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Discussione: due articoli su Fini

  1. #1
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    Predefinito due articoli su Fini

    Il generale Fini conta le truppe e scopre che si deve arrendere

    Di Vincenzo la Manna


    Nessuno lo descrive agitato, figuriamoci preoccupato. Anzi, «è tranquillo». Sarà. Di certo, anche se qualcuno parla già di una «marcia indietro», Gianfranco Fini continua ad organizzare le truppe. E lo fa sin dal mattino, quando chiama a sé un gruppetto di fedelissimi: Andrea Ronchi, Italo Bocchino, Adolfo Urso, Carmelo Briguglio, Flavia Perina, Pippo Scalia. Si tiene pronto, se serve, quantomeno è quanto fa credere, a sferrare l’attacco finale. Non prima di giovedì, però, quando si presenterà per la prima volta in Direzione nazionale - convocazione che commenta con favore, giudicandola «prima risposta positiva» alle problematiche poste al premier - con in mano un ordine del giorno ben calibrato, da sottoporre all’assise pidiellina, allargata ai parlamentari, sottoscritto due giorni prima da deputati e senatori disposti a giurargli fedeltà. Anche se ciò volesse dire abbandonare il Cavaliere e il Pdl per confluire in gruppi parlamentari autonomi. Si vedrà: l’opzione è da extrema ratio.
    Ma intanto i suoi assicurano: «Abbiamo già decine di firme virtuali». Quarantasei, forse quarantotto - azzardano - tra i deputati, 18 tra i senatori, chiamati già uno ad uno dalla segreteria del presidente, a cui è stato dato appuntamento per martedì («se avete impegni dovete disdirli», è la linea irremovibile), presso la Sala Tatarella di Montecitorio: location che rievoca proprio quello spirito di destra da rivendicare. E poco importa per adesso se i numeri concreti, alla fine della «conta, necessaria - rintuzzano - per far capire che non stiamo scherzando», siano più esigui (18-20 alla Camera, 7-8 al Senato, si fa notare dall’altra parte della trincea). «Saranno più che sufficienti - ragionano - per creare un nostro gruppo, con cui il governo dovrà confrontarsi ogni volta». E anche se non mancano i dubbi sulla consistenza reale dell’ultimatum, un paio di ex An inquadrano così il potenziale scenario futuro: «Siamo pronti a fare come Osama, altro che Obama...». Terrorismo politico? Chissà. Ma è comunque probabile che tutto ciò rimanga nel mondo delle intenzioni. E non solo perché a scongiuralo siano scesi in campo diversi pontieri: Ronchi, Alemanno («abbiamo fatto dei passi avanti»), Augello. Lo si intuisce pure dalle parole di Bocchino, che prima di raggiungere Palazzo Grazioli, dove il premier convoca la riunione dell’Ufficio di presidenza per «comunicazioni urgenti» - decisione che desta di primo acchito seria preoccupazione tra i finiani - smorza: «Fini non vuole rompere, ma ha posto alcune questioni politiche a Berlusconi». Lo stesso che dopo l’invito a Fini a «desistere», rivolto dal Cavaliere in serata, commenta: «Le sue parole sono il frutto del lavoro di tutti nel corso dell’Ufficio di presidenza». Mezza frenata alla scissione? Forse sì. Tanto che Urso aggiunge: «L’ipotesi della creazione di gruppi autonomi è molto più lontana».
    In ogni caso, è una deadline posticipata. E al di là della soddisfazione o meno per l’esito dell’incontro in via del Plebiscito, sarà all’Auditorium di via della Conciliazione (chissà se benaugurale) che il presidente della Camera - carica che non mollerebbe pure in caso di rottura - si presenterà da leader di minoranza, per ribadire l’esigenza di un «maggiore ascolto e confronto interni» e scongiurare l’appiattimento sulla Lega. Altrimenti, via ai gruppi autonomi. E poi, allargamento dei consensi (al Sud e al Nord per inglobare il malcontento anti-leghista) e lungo lavorio in prospettiva futura, per giocarsi nel 2013 la leadership.
    Ad ogni modo, spiegano i suoi, «è evidente che si sia già aperta una nuova fase». Per capirci: «Il patto fondativo del 70-30 è stato tradito». Quindi, «senza garanzie concrete sul rispetto dei cinquant’anni di storia della destra italiana, non c’è alternativa». Insomma, «Fini dovrà sedere al tavolo delle decisioni con Berlusconi e Bossi e fare politica in prima linea», è la richiesta minima, che fa rima con «tridente». È una questione di «dignità» politica, ripetono in coro dalle parti di Fini. Dove rimarcano che «non si tratta di togliere Gasparri o La Russa e inserire chi ci rappresenti di più». In realtà, è anche questo uno snodo cruciale. Ma qui sarà dura.
    Il generale Fini conta le truppe e scopre che si deve arrendere - Interni - ilGiornale.it del 17-04-2010

