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Discussione: Destra e Sinistra

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    Predefinito Destra e Sinistra

    L'irresistibile sopravvivenza dello spazio politico

    di Carlo Galli

    Da "il Mulino" n. 1/09
    Doi: 10.1402/28645
    -
    Copyright © 2009 by Società editrice il Mulino, Bologna

    Nonostante le dichiarazioni di obsolescenza, in Occidente – si pensi, per fare qualche esempio, alla storia degli ultimi quindici anni in Italia, in Spagna, in Polonia e negli Stati Uniti – lo spazio politico continua a polarizzarsi intorno alla destra e alla sinistra. Questa contrapposizione non trae più alimento dalle complesse costruzioni ideologiche dell’Ottocento e neppure solo dalla collocazione dei soggetti nello spazio produttivo, ma anche da questioni simboliche e culturali: e nondimeno resta efficace. Insomma, destra e sinistra sono categorie della politica moderna, ma in un qualche modo continuano ad avere senso anche in una politica largamente postmoderna come quella dell’età globale; il che significa che qualcosa delle tradizioni moderne opera anche in un contesto assai diverso da quello che le ha viste nascere. È appunto questo il problema da spiegare.

    Schemi teorici

    Che il cleavage destra/sinistra abbia senso solo nella modernità significa da un punto di vista storico che intorno a esso si sono disposti i contendenti impegnati nella lotta fra lo Stato e la Chiesa, e in seguito gli avversari che si sono fronteggiati nello spazio dell’economia politica. Nel primo caso il nesso oppositivo destra/sinistra descrive la lotta borghese razionalistica e individualistica contro l’autorità tradizionale, nel secondo il rovesciamento di fronte in seguito al quale il mondo borghese si dà l’obiettivo di conservare il funzionamento del capitalismo con la correlata organizzazione della sfera pubblica a base individualistico-rappresentativa, e il mondo socialista di superare quello stato di cose.

    Da ciò si può costruire uno schema formale, che vede la destra e la sinistra differenziarsi secondo coordinate valoriali (differenza o uguaglianza fra gli uomini), politiche (autorità o libertà, gerarchia o autonomia), temporali (conservazione o progresso). In realtà, questo schematismo va parecchio complicato. Le tradizioni politiche di destra e sinistra non sono univoche ma contraddittorie.

    È stato osservato che fra il 1789 e il 1848 si sono fatte avanti sulla scena politica le matrici delle molte destre possibili. Dapprima i controrivoluzionari cattolici, cioè la destra che sostiene il radicamento della politica in un fondamento indisponibile che la precede (la tradizione, la religione, la natura o, nei romantici, la nazione, la storia) e che deve essere conservato senza poter essere criticato dalla ragione umana, pena il crollo catastrofico dell’ordine politico; e questa è una destra coerentemente anti-individualistica e anti-capitalistica. A essa si è poi affiancata un’altra destra, per alcuni versi contrapposta, quella orleanista, che rappresenta la libera iniziativa individuale capace di produrre ricchezza per i singoli e per la società, mentre seleziona vincitori e vinti, adatti e inadatti, secondo le leggi oggettive del mercato e del successo, garantite dagli apparati legali dello Stato. È poi seguito il bonapartismo, la destra del comando politico dall’alto, del capo plebiscitario che con la sua decisione riorganizza l’intero corpo politico della nazione con mezzi extralegali e extraistituzionali.

    Ma alla fine qualsiasi schema teorico deve poi confrontarsi con la complessità storica
    Si tratta di destre diverse: alcune si confrontano con la modernità al suo nascere, altre invece si formano al suo interno; alcune sono economiche e altre politiche, alcune sono moderate e altre estreme. Sono però i germi di molte destre successive: che sono conservatrici, reazionarie, ma anche futuriste; autoritarie, totalitarie, ma anche liberiste e anarcoidi; statalistiche ma anche antistatalistiche. L’estrema varietà delle destre nei secoli XIX e XX – che spesso si sono alleate le une con le altre, con differenti rapporti di forza, ma che si sono anche aspramente combattute – ci mostra quindi che il loro spazio politico è a volte immobile (o solo lentamente in evoluzione), a volte del tutto instabile, a volte invece dinamico, in vorticoso progresso; alcune volte è rigidamente unitario, altre frantumato in piccole patrie. Inoltre, nelle varie modalità della politica di destra il rapporto tra politica e religione è declinato, rispettivamente, come fondazione della politica nella religione (i controrivoluzionari), come interiorizzazione spoliticizzata della religione (i liberal-conservatori), come strumentalizzazione della religione da parte della politica (le religioni politiche dei totalitarismi).

    Anche rispetto allo Stato le attitudini sono assai distanti, e vanno da un vero e proprio culto per esso (la statolatria) al sospetto per la sua intrinseca laicità, che deve essere controbilanciata dall’autorità dell’Altare, al rispetto per le sue leggi in quanto portano ordine e unità mentre al contempo vi è insofferenza per quelle che intralciano o rallentano il dinamismo economico, al rovesciamento decisionistico delle sue logiche giuridiche e istituzionali, così che lo Stato rimane solo come struttura di dominio, e infine all’aperta ribellione contro le sue pretese unitarie e livellatrici, nel nome delle differenze territoriali, dei radicamenti regionali ma anche delle soggettività eccezionali. L’individuo, per le culture di destra, è poi a volte un lupo da tenere a freno con dure leggi repressive, altre volte un’inerme pecora che deve essere difesa dalle insidie di subdoli nemici, altre volte è l’eroe solitario che, solo, sa affrontare il destino. Rispetto all’economia, le destre oscillano fra uno sdegnoso rifiuto aristocratico-guerriero delle sue logiche e del suo ethos, un’adesione acritica al mercato, nuova Provvidenza in terra, e un occhiuto governo politico delle sue dinamiche; e riguardo al popolo, infine, le destre manifestano la loro intrinseca pluralità ora aborrendolo come immonda bestia rivoluzionaria, ora blandendolo come docile gregge di consumatori, ora idolatrandolo come nazione – fonte della tradizione storica oppure della razza, in senso biologico – che legittima ogni politica di potenza, ora prospettandogli il destino di essere governato dalle élite, ora contrapponendolo (è il populismo di destra) alle istituzioni legali come portatore, se guidato da capi carismatici, di una legittimità sostanziale.

