Contro il popolo non si governa
(e a fare gli stronzi, come nel caso del Pigneto, ci si può solo rimettere)
Le dichiarazioni di “Ernesto” – l’ex rapinatore ammiratore di Guevara del Pigneto che ha “rivendicato” di essere il protagonista della scorribanda contro alcuni negozianti extracomunitari dell’omonimo quartiere – rendono pubblico quel che ogni frequentatore della zona sapeva già: il problema fondamentale del Pigneto, il tumore che lo sta velocemente degradando, si chama spaccio.
Partiamo dall’aspetto strettamente commerciale, che mette in moto dinamiche sociali ben note storicamente ai militanti politici di sinistra. Del resto parliamo di un quartiere pasoliniano, dove la contiguità tra un proletariato fatto di lavoratori dipendenti, piccoli artigiani e altrettanto piccoli commercianti, una malavita inserita nel contesto sociale (dotata perciò di regole antiche e capace di rispettare il proprio ambiente di vita), un po' di sottoproletariato "tenuto per la cavezza" (ovvero sotto controllo popolare, accettato finché "rispetta le regole e la gente che vive qui") ha dato nel corso delle generazioni vita a un "popolo" nel senso alto del termine. Un insieme sociale capace cioé di funzionare consapevolmente come "agenzia formativa", al pari della scuola.
Negli ultimi anni il Pigneto ha subito la progressiva trasformazione da quartiere popolare (in senso stretto: il nucleo fondamentale era costituito da palazzi di edilizia residenziale pubblica, poi ceduti ai residenti e attraverso la rivendita immessi sul mercato immobiliare) a “zona trendy”. Una nuova San Lorenzo, con nuovi residenti spesso politicamente schierati a sinistra, professionalmente di fascia medio-alta. La moltiplicazione dei locali ha favorito inoltre la concentrazione serale e notturna di una popolazione di visitatori “occasionali ma tendenzialmente stabili” fatta soprattutto di studenti, con qualche sostanziosa propaggine di sbandati, “tossici”, alcolizzati cronici.
Lo spaccio caratteristico del Pigneto è specializzato infatti intorno a due merci base: le sostanze stupefacenti propriamente dette e l’alcool di pessima qualità, a basso prezzo, venduto anche in orario notturno. Le due merci base si sovrappongono, in alcuni casi, per quanto riguarda i fornitori. Questo mix chiama in causa responsabilità precise di chi istituzionalmente deve gestire un territorio.
Se, infatti, la presenza di un mercato illegale (le sostanze stupefacenti) chiama in causa gli organi dello stato preposti alla repressione di questo genere di traffici (stranamente, ma non troppo, è il reato più “tollerato” dalle forze dell’ordine dopo la speculazione edilizia), quello dell’alcool va ascritto all’amministrazione (comunale o municipale) che ha largheggiato nella concessioni di licenze per la rivendita di alcolici, senza peraltro disporre il controllo sul rispetto degli orari. Neppure dopo una miriade di esposti prsentati dai residenti.
In generale, dunque, una politica del “lasciar fare” che a prima vista può sembrare estremamente “democratica”, ma che sul piano pratico (come ben sanno persino gli economisti keynesiani) è un’autentica idiozia. Nel vuoto del “lasciar fare”, infatti, si impongono “per abitudine” due fenomeni complementari: l’assenza di regole e il prepotere del più forte.
Al Pigneto questo “prepotere del più forte” può esser declinato in prevalere della speculazione edilizia (che sta progressivamente svuotando il quartiere dei residenti originari, quasi sempre a basso reddito), come anche in esplosione della forza degli spacciatori. Italiani e stranieri, ovviamente; perché non esiste alcuna “professione” che non possa esser esercitata a seconda della nazionalità.
Non è difficile vedere in trasparenza, dietro questo "lassismo" repressivo, un certo disegno economico: a lungo andare "l'invivibilità" del quartiere convincerà molti residenti ad andarsene. A quel punto sarà campo libero per la speculazione edilizia, che potrà acquistare a prezzi minori di quelli di mercato. Solo allora la repressione istituzionale "scoprirà" che lì si spaccia e si scippa. Un rapido repulisti riconsegnerà alla speculazione una zona dal valore doppio. Senza tante storie.
I due tipi di spaccio – a qualsiasi ora del giorno e della notte – fanno da catalizzatore per uno sciame di frequentatori attirati proprio dalla reperibilità delle merci e dalla possibilità di fruirne immediatamente, in loco. Questo “sciame” ha assunto con il tempo sufficiente consistenza da presentarsi in forma di gruppi di composizione casuale, ma caratterizzati dall’incapacità di avere un rapporto “rispettoso” con il luogo e i suoi abitanti. E abbastanza numerosi da poter respingere qualsiasi individuale richiamo alle regole del “buon vicinato”. Le scene raccontate in questi giorni da molti residenti decisamente "popolani" sono assolutamente incontestabili: ubriachi che cantano o suonano tamburi in piena notte, che vomitano o pisciano in mezzo alla strada o dentro i portoni, risse con lanci di bottiglie.
Inevitabile, in queste condizioni, che gli interessi e i comportamenti quotidiani di residenti, spacciatori e frequentatori del quartiere entrino in conflitto. Ed è inevitabile anche, in qualche misura, che gli interessi di spacciatori e frequentatori “trash” siano coincidenti (un po' come accade tra industriali e "consumatori", insomma). Non ci sono infatti, a Roma, molte altre “isole senza regole e orario” come il Pigneto.
