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  1. #1
    SolIndiges
    Ospite

    Predefinito O roma o morte! thread dedicato ai morti in difesa della nazione...


    ROMA O MORTE


    Addì, alle ore 19.00, sul colle del Gianicolo, un mazzo di fiori rossi adornato con coccarda tricolore è stato deposto ai piedi del Sacrario dei Caduti Romani e Garibaldini della Repubblica Romana del 1849,

    a sempiterna memoria dell'eroico sacrificio dei patrioti italiani che, contro soverchianti forze francesi e napoletane al soldo del papato, donarono la propria vita in difesa di Roma e dell'Idea nazionale;

    e a particolare rimembranza della fulgida figura di GOFFREDO MAMELI, colà inumato assieme ai resti di tanti altri valorosi patrioti.

    Affinché mai muoiano la memoria e il ricordo.


    I CONVENUTI

  2. #2
    SolIndiges
    Ospite

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    GOFFREDO MAMELI

    (Genova 5 settembre 1827 - Roma 6 luglio 1849)



    L'Inno fu intitolato dall'autore dei versi, Goffredo Mameli, " Il canto degli italiani ".

    Goffredo Mameli, figlio dell’ Ammiraglio marchese Giorgio, cagliaritano, fu ardente mazziniano.

    Egli nacque in Genova il 5 settembre 1827.

    Il 10 settembre 1847 scriveva i versi, che furono musicati in Torino il 24 novembre dello stesso anno dal maestro Michele Novaro, genovese (1822 – 1859) in casa di Lorenzo Valerio.

    L'Inno fu cantato per la prima volta a Genova durante una festa popolare.

    Lo cantava e lo fischiettava Giuseppe Garibaldi, insieme ai suoi legionari, durante la difesa di Roma e la successiva ritirata del 1849.

    Goffredo Mameli, nel marzo 1848, aveva costituito una squadra di volontari genovesi, cbe accorse in aiuto dell’insurrezione lombarda e, dopo l'armístizio di Salasco del 1848, raggiunse la Città Eterna per combattere contro i francesí in difesa della Repubblica Romana.

    L'eroe genovese morì il 6 luglio 1849 a Roma, sul Colle del Gianicolo, in seguito a una grave ferita subita nel corso del combattimento presso Villa Corsini.

  3. #3
    SolIndiges
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    Mazzini il patriota scomodo
    «L’Indipendente» , 29/01/2006



    Recensione di Andrea Piscitelli

    Nei Doveri dell’uomo (riediti con prefazione del Presidente Ciampi) si legge: “Senza Patria voi non avete né segno, né voto, né diritti”
    Un pensiero attuale per noi postmoderni

