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  1. #1
    Micene
    Ospite

    Thread dedicato a Beppe Niccolai

    BIOGRAFIA






    Giuseppe "Beppe" Niccolai
    (Laurea in giurisprudenza - Giornalista - Dirigente industriale)

    nato il 26 novembre 1920 a Pisa morto il 31 ottobre 1989 a Pisa

    riposa nel "Cimitero della Misericordia" di Pisa (Via Pietrasantina)




    Abbiamo scelto di «raccontare» qualcosa della vita di Beppe con «frasi» estrapolate da vari articoli.

    «Niccolai nacque a Pisa il 26 novembre 1920 e respirò fin da bambino nel clima umanistico di casa sua, grazie soprattutto al padre, preside di liceo e provveditore agli studi. Nella grande biblioteca paterna si formò una coscienza politica e divenne fascista. Laureato in giurisprudenza, militante nelle organizzazioni giovanili fasciste, Niccolai con grande coerenza sposò il pensiero e l'azione e fu volontario di guerra in Africa Settentrionale dove si distinse per coraggio e valore»

    (Gennaro Malgieri, dal "Secolo d'Italia", mercoledì 1 novembre 1989)





    «Se n'andò in Africa, leticando con Buffarini Guidi, abbandonando il Corso Allievi Ufficiali e lasciando quella Divisione Folgore in formazione a Tarquinia, nei cui ranghi era corso primo fra i volontari universitari italiani, insieme a Luigi Bertini e Luciano Ciucci. Anche l'andare in guerra era ritenuto bisogno primario della Nazione, sacrificio di sé, quindi, in pro d'Altro».

    ("Beppe Niccolai", Vito Errico, da "Tabularasa", anno IV, n° 4)





    «Al momento della disfatta della 1ª Armata Italiana, Beppe Niccolai viene catturato dagli inglesi e insieme ad altri volontari italiani finisce nel "fascists' criminal camp" di Hereford, nel Texas. Molti anni prima delle rivelazioni di Bacque sul genocidio dei soldati tedeschi, Niccolai aveva più volte rievocato le dure condizioni nei campi di prigionia americani e la non civiltà degli statunitensi. La vita fu molto dura per i 15.000 italiani che rifiutarono di collaborare con gli alleati. Gli americani aggirarono la convenzione di Ginevra definendo, i soldati tedeschi fatti prigionieri, "forze armate disarmate" e non "prigionieri di guerra"».






    * Eletto alla Camera dei Deputati, collegio di Pisa, nelle file del MSI:

    1968 (Vª Legislatura)
    Componente
    * VII Commissione (Difesa) dal 12 ottobre 1970 al 24 maggio 1972
    * X Commissione (Lavori Pubblici) dal 10 luglio 1968 al 12 ottobre 1970

    1972 (VIª Legislatura)
    Componente
    * Commissione (Difesa) dal 25 maggio 1972 al 4 luglio 1976
    * Commissione parlamentare d'inchiesta sul fenomeno della mafia in Sicilia
    dal 28 luglio 1972 al 23 gennaio 1973 e dal 22 febbraio 1973 al 4 luglio 1976



    * Eletto Membro della Direzione del MSI-DN:

    Novembre 1970 (IX Congresso - Roma)

    Gennaio 1973 (X Congresso - Roma)

    Gennaio 1977 (XI Congresso - Roma)

    Ottobre 1979 (XII Congresso - Napoli)

    Febbraio 1982 (XIII Congresso - Roma)

    Dicembre 1984 (XIV Congresso - Roma)

    Dicembre 1987 (XV Congresso - Sorrento)



    * Consigliere MSI al Consiglio Provinciale di Pisa:

    dal 6 novembre 1960 al 27 gennaio 1969

    dal 7 giugno 1970 al 20 dicembre 1972



    * Consigliere MSI al Consiglio Comunale di Pisa:

    ininterrottamente dal 1951 al 1980



    * Federale della Federazione Provinciale di Pisa:

  2. #2
    OLTRE LA MORTE
    Ospite

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    ottimo

  3. #3
    Micene
    Ospite

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    INTERVISTE



    "La Nazione", 10 maggio 1980



    Era nella sala delle Baleari dal 1951
    Niccolai ha lasciato

    L'ex-parlamentare non guiderà più il gruppo consiliare del Movimento Sociale a palazzo Gambacorti. I motivi della rinuncia e i ricordi di trent'anni di battaglie in una franca intervista al nostro giornale







    Giuseppe Niccolai non si ripresenta in consiglio comunale. Dopo trent'anni è la prima volta che il suo nome non apre la lista dei candidati del Movimento Sociale a palazzo Gambacorti, e così si allontana dalla sala delle Baleari un personaggio che, comunque lo si giudichi, è stato un protagonista della vita politica pisana del dopoguerra. Impegnato in molte battaglie, quasi sempre contro tutto e contro tutti, Giuseppe Niccolai ha indubbiamente vissuto una esperienza politica tumultuosa, fatta di polemiche aspre (a volte anche troppo), di denunce e controdenunce, e durante la quale è stato eletto deputato per due legislature. Ora ha deciso di lasciare ad altri il suo posto in consiglio comunale. Perché? Lo abbiamo chiesto a lui stesso.


    .* * *


    * Perché questa rinuncia?
    Niccolai: Per due motivi: la sensazione di essere venuto "a noia" e poi perché, nella morte di tutte le Fedi, la politica è scaduta a cinismo. Non si tratta di un abbandono di campo. Mi sono chiesto se esiste ancora qualche 'zona" periferica dove la lotta politica conservi un senso e deve rifugiarsi a lottare per i "perdenti". Ma ci sono dei "vincitori" in questa Italia 1980?

    * È vero che, almeno a Pisa, lei si trova su posizioni politiche lontane, o comunque diverse da quelle degli altri esponenti del MSI?
    Niccolai: È vero. Non è una novità. Da parlamentare, in aula, cioè davanti a tutti, ho spesso parlato e votato contro il mio partito. Anche su vicende delicate. Prima del partito ho cercato di servire la mia coscienza. Non sempre ci sono riuscito. Ed è vero quello che, simpaticamente, mi dice un amico comunista: «se avesse vinto il fascismo tu saresti un confinato. Con i perdenti»

    * Come giudica la sua lunga esperienza a palazzo Gambacorti?
    Niccolai: Quando la battaglia politica aveva un senso, una esperienza appassionata, per molti versi una scuola. Poi una noia indicibile, che impediva perfino di pensare.

    * Non le sembra di avere, in alcuni casi, oltrepassato i limiti di una opposizione sia pure dura e irriducibile?
    Niccolai: Per l'esame di coscienza sono andato a sfogliare "il Machiavelli". Il suo primo numero è del 1954. Ho trovato che le polemiche di allora, anche aspre e che mi sono costate processi, condanne, amicizie spezzate, ostracismo, sono oggi pane quotidiano. Di tutti, compresi gli avversari. Solo che 25 anni fa, per quello che dicevo e scrivevo, mi minacciavano la galera.

    * Degli avversari politici che ha incontrato nella sala delle Baleari chi ricorda con maggiore stima?
    Niccolai: Italo Bargagna, Attilio Benedetti. Con Bargagna abbiamo vissuto nello stesso stabile. Spesso, alle quattro della mattina, la luce della sua stanza era accesa. Si preparava, studiava. E a mezzogiorno, una minestra. Ho avuto modo di ricordarlo nell'ultima seduta del Consiglio Comunale. Poi sono venuti i manifesti. Lo avevano dimenticato. In fondo è giusto: questi non sono tempi per "caratteri" come quelli di Bargagna. Del resto se capovolgo la domanda è dagli avversari che sono venute per me parole di stima. Nella seduta della Camera dei Deputati del 26 febbraio 1980, Leonardo Sciascia ha testualmente detto: «mi è stato chiesto di riconoscere quello che avevo detto alla TV francese, cioè che la relazione di minoranza sulla mafia dell'onorevole Niccolai è una cosa molto seria: l'ho detto alla TV francese perché me lo hanno chiesto. Se me lo avesse chiesto la TV italiana lo avrei detto ugualmente: non esito a ribadirlo qui.

    * È opinione comune che molti voti missini, qui in città, siano stati dati a lei personalmente. Rinunciando alla candidatura non pensa di «regalare» uno o più seggi del suo partito alla DC o ai liberali?
    Niccolai: Ne sarei addolorato. Soprattutto perché ciò significherebbe che in questi 30 anni di vita politica non sono riuscito a farmi intendere. Infatti, per me, prima di una «questione comunista», esiste (ed è sempre esistita) una «questione democratica». È la DC che ci ha sradicati rendendoci sconosciuti gli uni agli altri, facendoci perdere ogni identità, togliendoci tutte le bandiere; rendendoci, in un effimero benessere, infelici. Trenta anni di governo DC: abbiamo il paese meno cristiano d'Europa. Pensi al dramma della madre quando vede uscire i figli di casa: dove andranno? in quale scuola? su quale marciapiede? dove è la fede? Tutta la mia modesta battaglia politica è stata indirizzata a far capire alla gente che non si costruisce una società migliore votando per paura, per quieto vivere, con il vomito alla bocca, per usare una espressione ormai famosa. Il prezzo della viltà è sempre il male. E lo si vede. Dalla mia persona alla DC: un non senso.
    Posso terminare con un ringraziamento? All'intervistatore. Perché mi ha posto domande che (finalmente!) sono andate al di là di ciò che, comunemente, si chiede ad un uomo della mia esperienza. L'umanità ha prevalso sul conformismo. Ciò serve per conoscerci meglio e renderci, tutti, migliori.

  4. #4
    Micene
    Ospite

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    INTERVISTE

    "Secolo d'Italia", 24 novembre 1984



    A colloquio con Giuseppe Niccolai
    Un lucido pensatore di respiro europeo



    Rischia di diventare un «caso» letterario. Da quando l'editore Ciampico ha mandato in libreria "Lo scrittore italiano", di Berto Ricci non si fa che parlarne fra l'ammirato e lo stupito. Questo secondo atteggiamento deriva dalla constatazione dell'indiscutibile valore di uno scrittore inspiegabilmente dimenticato per oltre un quarantennio. Scrivendo di lui negli ultimi mesi, numerosi critici si sono fermati sulla sua figura di intellettuale-«combattente» mettendone in risalto la coerenza morale e la limpidezza dello stile letterario. Gerosa, Giordano Bruno Guerri, Gatta, Bernardi Guardi, solo per limitarci ai più attenti, non hanno fatto altro che sottolineare «l'appassionata tempra morale» dell'intellettuale fiorentino. Come mai questa tardiva riscoperta di uno degli uomini di cultura più importanti di questo secolo?






    Lo abbiamo chiesto a Giuseppe Niccolai da sempre attento e «solitario» studioso dell'opera di Berto Ricci
    .

    * * *

    G. M. - Con la pubblicazione de "Lo scrittore italiano" si è tornati a parlare di Berto Ricci. A fronte della riscoperta grandezza di questo giovane intellettuale non si può fare a meno di chiederci come mai per un quarantennio lo si è tenuto relegato in soffitta?
    B. N. - Perchè i tempi non erano maturi per «capire» Berto Ricci. Finché trionfava la politica della mediazione, della fuga dalla storia e dalla vita, per Berto non c'era possibilità di resurrezione. Berto torna con il tornare dell'inquietudine fecondante. Che fare? Se lo chiedono tutti. Sono impazzite le bussole. E Berto torna ad essere maestro di carattere, lui «coscienza senza sonno» e «uomo di viventi e cocenti passioni». Lui e gli uomini delle tangenti. Questo è il confronto.

    G. M. - Con Berto Ricci e "L'Universale" le giovani avanguardie intellettuali fasciste tentarono una «correzione» della rivoluzione rivendicandone lo spirito originario di fronte alle deviazioni del gerarchismo. Come giudicare oggi quel tentativo?
    B. N. - Rispondo con Montanelli: «A quella grande epopea mancata che fu il fascismo, "L'Universale" di Berto Ricci forni un contributo, la cui inutilità non toglie nulla al suo valore. Quando un giorno si farà, al di fuori della polemica, la storia di quel regime e dei tentativi che pel suo interno furono fatti da alcuni giovani per impedirne la mummificazione, quel piccolo quindicinale apparirà più importante del "Popolo d'Italia"». (Indro Montanelli, "Il Borghese" di Leo Longanesi, 4 febbraio 1955).