  2. #2
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    Predefinito Rif: due articoli su Fini

    Il vero motivo della frattura: Gianfranco vuole più poltrone

    di Francesco Cramer

    Solo, a rosolare al piano nobile della Camera, Fini ha deciso di minacciare lo strappo. Le vere motivazioni tuttavia non sono il partito caserma, lo strapotere della Lega, la generazione Balotelli, il voto agli immigrati, gli innamoramenti delle coppie di fatto o i temi etici ma la consapevolezza di una sua lenta e inesorabile perdita di potere personale.
    Poco prima della fusione nel Pdl si stabilirono le quote del 70 e 30 per cento. Ma il 30 per cento ex aennino oggi fa più riferimento a Berlusconi che non a Fini. Il quale s’è visto perso, emarginato, destinato a fare il neo Bertinotti, cioè a sparire. Non contare, non avere peso, non controllare più gli ex «suoi»: ecco l’incubo di Gianfranco. Non comanda nel partito, non influenza il governo, non riesce a esser un faro neppure in periferia visto che persino la neo governatrice del Lazio, Renata Polverini, per sciogliere i nodi della composizione della sua giunta è corsa a Palazzo Grazioli e non a Montecitorio. Non conquista neppure le masse o le massaie un tempo attratte dal «come parla bene a braccio quello lì». Una sorta di burattinaio che, nel teatrino della politica, s’è accorto di avere in mano sempre meno fili da muovere. Un’emorragia di potere logorante, implacabile, iniziata ben prima della fusione pidiellina, cui sta cercando di porre rimedio con la consueta tattica dello strappo, a lui congeniale.
    Nella sua personalissima strategia per non affogare definitivamente, l’eterno delfino nuota ma assieme ad un branco decisamente piccolo. Accanto a lui non ci sono più i pesci grossi che ora sguazzano a loro agio nel nuovo grande acquario del Pdl. Non va nella stessa direzione di Gianfranco il ministro della Difesa Ignazio La Russa, «berluscones» della prima ora, pontiere e pompiere di professione, che ha sempre sudato sette camicie per evitare la separazione tra Fini e Berlusconi. Stesso discorso per il capo dei senatori Pdl Maurizio Gasparri e per il ministro delle Infrastrutture Altero Matteoli che ha già fatto sapere di non voler seguire l’ex pupillo di Almirante. Ma neppure Alemanno e gli alemanniani se la sentono di spalleggiare l’ex capo e, anzi, il sindaco di Roma ieri s’è speso tantissimo per scongiurare il divorzio da Silvio. Scettico pure il ministro della Gioventù Giorgia Meloni, fortemente voluta al ministero proprio da Fini. E persino la Polverini, la candidata inizialmente sponsorizzata da Fini, ha più volte dimostrato di essere maggiormente grata al Cavaliere che non al presidente della Camera: se infatti l’ex sindacalista siede sulla poltrona che fu di Marrazzo lo deve soprattutto alla forsennata campagna elettorale del premier e non certo all’ex capo di An.
    Così, il generale Fini è rimasto isolato, appartato, privo dei vecchi «colonnelli», se si esclude una schiera di fedelissimi che vanno dal vicepresidente dei deputati Italo Bocchino al ministro per le Politiche Ue Andrea Ronchi passando per il sottosegretario Adolfo Urso. In mezzo vecchi amici come Donato Lamorte e Carmelo Briguglio e nuovi sostenitori come Giulia Bongiorno, Luca Barbareschi, Alessandro Rubens, Fabio Granata e Flavia Perina. Poi la schiera di intellettuali riuniti attorno alla fondazione Farefuturo come Alessandro Campi e Angelo Mellone. Pure le antiche correnti post-missine non ci sono più, squagliate all’interno del Pdl meglio del loro capo. Negli anni Fini ha pure perso controllo e feeling con le sacche del suo elettorato storico: sia quello nostalgico, sia quello cattolico, sia quello del law and order, sia quello che chiedeva il pugno duro contro l’immigrazione.
    È rimasto ben poco a Fini: c’è il quotidiano Secolo d’Italia, guidato dalla fedele Perina; ci sono i teorici del neofinismo in salsa antiberlusconiana raccolti nel think tank Farefuturo; c’è il laboratorio politico di Generazione Italia, associazione lanciata da Fini in alternativa ai Promotori della Libertà voluti da Berlusconi e la Fondazione Alleanza nazionale, presieduta da Donato Lamorte che conserva l’archivio di An e ha in gestione il patrimonio immobiliare del vecchio partito. Un giornale, una fondazione, un laboratorio