    Nel medesimo arco di decenni si sono manifestate anche le tre forme fondamentali della sinistra: i liberali che hanno innescato la rivoluzione, grazie all’armamentario teorico del razionalismo e dell’illuminismo, della laicità e dei diritti; i democratici radicali, col loro repubblicanesimo egualitario e moralistico (giacobino o mazziniano); i socialisti, nelle loro varie e spesso contrapposte famiglie: quelli che da Marx saranno definiti utopisti, i marxisti (destinati alla suddivisione interna fra rivoluzionari e riformisti), gli anarchici. Statalistica e individualistica, libertaria e autoritaria e anche totalitaria, centrata sulla spontaneità o sulla disciplina, pauperistica o produttivistica; industrialista o ecologista, bellicosa o pacifista, anche la sinistra appare costituire, allo sguardo storico, un universo pluralistico: è, quello della sinistra, un mondo di infinita varietà e di straordinaria plurivocità, che sul piano storico-pratico ha avuto e ha il gusto più della separazione che non dell’unione, della guerra fratricida che non della collaborazione utilitaristica.

    Rispetto alla soggettività la sinistra si divide in due grandi famiglie: quella di coloro che considerano il soggetto precedente rispetto alla politica, dotato di una sua autonomia valoriale (i diritti individuali), e l’altra, di chi vede il soggetto stesso generarsi all’interno del processo dialettico delle lotte storiche per l’emancipazione (la soggettività collettiva del proletariato). E anche rispetto allo Stato l’ambiguità è forte: vi è chi lo interpreta come strumento dell’oppressione di classe, da contrastare con una forza collettiva non alienata qual è il partito, e chi invece di considerarlo un Leviatano da abbattere lo vede come mezzo per portare nella società un po’ di giustizia. Anche la dimensione universale dello spazio politico, che accomuna in teoria tutta la sinistra – dai liberal ai noglobal passando per i diversi socialismi – è soggetta a molte e potenti eccezioni: vi è spesso una patria, una nazione, uno Stato, che incarna l’Idea, e che quindi ha la missione di propagarla nel mondo.

    A rendere ancora più impraticabile ogni schematismo e più confusa ogni storia si devono ricordare i numerosi momenti di sovrapposizione delle critiche che da destra e da sinistra sono state mosse alle categorie e agli istituti in cui è realizzato l’assetto politico del capitalismo, tanto nella forma della liberaldemocrazia quanto in quella della socialdemocrazia. Benché logiche e intenti siano stati, com’è ovvio, differenti, la convergenza è stata notevole, e ha portato all’utilizzazione comune di interi set argomentativi. Basti pensare alle critiche di destra e di sinistra al parlamentarismo, o al loro convergere nella prima metà del XX secolo su alcune soluzioni organizzative, come la pianificazione, strumento per superare l’economia a base individualistica e i suoi esiti irrazionali: lo stesso fascismo (e anche il nazismo) pretendeva di realizzare in sé la sintesi – in senso antiliberaldemocratico – di destra e di sinistra.

    Ma poiché la coppia destra/sinistra permane anche nella politica del nostro presente…
    All’insufficienza degli schematismi, all’ambiguità della storia, si aggiungerebbe poi la fluidità del presente che, crollato il comunismo, porrebbe secondo molti l’esigenza che anche in Occidente si vada oltre la destra e la sinistra (che nel caso specifico sarebbe la socialdemocrazia): entrambe, infatti, avrebbero perduto tanto il proprio fine quanto la catena delle soggettività e dei mezzi per raggiungerlo. La politica sarebbe stata caratterizzata da un Nuovo sostanzialmente omogeneo e non polarizzato, che sarebbe variato solo da sfumature, da (poco) diverse interpretazioni del medesimo spartito politico: indiscussa centralità del modo di produzione capitalistico, ma non del lavoro bensì dei consumi, della democrazia parlamentare pluralistica, e dei ceti medi, alla cui medietà culturale e sociale la politica avrebbe dovuto adattarsi come a un fattore strategico e strutturale, divenendo di fatto una politica «di centro». E di convergenze al centro, di superamenti della destra e della sinistra in nuove «terze vie», sono infatti piene le cronache culturali e politiche degli ultimi venti anni, pur con tutte le differenze riscontrabili nelle varie realtà politiche.

    Ma poiché invece, come si è detto, la coppia destra/sinistra permane anche nella politica del nostro presente, si rende necessario l’esercizio di una decifrazione radicale delle categorie politiche della modernità, non certo per spiegare le concrete scelte politiche delle singole persone o dei soggetti collettivi o delle diverse forze politiche – scelte in larga misura contingenti –, ma per comprendere come siano potute nascere e perché siano così dure a morire le categorie di destra e di sinistra. Senza ricorrere a essenzialismi, a definizioni valide per tutte le epoche, si esige cioè dei concetti di destra e di sinistra una genealogia, condotta con gli strumenti e le categorie di una filosofia che non si limiti a riconoscere che il cleavage destra/sinistra ha senso in una topologia politica moderna (e non serve a spiegare la lotta fra Cesare e Pompeo, né quella fra Guelfi e Ghibellini) ma che risalga alla radice della vasta e contraddittoria fenomenologia delle destre e delle sinistre.

