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  1. #1
    Sardista po s'Indipendentzia
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    Predefinito La sindrome del tamburino sardo

    L’UNIONE SARDA, 30, maggio 2008


    TRA SARDEGNA E CAMPANIA
    La sindrome del tamburino sardo
    DI SALVATORE CUBEDDU

    Potremmo chiamarla la "sindrome del tamburino sardo".
    Napoli sta affogando nella spazzatura e il presidente della Regione sarda vuole essere il primo ad accoglierne una parte. Il nuovo Governo ha bisogno di ridurre gli organici e i nostri parlamentari del centrodestra, comprensivi, aspettano il prossimo turno. Il quattordicenne ragazzo sardo si fa tagliare la gamba per adempiere gli ordini del suo capitano a Custoza (il 24 luglio 1848).Alla fine, "… quel rozzo soldato che non aveva mai pronunciato una parola mite verso un suo inferiore, alza la mano alla fronte e dice: «Io non sono che un capitano. Tu sei un eroe»".

    Per carità, non è che non ci fosse della logica nel discorso di chi, per la spazzatura della Campania, aveva osservato: «Siamo in Italia, proviamo a dare una mano!». Dall’altra parte, Berlusconi è cittadino onorario di Olbia, gli interessi sardi possono essere ben rappresentati dal presidente del Consiglio. Lo stesso ragionamento fu proposto per l’assenza di ministri sardi in un governo di Andreotti, che tra di noi vantava solo qualche rapporto di comparatico. Forse ci sentiamo in qualche modo gratificati nel servire l’Italia, mentre l’Italia... ha altri, propri, problemi. Ma non
    si tratta solo di oggi. Nella storia è documentato che abbiamo combattuto "per" (e "contro"): i faraoni, i punici, i romani, i bizantini, i Papi, Pisa e Genova, catalani e aragonesi, i re di Spagna e di Piemonte, e... la I e II guerra mondiale. Lo studio della vicenda storica della Sardegna sta nel comprendere quando e perché ci siamo battuti "contro" e, soprattutto, i motivi per cui ci preoccupiamo meno dei nostri e più dei problemi degli altri.

    Non si dà, invece, il corrispettivo nei nostri confronti. L’Italia è in declino, che è qualcosa di più e di diverso dalla semplice recessione economica. Anche se volesse, probabilmente non sarebbe in grado di risolvere i nostri problemi.
    Al Nord vince le elezioni chi ha chiesto sicurezza e il mantenimento dei soldi in casa propria. A quella richiesta ha fatto da pendant la ripresa dell’autonomismo siciliano.
    Da una parte c’è la ricchezza, dall’altro il numero dei votanti. Coerentemente, la composizione del governo è rappresentativa di quelle realtà.

