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  1. #1
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    Predefinito Cina-Tibet: disordini, destablizzazione, eventi

    Si accendono i focolai, prima nello Xinjiang uiguro e poi in Tibet.
    Tutto sembra indicare che le Olimpiadi possano essere una irripetibile occasione per cominciare a "preparare" il pubblico occidentale ad una crescente diffidenza-paura verso la Cina.

  2. #2
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    assolutamente si.
    Non a caso l'uscita simultanea di notizie di questo tipo viene puntualmente commentata a dovere dai rappresentanti delle oligarchie euro-americane, rappresentanti dai politici organici alla strategia di destabilizzazione di Cina, Russia e tutti i paesi desiderosi di indipendenza e ostili alle ingerenze esterne.
    Notare le dichiarazioni di Veltroni sulle pecifiche proteste dei tibetani, visti come idoli della non violenza.
    Chissà che non si prepari una campagna mediatica progressiva più massiccia tesa e fare del tibet il focolaio di propaganda anticinese ( cosa che d'altronde avviene incessantemente dal 1949).

    da notare tuttavia, a latere, i rapporti assolutamente ambigui che l'occidente ha, anche dal punto di vista più strettamente mediatico e propagandistico con la Cina. E'interessante vedere, ad esempio, come gli Stati Uniti abbiano tolto dalla ridicola lista dei paesi non rispettosi dei diritti umani proprio la Cina, lasciandovi dentro la Russia.
    Come a dire che gli interessi economici e la dipendenza eocnomica dell'economia nord-americana nei confronti di quella cinese, iniziano ad indurre scelte politico-mediatiche di distensione-corteggiamento unite da campagne contemporanee di diffamazione e destabilizzazione interna.
    Insomma a testimonianza di come l'epoca policentrista si avvii a consolidarsi ed i rapporti tra potenze cambino gradualmente volto.

  3. #3
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    Intanto prosegue il batti e ribatti di notizie divegrenti fra interpretazioni occidentali, trasmesse da agenzie le cui intenzioni sono ben chiare, e versione del governo cinese.
    L'origine dei disordini in Tibet resta piuttosto dubbia, e mentre la versione occidentale parla di manifestazioni pacifiche di sollevazione contro la storica oppressione cinese, le fonti cinesi affermano che i disordini siano stati provocati ad arte da gruppi di tibetani con il chiaro fine di destabilizzare la regione creando un caso internazionale.
    L'unica cosa certa è che di manifestanti paicifici, come descritti dai giornali nostrani, non si tratta affatto. Basta leggere le notizie di cronache e la accertata morte di diversi poliziotti cinesi per farsene una ragione.
    In più l'ipermediatizzazione delle notizie lascia pensare ad una provocazione bella e buona in perfetto stile imperialistico euro-americano ( diritti umani violati, popoli oppressi e chi più ne ha più ne metta).
    In ogni la situazione deve essere approfondita, fonti permettendo.

  4. #4
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    Stavolta non so proprio che dirvi sulla questione. Taccio e mi faccio da parte.

  5. #5
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    sarebbe interessante, approfittando della situazione contingente, adoperarsi per uno studio della questione nelle sue verità storiche.
    Come ben sappiamo le questioni nazionali sono sempre continuamente manipolate ( in un senso o in un altro ) a fini estranei alle logiche storiche e veritative che dovrebbero guidarle.
    Nel caso di questioni nazionali interne a paesi la cui diffamazione sistematica è merce quotidiana della stampa nostrana, la cosa si fa ancora più complessa.

    Io ne so abbastanza poco, conoscenze frammentarie frutto di informazione piuttosto superificiale.



    Al lavoro.

  6. #6
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    Citazione Originariamente Scritto da Outis Visualizza Messaggio
    Stavolta non so proprio che dirvi sulla questione. Taccio e mi faccio da parte.
    ........ condivido. Solo una cosa ho per certa : quando vedo blindati da una parte e manifestanti sostanzialmente disarmati dall'altra, dalla parte dei primi non riesco (per nessuna ragione, per nessun "superiore" interesse in gioco) proprio a schierarmi, conscio che questa è ormai una posizione in-politica.

  7. #7
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    Citazione Originariamente Scritto da LEONIDA Visualizza Messaggio
    ........ condivido. Solo una cosa ho per certa : quando vedo blindati da una parte e manifestanti sostanzialmente disarmati dall'altra, dalla parte dei primi non riesco (per nessuna ragione, per nessun "superiore" interesse in gioco) proprio a schierarmi, conscio che questa è ormai una posizione in-politica.
    Infatti, non possiamo permetterci posizioni non politiche. Siamo famosi, ormai, ci seguono in molti per avere un minimo di orientamento.

