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    Predefinito Marxismo-Leninismo e Geopolitica

    Questo thread dovrà essere capace di raccogliere e discutere intorno al complesso ed attuale tema dell'analisi dei rapporti di forza internazionali (sempre più stringenti nella logica della globalizzazione) relativamente ad una lotta di classe che, con le nuove tecnologie e le sempre più sviluppate strategie, diventa guerra di classe.
    Ultima modifica di Stalinator; 19-04-10 alle 12:36

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    Predefinito Rif: Marxismo-Leninismo e Geopolitica

    MARXISMO E GEOPOLITICA


    di Andrea Fais

    UNO SVILUPPO DEL MARXISMO-LENINISMO


    Notata la essenzialità centrale della geopolitica nel corso storico degli ultimi tempi, appare senza dubbio necessario capire come essa possa innestarsi sul paradigma economico e in ultima istanza politico. Nel nostro caso, notiamo che in Marx ed Engels l’analisi geopolitica non viene mai esplicitamente menzionata. Il termine esatto e definito di “geopolitica”, nasce infatti all’inizio del ‘900 con lo studioso d’oltre Manica, Halford Mackinder.
    Ciò che calamita l’attenzione però, è sicuramente quel corpus di considerazioni e di descrizioni che i due padri del Socialismo scientifico ci hanno lasciato in eredità in ambito antropologico e sociologico.

    Nelle preziosissime corrispondenze dei due vi sono tutta una serie di sottostimate aree di argomentazione, molto importanti onde non incorrere in fraintendimenti: nelle più concise testimonianze (dunque nelle opere al di fuori dei testi principali e più dettagliati) compare implicitamente la volontà di chiarire quegli aspetti che, per lo più, potrebbero risultare di difficile comprensione.