    G. M. - Riproporre la figura di Ricci che senso, può avere per una cultura di orientamento antiprogressista?
    B. N. - Riproporre la figura di Berto Ricci oggi ha un solo significato: che la rivoluzione italiana (di caratteri e di volontà) sarà tale solo se riuscirà a costruire un nuovo tipo di italiano.

    G. M. - Dagli inediti di Berto Ricci che tu hai avuto la possibilità di consultare cosa emerge dell'intellettuale che ancora non si conosce?
    B. N. - Le carte inedite sono straordinarie. Fra l'altro una serie di quaderni con appunti, considerazioni, raffronti, postille che riguardano praticamente tutto: letteratura italiana e straniera, poesia, filosofia, filologia, pedagogia, arte, teatro, scienza, geografia, buddismo. Dallo studio, lui matematico, delle eresie fiorentine e delle fonie straniere (dal catalano al russo, all'ebraico), all'uso del «gli» per «loro»; «li» per «i»; «suo» per «loro»; «suoi» per «loro» in Filostrato, Poliziano, Savonarola, Machiavelli e nei moderni, minuziosamente analizzati. Sì, Berto Ricci ebbe una cultura di respiro europeo: i testi stranieri letti nella lingua originale, l'attenzione a tutte le novità mondiali. Al riguardo si veda il suo studio sul Giappone moderno. Ringrazio la famiglia di avermi permesso l'accostamento a queste carte. È stata una gioia.

    G. M. - Una domanda personale. Cosa deve la tua generazione a Berto Ricci?
    B. N. - Torno all'articolo di Montanelli già citato: «Quando decisi di voltar le spalle al fascismo», racconta Montanelli, «e andai a parlarne con Berto Ricci questi mi disse: "Pensaci bene. Per non arrossire di fronte all'altro, se imbocchi quella strada, devi batterla fino in fondo, sino al confino o sino all'esilio. Questo solo ti chiedo: di poter continuare a stimarti come avversario, visto che devo cessare di stimarti come amico". Lì per lì, scrive Montanelli, "quando Ricci mi disse che se imboccavo una nuova strada, era mio dovere di batterla fino in fondo, mi parve di essere ben deciso a farlo, ma poi mi accorsi che, per battere fino in fondo una strada, bisogna sapere almeno quale è. Ed io non lo sapevo. Anticipavo solo di qualche anno quella melanconica cosa che è l'Italia d'oggi, l'Italia smaliziata e utilitaria degli italiani che non ci credono più. È cosi che diventai scanzonato ed entrai nella compagnia dei grandi scettici, cioè, di coloro a cui si deve il bel capolavoro dì questa Italia. Mi ero illuso di aver trovato una bandiera: ora so benissimo che di bandiere non posso averne altre e l'unica che seguiterà a sventolare nella mia vita è quella che disertai, prima che cadesse. Fummo giovani soltanto allora, amici miei!». Così Indro Montanelli, ricordando Berto Ricci, trent'anni fa. Fummo giovani solo allora. Non è vero. Non abbiamo mai appartenuto alla famiglia dei grandi scettici. Si torna giovani tornando a Berto Ricci.


    Gennaro Malgieri

  5. #5
    Micene
    Ospite

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    "Proposta", anno II, n° 5-6, settembre - dicembre 1987



    Fascismo e post-fascismo
    Destra e sinistra nel MSI

    Beppe Niccolai



    La rivista socialdemocratica «Ragionamenti» ha pubblicato nel numero di ottobre un'ampia intervista con l'on. Giuseppe Niccolai, a cura di Massimiliano Solofra Longobardi. Ne riportiamo il testo integrale (con il titolo originale) sicuri di fare una cosa gradita ai nostri lettori. Le argomentazioni esposte da Niccolai completano, infatti, da una visuale diversa, quel che Pino Romualdi ci aveva raccontato sullo scorso numero di "Proposta". Capire questo partito significa anche dare voce e cittadinanza alle sue «anime»: confrontandole si può creare un progetto comune, si può superare e vincere la prova di Sorrento. È il silenzio, la mancanza di dibattito, la presunzione di aver sempre ragione, l'attesa messianica di una verità fatta solo di slogans che ha abbrutito il partito. Che ha reso la nostra comunità una Torre di Babele. Che ha svilito il dibattito nella polemica, creando un clima di diffidenza verso chiunque esprimesse delle idee. Per voltare pagina, è nata due anni fa "Proposta". Per andare avanti, è necessario ritrovarsi insieme.

    * * *

    On. Niccolai, lei è conosciuto, dentro e fuori il suo partito, come un filo-socialista, come il fautore -meglio- di un dialogo integrale e permanente con l'insieme dell'area socialista e laica. Sembra anzi che, mentre questa sua posizione riscuote simpatie e consensi in non irrilevanti strati popolari e intellettuali missini, fa, viceversa, molto arrabbiare Almirante e il suo éntourage. Non è così?

    Andiamo per ordine. La verità è che fin dall'estate '83 io sostenni a tutti i livelli del partito, e innanzitutto in direzione, che sarebbe stato grave ignorare l'elemento di novità rappresentata dal governo a guida socialista; novità ricca di significati e conseguenze per la intera comunità nazionale e quindi, in particolare, per il ruolo, la funzione, gli orizzonti dei MSI. Orbene, se il blocco della politica che in vari lustri si è delineato è imposto dal monopolio della DC e della sua principale controparte, ossia il PCI; se l'occupazione del potere posta in essere dai partiti è garantita dalla staticità assoluta del sistema che essi rappresentano, non c'è dubbio che la crescita (in taluni casi) e la riconquista della specificità dei partiti socialisti e laici nel loro complesso può rappresentare un fattore di rottura di equilibri, può essere uno dei varchi attraverso cui far passare una revisione profonda degli schemi di potere. E qualche segnale di mobilità, di rivitalizzazione della politica, in questo senso è venuto. Non è infatti casuale che, proprio in concomitanza con il quadriennio governativo craxiano, il MSI abbia ritrovato quegli spazi di azione, quelle udienze, che nel quindicennio precedente gli erano stati preclusi. Si tratta, dunque, di comprendere la portata della novità e, superata la fase dell'accerchiamento e della chiusura, attrezzarci a superare quella più sottilmente insidiosa della auto-ghettizzazione che si manifesta negli atteggiamenti di pretesa superiorità tipo «soli contro tutti». Ma si tratta, anche di evitare l'affermarsi di una politica dell'accordo spicciolo, del piccolo compromesso, dell'insediamento avventizio nel sottopotere.



    Va bene, onorevole, l'area laico-socialista -ma soprattutto la sua componente socialista- vi ha fatto delle aperture. Tutti ricordiamo bene che Craxi, non appena insediato a Palazzo Chigi, si premurò di liquidare il famoso «arco costituzionale», ricevette il responsabile dell'ufficio Esteri dei MSI che gli veniva a parlare del voto agli emigrati e di altro, con il lancio della formula del «Socialismo Tricolore», inaugurò un certo clima di distensione nei confronti della Destra politica, con il recupero dei valori libertari della Sinistra delle origini si vietò e vietò emarginazioni. Però, ecco il punto, li suo partito come dovrebbe utilizzare tali aperture?

    Se un varco si è aperto va decisamente imboccato per giocare a tutto campo, lavorando in vista di una trasformazione radicale della politica. È velleitario continuare a credere di essere l'alternativa, quando dobbiamo realisticamente darci il compito di favorire, di costruire, di creare una alternativa di sistema: un compito che non può prescindere da una ricomposizione della intera comunità del nostro Paese.



    Immagino che facendo riferimento all'alternativa lei tenga presente le note posizioni di Nicolazzi, di Craxi, di Formica, di Martelli e via disordinatamente elencando.

    Naturalmente.



    E che parlando di alternativa di sistema alluda anche al tema della grande riforma delle istituzioni, fiorito nella serra culturale dell'area socialista.

    Più che ovvio.



    Lei, Niccolai, è conosciuto come un leader della sinistra missina. Come si colloca nel confronti della Sinistra storica?

    Vede, quando ho attaccato la Sinistra l'ho fatto non perchè la ritenessi troppo rivoluzionaria. Tutt'altro! Ho aguzzato l'ingegno e affilato le armi allorché è venuta in evidenza come forza negativamente conservatrice di un ordine costituito che tende a emarginare sempre più il politico -inteso, ovviamente, nella accezione più nobile del termine- dall'interesse, dalla partecipazione, dalle passioni sanguigne e vitali degli uomini.



    Cosa pensa dell’anticomunismo?

    L'anticomunismo non può e non deve essere un alibi per atteggiarsi a paladini del meno peggio.



    On. Niccolai, lei è unanimemente considerato -anche se talvolta le si addebita un caratteraccio tipicamente toscano- un uomo di buona volontà, un uomo del dialogo. Io le chiedo: come mai orienta la proposta dialogista in modo assolutamente preferenziale verso sinistra?

    Perchè la Sinistra, una volta saltate le preclusioni di principio al dialogo, è la più accessibile a un discorso culturale e progettuale rinnovatore e di grande respiro.



    Adesso mi lasci fare per un momento l'avvocato dei diavolo. Del diavolo... democristiano, intendo. Da varie parti si asserisce che, in fondo, gira e rigira, anche la DC ha una natura popolare, sociale, progressista. Perchè, allora, non si industria di dialogare anche con lo Scudo Crociato?

    La Democrazia cristiana, partito eminentemente di potere e di interessi, è meno permeabile ai discorsi culturali, Tuttavia si è già visto che, una volta rotto il sigillo della discriminazione, si apre in questa direzione un processo emulativo. Tecnicamente, solo iniziando un dialogo con la Sinistra lo si può poi estendere anche al Centro. Perchè è la Sinistra che detiene per tutti le chiavi della demonizzazione della Fiamma Tricolore.



    Ma per lei cosa significa veramente dialogare?

    Deve essere estremamente chiaro che dialogare non significa sbracarsi, ma misurare e responsabilizzare il proprio linguaggio e le proprie capacità di analisi. Ciò vale soprattutto nei rapporti con il «Socialismo Tricolore», trattandosi di una formula germinata in seno allo spazio socialista e che lì deve svilupparsi.



    È vero che unitamente al suo collega on. Tommaso Staiti -anche lui membro della direzione- porterà al fuoco del dibattito congressuale un documento recante il titolo "Progetto Nazionale"? Di cosa si tratta, esattamente?

    In questo elaborato segnaleremo la opportunità che l'Italia, quarant'anni dopo la sconfitta e in un clima interno meno conflittuale, ricominci a darsi delle mète, degli obiettivi per gli anni Novanta e la svolta del Duemila. Primi traguardi: divenire in tempi brevi la sesta o la quinta potenza economica dei mondo; promuovere una nostra più incisiva presenza nel Mediterraneo; rafforzare, al fianco della Germania Federale e della Francia, il ruolo italiano nella Comunità Europea.



    E cosa può dirmi circa le condizioni da costruire perchè questa progettualità vada felicemente in porto?

    C'è ancora molto da discutere, da studiare. E -come giustamente fa presente lei- vanno approfondite e realizzate le condizioni operative del «Progetto» da indicare alla collettività dei cittadini, soprattutto come compito della nuova generazione. Esse sono individuabili sia nella grande riforma in senso efficientistico delle istituzioni, sia nelle vie più idonee da battere per rafforzare -nel rispetto dei naturali contrasti dialettici fra interessi e posizioni ideologiche diversi- la coesione sociale e nazionale.



    Relativamente poi alla strumentazione più efficace volta a raggiungere gli obiettivi centrali come si pronuncia?

    Noi dei MSI dobbiamo promuovere un largo dibattito in vista di larghe intese, così dando luogo ad un intenso, paziente, riflessivo, ragionato impegno per i prossimi dieci anni. Si tratta, insomma, della tessitura di una nuova solidarietà al di sopra della fisiologica -e non più patologica- concorrenza fra forze politiche e di classe.