    Diciamo che in questo caso particolare, non ci sono "manifestanti disarmati" contro carri armati, tanto per iniziare a capire la questione.

    Mi sarei sconvolto se avessi dato loro qualche credito, ma, visto che non do loro nulla, mi limito a constatare la stravaganza della Sinistra Arcobaleno e dei Radicali che hanno velocemente manifestato contro la Cina ieri, senza capire di che si parla. Troppo veloci.

  8. #8
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    Io distinguerei due elementi:

    1) la dinamica interna al tibet, dove c'è un problema oppressione dei tibetani da parte del governo cinese, pressioni per imporre un'assimilazione e una progressiva immigrazione da parte di elementi cinesi, che controllano la vita politica ed economica della regione;

    2) l'uso che viene fatto all'estero della questione tibetana da parte di gente a cui non interessa un tubo dei tibetani, ma invece vuole mettere in difficoltà il governo cinese.

    Io mi schiero dalla parte dei tibetani e condanno le strumentalizzazioni che non fanno altro che peggiorare la situazione di chi abita in Tibet. Infatti più il governo cinese pensa che ci sia una manovra internazionale per destabilizzare il paese utilizzando i suoi problemi nazionali interni, meno è propenso a concedere autonomia alle minoranze e più tende ad usare la forza.

    Mi interesserebbe conoscere meglio il ruolo del Dalai Lama nella crisi attuale e anche in prospettiva storica. Oggi il Dalai Lama è un po' il megafono dei tibetani all'estero, nel senso che è una personalità nota ed apprezzata (anche se forse più nota che conosciuta), ma non so quale sia la sua effettiva influenza all'interno. E' solo una personalità prestigiosa, è visto come un'alternativa, ci sono dei movimenti politici tibetani che non si riconoscono nel Dalai Lama? le manifestazioni di questi giorni da chi sono fatte, sono spontanee? C'è una qualche forma di organizzazione?

  9. #9
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    Non è un contributo d'attualità, è solo un contributo "storico" ripreso dal "programma comunista" del 1957. Interessante.