    Nel Manifesto del Partito Comunista, non di rado resosi oggetto di una lettura posteriore qualunquista e per niente approfondita o contestualizzata, Marx ed Engels conferiscono alla borghesia un carattere rivoluzionario.
    Si tratta della sostanziale e progressiva eliminazione di gran parte di quelle che marxianamente vengono definite sovrastrutture. Essi scrivono: “La borghesia ha avuto nella storia una parte sommamente rivoluzionaria. Dove ha raggiunto il dominio, la borghesia ha distrutto tutte le condizioni di vita feudali, patriarcali, idilliche. Ha lacerato spietatamente tutti i variopinti vincoli feudali che legavano l’uomo al suo superiore naturale, e non ha lasciato fra uomo e uomo altro vincolo che il nudo interesse, il freddo «pagamento in contanti». Ha affogato nell’acqua gelida del calcolo egoistico i sacri brividi dell’esaltazione devota, dell’entusiasmo cavalleresco, della malinconia filistea. Ha disciolto la dignità personale nel valore di scambio e al posto delle innumerevoli libertà patentate e onestamente conquistate, ha messo, unica, la libertà di commercio priva di scrupoli. In una parola: ha messo lo sfruttamento aperto, spudorato, diretto e arido al posto dello sfruttamento mascherato d’illusioni religiose e politiche. La borghesia ha spogliato della loro aureola tutte le attività che fino allora erano venerate e considerate con pio timore. Ha tramutato il medico, il giurista, il prete, il poeta, l’uomo della scienza, in salariati ai suoi stipendi”.
    Tale rivoluzione pare avere due facce: una positiva, che ha in qualche maniera denudato lo sfruttamento dalle sue maschere illusorie, ed una negativa, che però prevale in maniera esponenziale, contraddistinta dalla nuda ed arida forma di sfruttamento continuativo.
    “La borghesia – affermano più avanti – non può esistere senza rivoluzionare continuamente gli strumenti di produzione, i rapporti di produzione, dunque tutti i rapporti sociali. Prima condizione di esistenza di tutte le classi industriali precedenti era invece l’immutato mantenimento del vecchio sistema di produzione. Il continuo rivoluzionamento della produzione, l’ininterrotto scuotimento di tutte le situazioni sociali, l’incertezza e il movimento eterni contraddistinguono l’epoca dei borghesi fra tutte le epoche precedenti”.
    La seconda faccia a questo punto diviene l’unico volto reale della borghesia: la sua è una rivoluzione permanente a carattere capitalistico. L’ingresso prepotente della storia nella sua fase della modernità, ha nei fatti indirizzato le rivoluzioni culturali conseguite nei campi scientifici, tecnologici ed industriali, verso il profitto e l’accumulo di lavoro salariato.
    Leggiamo ancora dallo stesso scritto che “Il bisogno di uno smercio sempre più esteso per i suoi prodotti sospinge la borghesia a percorrere tutto il globo terrestre. Dappertutto deve annidarsi, dappertutto deve costruire le sue basi, dappertutto deve creare relazioni. Con lo sfruttamento del mercato mondiale la borghesia ha dato un’impronta cosmopolitica alla produzione e al consumo di tutti i paesi. Ha tolto di sotto i piedi dell’industria il suo terreno nazionale, con gran rammarico dei reazionari. Le antichissime industrie nazionali sono state distrutte, e ancora adesso vengono distrutte ogni giorno. Vengono soppiantate da industrie nuove, la cui introduzione diventa questione di vita o di morte per tutte le nazioni civili, da industrie che non lavorano più soltanto le materie prime del luogo, ma delle zone più remote, e i cui prodotti non vengono consumati solo dal paese stesso, ma anche in tutte le parti del mondo. Ai vecchi bisogni, soddisfatti con i prodotti del paese, subentrano bisogni nuovi, che per essere soddisfatti esigono i prodotti dei paesi e dei climi più lontani. All’antica autosufficienza e all’antico isolamento locali e nazionali subentra uno scambio universale, una interdipendenza universale fra le nazioni. E come per la produzione materiale, così per quella intellettuale. I prodotti intellettuali delle singole nazioni divengono bene comune. L’unilateralità e la ristrettezza nazionali divengono sempre più impossibili, e dalle molte letterature nazionali e locali si forma una letteratura mondiale”.
    Cosa accade dunque? La borghesia distrugge le barriere, crea le condizioni per una conquista infinita di nuovi territori, abbatte i confini e ricerca manodopera e materiali in luoghi sconosciuti. In definitiva, i due pensatori, concludono che la borghesia “costringe tutte le nazioni ad adottare il sistema di produzione della borghesia, se non vogliono andare in rovina, le costringe ad introdurre in casa loro la cosiddetta civiltà, cioè a diventare borghesi. In una parola: essa si crea un mondo a propria immagine e somiglianza”.
    Qui sta l’anticipazione di quel concetto di Imperialismo, sviluppato da Lenin, e qui sta anche il nostro chiarissimo appiglio per poter cominciare a ragionare seriamente sul marxismo nel mondo della globalizzazione.
    Secondo Marx ed Engels, nella loro concezione nell’anno 1848, così facendo, la borghesia ha sostanzialmente creato inconsapevolmente l’arma che ne potrebbe sconfiggere il dominio: il proletariato. Sempre più adoperato, sempre più concentrato, sempre più civilizzato secondo i moderni criteri post-industriali.
    Secondo le previsioni annotate nel Manifesto dai giovani Marx ed Engels “La lotta del proletariato contro la borghesia è in un primo tempo lotta nazionale, anche se non sostanzialmente, certo formalmente. È naturale che il proletariato di ciascun paese debba anzitutto sbrigarsela con la propria borghesia. Delineando le fasi più generali dello sviluppo del proletariato, abbiamo seguito la guerra civile più o meno latente all’interno della società attuale, fino al momento nel quale quella guerra erompe in aperta rivoluzione, a cui fa seguito la presa di un potere che pare però difficilmente raggiungibile.
    Si conclude in sostanza il ragionamento affermando in linea sintetica che “Il progresso dell’industria, del quale la borghesia è veicolo involontario e passivo, fa subentrare all’isolamento degli operai risultante dalla concorrenza, la loro unione rivoluzionaria, risultante dall’associazione. Con lo sviluppo della grande industria, dunque, vien tolto di sotto ai piedi della borghesia il terreno stesso sul quale essa produce e si appropria i prodotti”.
    Ma qualcosa pare non quadrare del tutto: è indubbiamente vero ciò che viene descritto a proposito della concentrazione di massa dei lavoratori salariati così come quanto già descritto sulla divisione del lavoro (concetto meglio sviluppato nel Capitale diciotto anni più tardi), eppure la consequenzialità necessitante che dovrebbe invertire i rapporti di produzione capitalistica attraverso la presa di coscienza e la rivoluzione del proletariato, non sembra scevra da un fideismo privo di fondazione.
    Ciò che al momento non affiorava in Marx ed Engels era la riflessione antropologica che successivamente prenderà corpo sempre più prepotentemente, specialmente attraverso la forte attrazione esercitata dalla pubblicazione de L’Origine delle Specie darwiniana, avvenuta soltanto nel Novembre del 1859. L’approccio a questa teoria rivoluzionaria consentì ai due padri del Socialismo scientifico di misurarsi con tutta una serie di componenti scientifiche e storiche, fino a quel momento marginalizzate: se già nel 1853, Marx nota in un articolo che “nella società si va operando una rivoluzione silenziosa, alla quale dobbiamo piegarci, che si preoccupa delle vite umane che spezza non più di quanto un terremoto si accorge delle case che demolisce. Le classi e le razze, troppo deboli per dominare le nuove condizioni di vita, devono soccombere” (dal People’s Paper del 16 aprile 1853), risulta evidente che si riducano nettamente tutte quelle possibilità, prima esaltate, che la rivoluzione civilizzatrice planetaria introdotta dalle classi capitalistiche appiani il divario esistente fra le varie popolazioni. Attraverso una sempre maggiore consapevolezza derivata dalla teoria evoluzionistica, Marx ed Engels sembrano acquisire e prendere pieno possesso di una dimensione diacronica e multipolare, che consente di concepire una suddivisione del pianeta in zone contrassegnate da diversi sviluppi e da diverse esigenze storiche e sociali e introduce, nell’alveo della critica al Capitalismo, le basi di quella teoria imperialistica che Lenin definirà in modo impeccabile nel secolo seguente.
    E’ proprio nello scarto economico e tecnologico, in questo quantum differentiae, che si struttura il paradigma capitalistico odierno: in realtà, la borghesia capitalista, nella sua fase di espansione territoriale (fase che Marx ed Engels hanno solo in parte potuto descrivere), non ha affatto esportato il patrimonio tecnico e culturale occidentale, ma semplicemente macchinari e metodi di produzione (con tipi di consumo connessi) totalmente ignorati ed incomprensibili in rapporto ai parametri delle società e delle economie dei paesi colonizzati.
    La “rivoluzione silenziosa” di cui parla Marx nell’articolo poc’anzi riportato, è quella operata dall’avanzamento tecnico e industriale, dettato dalla borghesia, ma più in generale dall’uomo, e la previsione cinica ma piuttosto realistica (soccombenza come destino di esclusione dal progresso sociale) sembra inserirsi proprio in quel percorso di salto evolutivo necessario alla costruzione di una nuova società comunistica, per la quale non tutti sono pronti.