    Guardiamoci, invece, in casa nostra: abbiamo un debolissimo autonomismo e veniamo da trent’anni di incertezza sulla prospettiva economica e istituzionale. Da più legislature non siamo rappresentati neanche in Europa perché alla nostra classe dirigente (politici e sindacati, innanzitutto) non dispiace l’essere affidati ai siciliani.
    Siamo usciti dall’obiettivo 1 (dove sono rimaste, perché più povere di noi, le Puglie, la Campania e la Sicilia) per non far torto alle grandi industrie. Quando i nostri politici arrivano ai ministeri, normalmente si fanno un vanto di rappresentare il Paese-Italia, piuttosto che favorire la loro Regione fatta di innumerevoli piccoli paesi.
    Il costituzionalista Demuro qualche giorno fa, su questa stessa pagina, si chiedeva: «In questo scenario, la Sardegna come si colloca?».
    Noi potremmo chiedere anche a lui, estensore con altri degli ultimi documenti statutari, quali eventuali sanzioni le nostre istituzioni potrebbero invocare, a livello internazionale o di Corte Costituzionale italiana, nel caso il patto costituzionale tra la Sardegna e l’Italia, che fonda lo statuto speciale, non venisse rispettato.Tutti sappiamo quale strame sia stato fatto del nostro Statuto di autonomia nei sessant’anni della sua vigenza!
    Quello che ci sta capitando davanti agli occhi non è che una lucida e istruttiva lezione sugli storici sfavorevoli rapporti di forza della Sardegna di fronte allo Stato in una situazione di progressiva divaricazione delle nostre condizioni sia rispetto alla questione settentrionale che rispetto alla
    questione meridionale. Al Nord la Lega si permette strappi istituzionali che presidia tramite i ministeri delle riforme e, soprattutto, degli interni. Anche al Sud trionfa la politica territoriale, solo che lo Stato lì è in competizione con la delinquenza organizzata. Cosa c’entriamo noi con tutto questo? Come potremmo essere utili? Come rendere compatibile una tale divaricazione tra la storia che noi viviamo, i nostri grandi problemi, con situazioni tanto differenti?
    Ci è successo altre volte: una delle tante. Alla metà del Seicento, mentre le Fiandre e Milano erano in fermento e a Napoli imperversava la rivolta di Masaniello contro il vicerè di una Spagna in pieno decadimento, a Cagliari ci si faceva vanto con Madrid perché la nostra nobiltà, il clero e il popolo erano rimasti gli unici fedeli. Da qui partivano gli aiuti ai governativi e contro i rivoltosi. Ancora Edmondo De Amicis non aveva scritto il libro Cuore e la storia del piccolo tamburino sardo. Ma la sindrome da noi c’era già.

    http://www.regione.sardegna.it/docum...0530094837.pdf

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  2. #2
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    combattere le battaglie degli altri (e spesso vincerle) è la specialità nazionale dei sardi.

    purtroppo siamo incapaci di fare squadra e combattere per difendere la nostra terra e i diritti della nostra gente.

    forse è vero l'invidia è il vero sport nazionale sardo.

    preferire che sia uno straniero a dominarci piuttosto che permettere l'autogoverno. fatto da sardi in nome e per conto di altri sardi.

  3. #3
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    Citazione Originariamente Scritto da Su Componidori Visualizza Messaggio
    L’UNIONE SARDA, 30, maggio 2008

    TRA SARDEGNA E CAMPANIA
    La sindrome del tamburino sardo
    DI SALVATORE CUBEDDU

    Potremmo chiamarla la "sindrome del tamburino sardo".
    Napoli sta affogando nella spazzatura e il presidente della Regione sarda vuole essere il primo ad accoglierne una parte. Il nuovo Governo ha bisogno di ridurre gli organici e i nostri parlamentari del centrodestra, comprensivi, aspettano il prossimo turno. Il quattordicenne ragazzo sardo si fa tagliare la gamba per adempiere gli ordini del suo capitano a Custoza (il 24 luglio 1848).Alla fine, "… quel rozzo soldato che non aveva mai pronunciato una parola mite verso un suo inferiore, alza la mano alla fronte e dice: «Io non sono che un capitano. Tu sei un eroe»"...

