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    La violenza che verrà (sacra e benedetta)...

    Nichilismo mediatico

    Su un articolo di Repubblica: la violenza che verrà (sacra e benedetta)...



    dal blog Euro-Holocaust

    L'articolo che segnaliamo è esemplare dell'atteggiamento che molti hanno in questi tempi, ossia dell'incapacità di dare un senso allo spaesamento, tanto meno riuscendo o, almeno, provando (non "desiderando a". Provando...) a porvi rimedio. I primi due terzi dell'articolo, firmato dal politologo Ilvo Diamanti [foto sopra], sono in realtà una preparazione al nocciolo dello scritto, posto in fondo e sintetizzabile nell'espressione "l'insicurezza nasce dallo spaesamento -e a questo non c'è rimedio alcuno-".

    Diamanti, dopo aver sbertucciato le ronde e aver demolito l'utilità dei vigilantes professionisti, passa al cuore del discorso, il quale è profondamente intriso di nichilismo: perchè c'è lo spaesamento? Esso esiste perchè le comunità tradizionali sono state distrutte. Essendo state distrutte, non c'è alcun controllo sociale, nè ci può essere. Diamanti non dice perchè non ci possa essere ancora una comunità e la sua capacità di ordine interno. Diamanti propone solo un deserto, che va accettato fideisticamente (deserto? Fede? C'entrerà l'ideologia contemporanea denominata giudeo-cristiana?). Per la firma di Repubblica chi non accetta il deserto mette solo tristezza, come se non riuscisse a capire la realtà.

    Come detto, tale pensiero non è solo presente in un articolo simile, ma ci capita di sentirlo da alcuni, nella vita di tutti i giorni. Chiaramente esistono responsabilità diverse, essendo diversa la presunta capace di investigare la realtà. Non cambia però l'orizzonte, che è comune e denota un radicamento, in certi ambienti, dell'accettazione del vuoto come stato quotidiano dell'essere umano occidentale e tecnofago. Giorni fa scrivevamo che, a seguire le idee di alcuni, "l'atomizzazione sociale sembrerebbe essere l'unico (e impossibile) collante". Adesso, Diamanti e i suoi simili, ci propongono l'idea che lo sradicamento è l'unico radicamento possibile.

    La realtà, secondo simili personaggi, non è un continente, ma un arcipelago di isolette, più o meno distanti le une dalle altre. E' curioso, ma non innocente (ovvio), che si proponga questo, nonostante i fiumi, anzi i mari di parole in favore di associazioni caritative per il Terzo Mondo, la globalizzazione economico-culturale, le macro-entità politiche (UE in primis), ecc. Le comunità non esistono, ossia non esistono i legami tradizionali, che sono gli unici, veri legami umani, mentre si deve accettare il deserto globalizzante. Fratelli con tutti, cani e porci, ma non fratelli tra fratelli (di sangue). Ripetiamo, non è un pensiero innocente, ma anzi estremamente consapevole, persino malevolo.

    Si veda la metafora finale di Diamanti sul bosco e sull'albero bonsai, che non è solo richiamo all'esistenza passata e alla scomparsa (vera o presunta) dei legami, ma anche immagine della distruzione della natura (e della naturalità e della naturalezza) e la sua sostituzione con l'artificio, piccolo e limitato. Immagine che rimanda anche al "fuggire nel bosco" di jungeriana memoria e al suo contrario, ossia l'annientamento della libertà umana.

    Perchè, se non è chiaro ancora, Diamanti, col suo nichilismo rivoltante, altro non ha da proporre se non l'asservimento e il totalitarismo. Questo è lo scenario nascosto dietro le parole d'ordine dell'immigrazionismo e del globalismo economico-culturale. Il livellamento umano proposto è la desertificazione non solo delle realtà etno-culturali, ma anche delle libertà individuali, essendo l'individuo (l'individuo libero) la conditio sine qua non della libera crescita e della libera espressione delle culture umane e viceversa, le comunità radicate sono la condizione per la libertà individuale.

    Chi, come Diamanti o un qualunque amico o conoscente confuso (dopo anni di progressismo ad ogni costo), afferma che ormai la pretesa della sicurezza e dell'ordine è impossibile, perchè la realtà è troppo complessa (semmai complicata) e perchè non c'è più il rapporto col borgo, ma col mondo, bisognerebbe ricordare che il borgo è stato distrutto e, dove ancora esiste, lo si sta tentando di distruggere, allo stesso modo in cui il mondo è sempre esistito e sempre ci si è avuti a che fare. Il "mondo" non nasce con la globalizzazione. E' semmai il "borgo" che muore per causa di essa. Ossia, la presunta ricchezza nella diversità della globalizzazione distrugge proprio l'elemento che connota la realtà locale, quindi la vera diversità.

