MARXISMO E GEOPOLITICA
di Andrea Fais
UNO SVILUPPO DEL MARXISMO-LENINISMO
Notata la essenzialità centrale della geopolitica nel corso storico degli ultimi tempi, appare senza dubbio necessario capire come essa possa innestarsi sul paradigma economico e in ultima istanza politico. Nel nostro caso, notiamo che in Marx ed Engels l’analisi geopolitica non viene mai esplicitamente menzionata. Il termine esatto e definito di “geopolitica”, nasce infatti all’inizio del ‘900 con lo studioso d’oltre Manica, Halford Mackinder.
Ciò che calamita l’attenzione però, è sicuramente quel corpus di considerazioni e di descrizioni che i due padri del Socialismo scientifico ci hanno lasciato in eredità in ambito antropologico e sociologico.
Nelle preziosissime corrispondenze dei due vi sono tutta una serie di sottostimate aree di argomentazione, molto importanti onde non incorrere in fraintendimenti: nelle più concise testimonianze (dunque nelle opere al di fuori dei testi principali e più dettagliati) compare implicitamente la volontà di chiarire quegli aspetti che, per lo più, potrebbero risultare di difficile comprensione.
Nel Manifesto del Partito Comunista, non di rado resosi oggetto di una lettura posteriore qualunquista e per niente approfondita o contestualizzata, Marx ed Engels conferiscono alla borghesia un carattere rivoluzionario.
Si tratta della sostanziale e progressiva eliminazione di gran parte di quelle che marxianamente vengono definite sovrastrutture. Essi scrivono: “La borghesia ha avuto nella storia una parte sommamente rivoluzionaria. Dove ha raggiunto il dominio, la borghesia ha distrutto tutte le condizioni di vita feudali, patriarcali, idilliche. Ha lacerato spietatamente tutti i variopinti vincoli feudali che legavano l’uomo al suo superiore naturale, e non ha lasciato fra uomo e uomo altro vincolo che il nudo interesse, il freddo «pagamento in contanti». Ha affogato nell’acqua gelida del calcolo egoistico i sacri brividi dell’esaltazione devota, dell’entusiasmo cavalleresco, della malinconia filistea. Ha disciolto la dignità personale nel valore di scambio e al posto delle innumerevoli libertà patentate e onestamente conquistate, ha messo, unica, la libertà di commercio priva di scrupoli. In una parola: ha messo lo sfruttamento aperto, spudorato, diretto e arido al posto dello sfruttamento mascherato d’illusioni religiose e politiche. La borghesia ha spogliato della loro aureola tutte le attività che fino allora erano venerate e considerate con pio timore. Ha tramutato il medico, il giurista, il prete, il poeta, l’uomo della scienza, in salariati ai suoi stipendi”.
Tale rivoluzione pare avere due facce: una positiva, che ha in qualche maniera denudato lo sfruttamento dalle sue maschere illusorie, ed una negativa, che però prevale in maniera esponenziale, contraddistinta dalla nuda ed arida forma di sfruttamento continuativo.
“La borghesia – affermano più avanti – non può esistere senza rivoluzionare continuamente gli strumenti di produzione, i rapporti di produzione, dunque tutti i rapporti sociali. Prima condizione di esistenza di tutte le classi industriali precedenti era invece l’immutato mantenimento del vecchio sistema di produzione. Il continuo rivoluzionamento della produzione, l’ininterrotto scuotimento di tutte le situazioni sociali, l’incertezza e il movimento eterni contraddistinguono l’epoca dei borghesi fra tutte le epoche precedenti”.
La seconda faccia a questo punto diviene l’unico volto reale della borghesia: la sua è una rivoluzione permanente a carattere capitalistico. L’ingresso prepotente della storia nella sua fase della modernità, ha nei fatti indirizzato le rivoluzioni culturali conseguite nei campi scientifici, tecnologici ed industriali, verso il profitto e l’accumulo di lavoro salariato.
