer Rossi. A tutti e due l’accomuna la spietatezza nell’eliminare gli avversari e nell’opprimere il proprio stesso popolo.
    Reporters sans frontieres: "Ha crisi di paranoia" Reporters sans Frontieres, l’organizzazione non governativa che si batte per la libertà di stampa, lo annovera tra i "Predatori" del diritto d’informazione e lo descrive come un uomo spesso affetto da "crisi di paranoia", la cui voce non è conosciuta dal suo popolo. Ancor meno oggi, dopo che dal 2005 ha letteralmente deportato l’intera amministrazione dalla capitale storica a Pyinmanaw, la nuova "capitale": un villaggio malsano nel centro del paese. Il passo, da un lato, è servito a piegare la volontà di tanti esponenti dell’amministrazione civile, in cui serpeggia l’insoddisfazione e, quindi, i germi d’una possibile rivolta.
    Fin dagli anni Sessanta contro la democrazia D’altro canto, secondo diversi osservatori, sarebbe una specie di preludio d’una restaurazione monarchica, in cui Than Shwe diventerebbe re. Superstizioso in maniera ossessiva, il generale nato nella zona di Mandalay ha iniziato la sua ascesa nell’esercito, facendo parte tra il 1953 e il 1960 del Dipartimento per le operazioni psicologiche e la propaganda. Poi partecipa alla repressione della guerriglia dell’etnia Karen, segnalandosi per una particolare ferocia. È nel 1962 che sale sul carro giusto, unendosi al colpo di stato capeggiato dal generale Ne Win. Diviene, cioè, uno dei protagonisti degli eventi che pongono fine al sogno democratico della Birmania post-indipendenza, iniziato col padre della patria Aung San, assassinato nel 1947. Aung San è il padre del premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi, che Than costringe agli arresti domiciliari.
    Nel 1988 è protagonista della feroce repressione Negli anni di Ne Win, Than s’arrampica nella gerarchia sempre più. Nel 1988 è uno dei principali responsabili della repressione feroce della rivolta contro Ne Win. Sono oltre 3mila i morti stimati in quegli eventi, che tanto ricordano gli accadimenti in corso oggi per le strade di Yangon. Ivi compresa la partecipazione massiccia alle proteste dell’influente clero buddista.
    Al potere dal 1992 Than sale al potere nel 1992, quando rovescia all’interno dello Slorc (Consiglio statale per la restaurazione della legge e del’ordine), denominazione precedente e più confacente all’orientamento politico della giunta militare, il vecchio Ne Win.
    Pugno di ferro contro i potenziali rivali Il vecchio dittatore muore nel 2002 agli arresti domiciliari. Negli anni dirige con la repressione il Paese, usando il pugno di ferro anche con quelli che possono diventare, nel tempo, suoi concorrenti. Rappresenta l’ala "isolazionista" della giunta, mentre Khin Nyunt ne diviene quella aperturista. Nel 1997, il secondo riesce a portare il paese nell’Associazione delle nazioni dell’Asia sudorientale (Asean). Ma nel 2004 Khin cade vittima di una purga e Than ricomincia a valutare la fuoruscita dall’organizzazione. Nei confronti del movimento democratico è durissimo.

    http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=209188

  3. #3
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    Than Shwe, 74 anni, è il capo della giunta militare in Birmania
    Un dittatore tra superstizione e ferocia
    Il generale ha mostrato spietatezza nell'eliminare gli avversari e tende ad apparire il meno possibile in pubblico