    Il vero motivo della frattura: Gianfranco vuole più poltrone - Interni - ilGiornale.it del 17-04-2010

  3. #3
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    Predefinito Rif: due articoli su Fini

    Baggianate.
    I numeri di Fini sono ben altri: 14 senatori e 45 deputati. Numeri sufficienti, per far tremare il Governo su ogni provvedimento.

  4. #4
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    Predefinito Rif: due articoli su Fini

    14 senatori su 146, uh, che successo.
    La mente del sapiente si dirige a destra
    e quella dello stolto a sinistra.
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  5. #5
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    Predefinito Rif: due articoli su Fini

    Questa mattina ho letto vari articoli sulla questione ma non intendo postarli perchè ci porterebbero inevitabilmente a dividerci e a polemizzare, cosa che personalmente vorrei evitare.

    Tendo sottolineare che questo non è uno scontro tra due leader o due correnti di pensiero. Fosse così sarebbe oltremodo facile dividerci in guelfi e ghibellini.

    E' a mio avviso uno scontro tra una logica di governo e una logica di partito, di cui fa spese, purtroppo, la logica di coalizione.

    C'è chi sta con Berlusconi per fiducia nell'uomo e nella sua azione politica. Dunque, stando con Berlusconi, finisce con lo stare con chi sta con Berlusconi: Feltri, Lupi, la Lega... Con chiunque è oggettivamente funzionale all'azione di governo.

    E poi ci sta chi è interessato al PDL. Attenzione: non a Fini. Non necessariamente a Fini. Quelli che stanno col PDL appartengono a due gruppi diversi:

    - coloro che provengono da AN e prima dal MSI e ci tengono al fatto che la l'eredità politica e umana della destra (qualunque cosa si intenda con suddetto termine, da Almirante ai Campi Hobbitt) non si disperda nel berlusconismo ma che continui ad essere rappresentata.

    - coloro che hanno a cuore l'esistenza di un partito di centrodestra nazionale, ovvero presente su tutto il territorio, che funzioni democraticamente coi suoi congressi, le sue mozioni, le sue correnti, le sue maggioranze che sono sempre esistite anche in un partito "neofascista" quale il MSI.

    Entrambi i gruppi hanno alle spalle una storia politica, non necessariamente di destra, ma che nel suo complesso ha sempre ritenuto la nazione, la coesione sociale e il radicamento nel meridione dei punti qualificanti. Per questi motivi hanno accettato obtorto collo, sin dal 1994, la coalizione con l'alleato territoriale leghista: localista/nordista, separatista e antimeridionalista.

    Fini è il collante di questi due gruppi che si oppongono all'azione del Governo Berlusconi-Bossi ritenendola troppo sbilanciata su posizione estranee alla loro tradizione politica.