    http://www.regione.sardegna.it/docum...0530094837.pdf
    Episodi sull’abnegazione dei sardi non ne mancano. L’articolo di Cubeddu mi ha ricordato due trafiletti della Nuova Sardegna del primo ‘900:
    BITTI 13.04.1912: “Un soldato sardo, a Derna (Libia), continua a combattere ferito, malgrado le esortazioni dei superiori a desistere”.
    NUORO 03.09.1912: Un capitano sardo propone di formare un corpo di volontari barbaricini del Nuorese, come risposta alla guerriglia dei ribelli libici che terrorizzavano e decimavano le truppe italiane con improvvisi assalti all’arma bianca.
    Ufficialmente forse non si diede seguito all’iniziativa, ma in concreto sappiamo bene che, per operazioni militari particolarmente impegnative, in cui serviva coraggio, prontezza e decisione, spesso i sardi erano i “volontari” preferiti.
    (X Davide)
    Proviamo a guardare le cose da un altro lato.
    • Combattere per gli altri (dagli egiziani agli italiani), per scelta o per forza, l'abbiamo sempre fatto: meglio di tutti;
    • combattere per noi stessi, individualmente, è la nostra religione, per difendere il gregge e l'onore: meglio di tutti, talvolta con tragiche conseguenze (faide, codice barbaricino…);
    • combattere per l'amico o per la comunità, in occasioni chiare e inequivocabili (ricerca del bestiame rubato, intervento contro gli incendi, solidarietà, mobilitazione per i diritti come "su connottu" o "pratobello"), l'abbiamo fatto : meglio di tutti, talvolta subendo repressione o fallimenti;
    • far sì che nessuno, nella comunità, potesse spadroneggiare più del dovuto facendosi forte dei soldi o del potere: talvolta lo si è fatto, sbagliando, secondo un codice nostrano che va oltre l’invidia (ello ite at issu, prus de mene! Ja che abbassat dae caddu); mentre si tollera in parte l’arroganza del forestiero, che non è termine di misura (issu est de foras, est istranzu).
    • Ho l’impressione che il senso di squadra sia ben presente nei sardi, ma solo a livello locale, in comunità limitate al paese o a una zona più ampia ma ben conosciuta e con interessi comuni. Se non abbiamo una chiara visione delle valide ragioni, alla nostra portata, non muoviamo un dito.
    • Il problema del localismo si può superare con personalità umili e capaci, che sappiano conquistarsi la fiducia (ma di chi ti fidi, oggi?) e sappiano coinvolgere e mobilitare. Troppo pochi e con dei limiti finora hanno fatto questo. Per me comunque il problema risiede nella inadeguatezza della nostra classe dirigente, capace ma poco incline a lavorare “solo” per i sardi.

  4. #4