    Atomizzazione come collante... Sradicamento come radicamento... E assenza di legge come legge. Diamanti parla di insicurezza, spostando, apparentemente, l'attenzione verso le percezioni individuali. Non staremo ad elencare gli elementi concreti che portano all'insicurezza non solo percepita. Essi sono molti e molti vengono ridimensionati (da alcuni mezzi di comunicazione schierati) appositamente per diminuire quella corretta percezione (l'aumento di vagabondi, la sporcizia, lo spaccio di droga, ecc.). Quello che andrebbe meglio sottolineato sono le conseguenze di un panorama prospettato dall'idea della "comunità perduta": la comunità è perduta; le ragioni non vengono sviscerate sufficientemente; la perdita va accettata per fede; la paura viene da questa perdita (da questa fede); a questa paura bisogna abituarsi.

    In un colpo solo si tenta di far accettare lo sradicamento e il disordine conseguente, violenza compresa. Non essendoci ragioni e non essendoci altro che impressioni, che rimane? Solo il rullo-compressore di chi domina la società, ma con una differenza fondamentale rispetto ai secoli passati, ossia l'impossibilità di vere identità locali, ma solo di quelle imposte da determinate élites. Insomma, l'impoverimento della realtà umana.

    Ma la violenza rimarrà, appunto. L'impossibilità di moti popolari (a causa della sempre più potente tecnologia repressiva e del sempre più raffinato controllo ideologico del reale) e di vie di fughe (materiali, quindi anche culturali), in un mondo globalizzato, ossia dominato da piccole e potentissime élites, renderà l'esistenza umana un inferno, ove la coazione a compiere solo ciò che le élites desiderano sarà l'unica costante quotidiana.

    Le ronde e le molotov contro gli zingari sono moti popolari, nè più nè meno (con ovvi distinguo) di quelli contadini nel Medio Evo o di quelli operai tra '800 e '900. Sono l'espressione di una rabbia locale contro una situazione imposta dall'alto (imprenditoria sradicata e sradicante e classe politica). I cortigiani alla Diamanti desiderano che tali moti si spengano, affinchè il loro ordine di potere sopravviva, ma tale pretesa si basa solo o su una speranza o su una, più inquietante, certezza.

    A seconda di quanto il cortigiano Diamanti sia vicino al vero Potere, spera che esso spenga la vitalità locale, oppure sa, addirittura, che, presto o tardi, tale Potere si muoverà in modo repressivo contro i moti. Anzi, in modo repressivo contro la sola possibilità che qualcuno possa desiderare tali moti (ecco perchè si afferma che le molotov a Napoli contro gli zingari portano la marca camorrista: mica perchè sia davvero così!). Ma qui sta anche il punto debole della questione, ossia desiderare e propagandare l'idea del caos e non vedere quanto tale reale possibilità possa sconfinare.

    Chi desidera la repressione anti-autoctona e anti-localistica, chi vuole la globalizzazione come unica legge per l'umanità tutta, non sembra presagire che il caos conseguente alla fine delle comunità di sangue e suolo non porterà necessariamente all'ordine totalitario e tecnocratico che desiderano. Può portare anche all'emersione, più o meno violenta, di nuovi popoli o nuovi gruppi. Può portare a nuove guerre, capaci di allontanare i continenti, come mai avvenuto prima. Può portare ad una violenza endemica che penetrerà fin dentro i castelli del Potere, avvelenandone l'esistenza quotidiana. Molte sono le possibilità. Se il Potere globalizzante vuole una umanità-giocattolo, incapace di reagire e di agire, non significa che questo sia il destino.

    I cortigiani desiderano un Potere che spenga, in sostanza, l'umanità, ma ciò che invece è necessario avvenga è che la violenza che essi generano si scateni proprio contro essi. Non dovranno esserci luoghi di pace o almeno ben difesi per costoro. Essi propagandano il caos ed essi devono subire il caos.

    La violenza che verrà dall'umanità libera, ossia l'unica umanità che tale si possa chiamare, sarà una violenza benedetta, sacra agli Dei, perchè sarà come il respirare dei viventi e il gioco degli astri nel cielo. Perchè chi è vivo sa anche reagire violentemente, allo stesso modo in cui respira od osserva le stelle.


    • Dall'articolo "Le tante ronde della comunità perduta" (Ilvo Diamanti, La Repubblica, 11 maggio 2008):
    A volte l'ideologia impedisce di riconoscere le cose. Occhiali deformanti, che sfalsano la percezione di chi osserva. Coerentemente con l'intenzione che anima i protagonisti della scena osservata. È il caso (uno dei tanti) delle "ronde padane".