    Chi pensa che il seguito finiano sia composto unicamente da persone dal profilo liberal, laiciste e pro-immigrazione, sbaglia. Esiste questa componente, come esisteva nel partito liberale, in quello socialista e anche nel vecchio MSI (queste tesi appartengono al dna della Nuova Destra, basti pensare che un nemico del "primo" Fini, Miro Renzaglia, è oggi simpatizante del "nuovo" Fini), ma il problema essenziale è istituzionale ed economico. E' l'asse Berlusconi-Bossi-Tremonti che viene messo in discussione perchè si ritiene avvantaggi il Nord rispetto al Sud dividendo così ancor più l'Italia.

    Con tutto il rispetto per chi affianca Berlusconi e il suo attuale Governo su posizioni cattolico-tradizionaliste, non è certo su temi e di etica e di bioetica che si sta consumando la scissione. Più prosaicamente è questione di poltrone e di soldi. E' questione politica e non morale che non a caso è deflagrata dopo la richiesta di Bossi delle banche del Nord.

    E' di questo che si discute essenzialmente. Di come e dove devono essere spesi i soldi della cassa nazionale. Per questo, da sempre, l'oggetto di tutte le polemiche nel centrodestra è il responsabile dell'economia Tremonti.
    Ultima modifica di Florian; 18-04-10 alle 12:41

  6. #6
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    Predefinito Rif: due articoli su Fini

    Citazione Originariamente Scritto da Florian Visualizza Messaggio
    Questa mattina ho letto vari articoli sulla questione ma non intendo postarli perchè ci porterebbero inevitabilmente a dividerci e a polemizzare, cosa che personalmente vorrei evitare.

    Tendo sottolineare che questo non è uno scontro tra due leader o due correnti di pensiero. Fosse così sarebbe oltremodo facile dividerci in guelfi e ghibellini.

    E' a mio avviso uno scontro tra una logica di governo e una logica di partico, di cui fa spese, purtroppo, la logica di coalizione.

    C'è chi sta con Berlusconi per fiducia nell'uomo e nella sua azione politica. Dunque, stando con Berlusconi, finisce con lo stare con chi sta con Berlusconi: Feltri, Lupi, la Lega... Chiunque è oggettivamente funzionale all'azione di governo.

    E poi ci sta chi è interessato al PDL. Attenzione: non a Fini. Non necessariamente a Fini. Quelli che stanno col PDL appartengono a due gruppi diversi:

    - coloro che provengono da AN e prima dal MSI e ci tengono al fatto che la l'eredità politica e umana della destra (qualunque cosa si intenda con suddetto termine, da Almirante ai Campi Hobbitt) non si disperda nel berlusconismo ma che continui ad essere rappresentata.

    - coloro che hanno a cuore l'esistenza di un partito di centrodestra nazionale, ovvero presente su tutto il territorio, che funzioni democraticamente coi suoi congressi, le sue mozioni, le sue correnti, le sue maggioranze che sono sempre esistite anche in un partito "neofascista" quale il MSI.

    Entrambi i gruppi hanno alle spalle una storia politica, non necessariamente di destra, ma che nel suo complesso ha sempre ritenuto la nazione, la coesione sociale e il radicamento nel meridione dei punti qualificanti. Per questi motivi hanno accettato loro malgrado, sin dal 1994, la coalizione con l'alleato territoriale leghista: localista/nordista, separatista e antimeridionalista.

    Fini è il collante di questi due gruppi che si oppongono all'azione del Governo Berlusconi-Bossi ritenendola troppo sbilanciata su posizione estranee alla loro tradizione politica.

    Chi pensa che il seguito finiano sia composto unicamente da persone dal profilo liberal, laiciste e pro-immigrazione, sbaglia. Esiste questa componente, come esisteva nel partito liberale, in quello socialista e anche nel vecchio MSI (queste tesi appartengono al dna della Nuova Destra, basti pensare che un nemico del "primo" Fini, Miro Renzaglia, è oggi simpatizante del "nuovo" Fini), ma il problema essenziale è istituzionale ed economico. E' l'asse Berlusconi-Bossi-Tremonti che viene messo in discussione perchè si ritiene avvantaggi il Nord rispetto al Sud dividendo così ancor più l'Italia.