    Il leader del suo partito, on. Almirante, dopo alcune iniziali dichiarazioni di simpatia per il Socialismo Tricolore ha inopinatamente preso le distanze, ma non solo e non tanto per evitare commistioni, del resto impensabili, quanto per meglio centrarlo quale bersaglio privilegiato della sua notoria verve polemica. Sappiamo tutti che l'elettorato non lo ha perdonato. Io vorrei conoscere il suo parere su questo comportamento almirantiano.

    Noi missini da oggi in poi dovremmo evitare di fare la figura delle tre scimmiette che non vedono, non sentono, non parlano magari per paura di perdere qualche voto salvo poi perderne tanti perchè la prudenza è inefficace quando scade in prudenzialismo e la paura è notoriamente pessima consigliera -di fronte a fenomeni culturali e politici di portata storica quale, appunto quello della Patria che insperatamente rinasce proprio lì dove era stata negata in nome della classe.



    Amor di giustizia e omaggio alla verità mi inducono a farle presente che nell'area socialista ad agitare il Tricolore e ad agitarsi per il medesimo non c'è soltanto il PSI ma anche il PSDI. Alcuni anni or sono l'on. Ruggero Puletti, ora componente la direzione e allora vicesegretario nazionale e direttore dell'organo ufficiale «L'Umanità», nel corso di un viaggio politico ufficiale in Etiopia, si recò in devoto raccoglimento ai cimiteri di guerra italiani, scrivendo quindi corrispondenze su quella sua esperienza commovente e non priva di un fascino elegiaco oltre che di un significato profondo.

    Evidentemente non ho nulla da obiettare alla sua precisazione.



    Illustri qualche elemento della sua strategia del dialogo.

    Una crisi di rigetto per le ubriacature ideologiche e per gli eccessi sanguinosi degli anni di piombo hanno portato a una sdrammatizzazione dei rapporti politici in tutte le direzioni. C'è dunque una possibilità di dialogo e di confronto più civile anche per quel che ci riguarda. Naturalmente si tratta di valori da proiettare ormai nell'avvenire, relativi alla riscoperta dell'identità nazionale e alla necessità di elaborare tutti insieme il «Progetto» di cui si accennava. Noi del partito della Fiamma verremmo meno alla nostra funzione se, rinchiudendoci in posizioni rancorose, evitassimo di prendere atto delle novità emerse -e che, come tutto sembra indicare, ancora emergeranno- nel campo laico-socialista, per di più contestando a una Sinistra che decide di fare riferimento alla nazione in modo sempre più organico e permanente, i titoli per procedere in questo senso. Insomma, sui suddetti valori va tentato un colloquio autentico e fraterno, senza peraltro pretendere che possa dare immediatamente grossi risultati.



    Non posso dire di trovarmi a conversare con una testa calda. Mi sbaglio, o lei, ovviamente, da posizioni del tutto opposte, ha assorbito la grande lezione togliattiana dei piccoli passi?

    Non credo di poter essere definito allievo di Togliatti. Però, vede, non si può non riconoscere che costui ebbe l'intelligenza e la pazienza di mantenere aperto -in un disegno storico a lungo termine- il dialogo con i cattolici persino negli anni delle scomuniche e della guerra fredda. Ciò che faceva quel leader del PCI sembrava ridicolo e velleitaria un sacco di gente, ma il tempo gli ha dato ragione perchè ha finito per allentare la discriminazione anticomunista, anche se il PCI non ha raggiunto l'obiettivo pieno del compromesso storico.



    Cosa è stato e cosa è l'almirantismo?

    Se l'almirantismo è stato, ieri, lo scudo necessario dietro il quale e con il quale il MSI ha passato il deserto della ghettizzazione, ora non serve più, anzi è d'impedimento a vedere oltre, ad andare oltre. Ecco ciò che è l'almirantismo alle soglie del Duemila: l'impossibilità di aprirsi al dialogo o al rapporto con gli altri. Dialogo, dico, non intrallazzo. Idee, non favori o posti. Confronto, non combinazioni sotto banco.



    Quali sono le caratteristiche più propriamente politiche del leader missino uscente?

    Almirante ha saputo tenere in piedi una comunità perseguitata attraverso una propaganda costruita di volta in volta sulle occasioni che, da attore politico nato, pesca e recita: i bottegai, i bassi napoletani, la pena di morte, l'abusivismo edilizio, la rivolta fiscale, lo sfascio istituzionale, il caos dei servizi. Egli è però afflitto da un limite dimostratosi invalicabile: l'incapacità di portare avanti un disegno storico, un programma a vasto respiro di conciliazione e di ripresa nazionale. Grande propagandista, grande oratore, grande parlamentare, navigatore eccelso nelle acque di Montecitorio, è però, timorosissimo nell'intraprendere viaggi nei mari aperti di una politica sublime.



    Se ben ricordo, fin da quando è tornato dalla guerra, ha sempre tenuto rapporti diallogici con il mondo della Sinistra politica e intellettuale. Oggi interlocutori privilegiati sono i Iaico-socialisti, ma anni fa, tanti anni fa, furono i comunisti.

    Ricorda bene. Nel dopoguerra il dialogo lo sviluppai con il povero Ruggero Zangrandi, l'autore del "Lungo viaggio attraverso il fascismo", columnist autorevole di "Paese Sera", sulle colonne del quale affrontò, d'intesa con me ed altri, il tema dell'atteggiamento della Sinistra nei confronti dei combattenti fascisti reduci dai fronti di guerra o dai campi di concentramento. Si trattava di elaborare una politica non nervosa, non «psicologica», nei confronti di costoro -in gran parte giovanotti, ragazzi, addirittura adolescenti- al fine di impedire che divenissero strumenti delle forze reazionarie, utilizzati contro la classe operaia, il movimento dei lavoratori, il popolo. In definitiva, contro la nazione italiana.



    Solo "Paese Sera" venne coinvolto nelle operazioni di questa sorta di «Esercito della Salvezza» comandato da lei e da Zangrandi?

    Buona la battuta sull'Esercito della Salvezza che però non fu «comandato», per usare la sua espressione, soltanto da me e da Zangrandi, bensì anche da uno scrittore celebre, pure lui comunista, Romano Bilenchi.



    Ambedue, se non vado errato, con robuste radici giovanili nelle esperienze culturali fasciste.

    Certo, Zangrandi era stato un habituè di Villa Torlonia, residenza della famiglia Mussolini, dove insieme al giovane amico Vittorio aveva elucubrato la, chiamiamola così, teoria dei l'universal-fascismo, travasata in un giornale studentesco recante il titolo "Anno XII". Bilenchi, fiorentino, a sua volta aveva fatto parte della redazione di "Campo di Marte", periodico della gioventù intellettuale fascista della Città del Giglio, ed era stato nel gruppo di Berto Ricci a "l’Universale", altro foglio di punta delle giovani leve littorie.



    Che mi dice del mensile toscano da lei ispirato "Cronache della Versilia"? Mi par di capire che lei è un patito di Berto Ricci. Vuoi dire qualcosa di costui?

    Berto Ricci, giovane anarchico militante, nel 1930, a 25 anni, si era convertito al fascismo fondando, appunto, l'«Universale» e svolgendo con esso, insieme ad altri intellettuali più o meno coetanei, un ruolo di sinistra, rivoluzionario, anticonformista, pronunciatamente repubblicano -allora!-, mazziniano, sociale. Le cito a memoria, e con la massima esattezza, ciò che di Ricci dice Indro Montanelli -anche lui del gruppo, almeno ai primi tempi- nella prefazione a una antologia di scritti ricciani: «... egli fu il solo maestro di carattere che io abbia trovato in Italia». La morte avvenne nel 1941. Tenga presente che Berto veniva schedato dalla polizia perchè, appunto, repubblicano; ed era inviso ai circoli conservatori del regime. Di modesta condizione economica, guadagnava da vivere per sè, per la moglie e per un figlio insegnando matematica in una scuola di Prato. La sua prosa era scintillante, godibilissima, fruibilissima, gratificantissima e lo resta anche oggi, piena com'è di idee che sembrano uscite da uno dei grandi laboratori culturali dell'epoca che viviamo. Mussolini lo volle collaboratore al "Popolo d'Italia".



    Con Zangrandi o senza, lei utilizzò per la sua azione di pilotaggio a sinistra dei reduci solo "Paese Sera" o anche qualche altra testata?

    Scesero in campo anche la "Gazzetta di Livorno" e il "Nuovo Corriere" di Firenze, magna pars dei quale era il succitato Romano Bilenchi. A costui, nel 1949, scrissi una lettera dalla quale scaturì, proprio nelle pagine del giornale fiorentino, un dibattito sulla questione del destino e della destinazione del volontariato bellico in camicia nera. L'iniziativa non si rivelò per nulla sterile, tanto è vero che dalle colonne dei due quotidiani il dibattito si trasferì, negli anni Cinquanta, nella sala di un teatro di Livorno celeberrimo, ormai consegnato alla storia: il "Golfoni", dove nel '21 era stato fondato il PCI. Sa cosa le dico? In politica i fatti sono come le ciliege: l'uno tira l'altro. La pubblicità e il successo del raduno labronico attrassero l'attenzione di Enrico Berlinguer, allora segretario della federazione giovanile comunista, che decise di sperimentare a Roma un rapporto con i giovani reduci fascisti o ex-fascisti, che dir si voglia, disponibili al dialogo con la Sinistra e, in particolare, con Botteghe Oscure. E così il futuro capo dei più grande partito comunista dell'Occidente un bel dì venne in una sede romana della «Giovane Italia», l'organizzazione giovanile missina, a parlare con noi.



    Mi tolga una curiosità. Ruggero Zangrandi aveva relazioni politiche solo con lei e con i suoi amici di gruppo, di corrente, diciamo così, oppure si interessava dei suo partito in quanto tale?

    Zangrandi seguiva con grande attenzione i congressi e i più importanti convegni politici e culturali dei MSI. Con particolare applicazione presenziò al congresso di Viareggio, perchè fu lì che iniziarono gli scontri in grande dimensione fra la sinistra e la destra del partito.



    Ma su quale base culturale-ideologica si fondavano questi sia pur dialettici incontri e confronti con i comunisti?

    Il discorso sarebbe lungo e ci porterebbe lontano. E poi dovrei munirmi degli appunti dell'epoca che ho a Pisa, nel mio archivio. Ricordo però un tema ricorrente, che creava fra di noi una sorta di inconfessata, forse reciprocamente imbarazzante, ma profonda solidarietà: quello della inevitabilità e della giustezza, della positività, della contrapposizione fra i popoli poveri e i popoli ricchi.



    Un tema, questo, che ha avuto diritto di cittadinanza nell'area della cultura corradiniana e mussoliniana.

    Non dimentichi che quelli erano gli anni della guerra fredda sempre in procinto di diventare calda, dello scontro fra potenze occidentali e campo del socialismo realizzato. USA, Inghilterra, Francia etc. erano, per i comunisti italiani, i nemici da battere; così come, dieci anni prima o anche meno, lo erano stati per i fascisti. Tutto ciò non poteva non favorire certi agganci con conseguenti reciproche simpatie. Allora Berlinguer non si sognava neppure di presentare la NATO come ombrello idoneo a riparare anche il PCI.



    Che fine ha fatto il "Nuovo Corriere"?

    Nel '56 venne chiuso da Togliatti, ma non perchè dialogava con me, con noi, bensì a causa dell'atteggiamento non ortodosso assunto in occasione dei fatti di Ungheria.



    Lei nel '40 si arruolò volontario e andò a combattere in Africa Settentrionale. Perchè fece ciò?

    Fu il mio modo di protestare contro il regime, cui addebitavo di non avere onorato una precisa promessa al popolo italiano: l'effettuazione di una autentica rivoluzione sociale.



    Ormai tutti, e anzitutto De Felice, ci dicono che nel regime agirono una autentica destra conservatrice e una sinistra rivoluzionaria. Secondo lei cosa scaturi, nel dopoguerra, dall'una e dall'altra?

    Dalla destra emersero cinici alla Vitaliano Brancati, dalla sinistra uscirono i più brillanti ideologi della sinistra antifascista.



    Per esempio?

    Beh, facciamo un nome: Pietro Ingrao.



    Senta, ebbe ragione Ingrao, ebbero ragione i vari Ingrao. Voglio dire dal suo punto di vista come vede il passaggio?