    In questi termini appare chiaro che, al di là del freddo realismo marxiano, questo salto possa riguardare allo stato attuale soltanto il mondo euro-asiatico, l’unica entità continentale tecnologicamente ed economicamente avanzata in modo quanto meno omogeneo. Potremmo argomentare adducendo a nostro vantaggio quel corso storico e politico che annovera in modo incontestabile la realizzazione del Socialismo scientifico proprio nelle aree regionali di questo macro-continente (dalla Russia alla Cina, dall’Europa orientale al Sud Est asiatico), ma oltre a ciò, volendo superare il dibattito sull’effettiva ortodossia di quei regimi alle analisi marxiane, che non ci interessa in questa sede, è opportuno individuare la definitiva delucidazione dei criteri del marxismo, in quanto analisi economica e politica, in relazione alla geografia e alla morfologia del territorio.
    Nella Lettera a Walter Borgius del 15/10/1895, Engels scrive: “Parlando dei rapporti economici, che noi consideriamo come la base determinante della storia della società, intendiamo il modo in cui gli uomini di una determinata società producono il proprio sostentamento e si scambiano i prodotti (nella misura in cui esiste divisione del lavoro). Vi è dunque compresa l’intera tecnica della produzione e dei trasporti. Questa tecnica determina, secondo la nostra concezione, anche il modo dello scambio, quindi anche della distribuzione dei prodotti e, dopo la dissoluzione della società gentilizia, anche la divisione in classi, quindi i rapporti di signoria e di servitù, quindi lo Stato, la politica, il diritto, ecc. Sono inoltre comprese nelle condizioni economiche la base geografica sulla quale esse si manifestano e i relitti effettivamente trasmessi di stadi precedenti dell’evoluzione economica, che si sono perpetuati, spesso soltanto per tradizione o per forza d’inerzia, e naturalmente l’ambiente esterno che circonda questa forma di società. Se è vero, come Lei dice, che la tecnica dipende in massima parte dallo stato della scienza, a maggior ragione questa dipende dallo stato e dalle esigenze della tecnica […] Noi consideriamo le condizioni economiche come l’elemento determinante, in ultima istanza, dell’evoluzione storica. Ma la razza è essa stessa un fattore economico. Vi sono qui però due punti che non si devono trascurare: a) L’evoluzione politica, giuridica, filosofica, religiosa, letteraria, artistica, ecc. poggia sull’evoluzione economica. Ma esse reagiscono tutte l’una sull’altra e sulla base economica. Non è che la situazione economica sia causa essa sola attiva e tutto il resto nient’altro che effetto passivo. Vi è al contrario azione reciproca sulla base della necessità economica che, in ultima istanza, sempre s’impone […] b) Gli uomini fanno essi stessi la loro storia, ma finora neppure in una determinata società ben delimitata, non con una volontà collettiva, secondo un piano d’assieme. I loro sforzi si intersecano contrastandosi e, proprio per questo, in ogni società di questo genere regna la necessità, il cui complemento e la cui forma di manifestazione è l’accidentalità. La necessità che si impone attraverso ogni accidentalità è di nuovo, in fin dei conti, quella economica”.
    È così che in linea di massima possiamo sintetizzare questa chiarificazione engelsiana, in tre punti fondamentali di netta rottura con tutte le successive e infauste interpretazioni dogmatiche e cosmopolite del marxismo:
    1) Secondo la concezione marxista della storia e dello sviluppo della società, la tecnica (della produzione e dei trasporti) e il luogo fisico sono due fattori fondamentali nella comprensione del fenomeno della produzione.
    2) La razza diventa essa stessa un fattore economico che determina modalità e tipi di produzione, e dunque diverse razze determineranno diverse modalità di produzione.
    3) Le condizioni economiche non agiscono sulle condizioni sociali, giuridiche, politiche e culturali, determinandole come una causa primaria fa con le proprie conseguenze, ma le stesse condizioni extra-economiche agiscono a propria volta sulle condizioni economiche, determinandone cambiamenti e mutamenti, secondo una reciproca azione.
    Al fine di non scadere in interpretazioni idealistiche e in teorizzazioni di elementi e fattori di tipo sovrastrutturale, la lettura che è possibile affrontare del concetto di base geografica si attua sull’unico plesso gnoseologico chiaramente marxiano: il materialismo dialettico. In che rapporto sta la geografia col materialismo dialettico? Se esiste l’applicazione di quest’ultimo alla storia (materialismo storico), esiste pure un materialismo geografico?
    Se l’applicazione del materialismo dialettico alla storia è corretta e coerente solo in una concezione estranea allo schematismo rigido e statico (come evidenziato dalla scuola coreana nell’elaborazione teoretica antropologica tipica dello Juche), l’applicazione del principio materialistico-dialettico alla geografia pare ben più fluida e diretta. La geografia è nei fatti lo studio della conformazione territoriale della Terra, non solo nella sua mera funzione descrittiva, ma anche in quella analitica. È appunto compito della geografia capire anche la ragione della suddivisione spaziale dei territori, e i fattori profondi che ne hanno determinato il contenuto.
    Nel clima della prima metà dell’Ottocento, la sfera di pertinenza della geografia moderna era contraddistinta dalle riflessioni dei tedeschi Alexander Von Humboldt e Karl Ritter.
    Soprattutto quest’ultimo pare aver segnato una svolta epocale, che, nello scenario della Germania di Karl Marx e di Friedrich Engels, avrebbe successivamente influenzato diversi autori. Egli sosteneva nella sua opera principale del 1818, Die Erdkunde in Verhaltnis zur Natur und zur Geschichte des Menschen (trad. La geografia in relazione con la natura e la storia dell’uomo) che vi fosse una stretta relazione tra la superficie terrestre e l’uomo, fondando le basi dell’indirizzo antropologico e naturalistico della geografia.
    È proprio Engels che, criticando un semisconosciuto testo a carattere bio-antropologico dello scienziato francese Pierre Tremaux (Origini e trasformazioni dell’uomo e degli altri esseri del 1865, che secondo alcuni studiosi potrebbe aver anticipato di almeno due anni alcune riflessioni successive di Charles Darwin, in virtù delle quali avrebbe parzialmente corretto la sua Origine delle specie) dal quale Marx era invece molto attratto, afferma in una lettera all’amico e compare del 5/10/1866: “[…] Che la struttura geologica del terreno abbia molto a che fare con quanto, in genere, cresce sul terreno è storia vecchia, allo stesso modo che questo terreno vegetativo esercita un influsso sulle razze vegetali e animali che vivono sopra. Ed è anche giusto dire che finora questo influsso è stato poco studiato o, meglio, niente del tutto. Ma da ciò alla teoria del Trèmaux vi è un salto enorme. È un merito, in ogni modo, aver messo in rilievo questa parte finora trascurata e, come ho detto, le ipotesi di un’influenza che favorisce lo sviluppo del terreno, in relazione alla sua maggiore o minore antichità geologica, può, entro certi limiti, esser giusta (e anche non esserlo), ma tutte le altre conclusioni che egli trae, io le ritengo o totalmente errate o terribilmente esagerate in senso unilaterale”.
    È dunque un merito, secondo Engels, aver dato risalto a questo aspetto antropologico-geografico pur nell’alveo di una analisi geografica e morfologica che nel merito egli considera grossolana. Esiste poi, a quanto si apprende dalla lettera di Engels a Borgius, un fattore tecnico, che determina l’elemento economico: questo fattore ha una duplice costituzione. Da un lato le modalità stesse di produzione (tipologia dei mezzi, materie coinvolte, domanda sociale ecc…), dall’altro il trasporto (mezzi di comunicazione, filiera, vendita al dettaglio…): ambedue hanno qualcosa in comune.
    Sia i materiali e le materie prime coinvolte nella produzione che le modalità di trasporto dipendono dall’ambiente geografico. Nel momento in cui è facilmente affermabile che la morfologia dei territori è frammentata e differenziale, viene da sé che le materie prime, le risorse naturali e le vie di comunicazione sono completamente determinate dal contesto naturale, dunque in generale la base tecnica di produzione è differenziata anch’essa.
    È così che la razza, o meglio, la particolare condizione originata dal rapporto tra il territorio e la popolazione autoctona, diventa essa stessa un fattore economico. L’analisi dei rapporti di produzione di un capitalismo sempre più strutturato su scala mondiale in base al criterio imperialistico, diventa dunque anche e specialmente l’analisi dei rapporti di forza internazionali, attraverso cui la ristretta cerchia di quel potente capitalismo finanziario individuato da Lenin già nel 1916, dispone i suoi progetti di conquista planetaria, creando non solo nuovi spazi di sfruttamento ma individuando anche quali spazi puntare, in base alla peculiare e temporanea necessità di materie e risorse.