    L’Origine e le sue conseguenze

    In verità, tanto la destra quanto la sinistra sono l’espressione del fatto che la politica moderna è strutturalmente indeterminata, che non conosce cioè un’unitarietà di impianti e di fondazioni. È insomma la stessa epoca moderna – proprio in quanto deve rinunciare alla tradizionale idea di Giustizia, ossia di Ordine dell’essere che è già anche ordine politico – a contenere originariamente la possibilità della destra e della sinistra.

    La struttura categoriale del pensiero che innerva la politica moderna consiste infatti nella centralità del nesso disordine/ordine: da una parte esiste una realtà disordinata, minacciosa, instabile, lo stato di natura, e dall’altra è necessario costruire un artificio che dia stabilità alla politica e che quindi consenta a essa di difendere e di far fiorire l’essenza del soggetto. È questa l’unica normatività che si trova nella realtà naturale, e non è sufficiente a ordinarla immediatamente: è un ideale regolativo che rende indispensabile la mediazione delle istituzioni. E anche se questo ideale può essere concepito come di origine divina, ciò che importa è che non è interpretabile né monisticamente, essendo anzi aperto al pluralismo (la natura umana si sviluppa nella piena autonomia dei molteplici soggetti), né coercitivamente (non sono concepibili istituzioni o agenzie di senso che diano della natura umana una versione obbligante).

    La percezione del reale come ontologicamente instabile, e l’esigenza dell’artificio politico per far sviluppare e progredire in sicurezza la natura umana, sono i due volti del Moderno, ravvisabili da un’analisi delle costruzioni politico-intellettuali moderne. Interpellata radicalmente, la storia delle idee politiche moderne rientra in questa interpretazione epocale di cosmologia politica: la vera differenza, e al contempo la loro ragion d’essere, fra destra e sinistra sta nella duplicità originaria e strutturale del moderno discorso sull’ordine (o sui semi di ordine) e sul disordine; è la differente radicalità con cui partecipano all’uno e all’altro lato dei due lati del Moderno a fare la differenza fra destra e sinistra.

    La destra è quindi definita primariamente dalla percezione dell’instabilità del reale: e questa può assumere l’aspetto del disordine naturale, dell’intrinseca nullità oppure della indeterminata plasmabilità della realtà, ma può anche essere la verità nascosta di molti motivi tipici della destra: questa infatti spesso ricorre a forme di pensiero organicistico, o si appella a un Ordine trascendente, a una Legge inesorabile, non disponibile per l’agire emancipatorio dell’umanità. Queste istanze però – e questo è l’elemento decisivo – non sono soltanto minacciose, perché non a misura d’uomo, ma anche minacciate: il roccioso e intransigente fondazionismo sostanzialistico di molte espressioni intellettuali della destra – che vuole la politica stabilmente garantita da (e funzionale a) Dio, Natura, Storia, Tradizione, Valori, Nazione, Razza, Destino, Mercato – si accompagna sempre al tema – da cui si sprigiona l’energia politica – della minaccia che qualcuno o qualcosa reca perennemente all’Ordine, che quindi è politico non tanto perché è naturale e necessario ma proprio perché è instabile e periclitante.

    La destra non è sinonimo di inerzia, di conservazione, di quietismo. Il filo rosso della percezione, più o meno ossessiva, dell’instabilità del reale in quanto privo di un intrinseco elemento normativo a misura d’uomo, e quindi della sua precaria casualità pre-umana oppure della sua necessaria destinalità oltre-umana (che non è la Contingenza machiavelliana, perché il fiorentino si colloca in una «prima modernità» che sta al di qua del – e guarda oltre il – dispositivo dualistico disordine/ordine del Moderno pienamente sviluppato), è la logica profonda di una complessa fenomenologia, che vede la destra sia perseguire arcigne corazzature autoritarie dell’Ordine politico contro i suoi nemici interni e esterni; sia accettare apertamente il rischio della instabilità con l’individualismo del soggetto economico, che si affida alle logiche del mercato (la cui oggettività sempre mutevole è anch’essa un modello di fondazione instabile della politica), eventualmente da mitigare in un ordine che non può non portare dentro di sé il ricordo della realtà naturale del disordine e cercare, al più, di trasformarlo nella gerarchia (compassionevole o meno, a seconda dei casi) dei forti sui deboli, dei vincitori sui vinti, di chi ha successo sui falliti; sia infine ricorrere a quel radicale modello di instabilità che è il Nichilismo, con cui la destra afferma la inconsistenza del reale in una futuristica creatività immaginativa, o nell’illusorietà della fiction – e anche questa, nella sua festosa artificiale irresponsabilità, non è che la rimozione di un disordine sempre presente.

    Che pretendano di attingere l’Originario più arcaico o che si proiettino nel Futuro più visionario, che si percepiscano come apertura a un destino di potenza o come strumento di amministrazione dell’esistente e delle sue logiche naturali, che si servano della tecnica per rinsaldare il mondo o che la rifiutino perché lo manipola troppo radicalmente, che professino i Valori più chiusi o che pratichino il nichilismo più aperto, che si manifestino nella ricerca borghese di sicurezza o nel culto fascista della morte, le politiche di destra sono segnate dall’impossibilità di realizzare nell’artificio la norma naturale dell’umanità. Il sobrio realismo della destra storica, il nobile patriottismo cristiano del gaullismo, sono state forme di transizione, frutto di emergenze storiche specifiche, di equilibri politici e economici provvisori, in cui la percezione della minaccia si è trasformata in senso del dovere pubblico, in egemonia reale: il che le rende grandi esperienze umane e intellettuali, ma ne fa anche delle forme contingenti e inattuali.