    Guardi, io mi sono comportato diversamente, tanto vero che siamo a fine estate dell'anno di grazia 1987 e sono ancora dove stavo da ragazzo, a battermi per la sinistra, e sia pure per una sinistra intesa come la intendo io e, soprattutto, come la intendeva Berto Ricci. Ciò premesso e dato ragione a me, non posso non dare ragione anche a un Ingrao il quale a suo tempo ritenne -adducendo analisi e spiegazioni niente affatto disprezzabili- di dover tagliare la corda per inseguire quelle che nella più perfetta buona fede riteneva più plausibili ipotesi rivoluzionarie. Ovviamente, quanto detto per Ingrao vale anche per gli altri, purchè non si sia trattato di opportunisti, di gente abituata a sputare nel piatto in cui ha mangiato.



    Ma dove si annidava questa sinistra fascista nel ventennio?

    Nelle varie riviste giovanili e universitarie, nei GUF, nei cenacoli intellettuali di Bottai, di Spirito, dei Gentile seconda maniera, etc., nei Littoriali, nelle organizzazioni sindacali, nei centri di elaborazione della cultura corporativa.



    Torniamo ai nostri tempi. Quando ha cominciato a guardare con interesse all'area socialista e laica?

    Quando da tale area sono cominciate a partire le prime polemiche contro il bipolarismo. Tuttavia il mio interesse si rivelò più puntuale e acceso nell'agosto del 1983, allorchè Craxi ruppe la ghettizzazione. Allora coniai uno slogan: «Craxi e Almirante: la civiltà del confronto»

    .

    E Almirante quale uso fece dei suo slogan?

    Almirante sopportava. Egli era ed è portatore di una propaganda, non di una politica. Temeva che il MSI finisse per essere infiltrato da una tematica prestigiosa e vincente quale quella dei «Socialismo Tricolore», potenzialmente idoneo, secondo lui, a sfaldare il nostro partito. La verità è che egli non si è mai liberato, e mai si libererà, della mentalità del ghetto, della psicologia da setta religiosa perseguitata. Insomma, ha avuto paura del dialogo perchè, accettandolo, avrebbe implicitamente accettato, a suo insindacabile giudizio, la diaspora della nostra gente.



    Ma queste aperture nei vostri confronti lei le capta solo dall'area socialista o anche da altri settori della Sinistra?

    A livello strettamente culturale colgo atteggiamenti nuovi anche da parte del PCI. Per esempio, al festival dell'«Unità» di Bologna si vendevano libri di Francesco Tommaso Marinetti e di Ezra Pound.



    Quale etichetta le hanno appioppato dirigenti e militanti del suo partito che non le vogliono troppo male?

    Beh, secondo loro io sarei la coscienza critica del MSI.



    Senta Niccolai, aperture o non aperture, Craxi o non Craxi, bisogna pur prendere atto che nel Paese non è venuta meno la tradizionale conflittualità tra fascismo e antifascismo. O non è così?

    Vede, io sono assolutamente persuaso che la conflittualità fra rossi e cosiddetti neri è un aspetto, un frutto della strategia del moderatismo, ossia una trappola reazionaria nella quale occorre star bene attenti -da una parte e dall'altra- a non cascare. Ciò anche perchè la spaccatura verticale del Paese, la mentalità da guerra civile, il muro contro muro sono mali da rifuggire con risolutezza. Peraltro, queste cose non avrebbero alcuna credibilità, essendo un vero delitto, alle soglie del Duemila, tenere in piedi un partito non privo di valide energie popolari, culturali, intellettuali solo in funzione contrappositoria verso la Sinistra.



    Quando si convinse della necessità di battersi per una linea di dialogo e di confronto del suo ambiente con almeno una parte della Sinistra?

    Come le ho già detto, la vocazione dialogica del sottoscritto viene da lontano. Tuttavia, c'è un importante episodio della mia vita parlamentare del tutto inedito che mi ha segnato profondamente, radicandomi in quella che definisco una «cultura dell'intesa nazionale». Dunque, in occasione di un voto delle Camere riunite per la elezione del Capo dello Stato, all'inizio degli anni Settanta, il socialista Rino Formica mi abbordò a Montecitorio pregandomi di intervenire su di un personaggio autorevolissimo del partito, il senatore Araldo di Crollalanza, per indurlo ad appoggiare, nei modi più opportuni, prudenti e discreti, la candidatura dei segretario dei PSI, on. Francesco De Martino. Promisi e mantenni. Però il presidente dei senatori missini mi disse queste testuali parole: «Poco prima della rovinosa caduta della Repubblica Sociale Italiana Mussolini mi chiamò e mi disse: ''Araldo, qui ormai è tutto finito, non c'è più nulla da fare. Ti raccomando i socialisti e, in particolar modo, Nenni''. Pertanto io non voto per De Martino bensì per Nenni».



    Onorevole Niccolai, per i primi giorni di dicembre è previsto un importante congresso del MSI convocato anche per sostituire Almirante. Lei quale ruolo pensa di svolgervi?

    Io mi prodigherò nel tentativo di far scaturire dall'assise congressuale una maggioranza non reazionaria, non conservatrice, non moderata, non socialmente e politicamente arretrata. Una maggioranza, aggiungo, inequivocabilmente vaccinata contro ogni tentazione -a livello sia nazionale che internazionale- di concepire l'ordine come militarizzazione della politica. Ove questi sforzi dovessero essere frustrati non esiterei a passare risolutamente all'opposizione presentando, insieme ai miei amici, un documento politico, pronto a dare battaglia con esso e su di esso.



    Cosa è per lei la Patria?

    Stia pur tranquillo: nella mia concezione della Patria non c'è posto per alcun elemento di aggressività, di supponenza boriosa, di chiusura, di arroccamento, di espansionismo. Per me la Patria va difesa tutelandola ecologicamente, garantendone l'integrità dei paesaggi e delle bellezze artistiche, comportandosi da accigliati restauratori del fascino delle sue coste devastate da speculazioni e abusivismi urbanistici, montando la guardia alla pluralità e ricchezza dei suoi costumi e delle sue tradizioni popolari, battendosi per tenere alto il livello del sapore e della qualità della vita, evitando la messa in non cale dei dialetti.



    Tutto qui?

    Scusi tanto se è poco! Ammetto, però, che a monte c'è ben altro: l'indipendenza nazionale, la difesa del lavoro italiano nel mondo, la salvaguardia della italianità delle aggregazioni di emigrati, il made in ltaly, la promozione di un nostro ruolo planetario pacifico ma competitivo, la protezione della identità nazionale dagli assalti colonizzatori delle mode e delle culture straniere, specie quelle edoniste, materialiste, consumiste.



    Immagino che lei odi le minoranze regionali indipendentiste, per esempio i sardi sardisti etc.

    Lei è in errore. Ferma restando la doverosa devozione, sentimentale e politica, all'idea dell'Italia unita, mi sento vicino e solidale con le minoranze sarde e siciliane discriminate e, talvolta, addirittura oppresse.



    Accetti la sfida: vorrei sapere dov'è la radice della fiducia che lei ripone nella parte socialista.

    Vede, le formazioni socialiste si diversificano dalla DC e dal PCI per il fatto di possedere un progetto politico di largo respiro, di vasto orizzonte, di lunga scadenza. Purtroppo però -e qui entro davvero in fase critica- tale progetto risente di una psicologia di passività rispetto al prevalere dei disvalori tipici di un periodo in cui il denaro, l'economia, lo spirito di consumo trionfano sui valori della persona sopprimendo la solidarietà nazionale, umana, fraterna.



    Torniamo al congresso missino, da alcuni definito storico perchè chiamato a dare soluzione di continuità alla leadership di Giorgio Almirante. Secondo lei di cosa si tratta?

    Potrebbe essere storico come potrebbe non esserlo. Sarebbe storico se il partito fosse disposto a capire che si passa ormai da un'epoca all'altra e, insomma, che c'è da cogliere una grande occasione per una grande politica.



    Che significato avrebbe il mancato utilizzo di questa occasione?

    Un significato ridicolo. Vorrebbe dire, cioè, che c'è ancora chi pensa, alle soglie del Duemila, di poter risolvere i problemi italiani rivestendoli come li vestiva Mussolini.



    Il quale Mussolini come reagirebbe a queste ingenue distorsioni ove fosse in grado di ottenere un permesso di libera uscita dall'Ade per raggiungere la sede dei lavori congressuali?

    Ci prenderebbe tutti a calci nelle natiche.



    Secondo lei Mussolini si iscriverebbe al MSI?

    Direi proprio di no.



    Lei cosa pensa di Mussolini?

    Mussolini delle feluche, delle greche, dei battichiappe, dei pennacchi, delle divise, dei maresciallati, delle patacche e, insomma, delle pompe varie, non mi è mai piaciuto, mentre confesso di avere sempre avuto un debole per il Mussolini emigrato in Svizzera a stomaco vuoto e senza il becco di un quattrino, per il Mussolini cui mancavano sempre diciannove soldi per fare una lira, per il Mussolini che in periodi tragici cerca di fare onorevole ammenda delle omissioni rivoluzionarie del passato tentando un esperimento di socializzazione dell'economia in favore dei lavoratori contro tutto e tutti.



    Quale dovrebbe essere il compito fondamentale dei MSI nella società civile, nelle istituzioni, nel mondo della cultura?

    Il compito dei MSI quale io lo concepisco andrebbe individuato nella ricucitura del pensiero politico scisso dal secolo delle rivoluzioni. Terrei però a precisare che condizione non eludibile per portare avanti questo e altri discorsi è una esaustiva moralizzazione del partito.



    Lei è una vera mosca bianca del giro missino. Nel suo partito non fa altro che battibeccare con un mucchio di persone, di personalità, di personaggi, a cominciare da Almirante, mentre è in odor di dialogo con elementi che hanno ben poco o addirittura nulla a che fare con quello che voi missini chiamate «il nostro ambiente»; con elementi -aggiungo- prevalentemente di sinistra e della Sinistra. Come mai?

    Vede, io concordo con il suo amico Ruggero Puletti quando dice che spesso e volentieri si va d'accordo più con l'avversario che ha fatto la stessa esperienza che con i propri amici di cordata politica. E da Puletti passo a Mao, al suo invito alle Guardie Rosse così formulato: «Spariamo sulle burocrazie soffocanti». Lei sa benissimo che questo tipo di burocrazia è male che alligna in tutti i partiti, a tutti i livelli del partitismo.



    Lei ha citato un esponente socialdemocratico. Io, altrettanto opportunamente e a proposito, voglio citare Saragat, di cui non si ricorda un episodio tipico di Socialismo Tricolore, risalente all'epoca della presenza al Quirinale. Egli si era recato in visita ufficiale alla Casa Bianca felicemente regnante Johnson, anche per esporre alcune idee dell'Italia relative alle esigenze di pacificare il Vietnam. Il presidente statunitense non si comportò bene con il suo ospite, trattandolo con sufficienza, ascoltando in modo distratto i suoi argomenti, rispondendogli senza cordialità e anzi con malcontenuta irritazione. Tenne, insomma, un contegno poco riguardoso. Al ritorno in patria il Capo dello Stato, intervistato all'aeroporto, fece subito capire la musica che intendeva suonare dichiarando che a Washington aveva parlato come rappresentante non certo di una grande potenza ma certissimamente di una grande nazione.

    Vede, più bandierine tricolori è possibile far sventolare sull'area socialista e su altre aree e meglio è. Per l'Italia e per tutti noi che ci occupiamo di queste cose nei partiti e fuori di essi. Quindi non posso che registrare con soddisfazione quanto lei mi dice.



    Onorevole, gettiamo un'occhiata sul dopo-Almirante. Ritiene che solo la precarietà delle condizioni di salute sia alla radice dell'allontanamento dalla segreteria di un personaggio non certo insignificante? Oppure nel negativo risultato elettorale è da ravvisare la causa scatenante dell'esaurimento di un plurillustre leaderato missino?