    IL CONTRIBUTO METODOLOGICO DI MACKINDER

    La geopolitica pienamente concepita, come è noto, nasce soltanto nei primi anni del secolo scorso, specialmente per merito dello studioso britannico Halford John Mackinder: egli è ancora oggi considerato il padre di questa fondamentale branca dell’analisi internazionale. Si tratta in sostanza di una vera e propria summa metodologica che riesce a convogliare in un’unica consapevolezza analitica e descrittiva tre ordini di elementi: la politica (interna ed estera), l’economia (produzione e commerci internazionali) e la strategia (logistica ma soprattutto militare e difensiva). Tutti questi elementi vengono assemblati nell’ottica della comune riconduzione ai criteri organizzativi della geografia. La teoria geopolitica di Mackinder concepisce proprio una tripartizione consequenziale alla nostra definizione di geopolitica poc’anzi esposta. Secondo lo studioso anglosassone, ogni strategia militare deve sempre prevedere un’analisi accurata dei territori, che tenga in considerazione quegli elementi permanenti all’interno di un’entità politicamente strutturata: questi elementi sono il luogo geografico, il contesto storico e le tradizioni popolari.
    La sua teorizzazione più nota resta comunque quella dell’Heartland, della cosiddetta zona focale del pianeta, che curiosamente coincideva con la fascia centrale del grande continente eurasiatico, cioè con la Russia. Presentata sull’articolo The Geographical Pivot of History il 25 gennaio 1904 alla Royal Geographical Society, pubblicato sul numero di aprile dello stesso anno dal periodico The Geographical Journal, questa teoria prende corpo su due binari paralleli. Lo sviluppo rapido delle tecnologie di trasporto sulla via Transiberiana e gli studi sempre più importanti in ambito naturalistico e geologico convinsero lo studioso inglese che proprio quello fosse il pivot del mondo, la zona che avrebbe garantito al detentore di controllare il pianeta. La sua preoccupazione per lo sviluppo su terra della Russia era esponenzialmente incrementata quanto diminuita era la fiducia sulla potenza navale britannica: in un sistema che appare fatto di pesi e contrappesi, infatti, le due diverse e contrapposte potenze imperiali sembravano cibarsi l’una della crisi dell’altra.

    Secondo tale concreto determinismo di Mackinder, la Russia rappresentava una tipica potenza terrestre, storicamente vittima di brutali invasioni, come effettivamente avvenuto ad opera della terribile avanzata di Gengis Khan: sintetizzando e sviluppando questo determinismo geo-storico, egli in pratica osservava come la posizione centrale e chiusa del suo territorio, che non le consentiva espansioni marittime di rilievo, aveva creato le condizioni per un rancore serbato per secoli e pronto ad approfittare delle debolezze interne proprie delle potenze “aperte” allo sbocco marittimo, per affermare il proprio predominio territoriale e realizzare quel sogno imperiale della cosiddetta Grande-Russia, represso ormai da tanto tempo.
    In Mackinder, che non ha mai nascosto le sue ovvie ragioni ideologiche di sostenitore dell’imperialismo della Corona di Londra, emerge dunque un allarmismo invero marginalizzato dalla maggior parte degli uomini politici del tempo, che inizialmente tesero a non dare eccessivo peso alle sue teorie. Il nome Heartland nasce infatti solo dopo il 1919, e sostituisce nei fatti la precedente denominazione di pivot, ossia di perno, ormai troppo limitata. Secondo diversi studiosi, Mackinder sarebbe addirittura stato profetico: affermato infatti il nuovo ordine bolscevico e crollato lo zarismo, il sogno imperiale, depurato da ogni misticismo “religioso” e dal conservatorismo monarchico, sarebbe semplicemente passato come un testimone in mano all’Unione Sovietica che ne ha ripreso il proposito geopolitico facendone una vera e propria prassi politica bellica e anticapitalista.