    Associazione di volontari che pattugliano il territorio e i quartieri, di città e paesi del Nord, per denunciare - e inibire - l'illegalità e la criminalità comune. Stigmatizzate alla stregua di squadracce fasciste, da chi è ostile alla Lega e, in generale, alle iniziative che "privatizzano" la gestione della sicurezza e dell'ordine pubblico. Contro "i nemici che vengono da fuori".

    Immigrati, stranieri, nomadi e poveracci. Considerate, al contrario, un metodo di "autodifesa dei cittadini indifesi". Lasciati soli dalle istituzioni, abbandonati dalle forze dell'ordine. Si tratta di posizioni speculari. Le accuse colpiscono il bersaglio accogliendo la definizione tracciata dagli autori. Dalla Lega. E, in primo luogo, dal promotore e organizzatore dell'iniziativa.

    L'on. Mario Borghezio. Sempre all'avanguardia nella lotta contro i "nemici della civiltà padana". Contro il musulmano, l'islamico, l'immigrato (non necessariamente) clandestino e irregolare. Tuttavia, viste da vicino, queste camicie verdi sparse sul territorio, non rammentano le camicie nere che prepararono l'avvento del fascismo. Terrorizzando, davvero, prima e durante il ventennio, gli oppositori o, semplicemente, gli scettici e i tiepidi nei confronti del regime. Le "ronde padane" sono "dopolavoristi".

    Militanti di partito sguinzagliati per le strade: a piedi, in bicicletta, talora in auto. Cellulare alla mano, per segnalare ai vigili e alle questure eventuali presenze sospette. Per denunciare minacce, prima ancora che veri episodi di illegalità. Ora, promettono Borghezio e i padani, le cose cambieranno. Con il sostegno del neoministro Maroni, le ronde verranno istituzionalizzate. Ma, per ora, la loro azione non sembra troppo efficace. Più che per i criminali, inoltre, l'attività delle ronde è pericolosa per le ronde stesse.

    Che si troverebbero a mal partito se dovessero trovarsi di fronte spacciatori, banditi o protettori - agguerriti e senza scrupoli. Tanto che, non di rado, mentre le ronde proteggono i cittadini, la polizia locale è chiamata a proteggere le ronde. Le quali, più degli immigrati irregolari, disturbano, talora, quelli regolari. Non a caso, An, in molte realtà locali, ne ha criticato l'impiego, con definizioni sprezzanti, proponendo e opponendo, in alternativa, il reclutamento di vigilantes professionisti.

    Tuttavia, le ronde continuano a suscitare un dibattito che resta acceso. E sembrano, perfino, riscuotere un certo consenso. Come suggeriscono tre diversi segnali. (a) Anzitutto, l'elezione di due "sperimentatori". Gianpaolo Vallardi, sindaco di Chiarano, e Gianluca Forcolin, sindaco di Musile di Piave. Entrambi leghisti. Passati dal Parlamento padano a quello romano.

    (b) La fiducia sociale nei loro confronti cresce, come rivela, da ultimo, da un sondaggio condotto da Ipsos (per Vanity, aprile 2008), da cui emerge che il 53% dei cittadini vede con favore il ricorso alle ronde (contrario il 43%).

    (c) La riproduzione diffusa dell'esperimento, riveduto e corretto. Infatti, numerosi comuni, alcuni governati dal centrosinistra (Firenze e Bologna, fra gli altri), hanno istituito oppure stanno istituendo servizi di vigilanza (informazione, attenzione...) "volontaria", affidati ai cittadini. Talora, poliziotti in pensione. Spesso, persone comuni, a volte giovani.


    Naturalmente, le amministrazioni di centrosinistra e i partiti che le sostengono negano ogni parentela con l'esperienza "rondista". Soprattutto perché si tratta di iniziative pubbliche, promosse dagli enti locali. Senza bandiera né etichetta politica. E senza pregiudizi. Tuttavia, l'affinità è innegabile. Chiamiamole "ronde democratiche" o "italiane". Tentativi (magari non "faziosi") di rispondere al medesimo problema: la sicurezza. O meglio l'insicurezza "locale". Cresciuta, esponenzialmente, negli ultimi anni. Insieme ai reati definiti "minori", nel linguaggio corrente. "Maggiori", nella percezione sociale, perché toccano direttamente le persone.

    I furti in appartamento. Ma anche quelli di auto e di motorini. Questi reati, nel corso degli anni, sono cresciuti. Anche se, nello stesso periodo, gli immobili, le auto e i motorini sono, a loro volta, cresciuti in misura forse maggiore. Il divario tra i fatti e la percezione, peraltro, è elevato. L'incidenza dei furti in appartamento (e, quindi, la probabilità che avvengano) è di circa dello 0,23% (Fonte Min. Interni 2006) [perchè non cita quanti decidono di non sporgere denuncia per non dover "perdere tempo" con l'inefficacia delle indagini? ndr]. Mentre il timore di esserne vittima coinvolge il 23% dei cittadini (Inchiesta Demos-Unipolis, ottobre 2007).

