Intervento di Claudio Grassi, coordinatore Essere comunisti (*)
Care compagne e cari compagni di Essere Comunisti
vorrei partire da una riflessione sulla situazione della sinistra perché non credo sia vero il luogo comune che sta circolando, purtroppo anche tra di noi, secondo il quale dopo il 13 e 14 aprile ormai non ci sia più niente da fare. Non è vero che i comunisti sono spariti, che la situazione è chiusa e che quindi bisogna prenderne atto e magari ritirarsi a vita privata.
Le ragioni della sconfitta
Credo invece che la sinistra, i comunisti e anche il nostro Partito siano stati giustamente puniti alle ultime elezioni, da un lato perché non sono risultati credibili nel loro progetto politico-elettorale e dall’altro perché in questi anni hanno compiuto scelte politiche sbagliate.
Detto questo, però, non credo che le persone che ci hanno votato due anni fa, nell’aprile del 2006, non siano più recuperabili alla sinistra. Credo che si sia incrinata, per molte di loro, quella connessione sentimentale con la sinistra e con i comunisti che, per esempio, ha fatto sì che un milione di loro fosse in piazza il 20 ottobre, in una marea di bandiere rosse.
Questa connessione sentimentale si è interrotta in conseguenza di scelte politiche sbagliate: non solo al governo non siamo stati in grado di mantenere quello che avevamo promesso, ma ci siamo presentati alle elezioni con un simbolo e un cartello elettorale incapace di suscitare passione ed emozione tra il nostro popolo. In questa situazione, da un lato di insoddisfazione e dall'altro di richiamo al voto utile, il 13 e il 14 aprile tre quarti dei nostri elettori hanno fatto scelte diverse da quella di barrare il simbolo della Sinistra l’Arcobaleno.
Il congresso di Venezia, origine del disastro
Siamo all’epilogo di una vicenda che abbiamo contrastato e denunciato da parecchio tempo, soprattutto a partire dal Congresso di Venezia, origine del disastro elettorale del nostro Partito. A Venezia si produsse la svolta governista e, attorno a questa scelta, una spaccatura verticale all’interno di Rifondazione Comunista.
Alla prova dei fatti, è l’impianto di Venezia ad essere crollato. Perché si è dimostrata fallace la grande parte delle analisi svolte in quel congresso, a partire dalla tesi secondo cui saremmo potuti entrare al governo perché esso sarebbe diventato permeabile alle istanze dei movimenti e la convinzione che ci sarebbe stata una differenza sostanziale rispetto al ‘96 perché il centro-sinistra era nel frattempo evoluto grazie ai movimenti che lo avevano attraversato.
Il Partito si è rifiutato di vedere fin da subito che le cose stavano andando in una direzione opposta rispetto a quella che aveva valutato. Ancora una volta i nostri dirigenti hanno fatto finta di non vederla, mettendo la polvere sotto il tappeto, sperando che rimanesse nascosta lì.
I segnali della nostra crisi
Ma i segnali erano giunti già alle amministrative del 2007. In quelle elezioni, infatti, il risultato del Prc fu quello di una drastica riduzione del proprio consenso elettorale. E a tutto questo quale fu la risposta data dal gruppo dirigente? Commissariare, per esempio, la federazione di Campobasso, individuando in quel gruppo dirigente locale le responsabilità della sconfitta senza riflettere sul fatto che il risultato era la conseguenza della linea politica sbagliata, e percepita come tale dal nostro elettorato.
Poi c’è stato il 9 giugno, con Piazza del Popolo vuota e l’altra piazza con i movimenti assai più partecipata, con decine di migliaia di manifestanti contro Bush. Nello spaesamento generale, il gruppo dirigente aveva rimosso completamente il problema cavandosela con una lieve autocritica, sostenendo che forse avremmo dovuto valutare meglio la scelta di fare due cortei separati…
Non si comprese, già allora, che stavamo procedendo speditamente verso una cesura con il movimento per la pace proprio in conseguenza di quei primi atti del governo che andavano in rotta di collisione con quel movimento che avevamo contribuito a costruire. Perché se Rifondazione Comunista vota 8 volte contro il rifinanziamento della guerra in Afghanistan e appena va al governo vota a favore, per quel movimento non può più essere credibile! Questa è la motivazione per cui quella piazza era vuota e le altre strade invece erano piene.