    Mazzini è sempre stato per l’Italia un padre della patria scomodo: imbarazzante era il ricordo della sua dottrina repubblicana durante il Regno, un po’ sbiadito il suo ritratto nel tempo successivo al referendum istituzionale che in teoria avrebbe dovuto realizzarne il disegno politico. I mani mazziniani venivano tutto al più evocati dal senatore Spadolini, che peraltro si guardava bene dal dichiarare dove avesse imparato a conoscere e ad amare Mazzini: nella R.S.I., nel corso della esperienza del fascismo repubblicano che lo aveva visto precoce e fervido collaboratore del settimanale “Italia e Civiltà”.
    In verità, mai Mazzini ebbe tanti onori e celebrazioni a carattere nazional-popolare quanto nel breve tempo della Repubblica di Mussolini. Il volto del profeta del risorgimento campeggiava sui francobolli. I manifesti che invitavano ad arruolarsi nella X MAS facevano appello al volontarismo da lui suscitato nel 1848-49. I teorici della socializzazione delle industrie e i redattori della Costituzione della RSI facevano esplicito riferimento alla Costituzione della Repubblica Romana del 1849.
    Già durante il Ventennio, autori fascisti come Berto Ricci avevano notato come in Mazzini si anticipasse la visione di una “grande politica” italiana e come in lui vi fosse una netta reazione alla fabula materialistica messa in piedi da Marx. Vi erano delle esagerazioni e delle semplificazioni in queste riletture, e tuttavia fu lo stesso Bertrand Russel, algido lord del libertarismo inglese, a constatare il piano inclinato della cultura che aveva fatto scivolare gli Italiani dalla predicazione mazziniana risorgimentale alla “ammirazione dei grandi battaglioni mussoliniani”.
    Che Mazzini fosse un patriota più che un operaista, un riformatore morale più che un sovvertitore di Stati è tutta la bibliografia dell’autore a sottolinearlo.
    Nell’opera del 1860 dedicata agli operai italiani il celebre “Dei doveri dell’uomo” (recentemente pubblicato dalle edizioni Polistampa con una prefazione di Carlo Azelio Ciampi) Mazzini scrisse “Senza Patria, voi non avete né segno, né voto, né diritti. Siete i bastardi dell’Umanità…Non otterrete fede né protezione. Dove non è patria non è patto comune al quale possiate richiamarvi: regna solo l’egoismo degli interessi, e chi ha predominio lo serba”. Il linguaggio è indubbiamente quello dell’oratoria politica ottocentesca, ma il contenuto niente affatto retorico prefigura i rischi dei tempi post-moderni. Mazzini esprime ribrezzo per le “moltitudini” amorfe care a Toni Negri, e individua chiaramente come l’unica possibilità di esistenza di diritti sociali si dia all’interno di sistemi integrati di civiltà e di nazionalità.
    Gli Hindu indipendentisti ebbero un vero culto nei confronti di Mazzini e Garibaldi, ravvisando in queste figure non un carisma semplicemente politico – da agitatori delle masse – ma un’aura spirituale. Geminello Alvi nel suo splendido volume di ritratti “Uomini del Novecento” ha ricordato la devozione del più grande yogi indiano del XX secolo, Sri Aurobindo, nei confronti di Mazzini. Nel sesto numero di “Politica Romana” (edito nel 2004) Sandro Consolato ha colto le insospettabili analogie e simpatie che legavano gli Hindu in lotta contro il colonialismo inglese ai “profeti” del risorgimento italiano.
    Mazzini non fu ateo, non ebbe indulgenza per l’anticlericalismo a volte schiamazzante della metà del XIX secolo. E rifiutò di aderire alla “Società dei Liberi Pensatori” a causa del materialismo ideologico che aleggiava in esso. Non disprezzò mai il cristianesimo, anche se ovviamente inserì il rispetto per tale religione all’interno di una più generale considerazione delle grandi tradizioni religiose d’Oriente e di Occidente.
    A differenza di Cavour – assai indulgente verso i tavolini danzanti dei Medium – fu severo verso la moda spiritista. “Tutto questo guazzabuglio di tavolini in convulsione, di medium che fan traffico di anime, di spiriti balbettanti non so quali sciocche risposte m’irrita come una profanazione della santità della morte”. Al di là della soglia della morte Mazzini era incline a cogliere la trasmigrazione delle anime. L’antica verità religiosa dell’India – ma anche della tradizione orfica e pitagorica – influiva in maniera non marginale sulle teorie dell’autore: se egli parla spesso di missione, di doveri specifici di un dato individuo o di un dato popolo è perché risente dell’influsso dei concetti spirituali di “reincarnazione” e “karma” (per usare un termine hinduista).
    In tale cornice quasi teosofica, Mazzini concepisce la missione della nazionalità italiana in forma strettamente legata al mito della “Terza Roma”, alla esigenza cioè di fondare una nuova civiltà umanistica, che nasca dal superamento (e dalla integrazione) dei valori della Roma dei Cesari e della Roma Cristiana.
    Ovviamente la romanità mazziniana non è una ostentazione di muscoli, non si compiace delle sfilate dei quadrati in marcia, non è fondata sulla ragion pratica mussoliniana per cui “chi non sa portare le armi è costretto a portare le armi degli altri”. È qualcosa di più etereo, legato ai valori della educazione umanistica e del rispetto delle libertà di tutti i popoli, grandi o piccoli. E tuttavia, sta di fatto che la biografia politica di Mazzini raggiunge il suo apice nelle convulse vicende di insurrezione e guerra che segnarono la Repubblica Romana, quando le discettazioni sui principi umanistici cedettero il passo alla chiamata alle armi, alla petizione di coraggio militare. Agli occhi dei cattolici osservanti si trattò di una profanazione immensa: i discepoli di Mazzini reiteravano il crimine dell’ “anticristo” Napoleone nel deportare il Papa lontano dal sepolcro di Pietro. L’entusiasmo popolare, la determinazione dei volontari dimostravano al contrario che i tempi erano ormai maturi per superare definitivamente l’assetto medievale dello Stato della Chiesa.
    Caso paradossale, la repubblica romana fu stroncata dall’intervento di un napoleonide: per diventare “Napoleone III”, il nipote pensò bene di pareggiare l’audacia blasfema dello zio. Riportando i Papi alla testa di uno stato immobilista al centro della penisola pensò inoltre di ostacolare ogni programma di unificazione italiana, ponendo i presupposti per la creazione nella penisola di una serie di Stati satelliti della Francia. Le cose non andarono nel senso sperato dall’Imperatore dei Francesi, né ovviamente assecondarono le orazioni di Pio IX e dei cattolici devoti.
    Nelle polemiche suscitate qualche anno fa da ambienti cattolici antimodernisti vi è la lontana eco di quella drammatica spaccatura nella coscienza italiana, o forse l’effetto della più recente crisi del sentimento nazionale. Fatto sta che su Mazzini si è riversata a distanza di tempo tutta una serie di accuse e di ingiuriosi accostamenti. “Mazzini come Bin Laden” è stato detto da parte chi evidentemente non ha gli strumenti concettuali per distinguere la tecnica insurrezionale ottocentesca dal terrorismo stragista di oggi.
    Forse però l’immagine di Giuseppe Mazzini riceve più danni dalle celebrazioni stereotipate che dalle accuse faziose. Per rimediare tanto all’une quanto alle altre consigliamo la lettura di “Interessi e principi” più altri scritti mazziniani, riediti insieme recentemente da Settimo Sigillo; la pubblicazione si apre con una interessante introduzione di Giano Accame e Carlo Gambescia. I due autori dopo aver citato con un certo compiacimento una riflessione di… Palmiro Togliatti (“la tradizione del Risorgimento vive nel fascismo, ed è stata da esso sviluppata all’estremo. Mazzini, se fosse vivo, plaudirebbe alle dottrine corporative, né ripudierebbe i discorsi di Mussolini su "la funzione dell’Italia nel mondo"), sviluppano un analisi della dottrina mazziniana dalla quale emergono notevoli anticipazioni di quelle che nel XX secolo saranno le tesi della corrente antiutilitarista nelle scienze sociali.