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    Citazione Originariamente Scritto da su gurthu Visualizza Messaggio
    Episodi sull’abnegazione dei sardi non ne mancano. L’articolo di Cubeddu mi ha ricordato due trafiletti della Nuova Sardegna del primo ‘900:
    BITTI 13.04.1912: “Un soldato sardo, a Derna (Libia), continua a combattere ferito, malgrado le esortazioni dei superiori a desistere”.
    NUORO 03.09.1912: Un capitano sardo propone di formare un corpo di volontari barbaricini del Nuorese, come risposta alla guerriglia dei ribelli libici che terrorizzavano e decimavano le truppe italiane con improvvisi assalti all’arma bianca.
    Ufficialmente forse non si diede seguito all’iniziativa, ma in concreto sappiamo bene che, per operazioni militari particolarmente impegnative, in cui serviva coraggio, prontezza e decisione, spesso i sardi erano i “volontari” preferiti.
    (X Davide)
    Proviamo a guardare le cose da un altro lato.
    • Combattere per gli altri (dagli egiziani agli italiani), per scelta o per forza, l'abbiamo sempre fatto: meglio di tutti;
    • combattere per noi stessi, individualmente, è la nostra religione, per difendere il gregge e l'onore: meglio di tutti, talvolta con tragiche conseguenze (faide, codice barbaricino…);
    • combattere per l'amico o per la comunità, in occasioni chiare e inequivocabili (ricerca del bestiame rubato, intervento contro gli incendi, solidarietà, mobilitazione per i diritti come "su connottu" o "pratobello"), l'abbiamo fatto : meglio di tutti, talvolta subendo repressione o fallimenti;
    • far sì che nessuno, nella comunità, potesse spadroneggiare più del dovuto facendosi forte dei soldi o del potere: talvolta lo si è fatto, sbagliando, secondo un codice nostrano che va oltre l’invidia (ello ite at issu, prus de mene! Ja che abbassat dae caddu); mentre si tollera in parte l’arroganza del forestiero, che non è termine di misura (issu est de foras, est istranzu).
    • Ho l’impressione che il senso di squadra sia ben presente nei sardi, ma solo a livello locale, in comunità limitate al paese o a una zona più ampia ma ben conosciuta e con interessi comuni. Se non abbiamo una chiara visione delle valide ragioni, alla nostra portata, non muoviamo un dito.
    • Il problema del localismo si può superare con personalità umili e capaci, che sappiano conquistarsi la fiducia (ma di chi ti fidi, oggi?) e sappiano coinvolgere e mobilitare. Troppo pochi e con dei limiti finora hanno fatto questo. Per me comunque il problema risiede nella inadeguatezza della nostra classe dirigente, capace ma poco incline a lavorare “solo” per i sardi.
    osservazioni interessanti e condivisibili.