Leggiamo ancora dallo stesso scritto che “Il bisogno di uno smercio sempre più esteso per i suoi prodotti sospinge la borghesia a percorrere tutto il globo terrestre. Dappertutto deve annidarsi, dappertutto deve costruire le sue basi, dappertutto deve creare relazioni. Con lo sfruttamento del mercato mondiale la borghesia ha dato un’impronta cosmopolitica alla produzione e al consumo di tutti i paesi. Ha tolto di sotto i piedi dell’industria il suo terreno nazionale, con gran rammarico dei reazionari. Le antichissime industrie nazionali sono state distrutte, e ancora adesso vengono distrutte ogni giorno. Vengono soppiantate da industrie nuove, la cui introduzione diventa questione di vita o di morte per tutte le nazioni civili, da industrie che non lavorano più soltanto le materie prime del luogo, ma delle zone più remote, e i cui prodotti non vengono consumati solo dal paese stesso, ma anche in tutte le parti del mondo. Ai vecchi bisogni, soddisfatti con i prodotti del paese, subentrano bisogni nuovi, che per essere soddisfatti esigono i prodotti dei paesi e dei climi più lontani. All’antica autosufficienza e all’antico isolamento locali e nazionali subentra uno scambio universale, una interdipendenza universale fra le nazioni. E come per la produzione materiale, così per quella intellettuale. I prodotti intellettuali delle singole nazioni divengono bene comune. L’unilateralità e la ristrettezza nazionali divengono sempre più impossibili, e dalle molte letterature nazionali e locali si forma una letteratura mondiale”.
Cosa accade dunque? La borghesia distrugge le barriere, crea le condizioni per una conquista infinita di nuovi territori, abbatte i confini e ricerca manodopera e materiali in luoghi sconosciuti. In definitiva, i due pensatori, concludono che la borghesia “costringe tutte le nazioni ad adottare il sistema di produzione della borghesia, se non vogliono andare in rovina, le costringe ad introdurre in casa loro la cosiddetta civiltà, cioè a diventare borghesi. In una parola: essa si crea un mondo a propria immagine e somiglianza”.
Qui sta l’anticipazione di quel concetto di Imperialismo, sviluppato da Lenin, e qui sta anche il nostro chiarissimo appiglio per poter cominciare a ragionare seriamente sul marxismo nel mondo della globalizzazione.
Secondo Marx ed Engels, nella loro concezione nell’anno 1848, così facendo, la borghesia ha sostanzialmente creato inconsapevolmente l’arma che ne potrebbe sconfiggere il dominio: il proletariato. Sempre più adoperato, sempre più concentrato, sempre più civilizzato secondo i moderni criteri post-industriali.
Secondo le previsioni annotate nel Manifesto dai giovani Marx ed Engels “La lotta del proletariato contro la borghesia è in un primo tempo lotta nazionale, anche se non sostanzialmente, certo formalmente. È naturale che il proletariato di ciascun paese debba anzitutto sbrigarsela con la propria borghesia. Delineando le fasi più generali dello sviluppo del proletariato, abbiamo seguito la guerra civile più o meno latente all’interno della società attuale, fino al momento nel quale quella guerra erompe in aperta rivoluzione, a cui fa seguito la presa di un potere che pare però difficilmente raggiungibile.
Si conclude in sostanza il ragionamento affermando in linea sintetica che “Il progresso dell’industria, del quale la borghesia è veicolo involontario e passivo, fa subentrare all’isolamento degli operai risultante dalla concorrenza, la loro unione rivoluzionaria, risultante dall’associazione. Con lo sviluppo della grande industria, dunque, vien tolto di sotto ai piedi della borghesia il terreno stesso sul quale essa produce e si appropria i prodotti”.
Ma qualcosa pare non quadrare del tutto: è indubbiamente vero ciò che viene descritto a proposito della concentrazione di massa dei lavoratori salariati così come quanto già descritto sulla divisione del lavoro (concetto meglio sviluppato nel Capitale diciotto anni più tardi), eppure la consequenzialità necessitante che dovrebbe invertire i rapporti di produzione capitalistica attraverso la presa di coscienza e la rivoluzione del proletariato, non sembra scevra da un fideismo privo di fondazione.