    Le sinistre sviluppano invece l’altro lato del Moderno, quell’intrinseco elemento normativo, ma non immediatamente ordinativo, che è la natura umana, che per le qualità innate che vi ineriscono (tradotte, secondo la semantica e la sintassi del discorso politico moderno, nei diritti) è assunta a priori come Valore da affermare, ugualmente, per tutti. La norma – che non implica necessariamente il normativismo – è appunto l’idea che esiste una natura umana, e che è Bene che questa si sviluppi liberamente e in autonomia, emancipandosi da impedimenti e condizionamenti. L’uomo nasce libero ma ovunque è in catene: questa norma può ispirare, politicamente, dirigismo ma anche spontaneismo, coartazione in vista della liberazione ma anche negazione di ogni mezzo (autoritario) che contraddica il fine (libertario). Sulle qualità naturali dell’uomo, sull’analisi degli impedimenti che esse subiscono, sui mezzi per emanciparle, le sinistre si sono divise: ma democratici, socialisti, comunisti, anarchici, libertari, rivoluzionari e riformisti, massimalisti e gradualisti, settari o nazionalpopolari, gli uomini e i partiti di sinistra – pur nelle più aspre contrapposizioni fratricide – sono accomunati dall’idea che tutti gli esseri umani hanno naturalmente diritto a un destino umano, che passa attraverso la loro inclusione razionale e paritaria in uno spazio politico giuridificato, libero da ogni dominio arbitrario, e che ha come fine il fiorire di molteplici programmi di vita, tutti ugualmente degni. Sta in questa uguaglianza di principio il rischio di astratto universalismo che di fatto, ma non necessariamente, alla sinistra pertiene.

    Così, quando la destra propone ordine, sostanza, stabilità, e anche quando propone la leggerezza della fiction o l’ardire dell’immaginazione, sviluppa sempre il lato della minaccia e dell’instabilità del reale; la dura sottolineatura della necessità della Legge non umana – e della indispensabilità di quella umana, senza la quale la vita è troppo pericolosa – ha senso perché il disordine o è senz’altro Legge o la minaccia costantemente: insomma, il dato dominante è la necessità dell’eccezione, ossia l’intrinseca casualità e nullità del reale, che, in linea di principio, rende tutto possibile: la ricorrente polemica contro il relativismo della sinistra cela e rivela un profondo aderire alla relatività del reale, vista come il primo problema e il più grave pericolo. E quando la sinistra propone il mutamento, la lotta continua contro l’ingiustizia, la rivoluzione, ma anche le riforme progressiste, ha in mente la normatività intrinseca della natura umana: il suo «movimento» ha un telos – che si realizza attraverso l’artificio ma che sviluppa un dato di natura –: la pace di stabilità e di sicurezza. La plasmabilità del reale è concepita a sinistra in modo forte ma limitato, come emancipazione e educazione dell’uomo; la sinistra ha in mente un artificio politico (un partito, uno Stato, una rivoluzione) che serve a restaurare la natura umana nella sua autonomia. In linea di principio, per la sinistra non tutto è possibile, poiché – per quanto problematicamente – esiste un grano normativo di ragione (e di dignità) umana nel mondo.

    Ma mentre la destra è portatrice di un’istanza di immanenza, la sinistra è per la trascendenza
    Entrambe, sinistra e destra, possono sviluppare queste logiche in modo parziale e limitato o in modo illimitato: da entrambe è stata praticata la coercizione estrema (pedagogica o gerarchica) e la lotta paranoica contro il nemico (storico o naturale); resta vero però che la destra è portatrice di un’istanza di immanenza, di accettazione immediata del disordine del mondo (anche se a volte lo vuole legittimare come necessità trascendente), mentre la sinistra si caratterizza per la trascendenza, per la negazione del mondo com’è, e per lo sforzo di realizzarne uno migliore, già scritto come possibilità nell’immanenza; la sinistra interpreta il mondo come ordinabile perché potenzialmente già ordinato intorno alla soggettività, mentre la destra interpreta il mondo come fondato su logiche non antropocentriche, o come infondato.

    È quindi la sinistra che è orientata dall’idea della possibile sicurezza e stabilità, come esito di politiche di emancipazione, mentre invece per la destra, nonostante l’enfasi che pone sull’Ordine, è politicamente centrale lo spettro pauroso del disordine o di contraddizioni naturali e necessarie. C’è quindi qualcosa di vero nella distinzione fra un’antropologia positiva di sinistra e un’antropologia negativa di destra, anche se si deve sottolineare che ciò vale solo all’interno delle logiche politiche del Moderno, e che la costruzione del «realismo» politico (che nell’antropologia negativa ha uno dei suoi dogmi) come di un’attitudine transepocale che ha origine da Tucidide, Tacito, Machiavelli, Hobbes è un anacronistico gioco prospettico moderno. Allo stesso modo, va complicato il discorso di Bobbio (Destra e sinistra, Donzelli, 1994) sull’uguaglianza come discrimine ultimo fra destra e sinistra; l’osservazione è certo corretta, ma va interpretata come il principale risultato della più radicale differenza fra destra e sinistra, che verte sulla consistenza stessa del reale. Infatti, la destra non può che accettare il disordine come manifestazione primaria dell’instabilità e della casualità del mondo umano, e quindi non può non essere un pensiero della disuguaglianza, che del disordine naturale è di fatto la prima conseguenza sociale e politica. L’ordine della destra è in realtà un conflitto permanente, di cui le gerarchie sociali politicamente rinforzate danno una soluzione solo transitoria e anch’essa casuale: l’uguaglianza come valore normativo è esclusa dall’orizzonte delle destre, la cui potenza consiste nel combinare variamente l’intrinseca instabilità e frammentazione del reale – accettata come naturale, e amplificata per via legale. Mentre non l’unificazione livellatrice ma almeno la delegittimazione delle differenze sociali e politiche – insieme alla valorizzazione di quelle esistenziali e individuali – è l’asse che orienta la politica delle sinistre.