E poi è successo Mirafiori, la contestazione e l’indifferenza degli operai nei nostri confronti. La realtà era che molti lavoratori ci chiedevano conto di quello che stavamo facendo al governo e non capivano cosa fossimo andati a fare davanti ai loro cancelli. Ma anche allora non si affrontò seriamente il problema e, a chi diceva che qualcosa non stava funzionando, si rispose con arroganza, nelle direzioni, nei cpn, nelle federazioni.
Altro che “i ricchi piangono”! La nostra gente stava maturando una rottura nei nostri confronti, perché già nella prima legge finanziaria si dava tutto ai padroni con la riduzione del cuneo fiscale e si aumentavano le spese militari, mentre le poche cose buone che eravamo riusciti ad ottenere non riuscivamo nemmeno a trasmetterle perché sommersi da questi problemi!
Avevamo suscitato, nella nostra gente, grandi aspettative di cambiamento. Queste lavoratrici e questi lavoratori ne avevano concretamente bisogno… ma la sinistra non è riuscita a fare nulla per le esigenze concrete dei lavoratori, prima tra tutte quella di arrivare alla fine del mese: qui si è prodotto il malumore e la rottura forte con il nostro elettorato.
I nostri errori sul governo
Sull’entrata in quel governo come Essere Comunisti avevamo fatto proposte diverse, ma non fummo ascoltati. Volevamo costruire un accordo di governo solo se vi era la garanzia che l'Unione nel corso della legislatura si fosse impegnata a realizzare pochi punti, ma precisi. Il nostro ragionamento era: se ci garantite questo bene, altrimenti noi non entriamo nel governo.
Come ricordate, al congresso di Venezia ci venne risposto che dei paletti non ci sarebbe stato bisogno perché il governo sarebbe stato attraversato dal vento nuovo dei movimenti. E invece ci siamo trovati in questa situazione così drammatica.
Il gruppo dirigente ha sbagliato anche il modo con cui ha gestito l’esperienza di governo. Il nostro partito ha minacciato la rottura solo in un passaggio: quando D’Alema si era candidato a Presidente della Camera mettendo a rischio la presidenza di Bertinotti. Questo è l’unico passaggio dove il Prc ha minacciato seriamente la rottura.
Altra scelta grave è stata quella di puntare sulla presidenza della Camera accettando, per questo, di avere soltanto un ministro, con un ministero dimezzato, in un governo di 25. Credo che questa scelta abbia indebolito drammaticamente la nostra capacità di incidere. Al contrario, noi dovevamo fin dal primo momento, se credevamo nella scommessa del governo, puntare non alla presidenza della Camera ma a due ministeri pesanti tra i quali il ministero del lavoro. E allora arrivati al protocollo sul Welfare, le cose sarebbero potute andare diversamente con un ministro del Lavoro di Rifondazione Comunista.
Abbiamo continuato per quasi due anni a dire che le cose andavano sostanzialmente bene, che c’erano alcuni problemi ma anche buoni risultati, che non bisognava eccedere nelle critiche. Questa timidezza ha portato a un distacco progressivo del nostro elettorato.
La Sinistra l’Arcobaleno
Infine arriviamo al processo che ha portato alla costruzione della Sinistra l’Arcobaleno. Un processo che non prende avvio, in maniera trasparente, all’interno degli organismi dirigenti del partito. No: prende avvio dall’iniziativa di alcuni autorevoli esponenti del Prc che iniziano a discutere ed accordarsi con Mussi e con quel movimento che decide di uscire dai Ds e non aderire al Pd.