    I fatti del Tibet, controprova del conformismo nazionalcomunista

    Mentre scriviamo, la rivolta del Tibet appare domata. Il Dalai Lama, che agli occhi della stampa atlantica è assurto a nuovo simbolo della lotta contro il «materialismo ateo», ha raggiunto il territorio indiano. Il Budda vivente, il Grande Oceano incarnato, è salvo! I conformisti di tutto il mondo, resisi improvvisamente consci della importanza che riveste il lamaismo nella lotta per i «diritti dell'anima», hanno tratto un sospiro di sollievo. Di che meravigliarsi? La borghesia occidentale, pur di servirsi della influenza della chiesa cattolica, ha rinnegato tutte le tradizioni di pensiero anti-ecclesiastico che, bene o male, permisero lo sviluppo di potenti strumenti intellettuali, come quelli foggiati dalla rivoluzione scientifica del darwinismo, e nella ricerca affannosa di argini da opporre alla marea proletaria si è buttata in ginocchio davanti ai Papi cattolici. Ma ora nemmeno il cattolicesimo basta più; ed eccola prosternarsi al papa dei tibetani!
    La malafede della stampa occidentale è provata a sazietà dal comportamento del tutto opposto, che osserva nei confronti delle rivolte dei «popoli di colore» oppressi dal colonialismo bianco. La spedizione nell'al di là di qualche migliaio di monaci tibetani, abituati come i religiosi di tutte le latitudini a vivere alle spalle del popolo, ha avuto il magico effetto di accendere passioni umane nei cuori di granito che assistono impassibili al massacro del popolo algerino e alle repressioni della polizia colonialista nel Camerun, nel Congo, nel Nyassa. La «barriera di colore» è improvvisamente caduta. Il razzismo degli illustri prostituti intellettuali che scrivono nel «Popolo», nel «Corriere della Sera», nel «Tempo», nel «Secolo», ha dall'oggi al domani concesso un esonero all'aristocrazia feudale tibetana. Coloro i quali predicono che l'«Africa, abbandonata dai civilizzatori, ricadrebbe ineluttabilmente nelle tenebre della barbarie, e forse nel cannibalismo», scoprono «il diritto delle popolazioni del Tibet a svolgere il proprio tipo di civiltà!» Sotto la scusa gesuitica che si debba evitare ogni incrinatura nel blocco della Nato, il giornalismo borghese giustifica in un modo o nell'altro la dominazione coloniale, ma si converte all'anticolonialismo non appena le agenzie di informazioni di Ciang Kai-scek - altro campione della «libertà dei popoli»! - diramano la notizia della rivolta dei monaci tibetani. Tuttavia, se la borghesia occidentale è pronta ad afferrare, con assoluta mancanza di scrupoli, qualsiasi occasione le permetta di denigrare il comunismo come un ammasso di contraddizioni, bisogna pur dire - e non saremo certo noi a tirarci indietro - che il sordido lavoro della propaganda borghese è enormemente facilitato dagli effetti delle storture teoriche e dell'operato opportunista dei partiti che ri richiamano al «comunismo» predicato a Mosca e a Pekino.
    Nei giorni seguiti alla diffusione del comunicato del governo di Pekino che dava conferma della rivolta tibetana, è sorta una polemica tra l'«Unità» e l'«Avanti!». Il giornale socialista, che dall'epoca della rivolta ungherese si è dedicato alla critica dei metodi seguiti da Mosca nei paesi «satelliti», sosteneva la tesi legalitaria secondo cui la rivolta sarebbe scoppiata per non avere il governo di Pekino rispettato l'accordo cino-tibetano del 25 maggio 1951. In forza di tale accordo il Tibet riconosceva il fatto compiuto dell'occupazione militare cinese iniziata nell'ottobre dell'anno precedente, mentre la Cina si impegnava a rispettare l'autonomia del Tibet e la sua struttura sociale. Orbene la «Unità» rispondeva che la iniziativa della rottura dell'accordo era partita dagli esponenti della teocrazia feudale tibetana. Tesi non meno legalitaria ed antirivoluzionaria perché giustificava la repressione della rivolta non sul terreno della lotta di classe e dell'illegalità rivoluzionaria, ma su quello ultra-borghese del diritto internazionale. Io, potenza dominante, ti occupo e li costringo a firmare un trattato con cui riconosci la mia sovranità, elargendoti però una certa autonomia amministrativa. A un certo punto, tu, potenza soggiogata, non stai ai patti? Ebbene, io ti sparo addosso, e nessuno può accusarmi di ingiustizia, perché la mia azione è legale...
    Ahimè! avete già dimenticato, voi che vi vantate di aver messo fine al vergognoso periodo dell'asservimento della Cina, che non diversamente ragionavano i briganti imperialisti pagati dall'Inghilterra, dalla Francia, dal Giappone, dalla Germania, e oggi dagli Stati Uniti, che venivano a tagliarsi larghe fette di territorio nella Cina dei Manciú o di Ciang Kai-scek? Avete dimenticato che ogni sopruso fatto subire alla Cina, a cominciare dalla guerra dell'oppio per finire con la fondazione dello Stato-fantoccio del Manciú-kuo, era presentato immancabilmente dalla diplomazia imperialista come un atto di espiazione della malafede e disonesta cinese? Per un intero secolo, la Cina ha dovuto pagare per non aver «rispettato i patti» e il calvario non è ancora finito. Forse che lo imperialismo statunitense non tende a giustificare l'occupazione militare di Formosa sbandierando i trattati che si è fatto firmare dalla marionetta Ciang?