    Con tutto il rispetto per chi affianca Berlusconi e il suo attuale Governo su posizioni cattolico-tradizionaliste, non è certo su temi e di etica e di bioetica che si sta consumando la scissione. Più prosaicamente è questione di poltrone e di soldi. E' questione politica e non morale che non a caso è deflagrata dopo la richiesta di Bossi delle banche del Nord.

    E' di questo che si discute essenzialmente. Di come e dove devono essere spesi i soldi della cassa nazionale. Per questo, da sempre, l'oggetto di tutte le polemiche nel centrodestra è il responsabile dell'economia Tremonti.
    Ho letto con interesse questo tuo post e mi permetto di quotarti sebbene non mi ritenga un conservatore.
    Vogliate scusare la mia intromissione da ospite in questo forum, ma ci tenevo a sottolineare la mia vicinanza su questo punto.

    In particolar modo, un elettore di sinistra come me, ha a cuore la sopravvivenza di una destra moderata con cui dialogare, piuttosto che una deriva leghista che divida l'Italia.

    Un pdl forte sarebbe stato funzionale anche alla sinistra e a tutta la politica italiana, se Berlusconi non l'avesse utilizzato come un mezzo per arrivare ai suoi personali obiettivi.

    Rimarco le parole di Florian, è una questione squisitamente partitica e politica questo scontro e riguarda il futuro della destra italiana, non solo fra 3 anni, ma per i prossimi decenni.
    Ultima modifica di stefaboy; 18-04-10 alle 11:43
    Ferrara era comunista poi il comunismo è morto, allora è diventato Craxiano e Craxi è morto, poi è diventato Berlusconiano. PORTA SFIGA
    (brunik - 25/09/2011)

  7. #7
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    Predefinito Rif: due articoli su Fini

    Citazione Originariamente Scritto da krentak the Arising! Visualizza Messaggio
    14 senatori su 146, uh, che successo.
    Dipende dal peso che hanno per ottenere la maggioranza. A volte ne basta anche solo uno.

    Teniamoci stretti, che c'è vento forte.

    Io sono per la chirurgia etica: bisogna rifarsi il senno.

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  8. #8
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    Predefinito Rif: due articoli su Fini

    Citazione Originariamente Scritto da Malandrina Visualizza Messaggio
    Dipende dal peso che hanno per ottenere la maggioranza. A volte ne basta anche solo uno.
    Naturalmente. E' ovvio che 14 senatori (ma anche un numero inferiore) sono in grado di mettere in difficoltà il governo e la maggioranza. Tuttavia, mi pare che si pensasse al finianesimo come sovra-rappresentato in Parlamento, rispetto al suo valore nazionale del 2-3%. A conti fatti, anche al Senato i finiani sono solo 1/10 scarso del PdL, quindi valgono grossomodo il 3%. Questo per chi insiste a dire che Fini rappresenti un partito del 12%.
    La mente del sapiente si dirige a destra
    e quella dello stolto a sinistra.
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  9. #9
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    Predefinito Rif: due articoli su Fini

    Citazione Originariamente Scritto da krentak the Arising! Visualizza Messaggio
    Naturalmente. E' ovvio che 14 senatori (ma anche un numero inferiore) sono in grado di mettere in difficoltà il governo e la maggioranza. Tuttavia, mi pare che si pensasse al finianesimo come sovra-rappresentato in Parlamento, rispetto al suo valore nazionale del 2-3%. A conti fatti, anche al Senato i finiani sono solo 1/10 scarso del PdL, quindi valgono grossomodo il 3%. Questo per chi insiste a dire che Fini rappresenti un partito del 12%.
    I Finiani valgono il 7% attualmente per gli elettori
    Ultima modifica di stefaboy; 18-04-10 alle 12:37
    Ferrara era comunista poi il comunismo è morto, allora è diventato Craxiano e Craxi è morto, poi è diventato Berlusconiano. PORTA SFIGA
    (brunik - 25/09/2011)

  10. #10
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    Predefinito Rif: due articoli su Fini

    Citazione Originariamente Scritto da stefaboy Visualizza Messaggio
    I Finiani valgono il 7% attualmente per gli elettori
    Certo, credici.
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