  5. #5
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    sos politicos sardos(chi sun espressione,chi nos piagat o nono,de su populu sardu) sun espèrtos a dare lughe a su sole comente narait cuddu...in su mentras peròe nois abarramus a s'iscuru.

  6. #6
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    Lo propongo perché mi pare interessante. Naturalmente i buoni propositi devono essere realizzati, ma se le parole hanno un senso...





    I compiti della classe dirigente.
    Pensare prima al futuro dei sardi, poi


    5 Giugno, 2008
    di Graziano Milia (da L’Unione Sarda)

    L’inizio del nuovo millennio ci ha consegnato un mondo in continua evoluzione e trasformazione, che si manifestano con una rapidità sconosciuta alle generazioni che ci hanno preceduto, tale da coglierci spesso impreparati o, peggio, disorientati.
    È un mondo attraversato da inquietudine, incertezza e paura. A questo occorre apprestarsi a dare risposte così nello scenario globale come in quello locale, avendo riguardo alle grandi sfide che si sono aperte e pensando non solo agli indicatori aritmetici di crescita economica, ma anche alla qualità della stessa e alla sua incidenza sul livello di libertà (intesa come possibilità da parte degli esseri umani di ambire a migliorare la propria condizione di vita) al quale ogni popolo e ogni singolo individuo aspirano.
    Tutto ciò riguarda il mondo, i continenti, gli Stati , le regioni, i territori, le città, i paesi e i più piccoli villaggi. Insomma, occorre mettere in campo una nuova capacità di analisi e di risposta ai problemi che si sono aperti che, inevitabilmente, non può non manifestarsi in maniera nuova e diversa muovendo dalla necessità di promuovere una mobilitazione collettiva e partecipata.
    La Sardegna è dentro questo contesto e i sardi agiscono all’interno di questo scenario. Partiamo da qui, ovvero dalla certezza che se noi diamo un’interpretazione della nostra identità “solitarista”, all’insegna di una visione mitica del passato, chiusa in se stessa e incapace di aprirsi al futuro, commettiamo un gravissimo errore, che ci porterebbe quasi a considerare la Sardegna come cosa diversa dai sardi. In poche parole, mi pare manchi la consapevolezza che la nostra identità non è solo ciò che si è stati, ma soprattutto ciò che si vuole diventare ed essere.
    Questo è il maggiore limite che ho intravisto negli ultimi anni. Limite che ha favorito l’affermarsi di un pur lodevole “riformismo dall’alto”, rimasto lontano dalla consapevolezza e dalla cultura della gente e che, quindi,come sempre accade, è destinato ad assumere i connotati della sterile stagionalità e non della lunga e fertile durata.
    Non posso non leggere così il conferire al profilo culturale dell’azione di governo un’impronta dirigistico-paternalistica nei riguardi di ampi settori della società e, particolarmente, delle parti sociali e del sistema delle autonomie locali (per quest’ultimo valga l’esempio del governo del territorio).
    Tutto ciò ha determinato una sorta di senso di onnipotenza, sovraordinato e privo di capacità di sintesi, che ha reso immaturo “il governo delle cose”, invece di un metodo e di un profilo che, partendo dalla faticosa ricerca della condivisione e della partecipazione, promuovesse una matura affermazione del principio della responsabilità diffusa e collettiva.
    Lo scorrere delle vicende nello scenario globale deve insegnarlo anche a noi sardi: dobbiamo partire dai cittadini, dai ragazzi, dai loro bisogni e aspirazioni, avendo ben presente che solo da una loro crescita noi possiamo garantire un futuro di sviluppo alla Sardegna; questo è il compito delle classi dirigenti. Sbaglia chi pensa che questo possa essere costruito al di sopra della consapevolezza delle genti, di questi soggetti ineliminabili della società. In questi anni abbiamo invece pensato e operato diversamente.
    Partendo cioè dall’idea che il passato più recente degli ultimi decenni avesse solo creato guasti e che, per superarli, occorresse sacrificare il presente e con esso anche parti consistenti della generazione che lo frequenta, ritenendo così di costruire un futuro non meglio identificato.
    Ma la velocità della globalizzazione e dei processi sociali, economici e culturali che da essa scaturiscono non consente un percorso di questo genere, né nella sostanza né nella tempistica. Anzi,ciò che con urgenza,ma anche con moderazione, condivisione e capacità di ascolto occorre fare è realizzare un progetto che “costruisca” il presente per costruire il futuro.
    L’ISTAT ci consegna numeri preoccupanti sullo spopolamento della nostra Isola nei prossimi decenni. Su questa tragedia - che potrebbe riportarci ad altre epoche storiche dove i nostri paesi scomparivano - sarà bene agire da subito o piuttosto rimandare le soluzioni a un futuro incerto? Se la risposta appare scontata, occorre, però, mettere in atto un percorso di costruzione di ruolo e funzione dei luoghi e dei territori, partendo dalla necessità che chi ci vive sappia sempre più governare in piena coscienza e autonomia questi processi.
    Questo è ciò che serve alla Sardegna per stare nel mondo, ma per poterlo fare ha bisogno di un artefice ineliminabile: i sardi.
    Eccoci al dunque: per pensare alla Sardegna, dobbiamo cambiare l’approccio, dobbiamo prima pensare ai sardi, al loro coinvolgimento ed alla loro crescita. Solo così facendo alla Sardegna sapranno ben pensarci loro.