Si compie, senza che il partito ne discuta mai chiaramente, una operazione politica che contempla il superamento di Rifondazione comunista. Un discussione che non ha luogo negli organismi dirigenti di Rifondazione comunista ma che porta a prendere decisioni su che cosa Rifondazione debba essere e diventare. È in quel frangente che si chiede a Sd di non iniziare una proprio percorso autonomo politico-partitico ma di rimanere un movimento, garantendo al contempo una collocazione per il loro gruppo dirigente all’interno di un percorso che avrebbe portato ad un nuovo partito della Sinistra.
Questi accordi vengono stretti a ridosso delle elezioni che, nelle intenzioni di questi compagni, sarebbero dovute essere il momento di lancio di un nuovo soggetto politico, con un simbolo che non era più quello di Rifondazione Comunista, e un nome nuovo. Un nome che evidentemente avrebbe prefigurato le successive tappe della costruzione di un nuovo soggetto politico insieme a Sinistra democratica e a quelli che ci sarebbero stati. Vi ricordate? “Noi andiamo avanti con chi ci sta, andiamo avanti lo stesso!”.
Chi vuole andare oltre Rifondazione Comunista
Questa ipotesi è stata ribadita anche nei giorni scorsi non da un compagno di Essere comunisti, ma da un compagno come Peppe De Cristofaro, sostenitore convinto della mozione Vendola-Bertinotti. Intervenendo alla riunione della commissione politica, ha detto chiaramente che se l’Arcobaleno avesse preso l’8 per cento sarebbe stato inevitabile proporre lo scioglimento di Rc. Questo era il progetto! Vi ricorderete l’insistenza nel voler mettere una soglia di sbarramento alle elezioni politiche: questo avrebbe costretto anche gli altri piccoli partiti ad entrare nella Sinistra l’Arcobaleno e soprattutto avrebbe impedito al Pdci di presentarsi con il proprio simbolo e dunque di creare problemi al nostro elettorato. Ciò era funzionale a quello stesso processo di costruzione di un nuovo soggetto politico!
Pochi giorni prima delle elezioni è circolato un appello, firmato da autorevoli dirigenti del nostro partito, di Sd e del mondo della sinistra, che sarebbe dovuto uscire il giorno successivo alle elezioni. Questo appello chiedeva che si fissasse la data della costituente del nuovo partito della sinistra ipotizzando anche un primo elenco di persone per costituire il comitato di garanzia e dei promotori. In nome di questa operazione è stato costituito tutto questo processo, crollato con il risultato del 13 e del 14 aprile.
Non vi sarà passato inosservato il fatto che sull’onda di questa scelta chi ha fondato la Sinistra Europea ha accettato di azzerare anche la sua creatura pur di fare un’altra cosa, perché - come sapete - della Sinistra europea non si è più parlato. Non noi, che avevamo contestato per certi aspetti quel processo, ma chi l’ha voluta realizzare non ha esitato ad accantonarla: chi ha più parlato di Sezione italiana della Sinistra Europea?
Sinistra: unità e divergenze
Noi abbiamo sempre proposto l’unità della sinistra di alternativa anche quando nel nostro partito la sinistra Ds era considerata un gruppo politico con cui non valeva la pena nemmeno di discutere! L’unità della sinistra noi l’abbiamo sempre sostenuta e la sosteniamo tuttora, perché siamo consapevoli del fatto che i lavoratori hanno bisogno che tutte le forze della sinistra si uniscano per lottare e per cercare di strappare degli obiettivi. Questo i comunisti lo sanno da tempo. Tutto ciò non significa costruire un partito unico, ma unità tra forze diverse che convergono su di un programma!
Anche su questo alla fine le forzature non pagano. Prendiamo il 20 ottobre: perché lì troviamo Rc e i comunisti italiani e non troviamo Sd e i Verdi? È evidente: perché quella era una manifestazione che criticava fortemente il governo e la maggioranza della Cgil mentre sappiamo bene che né Sd né i Verdi avrebbero mai messo in discussione né il governo né la maggioranza della Cgil!
Sono elementi rilevanti, questi. Se ci sono dissensi di questa natura e si fatica persino a costruire insieme una manifestazione, come puoi pensare di costruire un partito unico?