    Pubblicazioni correlate:
    Giuseppe Mazzini.
    Doveri dell’uomo. Pensiero ed azione. Dio e il popolo.
    a cura di Cosimo Ceccuti.
    ©2005, cm 12x17, pp. 280, br., fuori commercio

  4. #4
    SolIndiges
    Ospite

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    FOGLIO D'ORDINI DELLA
    LEGIONE GARIBALDINA


    =========================
    ROMA - Via Due Macelli 9 - Tel. 60-030
    Anno IV. N. 1 - Gennaio 1942-XX
    =========================


    "La tradizione costituisce per noi
    non un vuoto ossequio al passato, ma
    un obbligo ideale verso l'avvenire.
    "

    Ezio Garibaldi



    "NOI NON DIMENTICHIAMO!"

    Dopo 90 anni tornano su questo colle garibaldino coloro che lo difesero con estremo valore e disperata tenacia durante la Repubblica Romana del 1849.

    Ritornano nel clima della Rivoluzione delle Camicie Nere avvolti dall'amore del popolo italiano. Sono i Morosini, i Manara, i Daverio, i Dandolo e cento altri accorsi da tutte le provincie d'Italia. Furono quelli gli anni della primavera della Patria.

    In testa alla schiera sacra, marcia un poeta della stessa aspra, eppure accogliente terra, della stessa forte razza di Giuseppe Garibaldi: il genovese Goffredo Mameli.

    Fucili repubblicani quelli del 1849, fucili imperiali quelli del 1867, i quali fecero meraviglie sui petti quasi inermi dei Garibaldini che si batterono sul colle di Mentana al grido eternamente fatidico: "Roma o morte!". Ma gli uni e gli altri venivano dalla stessa frontiera.

    Dai nostri spesso lunghi e qualche volta necessari silenzi nessuno sia indotto a trarre conclusioni arbitrarie!

    Noi non dimentichiamo!


    dal Gianicolo, 3 Novembre XX.