Ciò che al momento non affiorava in Marx ed Engels era la riflessione antropologica che successivamente prenderà corpo sempre più prepotentemente, specialmente attraverso la forte attrazione esercitata dalla pubblicazione de L’Origine delle Specie darwiniana, avvenuta soltanto nel Novembre del 1859. L’approccio a questa teoria rivoluzionaria consentì ai due padri del Socialismo scientifico di misurarsi con tutta una serie di componenti scientifiche e storiche, fino a quel momento marginalizzate: se già nel 1853, Marx nota in un articolo che “nella società si va operando una rivoluzione silenziosa, alla quale dobbiamo piegarci, che si preoccupa delle vite umane che spezza non più di quanto un terremoto si accorge delle case che demolisce. Le classi e le razze, troppo deboli per dominare le nuove condizioni di vita, devono soccombere” (dal People’s Paper del 16 aprile 1853), risulta evidente che si riducano nettamente tutte quelle possibilità, prima esaltate, che la rivoluzione civilizzatrice planetaria introdotta dalle classi capitalistiche appiani il divario esistente fra le varie popolazioni. Attraverso una sempre maggiore consapevolezza derivata dalla teoria evoluzionistica, Marx ed Engels sembrano acquisire e prendere pieno possesso di una dimensione diacronica e multipolare, che consente di concepire una suddivisione del pianeta in zone contrassegnate da diversi sviluppi e da diverse esigenze storiche e sociali e introduce, nell’alveo della critica al Capitalismo, le basi di quella teoria imperialistica che Lenin definirà in modo impeccabile nel secolo seguente.
E’ proprio nello scarto economico e tecnologico, in questo quantum differentiae, che si struttura il paradigma capitalistico odierno: in realtà, la borghesia capitalista, nella sua fase di espansione territoriale (fase che Marx ed Engels hanno solo in parte potuto descrivere), non ha affatto esportato il patrimonio tecnico e culturale occidentale, ma semplicemente macchinari e metodi di produzione (con tipi di consumo connessi) totalmente ignorati ed incomprensibili in rapporto ai parametri delle società e delle economie dei paesi colonizzati.
La “rivoluzione silenziosa” di cui parla Marx nell’articolo poc’anzi riportato, è quella operata dall’avanzamento tecnico e industriale, dettato dalla borghesia, ma più in generale dall’uomo, e la previsione cinica ma piuttosto realistica (soccombenza come destino di esclusione dal progresso sociale) sembra inserirsi proprio in quel percorso di salto evolutivo necessario alla costruzione di una nuova società comunistica, per la quale non tutti sono pronti.
In questi termini appare chiaro che, al di là del freddo realismo marxiano, questo salto possa riguardare allo stato attuale soltanto il mondo euro-asiatico, l’unica entità continentale tecnologicamente ed economicamente avanzata in modo quanto meno omogeneo. Potremmo argomentare adducendo a nostro vantaggio quel corso storico e politico che annovera in modo incontestabile la realizzazione del Socialismo scientifico proprio nelle aree regionali di questo macro-continente (dalla Russia alla Cina, dall’Europa orientale al Sud Est asiatico), ma oltre a ciò, volendo superare il dibattito sull’effettiva ortodossia di quei regimi alle analisi marxiane, che non ci interessa in questa sede, è opportuno individuare la definitiva delucidazione dei criteri del marxismo, in quanto analisi economica e politica, in relazione alla geografia e alla morfologia del territorio.