    Ambedue hanno avuto un peso nell'indurre il segretario a rassegnare le dimissioni. Tuttavia io vado più a fondo nell'analisi dell'almirantismo e della sua fine e pervengo alla conclusione che la leadership di Almirante era ormai totalmente superata, era qualcosa, insomma, che sopravviveva a se stessa. Vede, nel MSI, oggi, siamo tutti politicamente, culturalmente, intellettualmente, ideologicamente maggiorenni e, pertanto, più non ci serve il demiurgo, il capo che pensa per tutti, il messia, l'uomo-partito, mentre ci occorrono collegialità, gioco di squadra, dibattito. C'è bisogno di una svolta, voglio dire, qualificata da una identità politica che si fondi sulla discussione, sulla pluralità degli apporti ideali, sul confronto creativo dentro e fuori le mura di casa, In altri termini, si tratta di sostituire ai meccanismi dell'autoritarismo e del feticismo quelli della libertà, della elaborazione comune, della ricerca, della rneditazione. In rapporto a ciò la persona dei quasi ex-leader sarebbe di impedimento al recupero, o alla instaurazione, di questi valori. Così come lo sarebbe l'almirantismo senza Almirante, ossia una gestione magari anche fresca, vivace e intelligente ma in qualche modo eterodiretta o, quanto meno, psicologicamente, e culturalmente condizionata.



    Qual’è, a suo giudizio, il più grosso problema politico che oggi è necessario affrontare?

    È presto detto: la rottura della centralità democristiana. Io rimprovero alla DC di avere fatto dell'Italia -al di là delle apparenze- il Paese meno cristiano dell'Europa.



    Siamo alla fine della nostra conversazione. Lei fu protagonista, l'anno scorso, di un dibattito con i socialisti nella sede di "Mondoperaio". Che effetto le fece quell'esperienza?

    Un effetto positivo, indubbiamente, in quanto momento, aspetto, episodio di quel confronto tra le varie forze socialiste e laiche da me sempre reclamato. Però, però ...



    Però che cosa?

    Un autorevole intellettuale dei PSI mi chiese, non senza una qualche burbanza e quasi con accento ultimativo, se accettavo la civiltà liberale. Avrebbe invece dovuto chiedermi se facevo mio il principio di libertà per i singoli, per i gruppi, per la collettività. In tal caso gli avrei risposto che non solo l'accettavo ma che ero disposto a difenderlo con tutte le mie forze.



    Beppe Niccolai

  6. #6
    Micene
    Ospite

    Predefinito

    da "Il Corriere della Sera", 24 maggio 1988 (pag. 2)


    Sintomo della crisi di identità dei partito anche l'approvazione
    di un documento-scherzo copiato dal PCI



    MSI: morto Almirante, è subito guerra



    ROMA — Secondo Giuseppe Niccolai «il camerata Pino Rauti è molto più a sinistra del compagno Giorgio Napolitano». Anzi, il leader dei cosiddetti filo-craxiani del MSI aggiunge che «io stesso, se mi consente, sono più a sinistra dei comunisti, anche di Ingrao». E sentenzia che «il PCI è il più a destra dei partiti italiani» perchè ormai «è diventato il braccio secolare del neo-conservatorismo americano».

    Invece, per illustrare il concetto che «la politica è ambiguità» e per dimostrare che «noi missini non sappiamo ne chi siamo né dove andiamo» Niccolai racconta di aver beffato il suo partito. «Ho preso -dice- un documento del Comitato centrale del PCI, ho cambiato qualche parola, ho aggiunto qualche frase e I'ho presentato alla Direzione nazionale del Movimento sociale». E riferisce che il segretario Fini si è alzato in piedi per controfirmare quel documento «che gli piaceva tanto» e poi la direzione l'ha approvato all'unanimità. Dice: «Controlli pure. Legga "l'Unità" del 29 novembre e il "Secolo d'Italia" del 12 febbraio vedrà subito che si tratta dello stesso documento. E guardi che la questione è importante si parla di alternativa democratica, alleanze politiche, lotta ai potentati economici e riforma delle istituzioni». Morale: «È la prova che Giorgio Almirante è stato un grande propagandista ma un pessimo politico». Lascia infatti «un partito senza linea e senza progetto culturale». E Gianfranco Fini, il segretario «che lui ha voluto» non ha neppure «il fiuto e l'istinto» che aveva il suo «garante». Un esempio? «L'intervista rilasciata al "Corriere" in cui attacca il PSI. È mostruoso Ma come, dobbiamo cercare interlocutori o dobbiamo tornare nel ghetto a cantare eja eja…?»

    Dunque fuoco sul segretario. Mentre Pino Rauti dice «Preferisco tacere» e «Ho bisogno di riflettere», il suo braccio destro Giulio Maceratini si appella «all'unità del partito», ma aggiunge subito «Il progetto politico di Almirante? Non vorrei mancargli di rispetto proprio adesso». E su Fini: «Per ora dobbiamo pensare a scegliere la linea politica, a confrontare e a discutere».

    Insomma, la morte di Almirante più che «cementare», come dice il segretario e come spera l'onorevole «doppiopetto» Franco Servello, dividerà il MSI. «Il sentimento non è una colla che ci può tenere uniti» dice Staiti di Cuddia E precisa «Siamo abituati ad avere capi carismatici ma per il momento dobbiamo trasformarci in laboratorio politico Solo dopo cercheremo i! vero sostituto di Almirante».

    Anche Domenico Mennitti parla di «interessi convergenti con il PSI» di «fase di transizione» e conclude dicendo che «no, il vero successore di Almirante il MSI non l'ha trovato ancora».

    Cosi, morto Almirante è subito guerra. Gianfranco Fini viene persino definito un «povero orfanello» e gli oppositori annunciano che alla prossima riunione di Direzione il tema da discutere è «l'identità del MSI».

    E Niccolai annuncia che sta preparando un convegno con tutti gli intellettuali di «area», quelli che «sono fuggiti in questi anni» gli uomini della Nuova Destra (e fa i nomi di Marco Tarchi. Piero Buscaroli, Giano Accame, Marcello Veneziani, Stenio e Solinas) per rilanciare l'idea di «un socialismo nazionale e popolare» E Armando Plebe? «No, quello è irrecuperabile».

    Cosa pensano i giovani, magma incandescente dove pulsa, nonostante le apparenze, il vecchio cuore eversivo e incendiario del MSI? Dice Gianni Alemanno segretario del Fronte della gioventù: «O si fa la linea o ci spacchiamo». Dimostrando cosi quale è stato il capolavoro di Almirante: tener insieme tutti, rivoluzionari e picchiatori, bombaroli e filo-craxiani, ultra-sinistri e perbenisti, nazi-maoisti e thatcheriani.

    Che farà Fini? Dice Mennitti: «La maggioranza che gli si è formata attorno e più variegata e composita di tutta l'opposizione messa assieme». Poi aggiunge profetico «È già in fase di disgregazione».



    Francesco Merlo







    Per fare meglio comprendere quella che fu definita la «beffa» di Niccolai ai danni di Fini, riportiamo sia l'O.d.G. presentato da Beppe Niccolai alla DN del MSI-DN il 12 febbraio 1988 (tratto da il "Secolo d'Italia" del 14 febbraio 1988), sia la Relazione approvata (a stragrande maggioranza) dal CC del PCI il 28 novembre 1987 (tratta da "l'Unità" del 29 novembre 1987).

    Nella relazione approvata dal CC del PCI abbiamo evidenziato «solo» le parti che Beppe Niccolai ha riportato «esattamente» uguali nel suo O.d.G., ma invitiamo il lettore a «paragonare» anche il resto dei due documenti.

    Ogni altro commento pare superfluo ...







    Dal "Secolo d'Italia" del 14 Febbraio 1988

    I lavori della Direzione nazionale del partito, presieduta da Fini

    (…) L'on. Niccolai ha presentato il seguente O.d.G.:

    «La DN del MSI-DN, riunita in Roma il 12-2-88, nel definire le garanzie di moralizzazione politica dell'assetto interno al partito; garanzie che non possono non coincidere anche con la massima efficienza; stabilisce il principio della mobilità permanente della classe dirigente, di vertice e periferica; per chi dopo tre mesi dalla assegnazione della carica, il partito dovrà essere messo in grado di giudicare dell'efficienza del dirigente, per sostituirlo qualora questi risultasse, dopo la prova, inadatto al compito a lui affidato».

    Il segretario del partito lo ha accolto come raccomandazione.



    Alternativa e rinnovamento

    Sempre l'on. Niccolai ha presentato il seguente O.d.G.:

    «La DN del MSI-DN, riunita in Roma il 12-2-88, conferma la validità della politica dell'alternativa da costruirsi e raggiungersi attraverso il più ampio, aperto, arioso consenso popolare.

    La politica di alternativa è la confluenza delle forze nazionali e popolari su un disegno di rinnovamento della Società italiana, ed è al tempo stesso, la risposta alla fase politica attuale che può definirsi come quella di un sistema in crisi attraverso la costruzione di una autentica partecipazione del popolo alla vita politica e civile della Nazione.

    In particolare, e per l'immediato, la DN del MSI pone l'accento sulla imprescindibile necessità di addivenire a riforme profonde che consentano di superare la crisi politico-istituzionale; crisi che generando impotenza e immobilismo, oltre che corruzione, viene a colpire, in particolare, gli strati più deboli e indifesi della popolazione.

    La DN del MSI-DN trova urgente e indilazionabile rovesciare la tendenza, grazie alla quale oggi si lascia piena libertà ai potentati economici che vengono a svuotare di ogni significanza le Istituzioni, riducendo così i diritti fondamentali di controllo e di partecipazione dei cittadini, degradando così l'intera vita politica e civile del paese.

    La DN del MSI-DN impegna gli organi di vertice e periferici del partito, le rappresentanze parlamentari, regionali, consiliari e tutta la comunità a promuovere, ad ogni livello, un civile dibattito-confronto con le popolazioni, onde promuovere, stimolare, ottenere tutte le convergenze possibili atte a dar vita ad un grande disegno di rinnovamento che abbia come caratteristica l'allargamento della partecipazione popolare alle decisioni politiche, economiche e sociali; decisioni che, attualmente, vengono prese alle spalle delle Istituzioni, da oligarchie economiche che, attraverso il possesso dei mass-media dell'informazione, puntano al controllo politico della Nazione.

    La DN del MSI-DN sottolinea, ancora una volta, la necessità dell'avvio di una politica anti-recessiva, di sviluppo dell'occupazione, della tutela dei redditi dei lavoratori appartenenti agli strati più deboli della popolazione.

    Le iniziative di cui sopra per la riforma delle istituzioni, per una nuova politica economico-sociale, caratterizzeranno l'avvio per una campagna del tesseramento al MSI-DN che punti a conquistare nuove forze all'impegno politico di cui il MSI-DN si fa portatore».

    Un emendamento presentato da Tatarella e Mantica per introdurre nell'O.d.G. al quarto capoverso, dopo «potentati economici», le parole «pubblici e privati», è stato accolto da Niccolai.

    L'O.d.G. è stato quindi firmato anche dal Segretario nazionale ed approvato all'unanimità dalla Direzione Nazionale









    Da "l'Unità" 29/11/87 (pag. 3)



    Relazione approvata a stragrande maggioranza dal CC del PCI

    (…)

    Nell'ordine del giorno, dopo l'approvazione degli indirizzi della relazione, si afferma che:

    «II CC e la CCC concordano sulla conferma, sulla precisazione e sull'arricchimento della politica di alternativa democratica. La politica di alternativa è la confluenza delle forze di sinistra e progressiste su un programma di rinnovamento della società, per il governo del paese ed è, al tempo stesso, la risposta alla crisi del sistema politico italiano con la costruzione di una più avanzata democrazia.

    Il CC e la CCC pongono l'accento in particolare sulla necessità di riforme che consentano di superare la crisi politico-istituzionale sempre più acuta, e che avviino un profondo rinnovamento del nostro sistema democratico. È urgente rovesciare la tendenza a uno svuotamento delle istituzioni democratiche che lascia mano libera ai grandi potentati, riduce i diritti dei cittadini e dei lavoratori, e degrada le stesse funzioni di governo.

    II CC e la CCC impegnano gli organismi di direzione ed esecutivi, le rappresentanze parlamentari e tutto il partito a promuovere a tal fine il confronto con tutte le forze democratiche e la ricerca delle convergenze possibili e utili allo sviluppo della democrazia italiana, alla riforma e al rafforzamento delle Istituzioni.