    Nella polemica tra l'«Avanti!» e l'«Unità», noi non possiamo prendere posizione né per l'uno né per l'altro, perché nessuno dei due parla un linguaggio rivoluzionario. Non è questione di sapere chi abbia stracciato il trattato del 1951, se le autorità cinesi o il governo del Dalai Lama. Il fatto è che la firma del patto fu di per sé un atto anti-rivoluzionario. Proponendo quel patto, che sanciva l'occupazione militare cinese e garantiva la conservazione di strutture sociali ultrareazionarie perpetuanti i privilegi feudali della chiesa lamaista, si veniva a firmare null'altro che un patto coloniale. Questo l'«Unità», che soltanto oggi scopre che il Tibet è rimasto indietro di 1.500 anni - ed è vero - non vorrà mai confessarlo. Ma tutta la storia del colonialismo narra che non altrimenti si impiantò, in Africa e in Asia, il regime coloniale che appunto tendeva a conciliare gli interessi della potenza occupante con la conservazione delle strutture sociali indigene, cioè dei privilegi delle caste locali dominanti (maharajà, sultani, emiri, ulema, e via dicendo). Se proprio si vuole cercare lo spergiuro che ha mancato di parola, bisogna allora indicarlo nel «comunismo» cinese che, arrivato in armi nel Tibet, si astenne dal liberare dei montanari che da secoli vivevano sotto il giogo di strutture sociali arcaiche. Col trattato del 1951, il «comunismo» cinese, calpestando ogni tesi di quel marxismo che dice di seguire, si accordava con l'aristocrazia feudale tibetana di cui ora, a nove anni di distanza, «scopre» la malafede.
    Che cos'era il Tibet quando le armate di Mao-Tse Dun vi misero piedi? Per saperlo, leggiamo un brano dell'articolo «Tibet: società feudale immutata nei secoli» apparso ne «L'Unità» del 31-3-59 lo stesso numero che contiene la nota polemica contro l'«Avanti!»:
    «Ancora oggi, dopo l'accordo del 1951, questo paese (il Tibet) che si estende per circa un milione di chilometri quadrati sul più elevato altopiano del mondo, è retto autocraticamente dai monaci buddisti. È una società feudale, organizzata rigidamente a piramide, al vertice della quale è il Dalai Lama e alla cui base sono i servi della gleba. Tutto il potere emana dai monaci dei tre grandi monasteri di Drebung, Sera e Ganden, ed è tra essi che vengono scelti sia i membri del Casiag, il governo responsabile verso il Dalai Lama, che i funzionari Lama... ...La suprema autorità è, come si è detto, il Dalai Lama, il «Grande Oceano», che, per i credenti lamaisti è l'incarnazione di Cerenzi, il signore della Misericordia, dio patrono del Tibet... Esiste, tuttavia, un'altra somma incarnazione, quella di Opame, il Budda della Luce Smisurata, ed è il Pancen Lama, o comunemente chiamato anche il Figlio, rispetto al Padre che è il Dalai Lama, e divide col Dalai l'autorità spirituale e temporale, quando non è diviso da esso da insanabili contrasti, come e accaduto in più di una occasione nella secolare storia del Tibet».
    Dopo averci erudito circa la struttura politica del «misterioso» paese e il fatto che la chiesa lamaica accentra nelle sue mani il potere spirituale e temporale, il governo delle anime e dei corpi, l'«Unità» passa a descrivere le condizione sociali del paese. Potremmo ricavarle da qualsiasi testo di geografia, ma preferiamo che sia l'«Unità» a informarcene:
    «Monaci e proprietari fondiari posseggono tutto la ricchezza del Tibet, se di ricchezza si può parlare, in una società di tribù nomadi e in perenne guerriglia tra di loro. Una parte dei proventi di allevamento (del bestiame) debbono essere versati ai monasteri, e al governo centrale, e i lamasteri e i notabili sono stati fino a qualche anno fa la sola fonte di credito, dato a tassi di interesse esorbitanti, per i contadini e i pastori... Il contadino tibetano è press'a poco al livello di tredici secoli fa, quando il contatto con la Cina della dinastia Tang gli insegnò ad usare i primi strumenti agricoli. Il suo aratro è ancora quello rudimentale, di legno a chiodo, così leggero da poter essere portato a spalla».
    Questo il Tibet del 1959. Ma è lo stesso del 1950, anno della conquista cinese. Certo, e chi potrebbe dubitarne?, le condizioni in cui si trovavano i paesi europei invasi dalle armate napoleoniche all'inizio del secolo scorso, erano di gran lunga più avanzate di quelle tuttora esistenti nel Tibet. Ma la conquista francese, benché non immune da tendenze nazionaliste, condusse energicamente la sua missione di diffondere la rivoluzione democratica nell'ostile mondo feudale che attorniava la Francia. Perciò, i comunisti non hanno mai nascosto l'ammirazione per le imprese napoleoniche: lo stesso Marx, come è noto, definì Napoleone I «eroe della rivoluzione».
    Tale valutazione storica del bonapartismo, o almeno delle conseguenze che esso ebbe fuori della Francia, è in perfetta coerenza con la dottrina marxista della violenza rivoluzionaria. Il comunismo lotta anzitutto, come è detto nel «Manifesto», contro la borghesia del proprio paese, ma l'obbiettivo finale della sua lotta è la distruzione della dominazione internazionale della borghesia. La rivoluzione comunista ha il diritto di difendersi contro i nemici interni e esteri: anzi, tale distinzione è per essa senza significato perché lo Stato Operaio tende alla distruzione dello Stato nazionale borghese e alla sua sostituzione con la dittatura unitaria della Internazionale comunista. Ciò significa che, una volta preso il potere in un paese, i comunisti cercheranno con tutti i mezzi, non esclusa la conquista militare, di allargare la base territoriale dello Stato operaio, e quindi il campo della rivoluzione anticapitalista.