Nella Lettera a Walter Borgius del 15/10/1895, Engels scrive: “Parlando dei rapporti economici, che noi consideriamo come la base determinante della storia della società, intendiamo il modo in cui gli uomini di una determinata società producono il proprio sostentamento e si scambiano i prodotti (nella misura in cui esiste divisione del lavoro). Vi è dunque compresa l’intera tecnica della produzione e dei trasporti. Questa tecnica determina, secondo la nostra concezione, anche il modo dello scambio, quindi anche della distribuzione dei prodotti e, dopo la dissoluzione della società gentilizia, anche la divisione in classi, quindi i rapporti di signoria e di servitù, quindi lo Stato, la politica, il diritto, ecc. Sono inoltre comprese nelle condizioni economiche la base geografica sulla quale esse si manifestano e i relitti effettivamente trasmessi di stadi precedenti dell’evoluzione economica, che si sono perpetuati, spesso soltanto per tradizione o per forza d’inerzia, e naturalmente l’ambiente esterno che circonda questa forma di società. Se è vero, come Lei dice, che la tecnica dipende in massima parte dallo stato della scienza, a maggior ragione questa dipende dallo stato e dalle esigenze della tecnica […] Noi consideriamo le condizioni economiche come l’elemento determinante, in ultima istanza, dell’evoluzione storica. Ma la razza è essa stessa un fattore economico. Vi sono qui però due punti che non si devono trascurare: a) L’evoluzione politica, giuridica, filosofica, religiosa, letteraria, artistica, ecc. poggia sull’evoluzione economica. Ma esse reagiscono tutte l’una sull’altra e sulla base economica. Non è che la situazione economica sia causa essa sola attiva e tutto il resto nient’altro che effetto passivo. Vi è al contrario azione reciproca sulla base della necessità economica che, in ultima istanza, sempre s’impone […] b) Gli uomini fanno essi stessi la loro storia, ma finora neppure in una determinata società ben delimitata, non con una volontà collettiva, secondo un piano d’assieme. I loro sforzi si intersecano contrastandosi e, proprio per questo, in ogni società di questo genere regna la necessità, il cui complemento e la cui forma di manifestazione è l’accidentalità. La necessità che si impone attraverso ogni accidentalità è di nuovo, in fin dei conti, quella economica”.
È così che in linea di massima possiamo sintetizzare questa chiarificazione engelsiana, in tre punti fondamentali di netta rottura con tutte le successive e infauste interpretazioni dogmatiche e cosmopolite del marxismo:
1) Secondo la concezione marxista della storia e dello sviluppo della società, la tecnica (della produzione e dei trasporti) e il luogo fisico sono due fattori fondamentali nella comprensione del fenomeno della produzione.
2) La razza diventa essa stessa un fattore economico che determina modalità e tipi di produzione, e dunque diverse razze determineranno diverse modalità di produzione.
3) Le condizioni economiche non agiscono sulle condizioni sociali, giuridiche, politiche e culturali, determinandole come una causa primaria fa con le proprie conseguenze, ma le stesse condizioni extra-economiche agiscono a propria volta sulle condizioni economiche, determinandone cambiamenti e mutamenti, secondo una reciproca azione.
Al fine di non scadere in interpretazioni idealistiche e in teorizzazioni di elementi e fattori di tipo sovrastrutturale, la lettura che è possibile affrontare del concetto di base geografica si attua sull’unico plesso gnoseologico chiaramente marxiano: il materialismo dialettico. In che rapporto sta la geografia col materialismo dialettico? Se esiste l’applicazione di quest’ultimo alla storia (materialismo storico), esiste pure un materialismo geografico?
Se l’applicazione del materialismo dialettico alla storia è corretta e coerente solo in una concezione estranea allo schematismo rigido e statico (come evidenziato dalla scuola coreana nell’elaborazione teoretica antropologica tipica dello Juche), l’applicazione del principio materialistico-dialettico alla geografia pare ben più fluida e diretta. La geografia è nei fatti lo studio della conformazione territoriale della Terra, non solo nella sua mera funzione descrittiva, ma anche in quella analitica. È appunto compito della geografia capire anche la ragione della suddivisione spaziale dei territori, e i fattori profondi che ne hanno determinato il contenuto.