    Mussolini

  5. #5
    SolIndiges
    Ospite

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    3 NOVEMBRE XX

    IL DUCE INAUGURA IL MONUMENTO OSSARIO GIANICOLENSE

    Giornata fredda, piovigginosa, come settantaquattro anni prima, quando le stremate, fiere legioni garibaldine si battevano a Mentana, uno contro dieci, consacrando ancora una volta nel sangue il diritto di riunire Roma all'Italia.
    Fin dalle prime ore, il Governatore di Roma aveva provveduto a far collocare corone votive sulla lapide che alla Lungaretta ricorda, con l'eccidio di casa Ajani, l'insurrezione romana del 1867, alla colonna di Villa Glori, al monumento eretto al Pincio a Giovanni ed Enrico Cairoli, alla colonna ricordante la difesa romana del 1849 a Via Flaminia, sui ruderi del Vascello, alla lapide che a Via Ripetta ricorda il popolano romano Angelo Brunetti detto Ciceruacchio, fucilato a Cà Tiepolo coi figli Luigi e Lorenzo e con altri cinque compagni di sventura, al busto di Giuseppe Mazzini, al Pantheon in omaggio al primo Re d'Italia Vittorio Emanuele II, alla breccia di Porta Pia, all'Altare della Patria, ai monumenti a Giuseppe Garibaldi e ad Anita.

    Il Generale Ezio Garibaldi, accompagnato da due Ufficiali garibaldini e dallo squadrista Nello Carducci, Segretario Generale dei Gruppi d'Azione Nizzarda, deponeva corone di alloro della Legione Garibaldina e dei Gruppi Nizzardi al Sacrario della Sede Littoria al Foro Mussolini, sulla Tomba del Milite Ignoto ed all'Ara dei Caduti Fascisti in Campidoglio.

    Molta folla si era intanto riunita - nonostante la pioggia - dinanzi al Vittoriano e nella piazza Aracoeli. Qui, per rendere onore ai resti mortali di Mameli ed alle Insegne del P.N.F., erano anche convenuti le autorità, i reparti armati, il Gonfalone di Roma e dei Comuni decorati di medaglie d'oro al valor militare e di quelli che maggiorte cooperarono per la indipendenza d'Italia.

    Presso la scalea del Campidoglio, nella giornata grigia, la massa delle Camicie Nere spicca tra la folla del popolo e delle autorità e tra la selva delle bandiere e dei labari delle Coorti garibaldine.



    Dinanzi al portone laterale del Vittoriano è già pronto un affusto di cannone trainato da quattro cavalli sul quale dovrà essere deposto il sarcofago contenente le ceneri di Goffredo Mameli. Sono presenti il Governatore di Roma, il Gen. Ezio Garibaldi, Comandante la Legione Garibaldina, il Vice Segretario del Partito Gatto, il Prefetto di Roma, i Generali rappresentanti delle Forze Armate, il Generale rappresentante la M.V.S.N., il Segretario Federale dell'Urbe, il Presidente del R. Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano, la Commissione edecutiva per il Monumento Ossario, presieduta dal Gen. Ezio Garibaldi e così composta: Giuseppe Ceccarelli, vice Presidente; Antonio Reggiani, Segretario; Arnaldo Belli, Nello Carducci, Mario Conti, Ernesto Garulli, Mario Lizzani, Antonio Muoz; ad essa sono aggregati, come esperti, l'architetto Giovanni Jacobucci progettista del monumento a Pietro Ascenzi.

    Alle ore 9.15, tra la più viva commozione dei presenti, nel silenzio perfetto della massa dei convenuti, mentre bandiere e labari s'inchinano, il sarcofago contenente i resti di Mameli, e ricoperto della lacera e gloriosa bandiera del battaglione universitario romano del 1849, esce dal Vittoriano, ove era stata provvisoriamente tumulato, e, portato a braccia da quattro ufficiali garibaldini, è collocato sull'affusto di cannone.

    Su per il Vittoriano e per il monumento del Milite Ignoto, su per la Chiesa dell'Aracoeli, si leva un volo di colombi. Una chiarità lieve, tra le nuvole basse, si fa come d'improvviso: i reparti armati sono irrigiditi sull'attenti e tutta la folla e le autorità levano il braccio nel saluto romano. Poco dopo ha inizio la marcia verso il Colle sacro alle gesta garibaldine.