Vi ricordate di Fabio Mussi che prima non aderì alla manifestazione, poi – visto che vi aveva partecipato un milione di persone – fece autocritica e infine ribadì che quella manifestazione era stata un grave errore perché aveva indebolito il governo?
Il punto vero è che i segnali di una differenziazione all’interno della Sinistra Arcobaleno c’erano tutti, basti pensare al tema del governo. Noi non siamo mai stati contrari aprioristicamente alla partecipazione al governo: dalle circoscrizioni, alle giunte provinciali, comunali o regionali fino al governo nazionale. Ma per noi l’obiettivo di farne parte non è un elemento da praticare a prescindere! Noi ci andiamo se ci sono le condizioni, se stare lì serve a portare a casa risultati tangibili per la nostra gente e non uscire con le ossa rotte come è successo in questi due anni. Invece, come dicevo, per Sd e per una parte del Pdci e dei Verdi è un elemento costitutivo, essenziale. Questo è un elemento rilevante di differenza di prospettiva politica e strategica.
Per non parlare dei riferimenti europei ed internazionali. Questi compagni pensavano (e pensano tuttora) di azzerare tutto e di fare un partito con quattro forze che in Europa hanno tre riferimenti internazionali diversi. Noi dovremmo andare alle elezioni europee con una lista unica che potrebbe eleggere – poniamo - tre parlamentari europei che, il giorno dopo l’elezione, si dividerebbero in tre gruppi parlamentari diversi! Uno nei Verdi, uno nei comunisti e uno nei socialisti! E questo sarebbe un progetto credibile per i lavoratori di questo Paese? Per trasformare la società? È un progetto che non sta in piedi. E noi queste cose le avevamo già dette, in tutti i documenti ufficiali, in tutte le riunioni e le discussioni fatte all’interno del partito. E Giordano ci rispondeva dicendoci che siccome l’avevamo già detto non potevamo continuare a ripetere sempre le stesse cose! Non ci hanno mai nemmeno risposto nel merito!
Maggioranza disarticolata, la partita del congresso è tutta da giocare
Nonostante tutti questi errori, abbiamo continuato a lottare, a resistere, a non perdere la testa. Io credo sia stato importante. Vedete, questo è un congresso difficile, ma è un congresso che si può vincere. E se si può vincere è perché l’obiettivo che perseguiamo da Venezia (e anche da prima) di disarticolare la maggioranza che a Venezia lo abbiamo conseguito.
È un punto importante, che non era scontato. Non era scontato che la maggioranza di Venezia si disarticolasse in questo modo. E questo è avvenuto perché noi abbiamo sempre rifiutato di farci mettere in un angolo e anche quando ci hanno indicato la porta noi abbiamo mantenuto i nervi saldi. Noi stiamo qui, perché questa è la nostra casa.
Se a Carrara noi ci fossimo messi in un angolo, come hanno fatto e come ci chiedevano i compagni dell’Ernesto, la maggioranza di Venezia non si sarebbe mai spaccata. È del tutto evidente, infatti, che nessuno di quella maggioranza avrebbe avuto il coraggio di rompere se non ci fosse stata un’altra parte del partito che poteva fargli intravedere la possibilità di vincere la battaglia.
Abbiamo cercato di scommettere sulla possibilità di disarticolare questa maggioranza per salvare il partito. Non abbiamo mai avuto altri fini, a differenza di altre aree organizzate che hanno cercato di sfruttare il proprio spazio per costituire una corrente interna al fine di riprodurre il proprio ceto politico. A noi questo non interessa, a noi interessa riuscire a migliorare questo partito ed evitare che in questo passaggio si vada al suo superamento.
Rilanciare Rifondazione Comunista
E’ stato detto - e io lo condivido - che in ogni congresso si discute di tante cose. Ma noi non dobbiamo guardare il dito, dobbiamo guardare la luna e la luna in questo congresso è Rifondazione comunista. Il cuore di questa battaglia politica è che noi diciamo che Rifondazione comunista deve rimanere per l’oggi e per il domani pure dentro un processo di unità a sinistra. Gli altri, invece, dicono che bisogna partire dal Prc per avviare la costituente della sinistra alla fine della quale Rifondazione non c’è più ma c’è un altro soggetto politico non più comunista. Queste sono le due proposte che si confrontano in questo congresso, tutto il resto è “poesia”.