Nel clima della prima metà dell’Ottocento, la sfera di pertinenza della geografia moderna era contraddistinta dalle riflessioni dei tedeschi Alexander Von Humboldt e Karl Ritter.
Soprattutto quest’ultimo pare aver segnato una svolta epocale, che, nello scenario della Germania di Karl Marx e di Friedrich Engels, avrebbe successivamente influenzato diversi autori. Egli sosteneva nella sua opera principale del 1818, Die Erdkunde in Verhaltnis zur Natur und zur Geschichte des Menschen (trad. La geografia in relazione con la natura e la storia dell’uomo) che vi fosse una stretta relazione tra la superficie terrestre e l’uomo, fondando le basi dell’indirizzo antropologico e naturalistico della geografia.
È proprio Engels che, criticando un semisconosciuto testo a carattere bio-antropologico dello scienziato francese Pierre Tremaux (Origini e trasformazioni dell’uomo e degli altri esseri del 1865, che secondo alcuni studiosi potrebbe aver anticipato di almeno due anni alcune riflessioni successive di Charles Darwin, in virtù delle quali avrebbe parzialmente corretto la sua Origine delle specie) dal quale Marx era invece molto attratto, afferma in una lettera all’amico e compare del 5/10/1866: “[…] Che la struttura geologica del terreno abbia molto a che fare con quanto, in genere, cresce sul terreno è storia vecchia, allo stesso modo che questo terreno vegetativo esercita un influsso sulle razze vegetali e animali che vivono sopra. Ed è anche giusto dire che finora questo influsso è stato poco studiato o, meglio, niente del tutto. Ma da ciò alla teoria del Trèmaux vi è un salto enorme. È un merito, in ogni modo, aver messo in rilievo questa parte finora trascurata e, come ho detto, le ipotesi di un’influenza che favorisce lo sviluppo del terreno, in relazione alla sua maggiore o minore antichità geologica, può, entro certi limiti, esser giusta (e anche non esserlo), ma tutte le altre conclusioni che egli trae, io le ritengo o totalmente errate o terribilmente esagerate in senso unilaterale”.
È dunque un merito, secondo Engels, aver dato risalto a questo aspetto antropologico-geografico pur nell’alveo di una analisi geografica e morfologica che nel merito egli considera grossolana. Esiste poi, a quanto si apprende dalla lettera di Engels a Borgius, un fattore tecnico, che determina l’elemento economico: questo fattore ha una duplice costituzione. Da un lato le modalità stesse di produzione (tipologia dei mezzi, materie coinvolte, domanda sociale ecc…), dall’altro il trasporto (mezzi di comunicazione, filiera, vendita al dettaglio…): ambedue hanno qualcosa in comune.
Sia i materiali e le materie prime coinvolte nella produzione che le modalità di trasporto dipendono dall’ambiente geografico. Nel momento in cui è facilmente affermabile che la morfologia dei territori è frammentata e differenziale, viene da sé che le materie prime, le risorse naturali e le vie di comunicazione sono completamente determinate dal contesto naturale, dunque in generale la base tecnica di produzione è differenziata anch’essa.
È così che la razza, o meglio, la particolare condizione originata dal rapporto tra il territorio e la popolazione autoctona, diventa essa stessa un fattore economico. L’analisi dei rapporti di produzione di un capitalismo sempre più strutturato su scala mondiale in base al criterio imperialistico, diventa dunque anche e specialmente l’analisi dei rapporti di forza internazionali, attraverso cui la ristretta cerchia di quel potente capitalismo finanziario individuato da Lenin già nel 1916, dispone i suoi progetti di conquista planetaria, creando non solo nuovi spazi di sfruttamento ma individuando anche quali spazi puntare, in base alla peculiare e temporanea necessità di materie e risorse.