    Il corteo

    Precedono il corteo i Metropolitani a cavallo e le Insegne del Direttorio Nazionale del P.N.F., con la scorta regolamentare; seguono poi gli Avanguardisti ed i reparti armati dell'Esercito e della Milizia preceduti dalla fanfara del 2° Regg. Bersaglieri, i gonfaloni dei municipi di Monterotondo, Mentana, Velletri, Monteporzio, Palestrina, Bastia, Umbra, Imola, Palermo, l'eroica del 1860, Milano delle cinque giornate, Padova che conta ben cinque dei suoi studenti caduti per Roma nel 1849, Torino e Firenze, le due prime capitali d'Italia, Genova la patria di Mameli e di Mazzini, la città che vide l'imbarco dei Mille, Trieste la fedele di Roma, Pieve di Cadore, medaglia d'oro al V. M., ed infine Roma affiancata dalle due città sorelle Bologna ed Ancona che con lei condivisero la gloria del 1849, e la bandiera tricolore che nel 1848 Goffredo Mameli agitò per la prima volta in Genova. Era pure presente la bandiera della Repubblica di S. Marino «l'ospite suolo» ove Garibaldi inseguito si rifugiò dopo la gloriosa fine della Repubblica Romana. Il labaro della Legione Garibaldina, ove si allineano ben trenta medaglie d'oro al V. M., è seguito da un reparto di Camicie Rosse.



    Seguono l'affusto di cannone il generale Ezio Garibaldi, che veste la gloriosa camicia rossa, il Governatore di Roma, il Vice Segretario del Partito Salvatore Gatto, il Prefetto, il Segretario Federale dell'Urbe, la Commissione esecutiva, tutte le Autorità presenti ed una imponente massa di Camicie Rosse militarmente inquadrate con i labari delle varie Coorti e preceduta dalla banda dei Metropolitani. Chiudono il corteo un reparto di Avanguardisti e Metropolitani a cavallo.

    Da piazza Aracoeli il corteo scende lentamente verso piazza del Gesù. Due fitte ali di popolo, di Balilla e Piccole Italiane salutano romanamente.

    E la folla è schierata lungo tutto il percorso. Ne è gremito il corso Vittorio Emanuele; e dalla via Arenula fino al Ponte Garibaldi dal viale del Re a via Luciano Manara infittisce sempre più. Bandiere sono alle finestre delle case. Gruppi Rionali e popolo, rappresentanze della G.I.L. e scolaresche salutano le ceneri dell'Eroe.



    Durante tutto il percorso, le bande della Milizia e dei Metropolitani suonano e «Giovinezza» e l'inno di Garibaldi. Nel cuore del popoloso Trastevere più fitte si fanno le ali di popolo ai lati del corteo, mentre dalle finestre imbandierate una pioggia di fiori cade sull'affusto di cannone su cui sono le ceneri di Goffredo Mameli.


    L'adunata dei Gruppi di Azione Nizzarda

    Intanto a piazza Mastai, le rappresentanze ed i gagliardetti dei gruppi d'Azione Nizzarda di tutta Italia, agli ordini del Segretario Generale, muovevano verso il Gianicolo e prendevano posto nello spazio loro assegnato.

    Sul Gianicolo, di fronte al monumento, erano state erette due tribune per le autorità e per le famiglie dei Caduti. Nella prima prendono posto, oltre alla famiglia Garibaldi, i membri del Governo, le alte Autorità dello Stato e del Regime e la rappresentanza della Repubblica di S. Marino costituita dai consiglieri Manlio Gozi, Segretario del Partito Fascista Sanmarinese, Onofrio Fattori, Direttore della Biblioteca Governativa e dal Console Generale a Roma, Ettore Stacchini.

    Nella tribuna delle famiglie sono i nipoti di Goffredo Mameli e di Francesco Daverio, le figlie di Giuditta Tavani Arquati con i nipoti, i discendenti del garibaldino Marangoni deceduto nelle carceri romane nel 1868, del Ruffini, ucciso nel forte di Paliano nel 1863, del Baccigalupi fucilato a Cà Tiepolo, di Ilario Pulini, l'aiutante di campo di Garibaldi caduto nel 1849, di Antonio Elia fucilato nel 1849, di Colomba Antonietti caduta nel 1849, del Valenziani e del Ripa, ufficiali dell'esercito nazionale caduti il 20 settembre 1870, ed inoltre la figlia del generale Carini dei Mille, i figlioli di Francesco Cucchi dei Mille ed il popolano romano Biagioli unico superstite ferito nelle insurrezioni del 1867.

    Erano intervenuti i Padri Barnabiti della Chiesa di S. Carlo ai Catinari, al cui ordine appartenne Ugo Bassi, i gagliardetti dei Gruppi Rionali fascisti dell'Urbe ed una centuria di fascisti universitari, e folte rappresentanze di tutte le Associazioni combattentistiche e d'arma.