    Il presente e il futuro

    L’età globale è caratterizzata dalla crisi della normatività del soggetto, dei suoi diritti, della dimensione del lavoro, dello Stato. Il tramonto della fabbrica fordista e del compromesso socialdemocratico; la nuova centralità dei consumi (la «svolta linguistica» nella politica) e della soggettività debole, polimorfa e plasmabile che ne consegue; lo stesso crollo dell’iper-normatività del comunismo: tutto ciò ha aperto un’epoca per molti versi postmoderna, in cui hanno vigenza assai problematica le distinzioni categoriali politicamente centrali della modernità – interno/esterno, pubblico/privato, norma/eccezione, pace/guerra. È un’epoca di spazi politici sfumati e incerti, in cui coesistono scale differenti – locali, statali, post-statali, regionali, universali, globali; è un mondo liquido, fluido, instabile, frammentato, insicuro, perché è sempre più attraversato da conflitti, paure, incertezze. In questo contesto la politica non si presenta secondo le coordinate ugualitarie di origine razionalistica e illuministica, e le istituzioni includenti dello Stato sociale, ma si struttura secondo molteplici contrapposizioni e esclusioni (di fatto o di principio) sempre cangianti: la differenza fra amico e nemico, fra occidente e islam, fra civiltà e terrorismo, fra cittadino e migrante, fra ricchi e poveri, fra istruiti e ignoranti, fra bianchi, neri e colorati. E lo spazio pubblico tende a presentarsi come casuale, come un assemblaggio di poteri sociali fondato sull’eccezione e sull’anomalia.

    È in questo spazio politico amorfo e anomico che la destra ha trovato la sua occasione. Ben lungi dal voler ricostituire ordini del passato, immuni da nostalgie, le destre – sono infatti tutte all’opera, oggi, quale più quale meno a seconda dei diversi contesti politici statali: carismatiche e tecnocratiche, fondazionistiche e nichilistiche, personalistiche e razziste (o biopolitiche), nazionalistiche e localistiche – agiscono con spregiudicatezza dall’interno della pluralità e della complessità delle società contemporanee. Su cui intervengono con politiche che assecondano divisioni corporative e paure allarmistiche, risentimenti sociali e frammentazioni culturali, chiusure e esclusioni (o subordinazione) dei non-integrati. Organizzare provvisorie combinazioni gerarchiche delle differenze sociali, prospettare politiche contraddittorie – libertà del mercato (il neoliberismo, con la sua selvaggia potenza di mobilitazione) e libertà dal mercato (il neoprotezionismo colbertista, con la sua forza di stabilizzazione) –; far stare insieme la paura della concorrenza e del nemico con la speranza di vincere la lotta per l’esistenza o di scavarsi una nicchia protetta; esercitare l’individualismo egoistico mentre si coltivano identità collettive in comunità immaginate, col folklore o con le ronde volontarie che creano l’illusione che si possano ritrovare i territori e gli spazi sociali perduti; inventare un Altro minaccioso per scaricare su di esso le tensioni a cui non si dà una risposta razionale: tutto ciò significa che l’immagine di società che le destre promuovono non trova il suo centro in un progetto di emancipazione che abbia la propria norma nella uguale dignità dei diversi: la società, anzi, deve restare divisa nei differenti interessi e nelle variegate pulsioni che la dividono e la scompongono. E ciò avviene appunto perché la destra interpreta la realtà come ontologicamente instabile e anomica; le forme di unificazione e di stabilizzazione identitaria (la nazione, la religione, la comunità locale) che vengono offerte al livello simbolico sono in realtà tutte polemiche, organizzate sull’esclusione di un nemico, o sull’esorcisma di un fantasma.

    È in uno spazio politico amorfo e anomico che la destra ha trovato la sua occasione
    È semplice interpretare in questa chiave la situazione politica italiana: la fine lentamente maturata della doppia conventio ad excludendum maturata fra il 1943 e il 1948 – il momento costituente della repubblica, prima antifascista e poi anche anticomunista – ha portato già quindici anni orsono a un governo in cui l’elemento normativo della politica, la soggettività repubblicana espressa dal nesso fra i partiti del Cln e lo Stato democratico-sociale, non era più l’elemento politicamente propulsivo. Nella ormai consolidata consumazione di tratti decisivi della modernità – nell’anomia sociale e nell’obsolescenza della differenza fra pubblico e privato – la destra gestisce con successo (elettorale, almeno) una politica gestita secondo le logiche dell’eccezione e dell’anomalia, nell’ottica della più piena plasticità del mondo: questo viene scomposto e ricomposto secondo molteplici possibilità combinatorie che fanno coesistere unità simbolica e frammentazione reale, populismo e oligarchia gerarchizzante, tradizione e postmodernità, razzismo e retoriche della solidarietà, duro comando politico e dissoluzione mediatica della realtà. Una complexio oppositorum resa possibile non solo dall’affabulazione carismatica del leader, ma dall’intima adesione delle destre all’instabilità del reale, alla nullità normativa delle persone e delle cose, e quindi ai rapporti di forza che di fatto nella società/natura si producono. L’immanenza che caratterizza la destra sta tanto nell’aderenza al mondo com’è quanto nell’illusione compensatoria – continuamente alimentata – di un sogno di potenza individuale e di gruppo, un sogno di prosperità e felicità che se fossero rimossi alcuni ostacoli (i «comunisti», i terroristi, i migranti, i magistrati, i «giustizialisti» ecc.) si potrebbe realizzare. E gli italiani, con ogni evidenza, maggioritariamente condivi dono la percezione del mondo come privo di regole che non siano quelle che sanciscono il successo comunque perseguito, la subordinazione dei meno abili, e l’esclusione dei diversi. Al più, si accede all’idea che sia cosa buona e edificante, ove possibile, lenire col balsamo della beneficenza e della compassione la dura Legge delle disuguaglianze.