IL CONTRIBUTO METODOLOGICO DI MACKINDER
La geopolitica pienamente concepita, come è noto, nasce soltanto nei primi anni del secolo scorso, specialmente per merito dello studioso britannico Halford John Mackinder: egli è ancora oggi considerato il padre di questa fondamentale branca dell’analisi internazionale. Si tratta in sostanza di una vera e propria summa metodologica che riesce a convogliare in un’unica consapevolezza analitica e descrittiva tre ordini di elementi: la politica (interna ed estera), l’economia (produzione e commerci internazionali) e la strategia (logistica ma soprattutto militare e difensiva). Tutti questi elementi vengono assemblati nell’ottica della comune riconduzione ai criteri organizzativi della geografia. La teoria geopolitica di Mackinder concepisce proprio una tripartizione consequenziale alla nostra definizione di geopolitica poc’anzi esposta. Secondo lo studioso anglosassone, ogni strategia militare deve sempre prevedere un’analisi accurata dei territori, che tenga in considerazione quegli elementi permanenti all’interno di un’entità politicamente strutturata: questi elementi sono il luogo geografico, il contesto storico e le tradizioni popolari.
La sua teorizzazione più nota resta comunque quella dell’Heartland, della cosiddetta zona focale del pianeta, che curiosamente coincideva con la fascia centrale del grande continente eurasiatico, cioè con la Russia. Presentata sull’articolo The Geographical Pivot of History il 25 gennaio 1904 alla Royal Geographical Society, pubblicato sul numero di aprile dello stesso anno dal periodico The Geographical Journal, questa teoria prende corpo su due binari paralleli. Lo sviluppo rapido delle tecnologie di trasporto sulla via Transiberiana e gli studi sempre più importanti in ambito naturalistico e geologico convinsero lo studioso inglese che proprio quello fosse il pivot del mondo, la zona che avrebbe garantito al detentore di controllare il pianeta. La sua preoccupazione per lo sviluppo su terra della Russia era esponenzialmente incrementata quanto diminuita era la fiducia sulla potenza navale britannica: in un sistema che appare fatto di pesi e contrappesi, infatti, le due diverse e contrapposte potenze imperiali sembravano cibarsi l’una della crisi dell’altra.
Secondo tale concreto determinismo di Mackinder, la Russia rappresentava una tipica potenza terrestre, storicamente vittima di brutali invasioni, come effettivamente avvenuto ad opera della terribile avanzata di Gengis Khan: sintetizzando e sviluppando questo determinismo geo-storico, egli in pratica osservava come la posizione centrale e chiusa del suo territorio, che non le consentiva espansioni marittime di rilievo, aveva creato le condizioni per un rancore serbato per secoli e pronto ad approfittare delle debolezze interne proprie delle potenze “aperte” allo sbocco marittimo, per affermare il proprio predominio territoriale e realizzare quel sogno imperiale della cosiddetta Grande-Russia, represso ormai da tanto tempo.
In Mackinder, che non ha mai nascosto le sue ovvie ragioni ideologiche di sostenitore dell’imperialismo della Corona di Londra, emerge dunque un allarmismo invero marginalizzato dalla maggior parte degli uomini politici del tempo, che inizialmente tesero a non dare eccessivo peso alle sue teorie. Il nome Heartland nasce infatti solo dopo il 1919, e sostituisce nei fatti la precedente denominazione di pivot, ossia di perno, ormai troppo limitata. Secondo diversi studiosi, Mackinder sarebbe addirittura stato profetico: affermato infatti il nuovo ordine bolscevico e crollato lo zarismo, il sogno imperiale, depurato da ogni misticismo “religioso” e dal conservatorismo monarchico, sarebbe semplicemente passato come un testimone in mano all’Unione Sovietica che ne ha ripreso il proposito geopolitico facendone una vera e propria prassi politica bellica e anticapitalista.
DAVID HARVEY: LA GEOGRAFIA MARXISTA
Se dovessimo pensare ai più sottovalutati studiosi del marxismo contemporaneo, probabilmente il primo nome che ci sovverrebbe sarebbe quello di David Harvey. Sostanzialmente ignorato dall’intelligentia neo-marxista occidentale, persa tra teorici no-global del momento o tra revisionismi libertari sconclusionati e inconsistenti, lo studioso inglese, professore eminente in antropologia attualmente cattedrato a New York e laureato in Geografia a Cambridge, emerge come il più autorevole teorico del cosiddetto marxismo geografico: una nuova analisi sorta negli anni Settanta che applica il metodo del materialismo dialettico di Marx ed Engels all’osservazione geografica.