    Quando il corteo giunge dinanzi al Monumento Ossario, un reparto di bersaglieri del 2° Reggimento, al comando del ten. col. Mario Cetta, presenta le armi: le Insegne del Partito, alle quali le forze armate rendono gli onori, prendono posto avanti ai gagliardetti dei Gruppi Rionali, i Gonfaloni dei Municipi si allineano con la centuria del G.U.F. e le rappresentanze garibaldine si schierano sotto le tribune e davanti ai gagliardetti ed agli iscritti ai Gruppi di Azione Nizzarda. La guardia d'onore al Monumento è costituita da Camicie Rosse, bersaglieri, fascisti universitari, avanguardisti e balilla.

    Il Duce, è giunto sul Colle del Pino alle ore 11,30 accompagnato dal generale Cavallero, ed è ricevuto dal Segretario del Partito, dal Governatore di Roma e dal generale Ezio Garibaldi.



    Accolto dagli squilli regolamenttari e da una ardentissima dimostrazione della folla,Egli ha subito passato in rassegna i reparti armati schierati lungo la via alberata che costeggia il colle e, sostando innanzi all'affusto di cannone, ha subito reso omaggio alle ceneri di Goffredo Mameli; quindi si è diretto verso il Monumento e ne ha compiuto il giro, tra
    il continuo appassionato prorompere delle acclamazioni.


    Il discorso del Duce

    Appena il Duce, tornato sul fronte del monumento, sale sull'apposito podio, il Segretario del Partito ordina il «Saluto al Duce» e l'«a noi» echeggia poderoso sul Colle. Dal folto dei pini, gli appartenenti ai Gruppi di Azione Nizzarda invocano il Duce. Mussolini, eretto sul podio, fa un cenno. Le voci si placano e il cristallino silenzio del mattino domina il colle. La moltitudine è immobile e immobili sono i vessilli e gli occhi fissi in quelli del Condottiero: solo lo fiamme dei tripodi balenano verso il cielo. Le parole del Duce risuonano chiare, si espandono sul Colle, raggiungono i più lontani recessi e sembra, in questo momento, che anche gli spiriti eroici dei combattenti del '49 abbiano ripreso le armi e ascoltino.



    Quando il Duce termina il suo discorso, un grido di infinita fede si leva dagli astanti e per alcuni minuti la manifestazione della massa raggiunge i vertici di un indescrivibile entusiasmo.

    Ma ecco che quattro ufficiali garibaldini si avivicinano all'affusto di cannone e ne traggono l'urna contenente le ceneri di Goffredo Mameli. Contemporaneamente echeggiano dalle cornette gli squilli d'attenti. Ancora il trepidante silenzio scende sul Colle. Il Duce saluta romanamente le spoglie: gloriose, indi segue l'urna avendo a fianco le maggiori autorità. Lente e commoventi si levano le note dell'«Elegia» di Vessella. Crepitano le mitragliatrici attraverso la cortina dei pini. Nelle pause s'ode lo scroscio del fontanone di Paolo V. Tutto il quadro è una sublime armonia: i volti silenziosi, la musica, il cielo tempestoso, il verde del Colle, l'urna che avanza lentamente, le fiamme dei tripodi, il nobile monumento e le iscrizioni: «Roma o morte» e la strofa dannunziana all'interno del quadriportico: «Giovani avanti che vinceremo anche oggi. Il bianco mantello palpitò come la bianca ala della vittoria». E su questa armonia si leva altissimo l'appello all'Eroe fatto dal Generale Ezio Garibaldi cui risponde il «presente» della folla.

    Nell'interno della Cripta si spande una tenue luce da una grande madreperlacea croce posta sul fronte dell'ara. Le pareti ripetono i nomi dei Caduti. Sulla cornice splende un'eterna iscrizione: «Restano perennemente scolpiti nei cuori i nomi di coloro che morirono combattendo per fare più bella e più grande la Patria - Mussolini».

    L'Ordinario militare, monsignor Bartolomasi, benedice l'urna e la cripta, e le ceneri dell'Eroe, presente il Duce, vengono immesse nel Sacello su cui spicca, nella sua invitta nudità, il nome glorioso di Goffredo Mameli.

    Il sarcofago, di porfido lucido, ornato con aquile reca incise le parole della madre del Poeta: «Però il mio dolore è profondo e lo tengo sacro; è tutto per me; cerco di essere degna del figlio di una italiana, me lo divinizzo, lo considero come un martire e come tale non lo rimpiango - 22 agosto 1849 - La Madre».


    La consegna del Monumento

    La tumulazione è finita. Il Duce torna sul podio.