    DAVID HARVEY: LA GEOGRAFIA MARXISTA

    Se dovessimo pensare ai più sottovalutati studiosi del marxismo contemporaneo, probabilmente il primo nome che ci sovverrebbe sarebbe quello di David Harvey. Sostanzialmente ignorato dall’intelligentia neo-marxista occidentale, persa tra teorici no-global del momento o tra revisionismi libertari sconclusionati e inconsistenti, lo studioso inglese, professore eminente in antropologia attualmente cattedrato a New York e laureato in Geografia a Cambridge, emerge come il più autorevole teorico del cosiddetto marxismo geografico: una nuova analisi sorta negli anni Settanta che applica il metodo del materialismo dialettico di Marx ed Engels all’osservazione geografica.
    È lo stesso Imperialismo, per Harvey, a risultare variato sin dagli anni Settanta, da quando cioè il capitalismo è passato dalla fase massima di sviluppo nella sua forma moderna (imperialismo a carattere egemonico-nazionale), alla forma post-moderna (imperialismo apolide). Invero anticipato già da Lenin nel 1916 attraverso la sua elaborazione del concetto di “capitalismo finanziario”, come risultante della giuntura storica tra capitale industriale e capitale bancario, il vero carattere di novità apportato da Harvey consiste nella lucida analisi dell’urbanizzazione post-moderna e nell’individuazione di una sempre più crescente conflittualità tra territorialismo e capitalismo.
    La teoria si pone subito come un tentativo interessante di critica al capitalismo globale. Ma è specialmente negli anni Ottanta che il Professor Harvey interviene nel dibattito economico, grazie a due suoi testi, La crisi della modernità (1989) e L’esperienza urbana (1989), che definiscono in modo compiuto e dettagliato la sua analisi marxiana del capitalismo post-fordiano, ovvero il capitalismo nella sua forma post-moderna, e dei suoi effetti in ambito sociale, quali l’urbanizzazione di massa e le condizioni di omologazione globale. Recentemente, per precisione nel 2003, Harvey ha pubblicato un fondamentale testo, che alla luce degli epocali cambiamenti, successivi all’11 settembre, mette in risalto nuovi concetti necessari a concepire e analizzare il fenomeno capitalistico. La guerra perpetua (analisi del nuovo imperialismo) è un saggio fondamentale che, contrariamente ai nuovi teorici no-global (secondo i quali l’imperialismo odierno sarebbe l’avanzamento espansionistico di un fantomatico Impero Trans-Nazionale), sostiene la fondamentale contrapposizione tra logica territoriale e imperialismo.
    Il vero problema del capitalismo di oggi è la sovra-accumulazione di capitale: secondo Harvey, la politica egemonica degli Stati Uniti, portata avanti attraverso una miscela di coercizione e consenso, ha prodotto un massiccio processo di esportazione del capitalismo finanziario e il vero problema dell’imperialismo contemporaneo è il riassorbimento istantaneo di questo sovra-accumulo. Il capitalismo ha, a questo punto, due possibilità precise che costituiscono quello che Harvey definisce fix spazio-temporale:
    1) uno spostamento temporale attraverso investimenti di capitale a lungo termine
    2) un dislocamento spaziale attraverso l’apertura di nuovi mercati
    Ne consegue non solo che il capitalismo distrugga eccessivi accumuli interni attraverso crisi parventi ma in verità autocontrollate, ma che abbia bisogno continuamente di nuove risorse umane o territoriali verso cui dislocare i propri effetti. Soltanto questo appare essere lo sviluppo del neo-liberismo, in quella che potremmo ridefinire come la fase suprema dello stesso Imperialismo: un Imperialismo senza Impero, apolide e cosmopolita.


    BIBLIOGRAFIA

    - Manifesto del Partito Comunista, K. Marx – F. Engels (1848)

    - Lettera a Walter Borgius (del 15/10/1895), F. Engels (1895)

    - Lettera a Karl Marx del 5/10/1866, F. Engels (1866)

    - People’s Paper del 16/04/1853, K. Marx (1853)

    - La geografia in relazione con la natura e la storia dell’uomo, K. Ritter (1818)

    - The Geographical Pivot of History, H. J. Mackinder (1904)

    - La crisi della modernità, D. Harvey (1989)

    - L’esperienza urbana, D. Harvey (1989)

    - La guerra perpetua (analisi del nuovo imperialismo), D. Harvey (2003)

    Ultima modifica di Stalinator; 19-04-10 alle 12:46

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    Predefinito Rif: Marxismo-Leninismo e Geopolitica

    LIMES INTERVISTA GENNADY ZJUGANOV, SEGRETARIO GENERALE DEL KPRF

    (estratto dal n.4/1998 della Rivista italiana di Geopolitica LIMES)