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    Il generale Than Shwe (Ap)
    ROMA
    - Un bizzarro miscuglio di Pol Pot e Augusto Pinochet. Questo è per tanti osservatori internazionali il generale Than Shwe, 74 anni, capo della giunta militare golpista che opprime Myanmar, l’ex Birmania. L’aspetto del capo del Consiglio statale per la pace e lo sviluppo (SPDC), questa la stridente denominazione con cui si definisce la giunta golpista, ricorda quella del dittatore cileno, con la sua divisa appesantita da medaglie. La poca propensione ad apparire, invece, ricorda quella del capo dei Khmer Rossi. A tutti e due l’accomuna la spietatezza nell’eliminare gli avversari e nell’opprimere il proprio stesso popolo. Reporters sans Frontieres, l’organizzazione non governativa che si batte per la libertà di stampa, lo annovera tra i "Predatori" del diritto d’informazione e lo descrive come un uomo spesso affetto da "crisi di paranoia", la cui voce non è conosciuta dal suo popolo.
    LA NUOVA CAPITALE - Ancor meno oggi, dopo che dal 2005 ha letteralmente deportato l’intera amministrazione dalla capitale storica a Pyinmanaw, la nuova "capitale": un villaggio malsano nel centro del paese. Il passo, da un lato, è servito a piegare la volontà di tanti esponenti dell’amministrazione civile, in cui serpeggia l’insoddisfazione e, quindi, i germi d’una possibile rivolta. D’altro canto, secondo diversi osservatori, sarebbe una specie di preludio d’una restaurazione monarchica, in cui Than Shwe diventerebbe re.
    SUPERSTIZIONE E FEROCIA - Superstizioso in maniera ossessiva, il Il generale Than Shwe (Reuters)
    generale nato nella zona di Mandalay ha iniziato la sua ascesa nell’esercito, facendo parte tra il 1953 e il 1960 del Dipartimento per le operazioni psicologiche e la propaganda. Poi partecipa alla repressione della guerriglia dell’etnia Karen, segnalandosi per una particolare ferocia. E’ nel 1962 che sale sul carro giusto, unendosi al colpo di stato capeggiato dal generale Ne Win. Diviene, cioè, uno dei protagonisti degli eventi che pongono fine al sogno democratico della Birmania post-indipendenza, iniziato col padre della patria Aung San, assassinato nel 1947 (Aung San è il padre del premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi, che Than costringe agli arresti domiciliari).
    Entrato così nel partito unico al potere, Than Shwe è poi emerso come uno dei nuovi potenti dopo l’insurrezione repressa del 1988. Con il secondo colpo di Stato del ’90 ha ulteriormente allargato il suo potere, allontanando a uno a uno i possibili avversari. Nel ’92 è diventato il numero uno della giunta, imponendo al predecessore Saw Maung le dimissioni «per motivi di salute». Negli anni successivi ha consolidato il suo dominio al punto da abolire, nel 2003, la norma che imponeva il pensionamento dalle cariche politiche al compimento dei 70 anni: e Than Shwe ovviamente è del ’33.






    01 ottobre 2007

    http://www.corriere.it/Primo_Piano/E...birmania.shtml

  4. #4
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    Birmania
    di Federico Rampini - 06/10/2007

    Fonte: La Repubblica [scheda fonte]

    Federico Rampini ricostruisce la storia della Birmania nel corso degli ultimi secoli. Innanzitutto viene esaminato il ruolo svolto da questo paese come veicolo di elementi culturali, religiosi e commerciali in tutta la regione indocinese. L’autore ricorda poi le numerose invasioni subite dalla Birmania da parte sia delle popolazioni confinanti sia delle potenze coloniali.
    L’articolo ripercorre le fasi cruciali della storia birmana negli ultimi cinquant’anni: dall’indipendenza dalla Gran Bretagna, ottenuta nel 1948, passando per la nascita del regime dittatoriale instaurato nel 1962 dal generale golpista Ne Win, fino ai tentativi di svolta democratica del 1988 e del 1990, che videro la brutale repressione da parte dei militari al potere.