    Ora la pioggia rafforza di violenza ma nulla toglie all'austerità della cerimonia che avviene in questo momento. Cade infatti l'immenso tricolore che ricopre l'Ossario e appare l'Ara sobria e romana destinata nei secoli a render sacro il Colle. Un brivido di emozione percorre la folla allorchè il Generale Ezio Garibaldi scandisce le parole della consegna del monumento al Governatore di Roma: «In nome del Comitato Esecutivo ho l'onore di consegnare a voi, per la città di Roma, questo monumento ossario che raccoglie le salme dei Caduti per lo difesa della Repubblica romana e per la consacrazione di Roma a capitale d'Italia. I Caduti per Roma, dal 1849 al 1870, hanno qui, su questo garibaldino colle gianicolense, e al cospetto di Roma immortale, la loro apoteosi. Questo monumento, auspicato da Giuseppe Garibaldi e voluto dal Duce, resti nei secoli perenne ricordo di un glorioso passato, auspicio sicuro di un più grande destino della nostra Italia».

    Un breve silenzio e poi, amplificata dai microfoni, giunge solenne la risposta del Governatore dell'Urbe: «Dinanzi al Duce, Fondatore dell'Impero, prendo in consegna questo Monumento Ossario, come cosa sacra alla storia dell'Urbe immortale ed al cuore dei cittadini di Roma».

    Immediatamente vengono deposte sul monumento le corone della Legione Garibaldina, dei Gruppi di Azione Nizzarda e del Governatorato e nello stesso momento da migliaia di gole si leva il canto dell'Inno di Mameli che gli ottoni delle fanfare scandiscono. E' alto e trascinante il coro: il Duce sul podio sosta a lungo ad osservare il quadro bellissimo. Indi si avvia lentamente verso il viale. La moltitudine canta. Non applaude: canta e gli occhi sono lucidi di commozione e di amore per il Duce. Solo quando Mussolini, salutato dai reparti si accinge a lasciare il Colle, il canto si rompee il Suo nome echeggia e ingigantisce. Il Condottiero saluta ancora una volta, sale in macchina e si allontana giù verso il popoloso Trastevere.

    Subito dopo, si forma un corteo di Camicie Rosse con alla testa il Generale Ezio Garibaldi ed il Governatore di Roma, che si reca a deporre corone di alloro ai monumenti di Giuseppe Garibaldi ed Anita e ad inaugurare i busti dedicati a Stefano Canzio, Giuseppe Dezza, Augusto Elia, Alessandro Meloni, Luigi Serafini, Filippo Zamboni, Bartolomeo Galletti, nonché la stele che l'Università di Padova ha dedicato ai suoi cinque studenti caduti nella difesa di Roma del 1849.

    Terminate le cerimonie il Labaro della Legione garibaldina è stato deposto nel Monumento Ossario gianicolense dove hanno montato la guardia oltre alle Camicie Rosse, Volontari di guerra, e formazioni in armi della G.I.L.

    Nelle stesse ore in cui si svolgeva l'apoteosi gianicolense, manifestazioni di omaggio all'eroismo garibaldino avvenivano a Frosinone, intorno al monumento dedicato ai martiri ciociari del Risorgimento, a Viterbo, alla tomba che in quel cimitero conserva le ceneri del prode maggiore garibaldino Luigi De Franchis caduto all'assalto di Porta della Verità nell'ottobre del 1867, a Montelibretti, Subiaco, Acquapendente, Bagnoregio, dove si conservano i resti mortali dei caduti nella campagna del 1867, a Montegiovanni Campano, dove è stata inaugurata una lapide per ricordare i gloriosi difensori di Casetta Valentini nell'ottobre del 1867, ad Anagni, sulla tomba del prode Dandini cospiratore e soldato caduto a Vallecorsa nel 1867, a Ripi in memoria del sedicenne Tamburino Domenico Subiaco caduto a San Pancrazio nel 1849, a Velletri al monumento che raccoglie i resti dei caduti della giornata del 19 maggio 1849 ed a Mentana dove il fuoco dell'ara è rimasto acceso per tutta la giornata.

    Nel pomeriggio, a Roma, è stata inaugurata sulla via Flaminia la colonna che ricorda la difesa di quel settore nel giugno 1849.


    "Tra la tradizione garibaldina, vanto e
    gloria d'Italia, e l'azione delle Camicie
    Nere, non solo non vi è antitesi ma vi è
    continuità storica e ideale".