    II CC e la CCC chiamano tulle le organizzazioni del partito ad un impegno e ad una mobilitazione straordinari a sostegno della lotta unitaria dei sindacati e della battaglia parlamentare del PCI per rovesciare la logica recessiva della legge finanziaria e imporre una politica di sviluppo, di occupazione, di tutela del reddito dei lavoratori e degli strati più deboli. Le iniziative politiche di massa per la riforma della nostra democrazia e per una nuova politica economica e sociale debbono caratterizzare l'avvio di una forte campagna per il tesseramento al partito e la conquista di nuove forze all'impegno politico nelle nostre file».

  7. #7
    Micene
    Ospite

    Predefinito

    Intervista di "Meridiano" a Giuseppe Niccolai


    D. - Quali sono le cause, lontane e vicine, dell'attuale crisi del comunismo italiano?

    R. - La «demonizzazione» di Giuseppe Stalin è la catastrofe culturale dell’URSS, e non solo. Cancellandolo, nel bene e nel male, cioè perfino nel ricordo, hanno cancellato sé stessi.



    D. - Esistono, a suo giudizio, nessi o analogie con la crisi del comunismo sovietico, sempre più aperto ai flussi dell'Occidente?

    R. - Perduto il riferimento «Stalin» non si spiega più nulla, se non una cosa: senza Giuseppe Stalin tutti, a cominciare da Gorbaciov, a Togliatti, per finire a... Occhetto, tutti, dico tutti, in cantina. I vincitori della seconda guerra mondiale sono i russi. 20 milioni di morti. A Leningrado, tagliata fuori da ogni contatto, priva di combustibili e di cibo, sottoposta a bombardamenti di ogni tipo, circa trecentomila persone muoiono di fame e di freddo nell'inverno 1941-42. Gli abitanti si riducono a mangiare i cadaveri. Nessuno pensa ad arrendersi. Senza Stalin «patriottico» (unificatore delle terre russe, come lo chiamò il vescovo Uman), ammiratore dei generali Suvorov e Kutuzov, quest'ultimo vincitore dei Turchi e di Napoleone, il cui ritratto Stalin tiene sul tavolo (non quello di Marx), l’URSS, come seconda potenza mondiale, sarebbe ancora da nascere. E, destino davvero crudo e strano al tempo stesso, l'URSS di Gorbaciov oggi se la deve vedere, non tanto con il revisionismo neocapitalistico, quanto con la rinascita delle varie nazionalità. Eterogenesi dei fini della Storia, scriverebbe Augusto Del Noce. L'ideologia, nata per abbattere tutte le Patrie è sommersa, in Russia, dalle Patrie, e si fa Patria essa stessa contro altre Patrie. Mentre, in Occidente, le Nazioni, rinnegando sé stesse, sono sostanzialmente delle «collaborazioniste» dell'americanismo. Il PCI, che si era legato «patriotticamente» a Stalin, con lo sbriciolamento delle classi, con l'aver rinnegato, per la Russia sovietica, la Nazione, è rimasto al palo. Non è più nella condizione di alzare una bandiera, se non quella del neoconservatorismo capitalistico. Un ben triste destino! Togliatti, il 29 dicembre 1945 al I Congresso del PCI (o il V per altri) tentò, in una esposizione durata quattro ore, di lanciare la tesi del filone nazionale e popolare del PCI, quello, per intenderci, delle migliori tradizioni del Risorgimento italiano, il partito che più di ogni altro avrebbe dovuto essere al servizio della causa e dell'indipendenza nazionale dell'Italia. Ci sono, in quel discorso togliattiano di 43 anni fa, riferimenti ai fascisti combattenti di tutto rispetto. Quelle Tesi di Togliatti furono respinte. Ebbero il sopravvento le tesi dei gruppi intellettuali del PCI, cresciuti alla scuola del liberalismo azionista. Ripudiando il filone nazionale e popolare, che il Fascismo aveva pur rappresentato, al PCI non rimaneva che l'area radicale che l'avrebbe portato, con la contemporanea scelta URSS - Patria, a rinnegare la Nazione. Ad essere senza memoria, senza passato, a non sapere «da dove nasceva». Non la Patria, non l’URSS, non Stalin, non la classe, che resta? Il tentativo di dar vita ad un ibrido con il capitalismo d'Oltreoceano. Se ci riescono, almeno per 50 - 100 anni, è la fine dell’Europa, a cominciare dal Cristianesimo. Sul trono: l'economia, il Dio Denaro. Con la conseguenza che l'uomo, non padroneggiando la tecnica, rischia di sancire la sua definitiva scomparsa. Ha ragione Heidegger: ormai solo un Dio ci può salvare.



    D. - Il cambio della guardia alla segreteria del PCI come lo giudica?

    R. - Il cambio della guardia alla segreteria del PCI è reso magnificamente, quasi plasticamente, dalle fotografie illustranti la dolce vita di Occhetto nella dacia di Capalbio. Serena, tranquilla, piacevole, borghese quanto si vuole, ma «addio sogni di gloria!». Guitti, non protagonisti.



    D. - Quale linea è più praticabile per il PCI: il neofrontismo, il compromesso storico, l'alternativa?

    R. - Delle varie «linee», espresse dal PCI, dal 1945 ad oggi, cosa resta, nella sua sostanza? L'essersi reso, per conto della Vª Armata americana, l'esecutore materiale dell'assassinio di Mussolini. Per realizzare, dissero quarant'anni fa, la vera rivoluzione. Non rendendosi conto che, mentre Mussolini assurse al martirio di Piazzale Loreto -perché, piaccia o no, era «rivoluzione»- il PCI, quarant'anni dopo finisce, alla mensa di Gianni Agnelli e nella dacia di Capalbio. Perché è stato tutto, fuorché rivoluzione.



    D. - Il marxismo è in liquidazione definitiva o può avere una sua rivitalizzazione?

    R. - Una rivitalizzazione del marxismo nel mondo c'è stata, creatore di Imperi e di Nazioni.



    D. - Di fronte alla crisi comunista può ancora avere validità il tradizionale anticomunismo del MSI?

    R. - Chiedo scusa a chi legge la ripetizione di un discorso fatto più volte da parte mia. Se la priorità alla lotta al comunismo è stata comprensiva, indispensabile in alcuni momenti di emergenza, è oggi senza senso. Ma veniamo al bilancio. Quarant'anni di lotta, non al comunismo ma di anticomunismo «elettorale», ci ha portati a questa condizione che è davanti agli occhi di tutti; e cioè che America, Vaticano, Forze armate, Finanza, Industriali con il comunismo, interno ed esterno, trattano e fanno affari (e che affari!); solo il MSI, «per non fare il gioco del comunismo», non è riuscito, in tutti questi anni, ad essere sé stesso, a darsi una dottrina, a volere cose positive per il proprio Paese. Spesso, respinto nel modo più ignobile, ha donato la propria «solidarietà anticomunista» a dei corruttori che, anziché togliere hanno portato abbondante acqua al comunismo, soprattutto al sistema che, tutto insieme, lo sorregge e se ne sorregge. Vero e proprio puntello. Torre portante. Se facciamo un elenco delle cose a cui abbiamo rinunciato in questi anni «per non fare il gioco del comunismo», ricostruiamo la storia delle nefandezze che infettano il nostro Paese. E troviamo le ragioni profonde della dissolvenza della nostra identità. Se vogliamo ricominciare è da qui che si parte.





  8. #8
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    Un interessante e moderno pensatore politico.

  9. #9
    Micene
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    Quale partito costruire

    intervista a cura di Mario Bernardi Guardi

    Ci siamo rivolti a Mario Bernardi Guardi -intellettuale di area, storico, collaboratore di prestigiose testate- affinché esprimesse il proprio ricordo di Beppe. E Mario, suo carissimo amico, vi ha aggiunto qualcosa: un inedito. Alcuni quesiti postigli da Beppe immediatamente dopo il XV Congresso di Sorrento. Meditiamoli insieme. Domande e risposte potrebbero essere tesi da confrontarsi nelle assise di Rimini, a gennaio.



    * * *

    D. - Quali eresie e trasgressioni avrebbe (o dovrebbe) commettere il MSI?

    R. - Il MSI nasce da una eresia: l'esperienza della Repubblica Sociale Italiana. Si può discutere quanto si vuole su ciò che nella RSI vi fu di forzato, di condizionato dalla storia, dalle circostanze (eventi bellici, rapporti con i tedeschi, venir meno del sostegno dato al Fascismo da gruppi, organismi, correnti di opinione, che avevano sostenuto la «normalizzazione» mussoliniana), ecc., ma è indubbio che, forse per la prima e unica volta nella storia d'Italia, una scelta viene vissuta con tanto pathos ideologico, con tanta convinzione -certamente non da parte di tutti, ma da parte di molti- di rappresentare un'idea totalizzante di società, di Nazione, di Europa. Il mondo dei «Repubblichini» gioca tutto sé stesso sul banco di un grande azzardo storico: l'avventura di chi, pur impegnato nelle atroci contingenze della guerra e della lotta civile, disegna o magari percepisce, intuisce, sogna una realtà politica di rottura o, quanto meno, di superamento. Delle vecchie categorie di Destra e di Sinistra in nome dello Stato sociale, che si pone come Stato di tutti e che chiede sacrifici e promette un destino nella misura in cui è Stato di tutti. Una comunità fortemente caricata di ideologia e di passione, segnata dall'idea della Terza Via, da volontà sacrificale, da miti d'azione che danno senso all'esistenza del singolo e lo fanno sentire parte di una pulsante realtà organica: l'Italia. Quella dilaniata, quella che soffre, quella che si deve fare: anche con l'apporto delle energie creative che possono venire dal fronte opposto, dalla Resistenza, e che molte volte hanno i loro referenti, guarda caso, nel dibattito che si è sviluppato dentro il Fascismo. Ereditando la lezione della storia italiana, coniugando e oltrepassando le antitesi, la RSI può diventare l'Italia. Nel travaglio feroce della lotta è un sogno, nella mente di chi non si ferma all'oggi è un disegno, un progetto, magari fumoso in certe sue linee, via via da aggiustare, ma già con certi suoi contorni.

    Ora, la ragione della nascita e dell'esistenza del MSI mi sembra consistesse nell’obbligo etico e politico di trasformare in realtà di tutti e per tutti gli Italiani il sogno-disegno dei combattenti repubblicani. Ebbene, se questo non è avvenuto, le colpe vanno equamente divise tra la cecità e il livore della fazione antifascista, e l’ottusità e la miopia di un neofascismo oscillante tra nostalgismo reducistico, compromessi col regime democristiano, anticomunismo viscerale, atlantismo sfegatato, moralismo bigotto, ecc. Non tutto il MSI è stato questo ed è da quarant'anni che si ripropongono i termini del dibattito su ciò che il MSI doveva o dovrebbe essere; ma il MSI che ha imposto la sua immagine, il MSI che ha prevalso è stato soprattutto questo: una Destra nazionalista, clericale, benpensante, fondamentalmente venticinqueluglista, certamente non in sintonia con lo spirito e il magistero della fronda fascista durante il Ventennio, altrettanto sicuramente non in sintonia con la lezione dei disperati pieni di speranze di Salò.

    La prima trasgressione da commettere? La rivendicazione piena, nei fatti, del ruolo di movimento sociale, interprete non di una parte, ma di tutta la Nazione.



    D. - Il significato del 40° (1946 - 1986): cosa è stato?

    R. - Nostalgismo, liturgia, buoni propositi, qualche ottima conferenza, senza alcuna volontà di sbocchi politici capaci di incidere sulla realtà, di cambiarla, di travolgerla.



    D. - L'immagine, l'identità del MSI fra la gente: quale?

    R. - Ogni missino (o quasi) è portatore di una idea circa l'eredità fascista: lo sappiamo. Non lo sa, o lo sa poco, la gente per cui l'immagine del MSI è quella che ha prevalso (vedi sopra)

    .