    L'ipocrisia borghese accusa il comunismo di tendere alla dominazione mondiale. E quotidianamente assistiamo allo spettacolo dei partiti «comunisti» capeggiati da Mosca e da Pekino che si affannano, ostentando indignazione a respingere «l'accusa».
    Infatti, per il «comunismo» moscovizzato lo Stato mondiale del proletariato ha cessato di essere il massimo caposaldo del programma politico comunista: è diventato una «accusa», una «calunnia» dei «circoli oltranzisti della guerra fredda». In nome della «coesistenza pacifica», essi rinnegano una posizione fondamentale del comunismo marxista. Ma ecco che accadono fatti come la rivolta feudale del Tibet, e allora appare alla luce del sole il groviglio di contraddizioni tra la declamazione dei principi marxistici e la condotta pratica dei partiti e governi «comunisti».
    Ripetiamo, noi respingiamo energicamente le posizioni piccolo-borghesi difese dal variopinto schieramento democratico e socialdemocratico, di cui l'«Avanti!» si è fatto portavoce. La rivoluzione non ha «patti» da rispettare, che non siano quelli che ha stretto, sul terreno della dottrina e della azione, nei riguardi della classe rivoluzionaria. La legalità borghese, di cui il diritto internazionale è un aspetto, pensino a difenderla i servi della borghesia dominante. La rivoluzione proletaria non esiterà, se necessario, a passare in armi i «sacri confini» nazionali, propagando l'incendio sociale. La campagna militare contro la Polonia reazionaria, scatenata nel 1921, dalla Russia leninista resta per valida. All'epoca appoggiammo con entusiasmo l'azione dell'Armata Rossa e da allora nessun dubbio ci ha sfiorati. Dal punto di vista della lotta di classe il comunismo aveva tutte le ragioni di portare l'attacco militare alla Polonia, sostenuta e aizzata dall'imperialismo occidentale. Il bolscevismo russo e l'Internazionale agivano in perfetta coerenza coi principi marxisti e gli interessi della classe operaia sforzandosi di portare la rivoluzione fuori dai confini che i rapporti di forza assegnavano alla Russia rivoluzionaria. Allora, non si predicava certo la «coesistenza pacifica» col capitalismo e apertamente si dichiarava che la «dominazione mondiale» del comunismo - già dominazione mondiale del proletariato sulla borghesia mondiale - era la finalità suprema dell'azione rivoluzionaria comunista.
    Certo, l'«Avanti!» e gli altri fogli che ne dividono le posizioni legalitarie, oggi deprecherebbero l'«aggressione» alla Polonia del 1921. Noi invece non respingiamo nemmeno il termine di «aggressione»perché la rivoluzione è sempre «aggressione» alla classe dominante, violenza imposta alla classe sfruttata dall'oppressione in cui vive. Ci doliamo soltanto, ancor oggi, a quasi quarant'anni di distanza, che l'aggressione rivoluzionaria alla Polonia agraria e nazionalista non sia stata coronata dal successo.
    Per tornare al Tibet, e dare all'«Unità» quanto le spetta, noi non avremmo certo criticato l'attacco armato cinese del 1950, se la conquista militare avesse avuto l'effetto di portare la rivoluzione antifeudale nel nido della più arcaica reazione asiatica. Ma l'adeguarsi alle ideologie legalitarie piccolo-borghesi, il bisogno di tenersi buoni gli ideologi alla Nehru o alla Soekarno, che restano pur sempre gli esponenti asiatici delle false dottrine borghesi, la paurosa degenerazione teorica, hanno indotto il «comunismo» cinese a rispettare «l'autonomia» del Tibet. E il limitarsi a prendere possesso del territorio ha voluto dire lasciare intatte le strutture ultrareazionarie, di cui soltanto oggi l'«Unità» si avvede. Ecco dove porta il rinnegamento dei principi e la pretesa di «machiavellizzare» il comunismo, se al termine «machiavellismo» si dà il significato improprio di arte dello inganno e dello intrigo. Si comincia col dichiarare che l'azione rivoluzionaria è superata dai tempi, che è più produttiva una politica «multiforme», contro la quale la borghesia capitalistica lotterebbe con difficoltà; poi si finisce col comportarsi politicamente esattamente come la borghesia.
    Né si può affermare che, a repressione compiuta, il Tibet sia arrivato ad una svolta della sua storia. Intanto, si è continuato a riconoscere l'autorità teocratica accettando che sul trono di Lassa, abbandonato dal Dalai Lama, si assidesse il Pancen Lama. Il minimo che il governo cinese potesse fare, per essere coerente coi principi rivoluzionari, era la separazione dei poteri e la riduzione dei Lama a mere autorità ecclesiastiche. Invece il Tibet resta una monarchia teocratica, il governo politico resta tuttora nelle mani di quei monaci che si sono dichiarati ossequienti a Pekino. Diventando repubblica democratica, il Tibet non si sarebbe certo avviato al socialismo, come non si avvia al socialismo il resto della Cina. Avrebbe solo compiuto il primo passo sul terreno della rivoluzione antifeudale partecipando al movimento rinnovatore che interessa tutta l'area afro-asiatica e in modo particolare la Cina «comunista» dove si sta portando avanti la rivoluzione democratica - non socialista - che l'occupazione semi-coloniale aveva per oltre un secolo impedita.
    Al contrario, il governo di Pekino, per difendersi dalla massiccia campagna scatenata dalla propaganda occidentale non ha saputo far altro che proclamare ancora una volta la sua intenzione di rispettare l'«autonomia» tibetana. Era tempo di prendere misure rivoluzionarie e arrecare un colpo mortale al feudalismo tibetano? Si è preferito, ancora una volta, ergersi a paladini della legalità internazionale e della «coesistenza».
    «Il Programma Comunista», Nr.7, 1959