  7. #7
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    Più interessante mi sembra il punto di vista dell’articolo di G. Sabattini sull’UNIONE SARDA del 1 giugno 2008.


    SARDEGNA E COLONIZZATORI
    Tra ribellione e rivoluzione

    dI GIANFRANCO SABATTINI *

    Di recente Pietro Maurandi ha pubblicato un libricino ( La ribellione e la rivoluzione. Sardegna spagnola e piemontese , 2008) nel quale compie un’analisi comparata tra i fatti che accaddero in Sardegna nel 1668-1671 e nel 1793-1796. I primi si riferiscono alla controversia sorta con la Spagna in merito alla domanda di una maggiore autonomia nella determinazione del "donativo" che l’Isola doveva corrispondere alla Corona. Il momento culminante della controversia si ebbe nel 1666, allorché si scatenarono le tensioni tra quanti si riconoscevano nelle posizioni del vicerè marchese di Camarassa e quanti invece in quelle del marchese di Laconi, don Agustin di Castelvì. Le tensioni precipitarono a tal punto che il 21 giugno del 1668 venne assassinato il marchese di Laconi, mentre il 21 luglio dello stesso anno venne assassinato il vicerè; agli omicidi seguirono processi e repressioni ai danni dei partigiani del "partito sardo". I fatti del 1793-1796 si riferiscono, per contro, ai disordini sociali che accaddero in Sardegna, causati principalmente dall’esosità fiscale del Governo piemontese, e che ebbero come protagonisti, da un lato, il viceré Vivalda e, dall’altro, Giovanni Maria Angioy, leader del "partito sardo" aperto ai valori della Grande Rivoluzione del 1789; anche in questo caso, come nel primo, i disordini finirono male per "il partito sardo", nel senso che, dopo essere stato sconfitto, Angioy, abbandonato dai suoi, lasciò il campo per finire esiliato gli ultimi anni della sua vita.
    Per Maurandi, gli eventi del Seicento e quelli del Settecento ebbero «in comune la ricerca di strumenti e di situazioni di emancipazione » da una soffocante presenza della corona spagnola, nel primo caso, e da un’arrogante presenza sabauda, nel secondo.
    «Un tratto comune di ricerca di autonomia per la Sardegna, cioè di una dislocazione di potere verso i residenti, pur nell’ambito dello Stato spagnolo o sabaudo», questo sarebbe, per Maurandi, il senso da assegnare agli accadimenti.
    La loro natura, perciò, dovrebbe servire a porli nella stessa prospettiva storica, per cui dovrebbero essere considerati alla stessa stregua, pur nella specificità delle differenze, denotandoli tutti col termine "rivoluzione". La tesi è però alquanto forzata; essa appare come puro e semplice desiderio di chi rinviene nelle élites politiche regionali del passato un’aspirazione della quale oggettivamente non potevano essere portatrici. I fatti del Seicento e quelli del Settecento furono delle semplici jacqueries (insurrezioni), nella misura in cui furono espressione di minoranze prive del supporto di classi sociali di produttori; poterono facilmente essere sconfitte perché i loro partigiani furono cooptati o "comprati" dalle classi nobiliari solo dominanti.
    La tesi di Maurandi pare riproporre, sotto altre vesti, quella della esistenza in Sardegna di una improbabile "costante resistenziale" che avrebbe caratterizzato l’atteggiamento dei sardi nei confronti dei loro colonizzatori.
    Nulla comprova che questa "costante" abbia accompagnato la storia dei sardi; anzi, la mancata formazione di specifiche classi di produttori e l’assenza di un sistema di elementi identitari comuni a tutte le comunità locali ha impedito che la Sardegna potesse disporre di un filo conduttore uniforme intorno al quale si strutturasse in modo organico l’idea autonomistica. Ciò non è accaduto neppure dopo la Grande Guerra con il movimento degli ex combattenti e dopo la definitiva istituzionalizzazione dell’idea all’indomani del secondo conflitto mondiale. Infatti, anche in quelle occasioni, l’assenza di una classe sociale diffusa di produttori ha consentito che l’azione delle élites politiche regionali continuasse a originare guasti irreversibili; quei gruppi hanno sempre tenuto «i piedi su due staffe, ma ciascuna di un cavallo diverso», per via del fatto che, operando all’interno di un contesto sociale "contrattualmente" debole, ma inserito unitariamente all’interno di un contesto statuale più vasto, si sono sempre "conservate in sella" attraverso una loro posizione di sudditanza nei confronti delle élites dominanti a livello del contesto statuale più vasto. Anche allora, dunque, così come accade oggi, le loro pretese di "basso profilo" per contare di più a livello regionale sono solo servite a fondare sul piano politico una "autonomia querula", per usare un’efficace espressione che fu di Renzo Laconi, e ad evitare che l’autonomia diventasse realmente un’idea oggettivamente interiorizzata dall’intero popolo sardo.

    *Università di Cagliari

    http://www.regione.sardegna.it/docum...0603172726.pdf

  8. #8
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    Ancora più interessante e condivisibile l’intervento di Cesare lobina su L’Altravoce, in risposta a quello di F. Cossiga a Sassari ( 3 giugno) per il 60° della Costituzione italiana.
    Tra l’altro, in quella occasione ….

