9/5/2009
La nuova sfida nordista
MARCELLO SORGI
La polemica sull’apartheid nella metropolitana di Milano, nata da una discutibile uscita del leghista Salvini (posti esclusivi per milanesi, separati da quelli degli immigrati), ha svelato una nuova sfida che sta prendendo corpo, tra Bossi e Berlusconi, tra Lega e Pdl, nella prateria elettorale nordista da sempre strategica per il centrodestra. Cominciata da settimane, cresciuta in una serie di scontri parlamentari e ieri esplosa sulla proposta che il presidente della Camera Fini s’è affrettato a definire «incostituzionale», la vicenda non ha nulla a che vedere con la campagna gossipara sulle veline, il premier e il suo prossimo divorzio dalla moglie. È piuttosto una partita politica classica, come non se ne vedevano da tempo.
Il terreno della competizione, che ha già portato la maggioranza a una serie di rovesci parlamentari, è quello della sicurezza e dell’immigrazione. Tema assai familiare alla Lega e ben presente nell’immaginario delle famiglie settentrionali. Perché è al Nord che, stavolta più di altre, la sfida si gioca. La posta in palio è il controllo delle tre maggiori regioni - Piemonte, Lombardia, Veneto - in cui, pur con una prevalenza del centrodestra, il centrosinistra ha mantenuto insediamenti importanti - come la Provincia di Milano o il Comune di Torino, o la stessa Regione Piemonte - che presto potrebbero essere rimessi in ballo.
Quando il ministro dell’Interno Maroni va in tv a far capire che sulle ronde metropolitane ci può essere anche una crisi di governo, quando la Lega litiga sui «medici-spia» o sui «presidi-spia».
Quando la Lega non si tira indietro neppure di fronte a proposte inaccettabili come quella di riservare posti a sedere solo per i milanesi sulla metropolitana, non parla solo al suo elettorato tradizionale. Cerca piuttosto di allargare il suo campo tra gli elettori e all’interno del popolo (con la «p» minuscola) della Libertà, eccitato dalle continue uscite spettacolari del Cavaliere, ma anche deluso dalle marce indietro a cui spesso lo costringe il suo ruolo di premier.
Per Bossi c’è insomma la concreta possibilità - se riuscirà a ottenere un buon risultato alle europee e alle amministrative di giugno - di riaprire con più forza il tavolo delle trattative interne al centrodestra per le regionali del prossimo anno. A quel tavolo, infatti, e negli antichi confini della «Padania» e della secessione, è sicuro che la Lega arriverà con tre candidati per le tre Regioni in cui si vota nel 2010. Poi farà pesare l’eventualità di essere diventato, o di star per diventare, il primo partito del Veneto e quello a maggior velocità di crescita in Piemonte, da Cuneo (dove punta ad assumere la guida dell’amministrazione provinciale con la compagna del ministro Calderoli, Gianna Gancia) a Verbania (dove avrebbe potuto rivendicarla). E rivendicherà il proprio apporto strategico in Lombardia, in cui, tanto per fare un esempio, la ricandidatura dell’attuale presidente Pd Penati alla presidenza della Provincia di Milano è fortemente insidiata dalla ritrovata alleanza tra il Pdl e il Carroccio.
Proprio perché la volta scorsa, presentandosi da sola, finì per dare in molte realtà una lezione a Berlusconi e un vantaggio al centrosinistra, la Lega - ora che è rientrata pienamente nella coalizione berlusconiana - non s’accontenta più di apparire solo come l’alleato indispensabile per vincere al Nord. Dove può, punta a vincere, grazie anche all’alleanza con il Pdl, e a diventare il partito più forte. È per questa ragione che Bossi rifugge programmaticamente l’agenda «romana» della politica, su cui si misurano, con risultati alterni, l’opposizione di Franceschini e Di Pietro e la nervosa collaborazione-competizione di Fini. Al «suo» popolo, il Senatùr vuol far capire che al Nord - e dal Nord - è lui che detta la linea. E ogni volta che gli avversari interni al centrodestra cercano di dare al Carroccio una fregatura in Parlamento, è in grado di costringere il Cavaliere a fare un nuovo decreto per rimediare.
Dura finché si vuole (a nulla possono, ad addolcirla, le cenette di Arcore), la sfida ha tuttavia un primo e un secondo tempo. Il primo è quello a cui stiamo assistendo, e si concluderà il 7 giugno con i risultati delle europee e del primo turno delle amministrative. Il secondo si svolgerà nelle due settimane che vanno dal 7 al 21, la domenica dei ballottaggi, e soprattutto il giorno in cui si apriranno le urne del referendum. Se i risultati del 7 saranno buoni o buonini per Berlusconi, come dicono i sondaggi, e addirittura trionfali per Bossi, diventerà fortissima la tentazione, per il Cavaliere, di gettarsi a capofitto nella campagna referendaria, ottenere il quorum per la riuscita della consultazione - sconfiggendo l’astensione e portando nei seggi la metà degli elettori più uno - e attribuirsi poi una plebiscitaria vittoria dei «Sì», insieme con la medaglia antipartitocratica che è naturalmente connessa al referendum.
Ma la vittoria dei «Sì» - è bene ricordarlo - comporta una legge elettorale, da approvare subito dopo, in cui il premio di maggioranza viene attribuito al partito - e non alla coalizione - che prende più voti: in altre parole, nelle condizioni attuali, un lasciapassare per il Pdl per liberarsi degli alleati riottosi e governare in futuro praticamente da solo. Non si tratta quindi solo di una nuova riforma e di un nuovo ritocco alle già traballanti regole del gioco della Seconda Repubblica: quello del 21 giugno è, sarà, tornerà a essere un referendum su Berlusconi.
Così si capisce anche perché la Lega giocherà solo il primo tempo della partita: puntando a far vincere già al primo turno i candidati (soprattutto i propri) alle amministrative, e ritirandosi nell’astensione al secondo. In cui, invece, toccherà al solo Berlusconi capire se, spingendo la gente verso le urne e verso il voto referendario, voterà per davvero a proprio favore, o contro sé stesso.
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