    a cura di Mauro De Bonis

    COSÌ RIFAREMO L’URSS


    LIMES La Russia si disgregherà? E se sì, come?
    ZJUGANOV Il crollo è già cominciato. Ma partiamo da lontano, dalla metà dello
    scorso secolo. I confini della Russia di allora sbarravano la strada a qualunque
    nemico. Nessuno poteva arrivare fino al cuore del paese. Già da quattro secoli la Russia si andava formando, pronta ad assumere il suo ruolo storico di bilancia tra Europa e Asia. Durante i secoli le nostre frontiere hanno subìto dei cambiamenti. Così come oggi, a causa dell’accanito sabotaggio geopolitico dell’Occidente, che definirei una vera e propria «rivoluzione geopolitica» che sta portando alla terza divisione del mondo. Le prime due sono coincise con la prima e la seconda guerra mondiale, questa attuale ha invece le sue origini nella guerra fredda. Un testa a testa che sul nostro territorio si è trasformato in «guerra calda».
    Viviamo dunque un periodo storico importante e delicato, con il conflitto nei Balcani che può diventare la polveriera destinata a sconvolgere gli attuali equilibri. Come conseguenza del crollo geopolitico dell’Unione Sovietica sono nate infatti situazioni foriere di pericoli, e il fatto che gli americani siano sempre pronti a non rispettare le risoluzioni dell’Onu aggrava ancor di più le cose rischiando di mettere definitivamente in pericolo l’esile equilibrio mondiale. Per non parlare poi dell’Europa... Il vostro continente a parer mio sembra aver dimenticato cos’è una guerra, soprattutto se si sviluppa nei Balcani, dove i conflitti sono sempre destinati a durare nel tempo. Sono esterrefatto da come i politici occidentali non sappiano guardare al di là del loro naso. Hanno gravi responsabilità su quanto sta accadendo, così come le hanno alcuni dei nostri politici, primo tra tutti Gorbacˇëv. È lui il vero traditore
    del nostro paese, El’cin ha soltanto continuato la sua politica, anche perché di
    più non poteva fare essendo un ubriacone che per governare usa metodi barbari.
    LIMES Cos’è cambiato dopo la fine dell’Unione Sovietica, e cosa ancora potrà cambiare se la Russia si frantumerà?
    ZJUGANOV Nel mondo bipolare era possibile prevedere cosa sarebbe successo. Oggi invece la sola superpotenza sopravvissuta non riesce a controllare quanto accade e può accadere nel mondo. I più accaniti sostenitori dell’Alleanza atlantica vogliono a tutti i costi stabilizzare e rendere eterno il loro dominio e, nel raggiungere il loro obiettivo, puntano proprio sulla divisione della Russia. Continuano in questa loro politica senza rendere conto a nessuno. Senza minimamente tenere in considerazione gli interessi del nostro paese. Un atteggiamento assolutamente miope, perché in ogni caso non si può non tenere conto delle esigenze di un paese che custodisce nei suoi sotterranei oltre 27 mila ordigni nucleari. Anche se si tratta di un paese in piena crisi economica. Con gli americani abbiamo liberato il mondo dal fascismo e il ringraziamento è stato il completo disdegno dei nostri interessi vitali, dei nostri interessi politici e di quelli dell’Unione. Ma l’epoca di El’cin è ormai finita, ne sono più che sicuro. Il 7 ottobre scorso abbiamo celebrato i suoi funerali politici. In Russia arriveranno al potere politici attenti agli interessi nazionali. Abbiamo un popolo di talento e il paese ci offre grandi risorse naturali. Sapremo ristabilire al più presto il rispetto che il mondo ci ha tolto. Sono sicuro inoltre che l’Europa stia commettendo un grave errore: quello di perdere uno di quegli importanti momenti storici che raramente capitano, soprattutto nella storia dell’Est, e cioè la concreta possibilità di organizzare insieme un’Europa unita.
    LIMES Un’Europa che comprenda in blocco l’Est? Questa è la sua idea?
    ZJUGANOV Come già in passato, torna d’attualità lo schema di Mackinder secondo il quale chi controlla l’Europa orientale possiede le chiavi del mondo. Lo stesso Hitler si è basato su questa teoria per mettere in pratica il suo progetto di conquista planetaria. Così ha dapprima conquistato l’Austria, poi ha aggiunto la Cecoslovacchia, ha schiacciato la Polonia e si è diretto infine verso oriente. Oggi la Nato cerca di espandersi seguendo proprio questo schema. Ha iniziato con l’Ungheria e poi tenterà di trascinare dentro tutti i nostri ex alleati, i compagni d’arme dell’Unione Sovietica. Non vedo nessuna via d’uscita a questo problema, nessuna alternativa. Ma so una cosa. Un postulato storico: non si possono e non si devono umiliare con tanta spregiudicatezza i grandi popoli e i grandi Stati. Qualsiasi governo ci sarà a Mosca, qualsiasi leader guiderà il paese, la Russia avrà sempre bisogno di uno sbocco al Baltico e di un altro verso i mari caldi. Avrà bisogno di rapporti di buon vicinato con i paesi dell’Europa orientale e di un inalterabile interesse a sviluppare relazioni con quelli dell’Europa occidentale.
    LIMES Potendo farlo, come ricostruirebbe l’Unione Sovietica?
    ZJUGANOV Lei deve scrivere e sottolineare che non solo si può, ma che si deve ricostituire l’Unione Sovietica. E lo faremo assolutamente. È un’inevitabilità geopolitica. Nessuno di noi potrà sopravvivere per conto proprio. Non una Russia di stampo elziniano, né tanto meno l’Ucraina e la Bielorussia. Apparteniamo tutti e tre ad un unico popolo: al grande popolo russo che presto tornerà ad unirsi. È successo a tedeschi e coreani ed accadrà anche ai vietnamiti di riunirsi. E noi per quale motivo dovremmo restare divisi? Resta dunque un solo punto da chiarire circa la riunificazione e cioè in quale forma la otterremo. Certo non con la forza. Non ci sarà nessuna costrizione. L’Unione che rinascerà dovrà farlo su basi di assoluta libertà, con il rispetto per la sovranità, le tradizioni, il modo di vivere, la cultura e le credenze di ogni parte del nostro popolo. E sicuramente in forma diversa da quella che fu l’Unione Sovietica. Ma, ripeto, è soltanto una questione di tempo. Ci si è gongolati fin troppo nella propria «sovranità». Prendiamo l’Ucraina, era un paese dalle enormi ricchezze fino a pochi anni fa, ed ogni volta che ci andavo provavo molta invidia per il loro benessere. Oggi invece in quello stesso paese c’è una tale povertà da obbligare molta gente a fare la spesa nei cassonetti dell’immondizia.