    Una quota di persone, cioè, 100 volte superiore. Tuttavia, richiamare lo iato fra realtà e percezione non serve. Dal punto di vista sociale, le percezioni contano più dei fatti. Per cui l'insicurezza e la paura "sono". Esistono. "Dati" pesanti e concreti. Inutile girarci intorno.

    La distanza fra realtà e rappresentazione limita, semmai, l'efficacia delle soluzioni. La lotta all'immigrazione. Ai romeni. Agli zingari. Oggetto, non a caso, dei primi provvedimenti annunciati dal governo. Non può garantire rassicurazione, perché indica bersagli precisi quanto limitati. E, soprattutto, lontani dall'origine vera dell'insicurezza. Che risale, principalmente, al cambiamento violento e profondo del nostro mondo.

    Il nostro ambiente di vita quotidiana: non ci protegge più. Un tempo, neppure troppo tempo fa, era visibile, vivibile e vissuto. Impigliato in una tela fitta di relazioni sociali e di vicinato. Il territorio esisteva. Vi si passeggiava, incontrando persone conosciute. I "foresti" si individuavano subito. Era facile tenerli d'occhio. Il paese e le città: esistevano. Luoghi di relazione e di incontro. Proteggevano dal "mondo". Anche se erano costrittivi. E un po' soffocanti.

    Oggi non è più così. Le grandi città sono spesso anonime. Anche i paesi, i villaggi lo stanno diventando. Devastati da una dilatazione urbana senza limiti. Guidata dagli interessi immobiliari assai più che dai disegni delle amministrazioni locali. Sulle strade circolano solo auto e moto. Le piazze: vivono solo nei centri storici. Finché cala la sera e le botteghe chiudono. La gente si rifugia, sempre più, in casa. Il mondo incombe. Ci minaccia da vicino con le sue crisi e le sue guerre. E noi sappiamo tutto, in diretta, attraverso la televisione. Il mondo è tra noi. Ha i volti degli gli stranieri, che popolano la nostra realtà, sempre più numerosi.

    L'insicurezza nasce dallo spaesamento. Dal logorarsi dei legami sociali. Dalla solitudine delle persone. Dalla perdita di confidenza con il territorio intorno a noi. Di giorno. Tanto più di sera e la notte. Quando si incontrano solo gli "altri".

    Per questo le terapie contro l'insicurezza si traducono in tentativi di "controllare" il territorio. Dove è divenuto un deserto abbandonato dalla società. Da un lato: attraverso la militarizzazione. La moltiplicazione di polizie pubbliche e private. La cui presenza rassicura e preoccupa al tempo stesso. Perché le auto della polizia o i vigilantes confermano che il pericolo effettivamente c'è. Dall'altro: i sistemi di sorveglianza elettronici. Videocamere ovunque. Fuori dalle case, nelle piazze, accanto a negozi, banche, uffici.

    Si tratta di placebo. Soluzioni che rendono più acuto il senso di spaesamento. Rimpiazzano la comunità vigilante con i vigilantes. Gli occhi delle persone con quelli elettronici. Freddi. Scrutano la nebbia attraversata da penombre. Accettano la desertificazione sociale del territorio.

    Infine, ci sono le "ronde". Padane e democratiche. Associazioni e gruppi di volontari. In camicia verde o in borghese. Persone che passano per le strade e per le piazze. Persone che passano dove - e in ore in cui - le persone comuni non passano più. Con la loro presenza tentano di riprodurre tracce di comunità. Oppure, come la Ronda di notte dipinta da Rembrandt, vorrebbero richiamare l'identità urbana, difesa dalle milizie civiche (lo ha suggerito Wlodek Goldkorn).
    Si illudono. Imitano un controllo sociale che non esiste - e non può esistere - perché non esiste più la società. Di cui fanno la caricatura.

    Sono le ronde della comunità perduta. Più che paura, suscitano nostalgia. E tristezza. Come bonsai piantati in un vaso, dove prima c'era un bosco.

    http://euro-holocaust.splinder.com/p...ismo+mediatico

  2. #2
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  7. #7
    mormilla
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    ooo

    ma questo è tttroppo furbooo!!!

  8. #8
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    Citazione Originariamente Scritto da mormilla Visualizza Messaggio
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    ma questo è tttroppo furbooo!!!
    Chi? Ilvo Diamanti?

 

 

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