    LA NUOVA, 4/6/2008

    La ricetta di Cossiga per l'autonomia sarda
    Il presidente, a Sassari per il 6o° della Costituzione, punta su giovani e cultura
    di Silvia Sanna
    …………………………………………………………………………………………………………
    Finisce in musica, così com' era iniziata. Prima l'esibizione del Quartetto d'archi del Conservatorio, poi l'inno nazionale.
    Tutti in piedi tranne due: sono i consiglieri comunali sardisti Efìsio Planetta e Michele Pinna. Il discorso di Cossiga non li ha convinti.
    …………………………………………………………………………………………………………


    LUNIONE SARDA, 4/6/2008

    Per Cossiga l'abbraccio della sua città
    …………………………………………………………………………………………………………
    LA CAMBIALE. Sessanta minuti dopo, un po' affaticato, il Presidente emerito chiude con l'invito a «incassare la cambiale con l'Italia». Il Teatro civico applaude, riecheggiano le note dell'inno di Mameli: tutti in piedi. In settima fila rimangono seduti solo i due consiglieri sardisti Michele Pinna ed Efìsio Planetta. Ma il Professore prestato alla politica (prestito a lungo termine, quasi un'usucapione considerati i 50 anni di Parlamento) non si accorge. Anzi, in pochi si accorgono di loro.

    MAURIZIO OLANDI





    giovedì 5 giugno 2008

    Cossiga italiano per volontà: molti a marolla
    I sardi fratelli d'Italia? Meglio aspettare il dna


    di Cesare Lobina

    Lawrence si era chiesto come mai la Sardegna facesse parte dell'Italia io oggi rispondo che nonostante i Savoia ne abbiano azzerato la storia, i sardi si sentono italiani per volontà (Cossiga).
    Eh no, caro presidente Cossiga, è lei italiano per volontà. Io sono costretto a esserlo. E mi sento solo sardo. Perché, poi, sottolineare questo legame con la patria italiana invocando il sangue versato dai sardi per difenderla: forse che chi è andato in guerra lo ha fatto spontaneamente? Nessuno, credo, si azzarderebbe a dirlo. Una piccolissima minoranza erano coloro che avevano ben chiara la situazione politica del tempo, e intanto si è andati a morire per interessi e ideali di altri. Questo va ricordato, perché è più vero. Non che noi siamo italiani per scelta.
    Tanti di noi, coloro che credono unicamente nella patria sarda, sono italiani a marolla, invece. Diciamo così: che è più vero. Al tempo della fusione perfetta siamo diventati italiani a tutti gli effetti cercando di appianare una situazione di disparità che ci vedeva inferiori come isola agli Stati di terraferma. Per accedere ai privilegi da cui eravamo stati esclusi con fare discriminatorio. E la storia era: o mangi questa minestra o salti dalla finestra. Dove sta la volontà? Quella dell'italianità è stata una scelta obbligata, dovuta al fatto che le elites sarde si sono vendute per i privilegi, rinunciando alla possibilità di un'autonomina vera che si sarebbe potuta ottenere, a quel tempo - oggi la via da seguire è quella democratica - soltanto con la guerra. Ed è questa vendita che lei sta esaltando. E chiede ancora più briciole, perché si sappia che anche da vecchio è fedele alla matrigna.
    Siamo italiani, e ci siamo dimostrati italiani, anche perché il grande potere, che lei presidente Cossiga ben conosce, ha sempre posseduto gli strumenti per far desiderare di essere ciò che lui voleva. Dato che il potere sceglie il bello, il brutto e il cattivo. E sardo è stato spesso, e in un certo qual modo dentro le coscienze di molti lo è ancora, brutto. Solo sardo, intendo. Mentre sardo-italiano è bello, cioè: perlomeno passabile. E sta qui l'inghippo del sardo italiano per volontà. Sta nella paura di percorrere la strada da soli. Sta nella paura dell'isolamento che i libri italioti hanno infuso nelle nostre teste. In questa storia del vincitore che la storia dei popoli svergognerà. Sta nella demagogia, pure nella sua, caro presidente. Che rivendica il diritto di parlare per tutti. Parli per lei, allora, dica: io sono italiano per volontà. E magari per convenienza, aggiungeranno i più maliziosi.
    Sua è quella bandiera e non l'attribuisca ad altri che a se stesso. Lei fa lo stesso discorso che avrebbe potuto fare un isolano depositario del potere ai tempi della Spagna - che avrebbe detto: la Sardegna è spagnola per volontà - pure se ora lei non ha pesi gravi da portare, se non il piccone che utilizza benissimo, e di ciò gliene rendo atto. Ma lasci perdere questi discorsi di sudditanza, parli al singolare. Perché in tanti - coloro che rivendicano la sovranità piena per l'Isola - sono stufi di sentire questa solfa dei sardi pronti a morire per la patria tricolore, e proprio per questo desiderosi di rispetto. Noi vogliamo il rispetto a prescindere. In quanto esseri umani di questa terra, e oltretutto in quanto popolo. Senza Stato ma popolo. E dunque non precipitiamo l'abbraccio coi nostri fratelli d'Italia, perché stiamo ancora aspettando la prova del dna.