    LIMES Qual è l’ostacolo più difficile da superare per la riunificazione di cui parla?
    ZJUGANOV Quello di un capo del Cremlino ladro e ubriacone. Di un presidente non più in grado di ragionare e di lavorare affinché il processo di integrazione marci spedito. Nessuno vuole più vivere sotto lo scettro di questo zar e sotto i tanti principini che governano insieme a lui arroccati su quelle comode poltrone trovate vuote tra le macerie dell’Urss. Dobbiamo accelerare l’estinzione di questa gente senza scrupoli che firma accordi e fa affari e che crede di essere intoccabile. Non abbiamo bisogno di costoro, come non abbiamo bisogno dell’industria e dei prodotti occidentali. La Russia è un grande mercato per Ucraina, Bielorussia e Kazakistan. Abbiamo bisogno soltanto di un po’ di tempo per attuare il graduale ripristino dell’Unione. Per far rinascere pacifici e democratici legami tra i nostri paesi. Il tempo necessario affinché la Russia riacquisti la sua forza e ritrovi uomini di governo in grado di gestire con autorevolezza il potere. Allora non ci sarà bisogno di chiedere a nessuno di far parte della nuova Unione perché ci sarà la fila. Ve lo garantisco.
    LIMES La Russia è ancora una grande potenza? E da cosa lo si può capire?
    ZJUGANOV (ride) È una bella domanda, ma tradurrei il termine «potenza» con quello di fulcro, nel senso di equilibrio, tra Europa e Asia. In questo nostro ruolo storico siamo una grande potenza. Un asse d’equilibrio tra due mondi, senza cui si avrebbe sicuramente una catastrofe geopolitica. Un cataclisma che la storia del mondo non ha mai conosciuto e che avverrà sicuramente se si continuerà a fare a pezzi la Russia.
    Una Russia bene assemblata invece può continuare ad equilibrare il mondo, a fungere da contatto con tutti i centri di forza, dagli Stati Uniti all’Europa, dal Giappone alla Cina fino al mondo islamico. Questo è il destino del nostro paese. Come è sempre stato del resto. Il nostro popolo nacque nella pianura centrorussa ed è un popolo assolutamente non aggressivo. Non abbiamo mai sterminato le popolazioni venute fin qui per aggredirci, non abbiamo mai conquistato niente, neanche il Caucaso, l’Armenia o la Georgia. Erano quelle stesse popolazioni a chiederci di entrare sotto l’ala protettiva della grande potenza russa. La nostra idea nazionale ha sempre avuto come cardini la giustizia, la spiritualità, il collettivismo e lo spirito di potenza. E il nostro è sempre stato uno Stato forte, senza il quale non avremmo potuto sopravvivere e saremmo stati schiacciati dalle tante invasioni e migrazioni. Per difenderci costruimmo un muro di uomini. Una catena di villaggi cosacchi che andava dal fiume Amur fino al Danubio. Gente che lavorava la terra con il fucile sulle spalle pronta ad impugnarlo per proteggere il paese. Uno scudo di protezione
    efficientissimo, un muro umano lungo undicimila chilometri segno evidente della nostra potenza. Una potenza che non si è mai manifestata però nell’aggressione verso altri popoli, ma nel dare principalmente al proprio la possibilità di crescere spiritualmente, di studiare e di accrescere la propria cultura. Una consuetudine, se così si può dire, interrotta soltanto dall’arrivo al potere di Boris El’cin. Il cui avvento ha significato la distruzione di ogni cosa e il dilagare della corruzione. Lo spirito collettivo è andato perduto e al suo posto si sono fatte strada aggressività e individualismo. Ci sono voluti sette anni per compiere questo scempio, per costruire un castello di sabbia marcio e violento che si è incrinato ed è poi miseramente crollato in poche settimane. Sì, il loro capitalismo criminale è morto in un mese. Ed era inevitabile che succedesse, perché la natura e lo spirito del nostro popolo non tollerano questi scempi. Per questo la Russia non potrà essere altro che una grande potenza e non si ridurrà mai al livello di una Romania.
    LIMES Come valuta i rapporti con la Cina?
    ZJUGANOV Con la Cina abbiamo il più lungo confine in comune, circa seimila chilometri di frontiera, e vogliamo avere con essa anche ottimi rapporti di vicinato a lungo termine. La Cina è un partner strategico indispensabile a oriente, un paese che ospita sul proprio territorio un miliardo e duecento milioni di persone e che è già entrata nella trojka delle più grandi potenze mondiali. Il mio partito è molto sensibile ai rapporti tra i due paesi e ci stiamo dando molto da fare per intesserne degli altri. Siamo consapevoli di dover creare legami con altre potenze orientali come Giappone e India.
    LIMES Quali sono i vostri amici in Occidente?
    ZJUGANOV Anche in Occidente abbiamo ottimi amici, paesi con cui è indispensabile avere buoni rapporti e non commettere più i gravi errori del passato. Mi riferisco alla Germania innanzitutto, con cui ci siamo scontrati due volte in questo secolo, alla Francia e all’Italia, con le quali abbiamo sempre avuto legami più che soddisfacenti. Ma è in generale con i paesi mediterranei che abbiamo un buon rapporto. Lavorando al Consiglio d’Europa raramente ho visto votare contro la Russia e schierarsi apertamente contro di noi paesi come Spagna, Italia, Grecia o Cipro.
    LIMES Qual è il suo giudizio sul primo ministro Primakov? Lo considera un suo uomo?
    ZJUGANOV Conosco da tanto tempo il nuovo premier e so che è un uomo intelligente, colto, furbo e con molta esperienza. Ma non ho mai parlato di lui come di un «nostro uomo». È una cosa che non faccio con nessuno. Primakov è e deve essere innanzitutto un ottimo statista. Deve rappresentare gli interessi di tutti quelli che vivono in questo paese, sia di quelli che lo appoggiano che di quelli che lo osteggiano. Deve rimanere al di sopra delle parti con il rischio altrimenti di diventare un uomo di clan. Primakov ha una sua opinione su tutto e sono sicuro che saprà far bene per il paese, saprà dar spazio nella sua politica agli interessi primari della nostra gente, e noi lo appoggeremo in questo. Ma se invece preferirà adottare la linea politica del presidente El’cin e di quel ladruncolo di Cˇubajs, allora saremo pronti a metterci contro di lui.