    Non necessariamente si deve dire che oggi il mondo è di destra; la vittoria di Obama negli Stati Uniti sta a smentire questa affermazione. Ma, soprattutto dall’esperienza italiana – singolare, certo, ma significativa –, è chiaro che in un mondo postmoderno la destra è naturalmente appaesata perché sa giocare con energia la percezione moderna dell’instabilità profonda del reale: è questo il motivo per cui è in grado, di fatto, di realizzare egemonia politica, sociale e culturale. Il suo pensiero sbrigativo intercetta il senso comune, e lo manipola, ma non lo trascende. Mentre al contrario la sinistra è in primis spaesata perché ogni sua affermazione è controfattuale, alludendo al mondo non com’è ma come dovrebbe essere, ed essendo priva di quasi ogni strumento teorico e politico – un’idea del rapporto fra teoria e prassi, il partito, lo Stato, il Welfare – per realizzare il proprio obiettivo: la costruzione di una forma politica orientata sull’intrinseca normatività del fiorire, in uguale dignità, dei singoli e dei gruppi, nelle loro concrete differenze (anche conflittuali, ma non distruttive). Il suo appello ai diritti, a quanto rimane dello Stato sociale, alla sfera pubblico-statuale, può suonare attardato e ineffettuale, ma in altri contesti e circostanze è sembrato più realistico e ragionevole delle fantasie della destra.

    Insomma, il contesto postmoderno (o globale) trasfigura sia la destra sia la sinistra, e fa loro perdere le tradizionali identità e forme politiche; ma – benché entrambe traggano dalla modernità la loro ragion d’essere – non le rende obsolete come categorie della politica. E il passato non passa perché la moderna duplicità strutturale della politica, in sospeso fra anomia naturale e norma implicita nelle soggettività, non è sostituita da alcun terreno solido, da alcuna nuova Giustizia o da un suo equivalente funzionale che funga da metro, da misura, per nuove categorie della politica. Il mondo interpretato dalla politica oscilla ancora oggi fra la nullità dell’Ordine delle cose umane (oppure la difesa a oltranza di un Ordine sempre minacciato) e la percezione di un seme di norma che, come possibilità, sta nelle singolarità, se non nella loro essenza razionale almeno nella loro capacità di soffrire e nella loro volontà di vivere e di fiorire. Quindi, benché il mondo sia mutato, benché i problemi cambino e le soluzioni manchino, se le lenti categoriali restano queste, se la politica resta strutturalmente indeterminata, le destre e le sinistre continuano a contrapporsi; e compito strategico della destra continua a essere di inventarsi sempre nuove soluzioni ordinative, transitorie e anomale, a problemi e minacce che non sa e non vuole risolvere radicalmente; mentre compito strategico della sinistra non è solo aspettare che scoppi la bolla immaginativa della destra, ma perseguire una nuova egemonia, ovvero delineare una nuova catena di soggettività attive e di mezzi politici efficaci, e offrire una nuova visione del mondo, un quadro entro il quale trovino spazio le energie individuali e collettive, impegnate in un’emancipazione che può essere anche conflittuale ma non diseguale. Il che significa sia trovare un kairòs, un’occasione che legittimi un’altra impresa comune da perseguire, oltre lo Stato sociale, sia re-inventare gli strumenti intellettuali e istituzionali che rendano possibile, senza farne un salto utopistico, il passaggio dal mondo com’è al mondo come dovrebbe essere.

    L’agenda delle sfide da affrontare, delle nuove linee della politica da intercettare, è impressionante: si tratta di confrontarsi con le nuove forme del rapporto fra universale e particolare, fra umanità e cultura, che si manifestano all’interno dello spazio politico dello Stato, oggi chiamato a ospitare differenze assai più eterogenee dell’antitesi fra capitale e lavoro; di declinare i diritti in modo fermo ma non essenzialistico-identitario, per non farne un’arma contro l’Altro, ma anzi per incontrarlo nella sua concretezza; di fronteggiare le biotecnologie e il loro ambiguo potenziale biopolitico, collocato fra i molteplici poteri che entrano nella nuda carne del vivente, a plasmarlo e a condizionarlo fino a assoggettarlo, e nuove opzioni di possibile espressione e liberazione delle soggettività; di gestire la ri-frammentazione dell’economia globale e di governare, in un nuovo ordine mondiale, la globalizzazione in un pluralismo di grandi spazi economici; di rivitalizzare la democrazia rendendola capace di affrontare i conflitti, e non solo di tentare di neutralizzarli in istituzioni rappresentative; di operare, servendosi dello Stato, il salto di scala (che la de-nazionalizzazione della politica sembra richiedere), che colloca (in parte) la politica oltre lo Stato, verso la federazione, o verso l’Impero; di leggere gli elementi di fluidità e di destrutturazione delle relazioni internazionali (dalla potenza delle corporations alle migrazioni al terrorismo) con aderenza realistica e con immaginazione creatrice; di decidere fra crescita e decrescita.