  10. #10
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    14 Marzo 2008La questione tibetana

    La carta di Limes sulla questione tibetana con un estratto dell'articolo di Beniamino Natale pubblicato in Cindia, la sfida del secolo, che descrive la regione.
    Per capire come stanno le cose è forse utile una descrizione della situazione sul terreno, cioè in Tibet. Partiamo, per questo breve viaggio sul «tetto del mondo», dalla prefettura di Gou Lou (Golok in tibetano), che si trova nella parte meridionale della provincia cinese del Qinghai, a poche decine di chilometri dai confini della Regione autonoma del Tibet. I suoi abitanti sono tibetani al 90%. In tutto sono 140 mila, 110 mila dei quali nomadi. La Gou Lou County – il centro amministrativo della prefettura – è composta da poche case e dal compound del governo, al centro del quale sventola la bandiera rossa. Tutto intorno sorgono le tende dei nomadi o seminomadi. La mattina presto la cittadina ha l’aria di un campeggio più che di un centro urbano. Uomini, donne e ragazzini escono e si lavano i denti con l’acqua che antiquate pompe tirano su da un piccolo ruscello che appare pulitissimo, anche perché nella zona non ci sono industrie. La maggior parte si allontana poi in moto, ma non sono pochi quelli che ancora preferiscono il cavallo.

    Grazie all’impegno degli impiegati e dei funzionari tibetani, la prefettura ha prodotto negli anni passati una storia della prefettura di Gou Lou in venti volumi. Sono in tibetano. Forse verranno tradotti in cinese da Ju Kalzag, un apprezzato poeta locale. Alcune delle sue poesie – che parlano della natura, del modo di vivere dei tibetani e delle minacce a cui questo va incontro nel mondo attuale – sono state tradotte in inglese e in francese. Il Qinghai comprende gran parte della regione che i tibetani chiamano Amdo, determinante nella storia del Tibet. Ad Amdo, tra l’altro, è nato il Dalai Lama.

    Zone etnicamente e culturalmente tibetane esistono anche nelle province del Sichuan, dello Yunnan e del Gansu. Degli oltre sei milioni di tibetani che vivono in Cina, solo 2,6 milioni risiedono nella Regione autonoma. A pochi chilometri dalla capitale del Qinghai, la moderna Xining, sorge uno dei templi più importanti per il buddhismo tibetano, quello di Tàer. Il monastero fu stabilito da Tsong Khapa, che nel XVI secolo fondò la setta buddhista del Ge- lug-pa, alla quale appartengono i Dalai Lama. La guida, una bella studentessa universitaria cinese, ha una conoscenza piuttosto sommaria del buddhismo tibetano ma accompagnando un gruppo di turisti a visitare il tempio si sofferma a lungo su un particolare. Quando si arriva davanti ad un altare alla cui sinistra c’è una statua del primo Panchen Lama e alla cui destra una statua del primo Dalai Lama la ragazza si ferma e dice: «Vedete? Questa è una cosa importante. Il Panchen Lama ed il Dalai Lama sono esattamente sullo stesso livello. Nessuno dei due è più in alto dell’altro. Alcuni dicono che il Dalai Lama è più importante ma questo dimostra che non è vero!».