    LIMES Chi sarà il candidato comunista alle prossime presidenziali, lei o qualche altra personalità del suo partito?
    ZJUGANOV Dopo il concetto di rivoluzione permanente inventato da Trockij, oggi abbiamo quello di chiacchiera permanente sulle elezioni del presidente russo. La nostra gente non ne può più. Posso comunque dirle che mi batterò a fondo affinché si rimetta immediatamente mano alla costituzione per ridisegnare totalmente la figura del presidente e ridimensionarne i mille poteri. Il capo del Cremlino oggi ha più competenze di un faraone d’Egitto e di uno zar russo messi assieme. Un potere enorme, assolutamente ingestibile da una persona sola. Al tempo dell’Unione Sovietica neanche i 25 membri del Politbjuro riuscivano a tanto. È logico che i tanti ladri e mafiosi di cui El’cin si è attorniato riescano a manipolare il presidente a loro piacimento. Tutti personaggi pericolosi che svendono il nostro patrimonio e che continuano ad ingannare gli elettori con artificiose campagne elettorali. Prima di stabilire chi sarà il nuovo presidente dobbiamo quindi cambiare la costituzione e introdurre seri emendamenti alla legge elettorale per fare in modo che le prossime consultazioni risultino limpide e oneste come finora non è mai accaduto. I signori del Cremlino hanno falsato ogni risultato. Non hanno mai fatto vedere a nessuno le copie dei protocolli dei seggi elettorali prima che grigi figuri non dettassero le cifre da inserire. Hanno rubato alla gente non soltanto i soldi che tenevano nelle banche, ma anche i voti riposti nell’urna.
    Per quel che riguarda la candidatura alle prossime elezioni presidenziali c’è tempo per parlarne, anche se la fila per quel posto è già molto lunga. E a me le file non sono mai piaciute. Posso però intanto dirle che ad oggi il mio rating per la corsa al Cremlino è il più alto in assoluto e tutti ne sono coscienti.
    LIMES Chi comanda veramente in Russia?
    ZJUGANOV I ladri. La mafia, per essere precisi. Ma per esserlo ancora di più bisogna anche capire che nel paese non c’è nessuno che stia veramente governando lo Stato. La Russia è come una nave dal fondo dilaniato nel bel mezzo di una burrasca. Un bastimento carico di tonnellate e tonnellate di ordigni nucleari e centinaia di missili strategici, con al timone un comandante infermo e ubriaco e vicecomandanti che onde impetuose spazzano via ogni sei mesi. Una nave che vaga per il mare, in un viaggio tragico e pericoloso per sé e per gli altri. L’ho già detto più volte, ma ripeterlo non costa niente: Gorbacˇëv e El’cin sono colpevoli di tutto questo, per aver commesso allora un delitto gravissimo: la distruzione del Partito comunista sovietico. Un Pcus che andava certamente riformato – cosa di cui tutti eravamo coscienti – ma che avrebbe garantito ancora governabilità al paese. La dirigenza politica di allora non seppe però risolvere i problemi interni e non riuscì a proporre una giusta via d’uscita per l’Urss, quel cambiamento graduale e democratico che tutti si attendevano. In questo secolo siamo inciampati per tre volte nella stessa pietra dell’incapacità di garantire la normale successione al potere: prima con lo zar Nicola, cui la storia non lo permise, poi con Gorbacˇëv, che non riuscì a bloccare El’cin quando firmò l’accordo sullo scioglimento dell’Urss e che io al suo posto avrei invece subito arrestato. Oggi infine con un El’cin malato, sofferente e ubriaco, a cui succedere prima della fine del mandato è cosa difficilissima, e a mandato scaduto cosa molto pericolosa, visto che la costituzione ritaglia per il presidente poteri più che faraonici. Bisogna dunque porre rimedio a questa situazione. Per farlo occorre convocare l’assemblea costituente, per decidere nuove regole e preparare insieme il futuro del paese. Ma è una cosa da fare al più presto perché il nostro popolo è stufo e può decidere di scendere in piazza. La nostra gente è solitamente restia a protestare e a scendere per le strade, ma se costretta è poi difficile farla tornare indietro prima di aver regolato i conti con tutti i responsabili di questo sfacelo. Voi europei sareste già scesi in piazza da tempo; noi no, noi aspettiamo, ma il vaso è ormai pieno fino all’orlo e se traboccherà allora nessuno potrà fermarci fino a quando tutti i Cˇubajs di questo paese non avranno pagato per i loro ladrocinî. Meglio decidere in parlamento su cosa fare, perché fuori ci sono milioni di derubati, di gente che ha perso, oltre al lavoro e al paese in cui viveva, anche l’ultimo rublo dei suoi risparmi.
    LIMES Quali sono i vostri rapporti con le forze armate russe?
    ZJUGANOV Ho fatto il servizio militare prima in Germania, poi in Bielorussia infine nel Caucaso, e ho una venerazione del tutto particolare per l’esercito. In generale però sono tutte le forze armate che, insieme al nostro popolo, stimo e ho sempre stimato. El’cin non ha fatto il militare neanche un giorno e non sa minimamente cosa significhi essere un soldato russo. Lui, il comandante in capo, tiene le forze armate senza stipendio da mesi e mesi, e da aprile persino gli addetti alla missilistica non vedono il becco di un quattrino. Gente che tiene il dito sui pulsanti di ordigni che in pochi minuti potrebbero radere al suolo un’intera nazione. E El’cin non li paga. Si può essere più incoscienti? Secondo me uno che lesina rubli ai militari della missilistica è un delinquente. E se questi soldati non sopportassero più la loro condizione, se gli cedessero i nervi, cosa accadrebbe? Le nostre forze armate vanno trattate con i guanti. Sono l’ultimo attributo dello Stato e se cominciano a morire anche loro vuol dire che per la Russia non c’è più speranza.
    LIMES Come giudica l’atteggiamento degli Stati Uniti nei confronti della Russia?
    ZJUGANOV (ride) Le racconto l’ultima barzelletta che ho sentito: El’cin e Clinton si incontrano e il primo dice all’altro: «Bene, Bill, anche tu sotto impeachment, ho saputo». E Clinton risponde: «Già, però io qualche soddisfazione me la sono tolta!».

 

 

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