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liano
L'allarme dell'Unione artigiani: «Non costringeteci all'illegalità»
A Milano lavorano 35mila clandestini
Gli artigiani: «Ne servono molti di più. Pronti a metterli in regola». Ma i posti a disposizione sono in tutto 6.200, badanti comprese
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Non solo famiglie. L'allarme per la mancata regolarizzazione di gran parte degli stranieri richiesti con il decreto flussi contagia anche le imprese milanesi. «Non costringeteci all'illegalità — dicono i rappresentanti delle aziende —. Vogliamo rispettare la legge e nello stesso tempo essere messi in condizione di continuare con la nostra attività. Senza rinunciare a personale prezioso». A sollevare il problema, ieri, l'Unione artigiani di Milano. «In provincia abbiamo chiesto la regolarizzazione di 12 mila stranieri che in gran parte lavorano già nelle nostre aziende. Alla fine riusciremo a metterne in regola soltanto una minoranza», contesta il segretario generale dell'associazione, Marco Accornero. Delle 93 mila imprese artigiane della provincia, si stima che 7-8 mila stiano cercando di mettere in regola uno o più immigrati. La stragrande maggioranza senza successo». «Anche volendo il personale italiano non riusciamo a trovarlo — continua Accornero —. Le nostre sono attività di piccole dimensioni, rinunciando al clandestino che non si è riusciti a regolarizzare molti rischiano di chiudere».
In provincia di Milano le aziende vogliono assumere 35 mila immigrati. Ma i posti a disposizione sono in tutto 6.200, badanti comprese. Gli artigiani chiedono senza tanti giri di parole un nuovo decreto flussi. Una posizione tutt'altro che isolata. «Le quote si sono dimostrate largamente insufficienti e vanno calibrate in modo diverso, tenendo conto della capacità del territorio di essere ricettivo, ma anche delle esigenze effettive delle imprese», dicono in Assolombarda. L'associazione delle aziende industriali della provincia chiede anche che gli stranieri ad alta qualificazione, (designer, ingegneri...) abbiano corsie preferenziali: «La libera circolazione delle risorse umane è un fattore di competitività». «Siamo una società aperta, bisogna regolamentare i flussi con buon senso. Puniamo delinquenti e scafisti. Ma non ostacoliamo chi cerca e offre lavoro», interviene Massimo Ferlini, presidente della Cdo milanese. A oggi — secondo Ferlini — il fenomeno immigrazione non è governato. In compenso si abusa di argomentazioni ideologiche. Anche le piccole imprese di Apimilano chiedono che i rubinetti dell'immigrazione non vengano chiusi all'improvviso. «Il 13 per cento dei nostri dipendenti è straniero. L'introduzione di norme più rigorose di quelle attuali, penso, ad esempio, al reato di clandestinità, costringerà a ridurre l'inserimento di personale. Con un impatto per l'economia tutto da calcolare», riflette il presidente di Apimilano, Paolo Galassi.
Per le imprese milanesi l'inserimento degli immigrati potrebbe diventare una criticità soprattutto nei prossimi anni. «L'Expo inasprirà il problema. Eventuali modifiche delle regole devono tenere conto anche di questo», fa notare il presidente di Assimpredil, Claudio De Albertis. Un tema, questo, a cui la Cdo è particolarmente sensibile. «In vista dell'Expo alcune migliaia di lavoratori arriveranno a Milano — ricorda Ferlini —. E' necessario istituire un'agenzia per la sicurezza dell'occupazione. Che vigili prima di tutto sul lavoro nero».
Rita Querzé
20 maggio 2008