    D. - La sopravvivenza «elettorale» ha sommerso ogni cosa?

    R. - Non vorrei rispondere con un brutale «si»: può darsi che la classe dirigente, coloro che hanno vinto nel MSI e avvinto il MSI, abbiano avuto una sincera intenzione di far politica. Ma quale politica hanno fatto, per chi, in nome di che cosa? Dove è andata, dove va, dove andrà questa politica? Forse serve a conservare un partito, facendogli seguire di volta in volta umori e interessi contrapposti (da Reggio Calabria ai bottegai ...): certamente non serve all'Italia, non serve l'Italia.



    D. - Eresia, trasgressione, tradimento del fascismo. Il pensiero del tradimento arresta l'eresia che pur ve ne sarebbe bisogno. Perché la trasgressione-eresia di Mussolini del novembre 1914 fu, da molti, anche fascisti, definita tradimento? Quale preoccupazione dominante fu in Mussolini in quei giorni? Perché il complesso del tradimento pesa molto in casa missina? Tradimento? Ma verso chi e che cosa?

    R. - Tradimento, in senso politico, significa venir meno, per proprie scelte opportunistiche o per condizionamenti esterni di varia natura, ai motivi ideali che hanno animato le nostre scelte, significa rinnegare il senso e il valore di una milizia, significa dimenticarsi, annullare la memoria storica di sé, di fronte a gratificanti prospettive di successo. Vedo invece trasgressione ed eresia in termini di un superamento, di una strategia dell'oltre, dove ci sono dentro il come eravamo e il come dobbiamo essere non in contrasto, ma in logico sviluppo con i precedenti della nostra battaglia. Direi che la trasgressione è necessaria, quando l'Idea viene meno alle sue potenzialità creative e cerca di rimpolparsi col dogmatismo, col sentimentalismo, con la retorica; trasgressione ed eresia sono allora le condizioni uniche per salvare l'Italia, avvilita da interessi meschini, da compromessi, ecc.; isterilita, boccheggiante, con potenti iniezioni di verità e di spregiudicatezza. Significa dare -ridare- all'Idea i contenuti e la dignità che hanno accumulato, metterla di fronte all'attualità, verificando la bontà dei princìpi, la capacità dei princìpi di tradursi in fini, in mete politicamente (alta politica non bassa cucina elettorale) vincenti.

    Mussolini traditore? Contro chi supera e, quindi, provoca (cioè chiama a dibattere e a riveder le bucce a tutto) ci son sempre state e sempre ci saranno accuse. Potranno venire dai mestieranti della politica, da chi ha la vista corta, anche dagli idealisti puri che però non capiscono che l’eresia è riattivazione dell'origine (è ossigeno), non è rinnegamento. L'eresia maciulla i dogmi perché i dogmi sono diventati gabbie per i princìpi. Da una parte. Dall'altra, l'eresia sconvolge i paesaggi del dilettantismo politico, dell'affarismo, del compromesso. L’eresia è medicina per un corpo che si abbandona al languore o che cerca di nascondere il sudicio di una malattia mortale con abbondanti dosi di biacca e rossetto.

    Il MSI non ha il complesso del tradimento ma la paura della continuità intelligente; non sa essere il fascismo degli anni 2000 e cerca di salvare la memoria storica con i piagnistei e gli appelli; è spesso complice del regime e nasconde complicità e compromessi agitando bandiere e urlando parole d'ordine a cui sono tutti sensibili. Si tirano fuori roboanti appelli al fascismo, per non fare il fascismo, per non essere fascisti.



    D. - Perché dopo una gestione di quasi vent'anni di Giorgio Almirante, al momento della sua successione, i suoi successori si rendono frammenti?

    R. - Nel bene e nel male, Almirante ha saputo creare aggregazione, ha saputo parlare, muoversi con abilità in mille circostanze, lanciare appelli suggestivi (ma non di alta politica) al momento giusto. Sotto di lui non c'è una classe dirigente: ci sono, in fondo, uomini che rispolverano le diverse vite dell'Almirante politico: dalla riattivazione dell’esperienza di Salò alla grande Destra neoconservatrice. Ogni corrente del MSI finisce col riattaccarsi a un Almirante: il sovversivo degli anni Cinquanta, o quello che nei primissimi anni Settanta faceva l’occhiolino agli extraparlamentari di Destra, o quello che appena qualche anno dopo accoglieva a braccia aperte massoni, conservatori, monarchici, clericali, comunisti travestiti da liberali scettici (Plebe), ecc., nella Destra nazionale. 0gnuno combatte contro Almirante -o difende Almirante- in nome di un suo Almirante. Manca il progetto politico, la volontà di rifondazione reale, l'impegno a rispondere ai problemi che sono sul tappeto in termini non evasivi, la spinta a creare una classe dirigente che faccia politica e non oscilli tra polemica, reducismo, accomodamento.

    Il chi siamo, il dove andiamo, il con chi stiamo esigono risposte unitarie. Nel MSI non può continuare ad esserci per l'eternità tutto e il contrario di tutto. Ci vuole una politica capace, anche, di mandare ognuno a casa sua. Vincerà un MSI che dirà: io sono questo. Di volta in volta posso collaborare con Tizio o Caio, ma da pari a pari: restando il fatto che io sono questo. Non questo e quest'altro. Il nuovo segretario dovrà avere il coraggio di strappare le troppe facce, per salvare l'anima: ed è quest'anima che significa politica vincente.



    D. - L'anticomunismo: quale eresia concettuale e politica compiere nei suoi riguardi, visto che il vecchio logoro anticomunismo è superato?

    R. - Il comunismo ha fallito. Come comunismo ha fallito. Ha vinto come logica di conservazione, come imperialismo, come nazionalismo. In Occidente ha vinto quando ha interpretato degli interessi o dei disagi o delle attese di cambiamento di varia natura; quando ha indossato la dignità, la diversità, il rigore. Ma più in termini etici che in termini politici. Perché politicamente un comunismo consequenziale alle proprie radici marxiste non ha da dare risposte. Marx è un profeta che non ha più neppure un pelo alla barba. Come essere anticomunisti? Lavorando in termini politici, economici, spirituali, morali -e riattivando, anche in questo senso, la lezione delle eresie fasciste- per far capire alla gente che il nostro progetto di società nuova, di Italia diversa, di altra Europa è il solo rivoluzionario. Perché recupera l'uomo nella sua integralità e fa della comunità un organismo vivente.

    Che sia tutto maledettamente difficile a tradurre in ipotesi di lavoro e in formule politiche, è vero. La gente sguazza nel consumismo, i modelli non sono più i Che Guevara, ma i grandi capitalisti; e i giovani credono nel denaro e nel successo. Ma i movimenti (da CL ai Verdi) che costantemente attraversano lo scenario apparentemente opaco della nostra società ci dicono che esistono dei fermenti; e che questi fermenti possono essere interpretati, rappresentati, tradotti in proposta politica non rapsodica o qualunquistica, ma fondata. Una Proposta che parta dal passato, che non tema di parlare di valori, che convinca di avere un avvenire perché portata avanti da persone che non solo fanno colore politico (come i Verdi o gran parte di loro) ma hanno una politica di vasto respiro da proporre. Una politica che con chiarezza dica dei si e dei no: si fa questo sulla base di, si fa questo perché, si fa questo in funzione di. Un radicalismo senza utopie. Il radicalismo realista delle grandi lezioni della Storia e della Tradizione ripensata: con amore furioso e critica spietata.

    intervista a cura di Mario Bernardi Guardi

  10. #10
    Micene
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    da "Proposta", Anno IV, n° 14, novembre - dicembre 1989



    Intervista di "Proposta" a Giuseppe Niccolai

    la Diaspora
    Beppe Niccolai:
    «senza una base culturale il disegno politico, prima o poi, si vanifica»



    È difficile ricostruire il passato. Soprattutto, quando tutto è macinato dalla cronaca. Tu sei uno dei pochi a possedere un archivio sulle vicende principali che hanno "segnato" il nostro mondo. Alla voce "diaspora", cosa corrisponde?
    Non ho in archivio nulla che corrisponda alla parola "diaspora". Ho riferimenti sparsi, però vissuti carnalmente, come quello che vide l'uscita del partito, subito dopo il Congresso dell'Aquila, nell'agosto 1952, di Concetto Pettinato. La sua ''diaspora" diede luogo ad un dibattito, accesissimo, sulle colonne de "Il Secolo", dibattito che vide protagonisti, soprattutto, oltre Pettinato ("Perché sono uscito dal MSI", 2.8.52); Giorgio Almirante ("Perché rimango nel MSI", 30.8.52); Julius Evola ("Fuori dall'equivoco", 4.9.52).
    Pettinato: perché esco dal MSI? Perchè mi è venuta meno la speranza di potere, restando nel partito, influire sul suo indirizzo politico indicatoci da quel programma di Verona che fu insieme l'epicedio e la catarsi del ventennio.
    Almirante: non posso accettare da Pettinato quel che non ho mai voluto accettare da altri di lui meno preparati e meno brillanti: la cristallizzazione delle polemiche sul Movimento in disquisizioni interminabili, e per forza di cose inconcludenti, sui rispettivi meriti del Fascismo della RSI e del Fascismo del ventennio: quasi che non si trattasse, oltre tutto, di due aspetti della stessa vicenda.
    Evola: contesto l'affermazione di Pettinato secondo cui l'essenza vera dei Fascismo fu socialista e repubblicana, e che già nel 1922 il Fascismo fu tradito. Il movimento politico, che si espresse nella RSI, fu "marxista", e le tendenze socialiste anteriori al Fascismo, e la loro ripresa, altro non sono che "regressione".
    Come si vede nulla di nuovo sotto il nostro sole. Quelle polemiche di 40 anni fa, e che videro l'uscita di Pettinato dal MSI, ci "perseguitano" anche adesso. Pettinato, Evola: destra, sinistra. La vocazione del secolo è qui: andare oltre la destra e oltre la sinistra. Il caso di Pettinato è emblematico. Questo grande scrittore siciliano, che amò l'Italia sopra ogni cosa e che, dopo avere firmato il "Manifesto degli intellettuali antifascisti", si schierò con il Fascismo che, per Lui, non fu mai "staracismo", bensì lo strumento per il quale il suo Paese e la sua razza vennero a godere presso gli stranieri di un prestigio e di un rispetto che mai avevano avuti.
    Allora come oggi. Il Congresso dell'Aquila, vistosamente, soprattutto come immagine sancì la vittoria dei giovani secondo la linea «Italia, repubblica, socializzazione». La dichiarazione repubblicana data da allora, ma, nella sostanza (è una storia che si ripete) ebbero la meglio, nelle strutture partitiche, i sostenitori del Fascismo inteso come «ordine, autorità, giustizia». Alla diaspora intellettuale di Concetto Pettinato seguì, a breve, quella giovanile. Nel 1956, per fare un esempio, sulla scia di quello che Pettinato diceva, lasciarono il partito Giorgio Pisanò e Mirko Tremaglia.
    Occorrerebbe che "Proposta" ripubblicasse la polemica del 1952. Non per dividere, ma per capire. Come, del resto, dedicare a Pettinato, a questo grande intellettuale meridionale di cultura solidamente italiana a differenza degli intellettuali settentrionali formatisi su correnti straniere, una sua pagina… Se la merita dopo tanto silenzio.