Ogni altra opzione è fuori dal dibattito politico. Chi propone oggi la costituente comunista dà per scontato che il congresso è già perso e che non c’è più niente da fare.
Non è così. Al comitato politico nazionale la nostra mozione - che propone di mantenere Rifondazione Comunista per l'oggi e per il domani - ha raccolto la maggioranza dei consensi e ha buone possibilità di vincere il congresso; sicuramente di affermarsi come prima mozione nella maggioranza delle regioni d'Italia. Certo, nei congressi di circolo la partita è tutta aperta, ma almeno andiamo con due blocchi che hanno la stessa forza d’impatto. Il congresso lo possiamo vincere. Serve però darci una linea di lavoro e lottare con tutte le nostre forze per salvare Rifondazione comunista e rilanciarla.
Il governo delle destre e l’opposizione sociale
Dobbiamo lavorare anche perché quello che succede fuori dal partito è obiettivamente inquietante. Basti pensare a quello che è successo a Napoli, dove decine di cittadini hanno assalito con bombe molotov e fucili un campo nomadi. E questo è solo il primo prodotto di un clima e di una politica di intolleranza, razzismo e xenofobia. Ora dobbiamo cercare di costruire un’opposizione politica e sociale a Berlusconi e alle politiche che il governo di destra avanzerà su questo tema ma anche sulle questioni sociali. Come sapete è sotto attacco il contratto nazionale, verrà avanzata ufficialmente la proposta di detassare gli straordinari… un intero pacchetto di provvedimenti per contrastare i quali dobbiamo mettere in campo, nel Paese, una grande iniziativa politica e sociale.
Alle elezioni europee con il nostro simbolo
Inoltre dobbiamo darci un obiettivo: andare alle elezioni europee con il nostro simbolo. Vincere il congresso per portare il partito a questo obiettivo. Ciò sarebbe importantissimo perché se riuscissimo ad aumentare i consensi alle europee (dove non vale l’appello al voto utile) daremmo subito un segnale di ripresa ai compagni. Diremmo loro che il partito c'è ancora, che stiamo recuperando terreno, che possiamo andare avanti e quindi incidere di nuovo nella società e tra i lavoratori e diventare per loro un punto di riferimento.
E poi potremmo iniziare un processo di riavvicinamento tra i due partiti comunisti, il Prc e il Pdci, che non è l’unità dei comunisti ma un processo di due formazioni politiche che aprono un confronto su una base ideale, ma soprattutto programmatica.
L’unità dei comunisti, invece, è un’illusione: innanzitutto chi decide chi è e chi non è comunista? Non è una questione nominalistica o puramente ideologica: serve riavvicinare i due partiti comunisti, non dare vita un partito che chiami a raccolta tutti i pazzi che ci sono in circolazione. Non dimentichiamoci che la nostra prospettiva è quella di costruire un partito che sappia parlare al popolo, ai lavoratori, l’opposto cioè di gruppi ideologici e settari che non sanno parlare ai lavoratori che non entrano in sintonia con i loro problemi, il loro linguaggio, il loro modo di pensare.
Lavorare sodo per il congresso
Dobbiamo lavorare sodo in questi giorni. Adesso ognuno di voi deve organizzare riunioni, telefonare, mandare mail e fare tutto quello che è possibile fare. Il congresso o si fa così o si perde.
Se ognuno di voi aspetta che gli arrivi a casa la convocazione del congresso di circolo noi abbiamo perso. Bisogna fare iscrivere nuovi compagni e far riscrivere chi non ha rinnovato la tessera: il congresso si fa così e si vince solo così.
Noi abbiamo delle proposte politiche forti e di converso loro hanno delle proposte politiche deboli.