    Nelle zone tibetane della Cina il Dalai Lama è come un fantasma. Se ne parla (apertamente) malvolentieri ma tutti sanno che c’è. E come ogni fantasma che si rispetti, alle volte si materializza inaspettatamente. Scendendo da Guo Luo verso sud sull’altopiano tibetano si arriva nella Regione autonoma del Tibet. Non lontano dal confine tra le due province sorge un altro dei grandi monasteri del buddhismo tibetano: quello di Garma Lhading, fondato nel 1185 da Dusum Kiempa, il primo reincarnato del lignaggio del Karmapa, un «Buddha vivente» che è anche il leader spirituale della setta del Kagyu-pa. I monaci hanno l’aria da contadini e portano appuntati sulla tonaca distintivi che raffigurano il Dalai Lama o l’attuale Karmapa, il diciassettesimo, che all’inizio del 2000 è fuggito dalla Cina per raggiungere «Sua Santità» nel suo esilio indiano, lasciando i cinesi con un palmo di naso. Non li ostentano ma neanche si preoccupano di nasconderli.

    Le foto del Dalai Lama e del Karmapa sono esposte anche in molte delle cappelle private che le famiglie più ricche hanno nelle loro abitazioni. In questa zona – ora siamo nella regione chiamata Chamdo dai tibetani – vivono i temibili khampa, i selvaggi predatori che ancora oggi amano portare i capelli lunghi fin sulle spalle, indossare lunghe tuniche scure e tenere grossi pugnali appesi alla cintura. Il centro di questa prefettura è la città di Chamdo, la terza per grandezza del Tibet. Chamdo città ha centomila abitanti ed è attraversata da due fiumi, lo An Chu e lo Za Chu. Quest’ultimo, dopo aver attraversato le montagne, entra nel Laos dove assume il mitico nome di Mekong.

    A est del centro abitato, i due fiumi si incontrano, ritagliando una piccola isola che divide in due la città e segna la separazione tra il mondo dei cinesi e quello dei tibetani. La città cinese è nuova, e simile a tutte le altre città cinesi. C’è l’edificio moderno della Agriculture Bank (una delle quattro grandi banche statali cinesi), alto 15 piani, ma che a Chamdo sembra un grattacielo. Dietro alla banca sorgono altre due costruzioni moderne, la scuola elementare e la scuola media: i funzionari cinesi le indicano con orgoglio, sono una prova dello sviluppo che i cinesi hanno portato nel medievale Tibet. Ci sono negozi con grandi vetrine e alberghi nei quali alloggiano i funzionari o gli uomini d’affari in visita alle regioni della «nuova frontiera». Sull’altra sponda stanno ammassate le piccole case dei tibetani. Alcune, lungo l’unica strada sulla quale sono stati aperti negozi gestiti da cinesi con una parvenza di modernità, sono state ristrutturate. Le altre sono visibilmente antiche, alcune cadenti. Una strada stretta e lunga è piena di tavoli da biliardo e la sera si riempie di uomini e donne di tutte le età che ridono e giocano mentre sorseggiano il tè di un vicino ristorante o rosicchiano i kebab cucinati dagli immigrati musulmani dalle province settentrionali del Xinjiang e del Gansu.

    Dall’alto della montagna il monastero di Jambaling, un gioiello dell’architettura tibetana costruito nel XV secolo, domina la scena. Sull’isola non può mancare uno degli orribili monumenti frutto dell’incontro tra realismo socialista e cattivo gusto americaneggiante che deturpano buona parte delle città cinesi: nel caso di Chamdo è un’enorme aquila dorata (simbolo dello sviluppo economico del Tibet, secondo i funzionari cinesi) montata su un arco in pietra sul quale sono scolpite immagini idilliache dell’armonia che regna fra cinesi e tibetani.

    Nella realtà, i due mondi vivono separati: non si vedono cinesi nei ristoranti tibetani né tibetani nei ristoranti cinesi. I matrimoni misti sono una rarità. Nessun cinese parla tibetano e solo i tibetani più istruiti – cioè pochi, dato che secondo i dati ufficiali un terzo della popolazione è analfabeta e solo il 3,4% ha frequentato le scuole medie – parlano un cinese fluente. Molti tibetani parlano della ferrovia in costruzione da Golmund, nel nord del Qinghai, a Lhasa, come di una nuova strada per l’immigrazione cinese (si tratta di una delle grandi opere infrastrutturali che negli ultimi vent’anni hanno occupato un ruolo centrale nello sviluppo economico della Cina e dovrebbe essere completata entro la fine del 2006). Forse è così, però Chamdo è già da tempo collegata a Chengdu, capitale della provincia del Sichuan, da tre voli aerei settimanali.

