Responsabilità e serietà per far crescere il sistema Italia.


“Pago tante tasse (…) e pago quando sbaglio. In alto, troppa gente non risponde di nulla”. Parole semplici, forse autoassolutorie ma di buon senso. Parole che stupiscono un po’, perché pronunciate - nei giorni scorsi - da Vasco Rossi, l’incarnazione vivente della “Vita spericolata”, non un benpensante qualunque, non un piccolo borghese casa e lavoro. Parole che, in fondo, esprimono un diffuso sdegno verso forme di irresponsabilità sempre più gravi e frequenti.
Il principio è elementare: all’errore - che pure è umano e tendenzialmente degno di pietas - deve corrispondere una sanzione, più o meno rilevante a seconda dei casi. È uno degli architravi su cui poggia l’esistenza stessa di una società. E deve valere per tutti. Anche - anzi, soprattutto - quando a sbagliare sono individui collocati in posizioni-chiave: dirigenti, funzionari, magistrati, politici. Nel nostro Paese, però, accade non di rado che gli appartenenti a questa vasta schiera - ben remunerata anche in virtù dei gravami a cui è sottoposta - siano immuni (o quasi) alla fondamentale logica dell’ammenda. Esistono, insomma, persone a responsabilità limitata; persone, per dirla con Orwell, “più eguali degli altri”; persone che, anche in caso di negligenza, neghittosità e/o conclamate scelte erronee, rimangono imperterrite ed impunite al proprio posto, inghiottite e difese dalla corporazione di turno, dalla turris eburnea degli apparati. Di dimissioni, ovviamente, neanche a parlarne.
Proviamo a fare qualche esempio, tutt’altro che esaustivo. Un caso clamoroso è quello di Napoli, dove nessuno, a ben vedere, è risultato politicamente e materialmente responsabile per l’infinito squallore dei rifiuti. Hanno pagato i partiti, perdendo voti alle ultime elezioni, ma non i diretti interessati: a partire dal governatore della Campania, sono tutti ancora lì, ancorati al proprio posto. Ma fenomeni del genere, con varie gradazioni, si registrano anche in altri ambiti. Si pensi all’epilogo del campionato di serie A. Dopo tante incertezze, l’Osservatorio per le manifestazioni sportive ha vietato la trasferta dei tifosi dell’Inter a Parma, macchiandosi di una valutazione grossolana che solo per caso non ha avuto gravi conseguenze. Da subito è parsa una scelta dettata da un malinteso senso di equanimità, finalizzato a compensare l’assenza dei tifosi della Roma al Cibali. Com’era prevedibile, la vicinanza tra Milano e Parma ha impedito il controllo della situazione. Il risultato? La curva che non doveva esserci, quella nerazzurra, era invece fuori dal Tardini. All’esterno dello stadio, le opposte fazioni si guardano in cagnesco, si studiano. Poi si affrontano. Quattro feriti e un asilo distrutto da qualche minus habens più criminale degli altri. Incidenti evitabili? Chiaramente sì. Qualcuno ha pagato per questa scelta sbagliata? Ancora una volta no.
Dulcis in fundo, si fa per dire, il contesto in cui questa sorta di immunità alligna con preferenza: il nostro farraginoso e bizantino sistema giudiziario. A vent’anni dalla morte di Enzo Tortora - che volle farsi seppellire portando con sé la manzoniana “Storia della colonna infame” -, i casi (gravi) di malagiustizia sono ancora tanti. Troppi. Si pensi alle scarcerazioni incomprensibili o ai clamorosi ritardi: episodi riconducibili a cause diverse e a differenti livelli di responsabilità che però creano sempre inevitabile sconcerto e preoccupazione. Indicativo il caso del giudice di Gela che in otto anni non è riuscito a produrre le motivazioni di una sentenza di primo grado, provocando la scarcerazione di pericolosi boss. Al di là della pur necessaria reprimenda del capo dello Stato, chi ha pagato? Fin ad oggi proprio nessuno: il Csm ha respinto la richiesta di sospensione del magistrato. In circostanze del genere - di fronte a errori rilevanti e non a sviste con poche conseguenze - ci si limita ad un buffetto sulle spalle e ad una raccomandazione pro-futuro. Con buona pace della credibilità delle istituzioni.
Non è giustizialismo o forcaiolismo: chi sbaglia in maniera significativa e non riceve una sanzione corrispondente mina la dignità dello Stato. Gli “ultimi” pagano tutto. E sempre. Perché mai alcuni membri dell’establishment riescono a sottrarsi al principio della giusta pena? Se è vero, come pare, che il vento sta cambiando, che va iniziando il tempo della serietà, si ponga un argine alla irresponsabilità. Iniziamo a non avere paura di fare quello che molti Paesi già fanno: valutare le professionalità, punire gli errori. Ne va della competitività del sistema-Italia. Che non è fatta solo di crescita economica.

Di Leonardo Varasano, uscito su "Il Giornale dell'Umbria" il 26/05/2008.