    I punti di questa agenda vedono l’individuo, il capitalismo, la tecnica, la biopolitica, l’ambiente e le culture come i centri strategici di contraddizioni reali che si generano a livello globale ma che si colgono all’interno dello spazio locale dello Stato, e della sua residua capacità ordinativa. E se le risposte possibili alle sfide del presente vedranno ancora contrapporsi anomalia e norma, eccezione e legalità, autorità e libertà, dominio e autonomia, chiacchiera o propaganda e responsabile presa di parola, disuguaglianza e uguaglianza; se si porrà, anche in questi nuovi scenari, l’alternativa se la vita associata debba essere qualcosa di normativamente diverso da un coacervo di relazioni fra diseguali, o al contrario possa solo oscillare fra il caso e la necessità; se avrà ancora senso politico chiedersi se l’ultima parola debba spettare all’economia capitalistica che si presenta come un insieme di bolle e di crisi, o invece alla centralità e alla dignità delle soggettività; se il singolo – la sua vita, la sua riproduzione, il suo amore, la sua malattia, la sua morte – sarà ancora il campo di battaglia fra l’autorità minacciosa e minacciata e la libertà; ciò significherà che destra e sinistra avranno vita oltre il Moderno, che ne sono l’eredità che sopravvive nell’età globale. Quando la duplicità moderna della politica sarà consumata e impensabile, perché il terreno della politica sarà mutato e stabilizzato, e il suo spazio politico si sarà chiuso, oppure quando la politica strutturerà la propria indeterminatezza intorno ad altri assi categoriali (ad esempio, cristiani contro islamici, oppure inquinatori contro ecologisti), allora destra e sinistra non significheranno più nulla, come del resto è stato per quasi tutta l’esperienza storico-politica occidentale. Ma finché non saremo giunti a ciò, destra e sinistra continueranno a dire qualcosa di moderno sui nostri destini politici postmoderni.
    Ultima modifica di Sollus; 20-04-10 alle 11:09
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  2. #2
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    Predefinito Rif: Destra e Sinistra

    Per chi non avesse voglia di leggere l'articolo, segue un'intervista a Carlo Galli sullo stesso tema.

    Destra sinistra e il demone Carl Schmitt. Intervista a Carlo Galli

    di Antonio Gnoli - 04/02/2010

    Fonte: La Repubblica


    "Il criterio per distinguerle non può più essere la contrapposizione libertà-autorità"
    Ordine e disordine sono categorie che vanno ripensate alla luce di quello che è accaduto