È lo stesso Imperialismo, per Harvey, a risultare variato sin dagli anni Settanta, da quando cioè il capitalismo è passato dalla fase massima di sviluppo nella sua forma moderna (imperialismo a carattere egemonico-nazionale), alla forma post-moderna (imperialismo apolide). Invero anticipato già da Lenin nel 1916 attraverso la sua elaborazione del concetto di “capitalismo finanziario”, come risultante della giuntura storica tra capitale industriale e capitale bancario, il vero carattere di novità apportato da Harvey consiste nella lucida analisi dell’urbanizzazione post-moderna e nell’individuazione di una sempre più crescente conflittualità tra territorialismo e capitalismo.
La teoria si pone subito come un tentativo interessante di critica al capitalismo globale. Ma è specialmente negli anni Ottanta che il Professor Harvey interviene nel dibattito economico, grazie a due suoi testi, La crisi della modernità (1989) e L’esperienza urbana (1989), che definiscono in modo compiuto e dettagliato la sua analisi marxiana del capitalismo post-fordiano, ovvero il capitalismo nella sua forma post-moderna, e dei suoi effetti in ambito sociale, quali l’urbanizzazione di massa e le condizioni di omologazione globale. Recentemente, per precisione nel 2003, Harvey ha pubblicato un fondamentale testo, che alla luce degli epocali cambiamenti, successivi all’11 settembre, mette in risalto nuovi concetti necessari a concepire e analizzare il fenomeno capitalistico. La guerra perpetua (analisi del nuovo imperialismo) è un saggio fondamentale che, contrariamente ai nuovi teorici no-global (secondo i quali l’imperialismo odierno sarebbe l’avanzamento espansionistico di un fantomatico Impero Trans-Nazionale), sostiene la fondamentale contrapposizione tra logica territoriale e imperialismo.
Il vero problema del capitalismo di oggi è la sovra-accumulazione di capitale: secondo Harvey, la politica egemonica degli Stati Uniti, portata avanti attraverso una miscela di coercizione e consenso, ha prodotto un massiccio processo di esportazione del capitalismo finanziario e il vero problema dell’imperialismo contemporaneo è il riassorbimento istantaneo di questo sovra-accumulo. Il capitalismo ha, a questo punto, due possibilità precise che costituiscono quello che Harvey definisce fix spazio-temporale:
1) uno spostamento temporale attraverso investimenti di capitale a lungo termine
2) un dislocamento spaziale attraverso l’apertura di nuovi mercati
Ne consegue non solo che il capitalismo distrugga eccessivi accumuli interni attraverso crisi parventi ma in verità autocontrollate, ma che abbia bisogno continuamente di nuove risorse umane o territoriali verso cui dislocare i propri effetti. Soltanto questo appare essere lo sviluppo del neo-liberismo, in quella che potremmo ridefinire come la fase suprema dello stesso Imperialismo: un Imperialismo senza Impero, apolide e cosmopolita.
BIBLIOGRAFIA
- Manifesto del Partito Comunista, K. Marx – F. Engels (1848)
- Lettera a Walter Borgius (del 15/10/1895), F. Engels (1895)
- Lettera a Karl Marx del 5/10/1866, F. Engels (1866)
- People’s Paper del 16/04/1853, K. Marx (1853)
- La geografia in relazione con la natura e la storia dell’uomo, K. Ritter (1818)
- The Geographical Pivot of History, H. J. Mackinder (1904)
- La crisi della modernità, D. Harvey (1989)
- L’esperienza urbana, D. Harvey (1989)
- La guerra perpetua (analisi del nuovo imperialismo), D. Harvey (2003)