  9. #9
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    Citazione Originariamente Scritto da Su Componidori;
    Più interessante mi sembra il punto di vista dell’articolo di G. Sabattini sull’UNIONE SARDA del 1 giugno 2008.
    SARDEGNA E COLONIZZATORI
    Tra ribellione e rivoluzione
    dI GIANFRANCO SABATTINI *….
    7990313]Ancora più interessante e condivisibile l’intervento di Cesare lobina su L’Altravoce, in risposta a quello di F. Cossiga a Sassari ( 3 giugno) per il 60° della Costituzione italiana.
    Tra l’altro, in quella occasione ….[/quote]



    Una classe dirigente attiva nel territorio

    Ottimo, caro Componidori, l’articolo di C. Lobina; e altrettanto interessante quello di Sabattini. Io non farei una graduatoria di merito fra questi due, e anche con quello precedente di Milia: semplicemente propongono temi diversi, che tuttavia conducono al denominatore comune della “Questione Sarda”.

    Lobina mette in risalto la pseudo-italianità della Sardegna, e lo fa in modo garbato e fermo, con evidente e allo stesso tempo amara ironia. (Personalmente avrei preferito, da parte dei due sardisti, un intervento o una conferenza stampa, piuttosto che il “non alzarsi”).

    Sabattini illustra i suoi dubbi sull’esistenza di una “costante resistenziale” dei sardi, indicando le condizioni socio-economiche per cui ribellioni, e non rivoluzioni, si sono verificate nell’isola. Fa intendere anche il limitato coinvolgimento del popolo da parte di G.M.Angioy.

    Milia pone l’accento sul “riformismo dall’alto” (questo io ho colto) rivolto al futuro, e la necessità invece di costruire anche il presente, con una classe dirigente che lo faccia non “sulla testa dei sardi” ma “con i sardi”.

    Certamente tutti e tre parlano di “elites”: quelle degli anni della DC, quelle del sei-settecento e quelle di questi ultimi anni fino ad oggi; e da tutti viene fuori la stessa constatazione: un rapporto molto labile e contraddittorio tra classe dirigente e popolazione in Sardegna.

    Avremo mai una classe dirigente che al primo posto ponga i sardi? Considerato che Soru si è mosso con un programma nel complesso positivo, ma che ha cercato di realizzare “sulla testa dei sardi”, in vista delle prossime regionali la questione del “fare con i sardi” ritengo sia di primaria importanza, specie oggi che in tanti, in troppi quasi, si fa riferimento all’autonomismo e al federalismo (meno all’indipendentismo).

    Pare che Milia ambisca a una candidatura in alternativa a Soru: non so se ciò sarà fatto e quale posizione assumerà il Psdaz, ma ha ragione quando pone in rilievo la questione del rapporto politica-società oggi, sicuramente alla base di qualunque prospettiva di cambiamento.

  10. #10
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    a margine del discorso... ma il Tamburino Sardo deamicisiano è proprio un sardo nel senso ki fiat unu picciocheddu sardu etnicamente o fiat sardo poitta fiat unu piccioccheddu de su Regno di Sardegna ma no de zenia sarda?

 

 
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