    Sono ben tre i libri che parzialmente o interamente rimandano a Carlo Galli, filosofo della politica che insegna all´Università di Bologna. Il primo è Genealogia della politica che il Mulino ristampa a distanza di 15 anni. Si tratta di un lavoro monumentale su Carl Schmitt, un´opera imprescindibile per chiunque intenda mettere le mani su questo controverso giurista che appoggiò la causa del nazismo, ma la cui esperienza teorica non può ridursi alle nefandezze di quel regime.
    Il secondo è un volumetto proprio di Carl Schmitt su Cattolicesimo romano e forma politica, edito sempre dal Mulino con una postfazione di Carlo Galli. Pubblicato nel 1923, l´opera è un grande omaggio alla Chiesa cattolica, alla sua capacità di adattamento, restando fondamentalmente se stessa. Ma è altresì un´analisi del suo potere che non può, spiega Schmitt, fondarsi su mezzi economici ma su di una esperienza giuridica che ne fanno la vera erede della giurisprudenza romana. Infine un terzo libro, in uscita dall´editore Laterza, che Carlo Galli ha scritto sul concetto di destra e sinistra.
    Mi chiedo se c´è un filo che unisca questi tre lavori: «Direi», risponde Galli, «la passione per la radicalità del ragionamento politico, per il gesto teorico che ha la capacità di ricondurre la complessa fenomenologia della politica alle sue origini. In certi momenti, penso, sia più importante sparigliare saperi consueti e consunti che seguire opinioni tramandate e ricevute».
    Le sue analisi hanno poco di conformistico. Ma è ancora attuale riproporre oggi quel testo di Schmitt dai toni trionfalistici sulla missione della Chiesa?
    «Certamente quel trionfalismo non credo interessi più le gerarchie, benché queste non siano particolarmente devote al concilio Vaticano II. Per Schmitt la politica è creare forma - sempre transitoria e minacciata - a partire dal disordine del mondo. Ora la "burocrazia dei celibi", come Schmitt chiama la Chiesa, è la maestra di questa creazione d´ordine, molto prima e molto meglio dello Stato moderno».
    La Chiesa, agli occhi del giurista, era la sola che potesse arginare la catastrofe che la civiltà moderna aveva innescato. Ma in che modo sarebbe stato possibile?
    «Per Schmitt senza rappresentazione dall´alto (come d´altro canto senza conflitto) non c´è politica. E lui era convinto che la civiltà moderna, sebbene tutta centrata sulle immagini, e sull´immagine dell´uomo, non sa rappresentare».
    Il Parlamento è una forma di rappresentazione.
    «Non per Schmitt, il quale riduceva la rappresentazione del parlamento a chiacchiera e vedeva solo nella Chiesa la forza per frenare quella catastrofe cui lei alludeva».
    Date queste premesse, perché a un certo punto a sinistra ci si è innamorati di questo pensatore che è difficile non collocare a destra?
    «Schmitt, più di ogni altro, coglie la radicale indeterminatezza della politica moderna. Il "politico" è appunto la politica come energia che opera nel disordine e mai definitivamente racchiudibile in una forma giuridica. Una potenza che può essere trattata solo con la decisione e non con la ragione. Schmitt era convinto che il mondo mai e poi mai sarebbe stato a misura d´uomo. Ai suoi occhi contava solo ciò che i rapporti di potenza di volta in volta disegnano. È chiaro che per non avere neppure tentato di riflettere su una politica umanistica egli va ascritto ai pensatori di destra. Il che non toglie che sia stato doveroso conoscerlo, senza farsene una bandiera, anche a sinistra. La sfida che egli ha portato all´umanesimo - ingenuo o sofisticato - che è o dovrebbe essere l´emblema della sinistra, è tutt´altro che banale. Quindi fu giusto misurarsi col suo pensiero, aprirsi alle sue vertiginose prospettive e alle sue tragiche durezze. L´importante fu non aderirvi oltre che condannarne le aberrazioni».
    Su destra e sinistra lei aggiunge un nuovo libro. In che misura il suo lavoro si distacca da quello che Bobbio dedicò parecchi anni fa all´argomento?
    «La mia tesi è che sinistra e destra sono due modalità in cui necessariamente si presenta la politica moderna. Il criterio per distinguerle non può essere quello consueto che contrapponeva la libertà all´autorità, o la tradizione al progresso, o la collettività all´individuo (dove i primi termini sarebbero riferiti alle sinistre e i secondi alle destre). Queste antitesi sono tutte perfettamente rovesciabili: ci sono destre progressiste che puntano sullo sviluppo e sinistre che teorizzano la decrescita; ci sono destre comunitarie e sinistre liberali, concentrate sull´autonomia dell´individuo; destre che esaltano la libertà e sinistre che credono, o hanno creduto, in una qualche autorità. Quanto alla proposta di Bobbio - che sia l´eguaglianza a costituire il discrimine tra la sinistra che la propugna e la destra che la nega - è parecchio più attuale e comprensiva. Io ho cercato di andare oltre questa asserzione e di individuarne la causa nel modo stesso con cui la politica moderna originariamente si presenta. Ossia nella sua indeterminatezza».
    In che senso intende che la politica alla sua origine è indeterminata?
    «Intendo che la novità davvero epocale del pensiero politico moderno, nelle sue versioni più consapevoli, consiste nel non fare più ricorso a una idea di Ordine dato, rispetto al quale misurare il bene e il male, il giusto e l´ingiusto. La verità è che la politica non ha nessuna misura intrinseca e che il suo ambiente è il grande caos del mondo, lo stato di natura in cui tutto è possibile. Nondimeno in questo caos c´è un seme di ragione, di libertà, di uguaglianza, ossia l´uomo, che deve essere salvaguardato e sviluppato nell´ordine politico».
    Lei rovescia l´opinione abbastanza diffusa che è la destra ad amare l´ordine e la sinistra il disordine. Come è giunto a questa conclusione?
    «L´amore della destra per l´ordine è proporzionale alla percezione che esso sia continuamente minacciato, che sia cioè instabile e infondato. E, aggiungerei, la destra sa anche presentarsi come la potenza che più radicalmente assume questa infondatezza. Mentre la sinistra deve il suo pedagogismo e il suo costruttivismo, e anche la propria tendenza a modificare radicalmente le condizioni del mondo storico, proprio all´idea che si debba liberare e sviluppare un dato di valore normativo: l´uomo nella sua complessità e pluralità»
    Ma ha ancora senso la coppia destra/sinistra, o è una sopravvivenza lessicale senza più contenuto specifico?
    «La sua efficacia sta nel fatto che anche in un contesto politico per molti versi post-moderno la posta in gioco sembra essere sempre la medesima: da una parte la destra resta attaccata alla consapevolezza che il reale è un caos infinitamente plasmabile, un disordine che impone di adattarsi in ogni modo ai rischi e ai pericoli sempre insorgenti. Mentre la sinistra - quando è all´altezza del proprio compito e della propria storia - vorrebbe sviluppare il lato normativo della modernità, ossia vorrebbe centrare la politica su un set di valori inderogabili che hanno come riferimento l´umanesimo moderno».
    All´attuale crisi della sinistra corrisponde il tentativo della destra di creare una nuova egemonia. È possibile che la destra si doti di una cultura all´altezza delle sue ambizioni?
    «La destra ha già creato una nuova egemonia, non grazie ai partiti ma all´uso combinato delle televisioni e alla capacità di azzerare - nello spazio virtuale della rappresentazione televisiva - ogni riferimento politico diffuso a linee di continuità, a brusche fratture, a lotte ideali per costruire la democrazia. Voglio dire che la dimensione storica è sostituita dai casi personali, dagli aneddoti privati schiacciati sul presente nel quale il mondo è percepito come una sorta di giungla pericolosa in cui tutto è permesso per difendersi e affermarsi. Un mondo che non è a misura d´uomo, ma di altre entità che lo sovrastano e gli dettano legge a cui si deve adattare: il mercato, la competizione geopolitica, l´identità culturale e religiosa. Sì, la destra la sua egemonia l´ha costruita, tanto quanto la sinistra l´ha perduta».
    Ultima modifica di Sollus; 20-04-10 alle 11:23
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