A questo punto va fatta una valutazione di merito: gli interessi dei residenti sono legittimi, quelli degli spacciatori naturalmente no, quelli dei frequentatori trash neppure.
Negli anni ’70, quando cominciò ad affermarsi l’uso di massa delle droghe, la rete degli spacciatori – sicuramente “italianissimi”, spesso vicini all’estrema destra, sempre coperti dalla polizia e dai carabinieri, che ne sfruttavano “l’inserimento” nelle fasce deboli per implementare le schedature sui militanti della sinistra extraparlamentare – venne con successo contrastata finché il movimento (i gruppi organizzati) fu in grado di alimentare la “repressione militante”. E a nessuno venne mai in mente – neppure ai media più interni all'establishment – di definire "di destra" due mazzate a uno spacciatore. Qualcosa di molto simile, nelle intenzioni, alla reazione spontanea di “Ernesto”, che quel mondo ha probabilmente conosciuto, condividendone i valori; ma sottovalutando la concrezione di interessi sporchi e ideologia (in senso marxiano: "falsa coscienza") che gravava su un'azione mirata contro spacciatori però di colore.
Trent'anni fa, come raccontano le cronache, si erano manifestate pratiche assai più radicali, viste le capacità organizzative e “militari” della sinistra rivoluzionaria di allora.
Poi – a movimento sconfitto – il fenomeno dilagò, desertificando i luoghi di aggregazione e “togliendo l’acqua” al radicamento sociale della sinistra politica.
Nelle prese di posizione della sinistra (a questo punto forzatamente extraparlamentare) a proposito dei fatti del Pigneto è facile vedere in filigrana la compresenza di diversi fattori negativi:
• la non conoscenza delle dinamiche specifiche e delle contraddizioni presenti in un territorio che pure "abita", ma che evidentemente "non vive";
• il prevalere di un atteggiamento astratto-ideologico (basato su stereotipi “comunicativi”, invece che politico-esperienziali); ovvero l’incapacità di distinguere tra colore della pelle e pratiche sociali reali; ovvero, di capire che gli spacciatori non hanno colore;
• una sacralizzazione della "non violenza", degradata da consapevole scelta di linea politica ad unico criterio di giudizio etico-politico;
• il ruolo egemone della “cattiva coscienza”; i comportamenti sociali considerati ammissibili in una certa sinistra sono in buona parte coincidenti con quelli dei “frequentatori trash”; in altri termini, la “cultura dello sballo” fa velo alla possibilità di interloquire con il “popolo reale” (che non è certo esente dalla “pratica dello sballo”, ma che condivide le regole entro cui va esercitato; in parole povere, “fatti di quello che ti pare con chi ti pare, ma senza rompere i coglioni a tutti”);
• la perdita di senso (non esiste né una cultura, né un progetto politico, né una visione dei processi che aspiri ad essere condivisa dai soggetti sociali di riferimento; anzi, non si hanno più soggetti sociali chiaramente o consapevolmente definiti con cui interloquire).
Da ciò, quasi per conseguenza lineare, è discesa una reazione fondata su una interpretazione falsaria dei fatti e delle dinamiche sociali in atto.
“La verità è rivoluzionaria”, ricorda l’ex rapinatore “Ernesto”, attribuendola all’amato “Che” anziché a Lenin. Sbaglia la citazione, ma ne ha capito perfettamente il senso politico. E in tutta questa storia è l’unico ad avere una qualche ragione. Il resto è merda, menzogna, inabilità a governare il territorio e finanche a comprendere le dinamiche sociali, collusione con la “spazzatura” e l'intrallazzo, mascherata magari come "capacità di mediazione".
I sostenitori di questa falsificazione furbetta – come l'ex estremista Daniele Pifano (che pure di mazzate, spacciatori e cultura popolare dovrebbe aver conservato memoria) o altri più tranquilli "nuovisti" arcobaleno – si trincerano dietro la condanna dei "metodi" poco ortodossi dei ragazzi di "Ernesto"; arrivando, per somma vergogna, a qualificare come "comunque fascista" la reazione contro il degrado. In questo modo pietrificano due errori con una sola mossa: consegnano alla destra un sentimento popolare di rifiuto dell'imbarbarimento della quotidianità sociale (che verrà ovviamente declinato in termini di maggiore "sicurezza" delegata all'esecutivo e alle forze repressive istituzionali) e si fanno individuare dal proprio classico soggetto sociale di riferimento ("Siamo tutta gente che lavora. Che lavora con le mani. Il sabato sera con la donna o con la famiglia e, molti, la domenica allo stadio. Roma, Lazio. Ma niente ultras", rivendicano quei ragazzi) come i complici del degrado, dello spaccio, del sottoproletariato sempre un po' fetente. E in definitiva della speculazione in attesa come un avvoltoio.
Un vero capolavoro, per dei perbenisti che vorrebero presentarsi come "liberal", abituati a pensare che "la comunicazione" sia tutto e i problemi concreti nulla. E poi si meravigliano del risultato elettorale.
Anche qui, c’è solo da attendere, gli errori di una pseudo-sinistra imbecille verranno utilizzati al meglio da una destra che ha già iniziato a sguinzagliare i suoi dogs of war. A Verona, alla Sapienza, forse persino contro il ballerino Kledi. Ma non al Pigneto. Che invece, dotato di una sua cultura popolare antica, seppure disperatamente e in forme un po' retro, resiste e aspira a un mondo migliore. A cominciare da quello sotto casa.
casimiro, 29 maggio
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