    E già la presenza cinese è fortissima. Da Chamdo per arrivare a Lhasa, la capitale del Tibet, ci vogliono tre giorni di jeep nonostante la distanza sia di poco più di mille chilometri. Gli stessi funzionari cinesi non esitano a definire «la peggiore strada del paese» quella che collega le due città. Si procede saltando sulle buche, avvicinandosi pericolosamente, di tanto in tanto, ai precipizi in fondo ai quali scorrono impetuosi i fiumi di montagna.

    Quando, spesso, si incontra uno degli scassati camion guidati da minacciosi khampa, passano delle ore prima che si possa azzardare un sorpasso.

    Se la montagna è ancora dominata dai tibetani, le città sono completamente cinesi. Bayi – una città nuova che dopo un paio di giorni sui monti è una sosta obbligata – prende il nome dalla data di fondazione dell’esercito popolare cinese (vuol dire «primo agosto»; «yi» è «uno» in cinese e «ba» vuol dire «otto», quindi è la città del primo giorno dell’ottavo mese, perché in cinese si va sempre dal più grande al più piccolo e le date si scrivono indicando prima l’anno, poi il mese e infine il giorno). Gli alberghi sono decenti, l’acqua calda è disponibile e nei ristoranti ragazze in minigonna servono cibo del Sichuan. Infine, ecco Lhasa. Intorno al Jokhang, il tempio più importante del buddhismo tibetano, e nel mercatino che circonda il maestoso Potala, la città proibita sogno di tanti avventurieri dei secoli scorsi ha mantenuto il suo fascino. Il resto è Cina.

    La città nuova avanza verso ovest, lungo l’arteria chiamata viale Pechino, che taglia la città da est ad ovest e ormai stringe d’assedio il quartiere vecchio del Jokhang. Il Barkhor, la strada che corre intorno al tempio e viene percorsa da migliaia di pellegrini che si sdraiano per terra, si rialzano e si sdraiano di nuovo fino ad aver completato il percorso, è un misto tra un mercato tradizionale tibetano ed un supermarket di paccottiglia per i turisti dai gusti facili. Difficile dire quanto resisterà. Oggi assomiglia alla Katmandu degli anni Settanta, con i bar con il roof top, i giovani con le biciclette ed i sacchi a pelo, i gruppi di anziani turisti europei e giapponesi. E, soprattutto, turisti cinesi a frotte.

    La municipalità di Lhasa ha poco più di 500 mila abitanti, 238 mila dei quali vivono nell’area urbana. A questi vanno aggiunte quasi centomila persone della cosiddetta popolazione fluttuante. Secondo i dati forniti dalle stesse autorità, circa la metà degli abitanti della città propriamente detta sono cinesi han. In tutta la Regione autonoma, secondo le statistiche ufficiali, è di etnia tibetana il 92% della popolazione. Però solo coloro che stanno per più di nove mesi all’anno sono registrati come «residenti». I cinesi d’inverno chiudono negozi, alberghi e ristoranti e tornano nei loro paesi d’origine. La maggior parte delle imprese è familiare e spesso i membri di una famiglia si alternano nella gestione delle attività in Tibet seguendo i ritmi dettati dagli altri impegni: per esempio, d’estate gli studenti sono liberi e i genitori ne approfittano per metterli al lavoro in modo da poter tornare a casa per qualche mese.

    In estrema sintesi si può affermare che nella Regione autonoma del Tibet c’è una fortissima immigrazione cinese, arrivata alla seconda generazione. L’esercito è presente in modo discreto, ma in forze. L’opposizione dei tibetani non si esprime in forme eclatanti ma è generalizzata. La cultura tibetana, con la relativa liberalizzazione religiosa degli ultimi anni e con una atmosfera generalmente più aperta (molti fatti recenti indicano che l’attuale dirigenza di Pechino sta facendo dei passi indietro) è sopravvissuta e si è rinforzata, anche al di fuori della Regione autonoma. Il buddhismo – come anche il taoismo e, in misura nettamente inferiore ma significativa, il cristianesimo – sta conoscendo una diffusione di massa in tutta la Cina. Per quanto riguarda i tibetani, questo si traduce nella conservazione di una forte identità culturale.

    http://limes.espresso.repubblica.it/...ibetana/?p=527

 

 
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