    C’è voluto un feroce spargimento di sangue documentato in diretta su Internet, perché il mondo si ricordasse che esiste la Birmania (Myanmar come l’hanno ribattezzata i militari). È il destino antico di questo paese: oggetto del desiderio delle grandi potenze, può sprofondare in periodi di oblìo e di isolamento. Anello di congiunzione tra l’India, la Cina, la penisola indocinese e i mari del Sud-est asiatico, la Birmania da millenni è stata un canale per la circolazione di influenze culturali, religiose, economiche. Attraverso di lei sono passate carovane che venivano dalle provincie orientali dell’impero romano per trafficare coi mercanti cinesi; ha visto sbarcare pirati portoghesi, principi persiani e samurai. Ha avuto frequentatori illustri nella letteratura, da George Orwell a Somerset Maugham e Amitav Ghosh.
    La Cina l’ha invasa più volte nei millenni, l’Inghilterra ha combattuto tre guerre per annetterla al Raj indiano, i giapponesi l’hanno occupata nella Seconda guerra mondiale infliggendole atrocità, Mao Zedong l’ha invasa nei primi anni Cinquanta. Se si aggiunge la guerriglia delle minoranze etniche che popolano i suoi confini con la Thailandia, l’India e la Cina, è difficile trovare un’epoca in cui la Birmania ha conosciuto la pace. Questo spiega perché la tradizione militarista è forte quanto la spiritualità religiosa. Hanno dimensioni pressoché uguali i due eserciti che si sono fronteggiati nei giorni scorsi: il mezzo milione di monaci e monache disarmati e non violenti; i 400.000 soldati che hanno aperto il fuoco sulle tuniche rosse e rosa.
    È il 4 gennaio 1948 quando l’ultimo governatore britannico Sir Hubert Rance abbandona Rangoon. Cinque mesi dopo l’India anche la sua “provincia birmana” acquista la sua libertà. Ma l’autonomia è già macchiata di sangue. Il leader dell’indipendenza, il generale Aung San, è stato assassinato nel 1947 in un complotto di palazzo. Quando muore l’eroe dell’anticolonialismo sua figlia Aung San Suu Kyi ha appena due anni, crescerà all’estero con la madre fino all’età matura. Sotto il colonialismo inglese, poi l’occupazione giapponese e la lotta per l’indipendenza è cresciuto l’attuale capo della giunta militare, il 74enne Than Shwe, che non ha mai abbandonato la retorica “anti-imperialista” e la denuncia di “complotti occidentali”. La formazione di Than Shwe avviene negli anni Cinquanta nel Dipartimento Operazioni Psicologiche dell’esercito, un termine orwelliano per definire l’indottrinamento e il lavaggio del cervello. Than Shwe è nella squadra del generale golpista Ne Win che nel 1962 soffoca la giovane democrazia e impone la prima dittatura militare. A quell’epoca la Birmania è uno dei paesi più prosperi del sud-est asiatico, ha una produzione agricola superiore alla Thailandia ed esporta riso ai suoi vicini. La sua classe dirigente formata sotto l’influenza britannica è cosmopolita e rispettata, al punto da esprimere un segretario generale dell’Onu negli anni Sessanta, U Thant. Pochi decenni di “socialismo militare” bastano a ridurre la nazione in miseria. Oggi negli indici mondiali sulla corruzione è il peggiore paese insieme alla Somalia.
    Aung San Suu Kyi assisteva al dramma della sua patria da Oxford, dove aveva sposato uno studioso inglese di letteratura tibetana, Michael Aris. È per ragioni familiari – sua madre colpita da un ictus – che rientrò a Rangoon nel 1988, proprio mentre le piazze erano invase da cortei di protesta per la crisi economica. Per lealtà verso la figura del padre scomparso Suu Kyi s’impegnò nella “primavera democratica”. Venne plebiscitata come una leader naturale del movimento. [...] Ne Win venne deposto dai suoi complici. I militari usarono il pugno di ferro contro le piazze – la repressione fece tremila morti, nell’indifferenza del mondo intero – e al tempo stesso concessero le elezioni nel maggio 1990. Erano certi di poterle manipolare. Trionfò invece la Lega per la democrazia guidata da Suu Kyi: 60% dei suffragi, 392 seggi sui 492 del Parlamento. Suu Kyi seppe della sua vittoria da detenuta: era agli arresti domiciliari dal 20 luglio 1989.
    Da allora si sono alternati sprazzi di speranza, regolarmente delusi. A metà degli anni Novanta ci fu un allentamento della repressione. A Suu Kyi, che nel 1991 aveva ricevuto il Nobel della pace, fu concessa nel 1995 una libertà vigilata e qualche possibilità di dialogo con i suoi seguaci. [...] Ma nel 2003 Than Shwe ruppe il dialogo con i democratici, che era sostenuto discretamente dalle Nazioni Unite. Nel 2004 uno scontro di potere nella giunta militare si è concluso con il siluramento del generale Khin Nyunt, capo dei servizi segreti e numero tre del regime. Quel “golpe nel golpe” ha creato tensione col più potente alleato della giunta, il regime cinese. Khin Nyunt era l’uomo di Pechino, su cui la Cina contava per agevolare una transizione di Myanmar verso un’economia di mercato e una dittatura un po’ più soft. Nel 2005 la paranoia da assedio – oltre alla superstizione e ai consigli degli astrologi – ha indotto Than Shwe a dissanguare le casse dello Stato per spostare la capitale da Rangoon a Naypyidaw. Queste follie non hanno impedito la crescita dei legami economici e militari con la Cina. La Birmania esporta due miliardi di euro di gas naturale, è ricca di foreste, ha miniere di diamanti, è in una posizione-chiave per controllare gli accessi terrestri verso l’India e le rotte marittime che dalla Baia del Bengala finiscono in Medio Oriente. Questi sono i vantaggi strategici per la Cina. Una parte delle foreste birmane sono già state saccheggiate da imprese cinesi. Un progetto ancora più importante per Pechino è il gasdotto di 2.400 chilometri che trasporterà energia dalla costa di Arakan fino alla provincia dello Yunnan. La cooperazione militare include forniture di tecnologia bellica cinese per 1,5 miliardi di dollari. Alla giunta birmana le armi servono nella sua guerra continua contro le minoranze etniche (Karen, Cha, Wa) e adesso per schiacciare nel sangue la rivolta democratica. Alla Cina interessa trasformare Myanmar in una base operativa per sorvegliare tutto il traffico navale nell’Oceano indiano. Questo spiega il corteggiamento dei golpisti birmani a cui si dedica anche il governo dell’India. [...]