Dobbiamo spiegare ai compagni con parole semplici come stanno le cose. In un documento congressuale di trenta pagine, scritto da chi ha portato il partito al 3%, non esiste la parola autocritica. Ci hanno portato al disastro e loro stessi ci propongono come fare per costruire la sinistra migliore al mondo. Però i bilanci sul passato non si fanno mai… continuano sulla strada dell’Arcobaleno soltanto con un altro nome. Non più il soggetto unitario e plurale della sinistra (o soggetto unico, come dicevano negli ultimi giorni della campagna elettorale), ma costituente. Hanno cambiato il nome ma l’idea è sempre la stessa: costruire un nuovo soggetto politico in cui Rifondazione comunista non esiste più.
Il leaderismo
E poi si punta tutto sul leader. Ma l'esperienza di questi anni non ci ha insegnato nulla? Non serve un nuovo “capo”, serve l’intellettuale collettivo di Gramsci! Invece i compagni della mozione Giordano, dopo questa questa esperienza il cui bilancio negativo è sotto gli occhi di tutti, quale soluzione propongono? Un altro leader che sostituisce quello di prima! E quindi ai congressi non voti più quello che c’è scritto nel documento ma voti Nichi Vendola perché lui si è già auto-candidato segretario! Un leader che vorrei capire come fa a fare una e l’altra cosa: il presidente della Regione e il segretario del partito. Abbiamo un partito allo sfascio, la cui situazione economica è drammatica. Come possiamo pensare di eleggere un segretario che deve fare contemporaneamente il presidente della regione Puglia, la cui gestione credo assorba gran parte del suo tempo? Il partito ha bisogno di un’altra cosa, ha bisogno prima di tutto di un progetto politico, di credere in se stesso, di un collettivo, di un gruppo dirigente che esprima anche un segretario. Questa è l’ultima cosa che noi sceglieremo, non la prima.
Per una gestione unitaria del partito
È giusto non rincorrerli sullo stesso terreno. Loro puntano tutto su una persona, noi vogliamo fare un congresso per discutere. Da ciò si capisce perché non abbiano voluto fare un congresso a tesi. Perché se ci fosse stato un congresso a tesi non si sarebbe discusso del segretario ma di quello che c’era scritto nelle tesi. Hanno rifiutato la nostra proposta mettendo a repentaglio la tenuta del partito. Ma anche se dovessero prendere un voto un più di noi, che partito dovrebbero governare e gestire? Un partito lacerato, dilaniato…
Dobbiamo dirlo nei congressi: noi avevamo proposto un documento a tesi con un unico documento perché il partito sarebbe dovuto rimanere unito in un passaggio così difficile. In ogni caso, se vinciamo il congresso, noi proponiamo la gestione unitaria del partito.
Io credo che, al contrario della loro, la nostra proposta abbia solidi argomenti:
1- nel nostro documento facciamo una critica puntuale al congresso di Venezia: non è vero che il governo era permeabile ai movimenti, non è vero che il centro-sinistra e i rapporti di forza nel Paese si erano spostati a sinistra;
2- proponiamo Carrara e quello che avevamo deciso a Carrara per riformare il partito, innanzitutto colpendo gli elementi di degenerazione grave che sono entrati all’interno della nostra organizzazione;
3- una unità a sinistra che sia contemporaneamente il rafforzamento di Rifondazione comunista;
4- un partito che torna tra la gente e tenta, nella società e dal basso, di ricostruire l’opposizione.
Con queste premesse dobbiamo ricostruire un rapporto con i lavoratori e i movimenti, sapendo che per molto tempo dovremo andare là a prendere sberle in faccia, sapendo che la gente non ha più alcuna fiducia in noi. Non c’è altro sistema se non quello di ricominciare, di andare a parlare e ad ascoltare le loro esigenze, spiegando loro che noi vogliamo riconnetterci con i loro problemi e ripartire da lì per ricostruire una organizzazione capace di incidere nella società italiana.
(*) Trascrizione dell’intervento alla riunione di area del Lazio. 13 Maggio 2008.
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