Le parole di Stefania Prestigiacomo sull’urgenza di ripensare gli impegni italiani di riduzione delle emissioni sono stracolme di buonsenso. Al nostro paese sono stati imposti degli obiettivi che, semplicemente, non siamo in grado di sostenere. Essi significano un aumento dei costi dell’energia che non è sostenibile, senza peraltro avere un effetto ambientale effettivamente misurabile. Benissimo, quindi, ha fatto la Prestigiacomo a porre con fermezza il problema. Ma con altrettanta forza andrebbe affrontata – non dall’Italia soltanto: dall’intera Europa – la questione più generale della politica energetica europea. A monte di tutto, sta un fatto storico: il Trattato Ue non concede alla Commissione poteri espliciti in questo settore. Ciò è conseguenza della visione, incarnata con insistenza soprattutto dalla Francia, secondo cui l’energia è una faccenda di sicurezza nazionale e quindi non dovrebbe essere delegata agli organismi comunitari. Tale approccio è discutibile, e il Trattato di Lisbona tenta di mettervi una pezza, ma in ogni caso questa è l’Europa. Ciò nonostante, è sotto gli occhi di tutti come la questione energetica non possa non essere ricondotta a una dimensione più vasta di quella degli Stati membri. Così, la Commissione ha inteso agire sfruttando due sentieri laterali: la competition policy, e la politica ambientale. Da un lato, allora, si è assistito al tentativo (con risultati ora significativi, ora deludenti) di costruire un mercato interno per elettricità e gas. Dall’altro, la lotta alle emissioni di CO2 ha portato alla convergenza tra quattro attori del dibattito politico europeo.
Il primo attore è la Commissione stessa. Il secondo è la burocrazia europea, sempre alla ricerca di cause che ne giustifichino l’esistenza e, possibilmente, l’espansione – e non v’è miglior ragione per allargare i poteri pubblici della salvezza del mondo. Il terzo attore è la lobby delle fonti rinnovabili e dell’industria cosiddetta ambientale, molto influente soprattutto in paesi come la Germania (Berlino ha giocato un ruolo determinante nell’arrivare alla politica del 20-20-20). Il quarto e ultimo soggetto sono i movimenti e i partiti ambientalisti, i quali dall’esistenza di un perpetuo stato di emergenza traggono legittimità e autorevolezza. Si è così giunti alla definizione della nuova politica energetica europea, che chiede di arrivare, entro il 2020, alla riduzione delle emissioni del 20 per cento al di sotto dei livelli del 1990, il taglio dei consumi di energia del 20 per cento rispetto al tendenziale, e l’aumento della quota di rinnovabili al 20 per cento dei consumi (inizialmente si disse dei consumi primari, ma poi divenne chiaro che sarebbe stato impossibile e, con autentico sforzo orwelliano, si cambiarono le carte in tavola e si volse l’attenzione ai consumi finali).
La politica del 20-20-20 è sbagliata e dannosa per tre ordini di ragioni. Primo: si basa su uno slogan stupido. L’energia è una cosa seria e non si può pensare di fare programmazioni di lungo termine, che determineranno molto del nostro futuro, cercando numeri rotondi. Non c’è alcuno studio o alcuna valutazione dietro l’espressione 20-20-20: c’è solo ignoranza abissale e leggerezza. Secondo: se anche fosse fisicamente possibile raggiungere gli obiettivi fissati (e non è affatto scontato), l’impatto sul tessuto economico europeo sarebbe enorme. Di questo si sono resi conto perfino alcuni tra gli sponsor iniziali di queste misure, come la Francia e la Germania, che oggi si lamentano delle richieste dalla Commissione. Terzo, e più importante: il 20-20-20 è, assieme, controllo della domanda (attraverso i limiti ai consumi) e dei prezzi. E’ dunque incompatibile con le liberalizzazioni, che presuppongono libertà di produttori e consumatori di rispondere gli uni alle domande degli altri. Bisogna mettersi in testa che o si liberalizza, oppure si demanda allo Stato il compito di decidere quanta energia può essere consumata e come deve essere prodotta: le due cose non possono logicamente andare assieme. Ci sono infiniti modi di raggiungere gli obiettivi ambientali senza intervenire in modo così pesante e distorsivo col mercato, ammesso che tali obiettivi siano davvero meritevoli di essere raggiunti. Per esempio, una carbon tax sarebbe uno strumento più efficiente del confuso pastone di ideologia e opportunismo politico che è la politica energetica europea oggi.
Il 5 giugno si terrà la prossima riunione dei ministri dell’Ambiente europei. La Prestigiacomo ha una missione immediata e importante: ottenere condizioni migliori per l’Italia. Se ci riuscirà, gliene saremo infinitamente grati. Se però quel giorno si cominciasse a parlare non solo della distribuzione degli obiettivi tra gli Stati membri, ma anche della loro ragionevolezza, allora le prospettive per l’Europa potrebbero essere migliori. L’infallibilità non è una prerogativa degli uomini politici: se i leader europei ammetteranno di essersi sbagliati e getteranno alle ortiche la follia del 20-20-20, nessuno li accuserà d’incoerenza.
da Libero Mercato, 27 maggio 2008
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