  5. #5
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    Comunicato Stampa del Coordinamento Progetto Eurasia
    Comunicato Stampa del Coordinamento Progetto Eurasia
    del 26/09/2007

    Sulla situazione in Myanmar

    Dato il precipitare degli eventi che stanno portando il blocco occidentale
    ad isolare ed aggredire, per ora verbalmente ed economicamente, la nazione
    del Myanmar, il CPE esprime la propria assoluta contrarietà
    alle ingerenze della cosiddetta "comunita' internazionale", che mirano al
    sovvertimento del legittimo regime del Myanmar.

    Dietro le proteste dei monaci buddisti di questi giorni e le aspre tensioni
    tra gruppi etnici, peraltro artificiosamente ingigantite, si nascondono gli
    interessi occidentali che mirano a destabilizzare il Paese per
    monopolizzarne le risorse e per insediare un regime "democratico" più
    favorevole agli interessi finanziari ed economici dell´Occidente
    americanocentrico.

    La strumentalizzazione delle tensioni interne al Myanmar tende, in
    particolare, a bloccare il progetto strategico di un gasdotto che partendo
    dall´Iran termina in Cina, attraversando India e Myanmar. Il CPE, oltre a
    sottolineare l´importanza della stabilità della regione sino-indiana, si
    associa all´appello del governo di Pechino che chiede "al popolo e al
    governo birmano di risolvere la crisi in modo corretto".

    Il CPE ricorda che Rangoon è sotto "osservazione" statunitense fin dal
    1997, cioè da quando l´Amministrazione degli USA, allora retta dal
    democratico Clinton, stabilì un embargo sugli investimenti nordamericani in
    Myanmar; ricorda inoltre che la resistenza del governo di Rangoon ha
    provocato la rappresaglia economico-finanziara voluta dal repubblicano Bush,
    in base alla quale dal 2003 le importazioni e le esportazioni di prodotti
    finanziari tra gli USA e il Myanmar sono bloccate. Oggi apprendiamo che
    anche l´Unione Europea proibisce gli investimenti in Myanmar e limita le
    relazioni diplomatiche, rendendo così difficile qualunque soluzione
    improntata alla pace.

    Il CPE deplora, infine, lo sciacallaggio operato sulle sventure di un
    popolo dai cosiddetti "umanitari" radicali, dagli pseudo-pacifisti e dalle
    ONG asservite ai voleri di Washington. Costoro, invece di adoperarsi per
    trovare soluzioni pacifiche, alimentano, come da copione, l'odio tra il
    popolo birmano e la disinformazione all'esterno per impedirci di scoprire
    quello che sta realmente accadendo. Tra l'altro utilizzando come "icona"
    della democrazia e della liberta' la figura di Aung San Suu Kyi, personaggio
    ambiguo pompato ad arte da MTV ed Hollywood.


    Appendice:


    Chi e' Aung San Suu Kyi?


    Finalmente, dopo le rivoluzioni colorate, gli USA hanno trovato una
    icona mediatica fragile e toccante come Aung San Suu Kyi, ed hanno
    come nemici delle figure tragicamente comiche come Than Shwe, uomo
    forte del regime militare.
    Agli USA, poco importano gli anni nei quali Aung San Suu Kyi è stata
    abbandonata alla sua sorte: ora che la salute di Than Shwe è al
    capolinea, per Washington è il momento di investire su di lei.

    Poco si sa di questa donna nata a palazzo, cresciuta nelle residenze
    diplomatiche che rappresentavano la casta dominante in Birmania, che
    pur dopo la sua defenestrazione le ha permesso di laurearsi ben 3
    volte a Oxford, e a proseguire i suoi studi a New York, ed
    immediatamente entrare nell'ONU.

    Ma il suo strenuo richiamo alla figura del padre Aung San parla per lei.
    Già, Aung San: l'uomo che nel 1939 (che tempista!) fondò il Partito
    Comunista Birmano assumendone il titolo di Segretario Generale, e
    subito dopo il parallelo Partito Rivoluzionario del Popolo (non si sa
    mai...); che saputo del mandato di arresto inglese mentre era in
    India, fuggì precipitosamente in Cina per ottenere la protezione del
    PC cinese. Ma subito intercettato dai giapponesi, si rotolò ai lor
    piedi e dichiarò obbedienza assoluta, e l'anno seguente rientrò in
    Birmania a organizzare... l'occupazione giapponese.
    Lo stesso uomo che, alle prime difficoltà belliche del Giappone, offrì
    i suoi servigi all'odiata Londra, fondò l'Organizzazione Antifascista
    e nel marzo 1945 organizzò l'ammutinamento contro i giapponesi ormai
    in ritirata.
    Divenuto così, come si usava nel 1945, padre della "resistenza", si
    avviò ai massimi fasti del nuovo stato, per essere prevedibilmente
    assassinato due anni dopo in circostanza mai chiarite, avendo tradito
    così tante persone e fedi...

  8. #8
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