    Quarant'anni di "fughe", espulsioni, abbandoni. Sin dall'inizio, ancor prima che il partito prendesse forma. Direi, quasi subito quando la RSI stava per crollare. Cominciamo da allora. Ci fu chi preferì cercare altre vie. Chi ricordi? E perché non parteciparono alla nostra esperienza?
    In una celeberrima intervista a "Il Corriere della Sera" (5.2.77), il senatore Armando Plebe, a scissione avvenuta, alla domanda di Giampaolo Pansa, «La cultura l'ha portata lei nel MSI?», cosi risponde: «Beh, Almirante mi diede assoluta carta bianca. Nel MSI c'era una attesa messianica dell'arrivo della cultura. E il mio arrivo è stato l'arrivo della cultura con la "C" maiuscola e di fatto mi hanno trattato con i guanti. lo ho provato a vedere che tipo di cultura si poteva mettere in piedi a destra. Facevo dei tentativi, erano acrobazie, di intellettuali non se ne raccattava manco uno!»
    È una testimonianza che fa venire i brividi, tanto è avvilente per l'ambiente che si era stabilito nel MSI con l'operazione che, su su negli anni, ci aveva portato alla "Destra nazionale", alla "Costituente di destra"… La sigla partitica nella sua titolazione, si allungava a dismisura ma si era perso tutto per strada… Eppure il MSI, ai suoi albori, non era quella terra di selvaggi descritta dallo "stregone bianco" Armando Plebe, inviato a civilizzarla, e con carta bianca… Negli Anni '50 c'erano in mezzo a noi i libri di Gentile, Evola, D'Annunzio, Marinetti, Soffici, Prezzolini con l'impronta delle grandi "Riviste" fiorentine del primo '900, c'erano i libri di Papini, di Pirandello, di Pareto, di Mosca, di Sorel. C'era la scoperta appassionata dei francesi, da Peguy, a Barres, a Maurras, a Drieu La Rochelle, a Celine, a Brasillach... L'ambiente missino possedeva biblioteche ben fornite… Era vivo uno dei più grandi storici italiani, Gioacchino Volpe, un costituzionalista di vaglia come Costamagna, un linguista come Antonino Pagliaro… E sai quanti ne dimentico… Ricordo tre Rettori di Università, impegnati a destra: De Francisci, Papi, Menotti De Francesco… Ricordo il grande cardiologo Condorelli… Erano uomini che valevano molto più di Plebe.
    Quindi la cultura c'era eccome se c'era! C'è da chiedersi, questo si, perchè il MSI non sia riuscito ad essere lui, un grande organizzatore di cultura. Come mai un Longanesi, un Montanelli, lo stesso grande Gioacchino Volpe, Giovanni Ansaldo, Rino Alessi, lo stesso grande Prezzolini, furono via via dimenticati, e non perchè c'era da pensare di irreggimentarli, farli divenire intellettuali organici alla nostra politica, galoppini elettorali… Per carità! È che il MSI mai si preoccupò di discutere ed elaborare, alla luce di ciò che questi personaggi del pensiero scrivevano, un suo disegno culturale che fosse di supporto al disegno politico. Dimenticati nel dibattito, negli elaborati politici. Come se non esistessero. Il piccolo cabotaggio politico ebbe il sopravvento, le ambizioni elettorali soffocarono tutto. Forse con il sottinteso che quei personaggi potessero divenire, all'interno del MSI, temibili concorrenti elettorali. Dunque via!
    La diagnosi di tutto ciò la fa lo stesso Indro Montanelli quando, nel febbraio del 1955, scrivendo, per "il Borghese" di Leo Longanesi, l'articolo "Proibito ai minori di 40 anni", viene ad esaltare la figura di Berto Ricci. Ad un dato momento il direttore de "Il Giornale" scrive «Il mio inserimento ideologico nel Fascismo avvenne verso il 1932 per via di amici come spesso capita in Italia. Nella cittadina di provincia, in cui mio padre faceva il preside di liceo e dove tornavo a passar le vacanze, conobbi un sindacalista di nome Diano Brocchi, che poi fu consigliere comunale, e che se oggi fosse a capo del MSI, nei cui ranghi oscuramente milita, sarebbe uno di quelli dinanzi ai quali mi sarebbe estremamente difficile giustificare il fatto che sono ancora vivo e, di riffe o di raffe, sulla breccia. Perchè di fronte a lui non potrei cavarmela con le solite "benemerenze" che tanto bene mi servirono presso gli epuratori democratici. Brocchi era stato squadrista, aveva fatto la marcia su Roma e nel suo complesso temperamento era nello stesso tempo dannunziano e mazziniano. Ma l'impegno che portava in quella che oggi si chiamerebbe "istanza sociale" del Fascismo era totale, e cristallino il suo disinteresse. Era un giovane profondamente serio, ben preparato e convinto di collaborare ad una rivoluzione vera. Nella vita angusta di questa cittaduzza, dove il Fascismo non aveva ucciso nessuna personalità, ma nemmeno era riuscito a suscitarne, Diano evadeva con la collaborazione ad un periodico quindicinale fiorentino, che si chiamava "l'Universale", di cui mi schiuse le porte. Piano piano la compagnia di Brocchi mi contagiò. E quando, dalla cittaduzza, tornai a Firenze e andai a conoscere il direttore dei periodici, Berto Ricci, col quale avevo scambiato alcune lettere, anche per me il Fascismo comincio a contare qualcosa».
    Ebbene Diano Brocchi, cosi descritto da Indro Montanelli, ebbe nel MSI come del resto il poeta futurista Pattarozzi Gaetano, vita grama, stentata. Da essere spesso, considerato un sopportato. Gli interventi di Brocchi in Comitato Centrale, se non derisi, accolti sempre con irritazione, fastidio, vistosissimo sulle facce di chi, allora, stava al vertice.
    Ci furono lontananze sofferte. Ci furono abbandoni amarissimi, ma soprattutto mancò il lucido, lungimirante disegno, secondo cui, senza una base culturale, anche il disegno politico, a breve e a lungo termine, o prima o poi, perde di significanza, si vanifica.

    Poi nacque il partito. Dibattito, polemiche, divisioni. Ad alcuni andava "stretto", cercarono subito altre vie. Non voglio un giudizio morale. Non sta a noi darlo, né ci interessa. Dacci un giudizio politico. Perché subito questa "repulsione"? Perchè gli uomini di cultura non resistevano più di qualche mese?
    Perchè questa repulsione? Perchè gli uomini di cultura non resistevano più di un mese? Perchè -aggiungo io- proprio nel momento in cui Indro Montanelli si accinge con l'articolo sopra citato da leggere e da conservare nella sua interezza ad elevare, parlando di Berto Ricci, il più bell'inno che sia mai stato scritto sul Fascismo in questo dopoguerra, butta, lì, cattivo, questa considerazione «E se l'eredità del fascismo, invece che agli attuali Capi del MSI, che sono dei poveri diavoli, fosse toccata ad uomini di ingegno, a quest'ora sarei, saremmo tutti sotto processo» …?
    Montanelli si riferisce a coloro che, fascisti, sono poi passati dall'altra parte e trova il modo di scrivere che il MSI e un partito senza ingegno.
    Non ha torto del tutto. E perchè non ha torto del tutto? Perchè il MSI non seppe, allora, costruire un habitat culturale idoneo per accogliere gli uomini di ingegno. Non se ne curò. Pensò solo all'immediato, all'esistente. Puntò alla retorica, che è cosa importante in certi momenti, ma diventa esiziale quando la retorica diventa tutto. Quando non si fanno più analisi storico-politiche, quando non si pensa più a darsi una strategia, un disegno ragionato, intorno al quale gli uomini di ingegno avrebbero potuto "venire", "vivere", e "restarci". Invece…

    Tanti addii. Tanti abbandoni. Tanti filoni. C'è chi cercò altre strade politiche, chi si dedicò alla professione, chi provò l'affermazione culturale. Quali sono le esperienze che più ti hanno colpito?
    Quella di Marco Tarchi, anche perchè mi resta difficile levarmi di dosso il rimprovero di avere cooperato anch'io a quella "diaspora".
    A provocare il caso fu un fatto banale, un pezzo satirico su "La voce della fogna", periodico diretto da Marco Tarchi. Gli ambienti missini di vertice, disabituati a parlarsi e a capirsi, sia politicamente che umanamente, presero tremendamente sul serio, e come atto di tradimento, quelle parole, da cui il procedimento disciplinare, per cui Marco Tarchi si era, da se stesso, messo fuori della comunità missina. Questa fu la formula escogitata.
    lo non so se il destino abbia voluto in questo come in tante altre occasioni aiutarci. Perchè non c'è alcun dubbio Marco Tarchi, cacciato dai nostri ambienti, e stato poi utilissimo allo stesso MSI, con l'apporto culturale che gli ha scaricato addosso dall'ambiente che intorno a lui si creò, quello della "Nuova destra".
    Cosa posso dire? lo mi auguro, ora che il tono culturale e del dibattito politico nel MSI e salito di tono e di densità, che Marco Tarchi possa, non dico per carità, rientrare (non si chiede tanto), ma camminare insieme a noi, dandoci, o meglio donandoci l'apporto del suo sapere e l'esperienza di organizzatore di cultura, quale egli è. Perchè il tutto non resti solo sapere, ma diventi vita, carne di una Comunità.
    Fra gli addii come non ricordare dai più lontani, tutta la redazione di "Architrave", Guido Scotto, Gianfranco Finaldi, Massimo Scaligero Luigi Gatti Palamenghi Crispi, Fausto Gianfranceschi, Enrico De Boccard, come non ricordare, fra i più vicini a noi, quelli di Solinas, Veneziani, Buscaroli, Monastra, Cardini, Melchionda, Del Ninno, lo stesso Accame, lo stesso Giovanni Volpe? E quanti ne dimentico!
    «Cogito quindi penso», allora fuori dai piedi!
    Fu la filosofia di allora. Che perdita!

    Quando affronti la politica culturale del partito, ricordi sempre Armando Plebe. Fu davvero accolto come un "messia"? E perchè potè affermare di aver trovato da noi un deserto culturale?
    «Oggi in Italia» è sempre Giampaolo Pansa che parla (intervista, "Le tentazioni del prof. Plebe", "Il Corriere", 5.2.77), è più difficile dichiararsi omosessuali o fascisti?» E Plebe «Credo che il dichiararsi fascisti resti sempre la cosa più difficile di tutte! Quindi ammiro il coraggio di Pezzana (esponente del "Fuori", l'organizzazione degli omosessuali - N.d.R.), ma penso che io ne ho avuto più di lui. Si, dichiararsi omosessuale oggi resta sempre un atto di coraggio, ma credo che il mio di allora …»
    «Ma Lei è omosessuale?» Risposta «Beh…, direi, ecco, una domanda così alla TV sarebbe da molti punti. Non voglio sciuparla in una intervista che parla di altre cose. Varrebbe la pena di fare un intervista soltanto su questo. Mi permetterà almeno che le mie carte me le gestisca un po' bene. Sciuparle tutte in una volta… Vorrei che anche altri giornalisti possano ritornare in questa stanza e ho bisogno di riservarmi qualche motivo perchè possano ritornare».
    Quando sento parlare di "messia", e ricordo poi queste cose, ne resto stravolto. La colpa non fu di Plebe, ripeto, nè delle sue natiche "nu poco chiaccherate" (come dicono a Napoli), ma di chi o meglio delle condizioni che lo portarono in mezzo a noi. Un'ultima riflessione sul caso: il non aver capito il '68 porta a capire perchè il barone universitario Plebe veniva accolto nelle nostre fila come un messia… Non si capì proprio nulla!

    L'editoria di destra appare esaurita. Scomparso Volpe, "convertito" Ciarrapico, piegate le piccole case editrici, tutto sembra lentamente spegnersi. Di chi la responsabilità? E cosa si può fare per invertire la tendenza?
    Non so perchè quando torna il discorso sull'Editoria di destra due personaggi mi balzano davanti: Giovanni Volpe, dimenticato, e con lui la sua opera, e Enzo Cipriano, con la sua "Libreria Europa", un punto di riferimento che non ho paura a definire "eroico".
    Di chi la responsabilità? Di tutti noi, anche del sottoscritto che per un certo periodo, ha diretto il settore cultura del partito.
    Come invertire la tendenza? Considerare i libri, la cultura l'ingegno la base di tutto, in primis della politica.

    La diaspora -politica ed intellettuale- non ha avuto solo un aspetto negativo. Ha anche vivificato il mondo che ci circonda e nel quale, volenti o nolenti, viviamo ed agiamo. Come è possibile raccogliere i frutti di ciò che -nonostante tutto, direi quasi nonostante noi- si è seminato in questi decenni?
    Mi permetto di formulare un idea a "Proposta": farsi promotrice, una rivista che ha tanto contribuito ad elevare il tono del di battito in mezzo a noi ed a sottolineare il valore dei libri, di un grande "Convegno della diaspora", un grande incontro di idee, di esperienze, un grande dibattito, un grande confronto, da cui ricavare insegnamenti, da servire come collettore di tutto ciò che è fermentato intorno a noi, per noi, malgrado noi. Non lo si dimentichi mai: i fattori del cambiamento -piaccia o no- sono gli intellettuali.

 

 
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