    Benito Mussolini
    (A Monterotondo, 23 dicembre II)

  6. #6
    SolIndiges
    Ospite

    Predefinito

    A 200 anni dalla nascita è celebrato in tutto il mondo.
    Disinteressato, valorosissimo. E per questo "lontano" da noi.


    GARIBALDI
    Troppo eroe per l'Italia di oggi

    di Marco Guidi
    Il Messaggero, pagina 20, 25 giugno 2007


    Duecento anni fa, il 4 luglio del 1807, nasceva a Nizza Giuseppe Garibaldi. Manifestazioni di ogni tipo sono programmate per celebrarare l'anniversario non solo in Italia ma anche nella sue città natale, oggi francese. Il mito dell'Eroe dei Due Mondi ha percorso come un filo rosso non solo il tempo della sua vita, ma anche gli anni seguenti. Anche in questo dopoguerra, mentre la sua figura si faceva più lontana dalla gente comune, importanti uomini politici come Spadolini e Craxi coltivarono la passione per il generale. A Garibaldi sono dedicati parecchi libri appena usciti che cercano di analizzarne non solo la figura ma anche l'origine del suo mito che coinvolse, è il caso dì ricordarlo, non solo l'Italia ma tutta l'Europa e le Americhe. Proprio alla "creazione° del mito è dedicato il libro di Lucy Riall, storica inglese, Garibaldi. L'invenzione di un eroe (Laterza, 605 pagine, 28 euro) e uno del nostro Mario Isnenghi Garibaldi fu ferito. Storia e mito di un rivoluzionario disciplinato (Donzelli, 216 pagine, 14 euro). Ma non è tutto. Eva Cecchinato dedica il suo Camicie rosse (Laterza, 376 pagine, 20 euro) agli uomini che seguirono fino alla fine il generale. E l'editore Lacaita pubblica un'opera a più voci, Giuseppe Garibaldi, tra storia e mito (211 pagine, 30 euro). Come si vede tre opere su quattro insistono sul mito garibaldino, cercando di analizzarne le origini, le cause e il perdurare. La stessa opera sui garibaldini si spinge fino all'intervento nella Prima Guerra mondiale.

    Ma la cosa che colpisce particolarmente nella lettura di tutti questi libri è una: Garibaldi, al di là dell'uso spregiudicato della stampa (che si affermava proprio allora come potente strumento capace di in influenzare le opinioni pubbliche), dei discorsi, delle lettere, delle centinaia di opere, fu davvero non solo una personalità eccezionale, ma ebbe molte doti. Innanzitutto fu un grande tattico e un brillante stratega oltre che un combattente di un valore quasi incredibile, capace di trascinare con il suo esempio volontari raccogliticci e poco addestrati contro forze sempre superiori. E soprattutto capace, tranne rare occasioni, di vincere quando i suoi "colleghi", i generali piemontesi (ma anche quelli francesi nel 1870) rimediarono una serie di orrende figure per incapacità, impreparazione e stoltezza.

    Ma anche l'idea che faceva di lui un uomo di grande cuore ma di intelletto limitato va respinta. Certo, egli fu praticacamente un autodidatta ma fu uomo di vaste letture e di idee (anche se le sue memorie e i suoi romanzi sarebbe meglio non fossero stati scritti). Egli fu sempre un rivoluzionario, prima mazziniano e alla fine della sua vita una specie di socialista. Ma soprattutto egli fu il solo che seppe trascinare italiani di ogni tipo, ma generalmente professionisti, studenti, intellettuali in imprese apparentemente azzardate. Capita di leggere di gente che, fino a un attimo prima di incontrarlo, mai avrebbe pensato di abbandonare la sua vita e che, dopo averlo solo visto e ascoltato, lascia tutto e lo segue.

    In realtà Garibaldi fece comodo a molti, prima di tutto al governo piemontese e al re, ed ebbe davvero pochissimo in cambio. Intanto perché raramente capita di incontrare una persona così disinteressata, capace di rifiutare prebende, titoli, onori, terre, e poi perché contro di lui si unirono generali incapaci, politici gretti, burocrati per negare sempre ai suoi uomini il compenso che meritavano.

    Fu Garibaldi il solo capace di mantenere alle guerce del Risorgimento, da quella del 1849 a quella del 1859, a quella sventurata dei 1866, quella partecipazione popolare che altrimenti sarebbe mancata. Fu lui, con mille uomini male armati e malissimo equipaggiati, a conquistare Palermo. Alla fine al auo fianco avrà un massimo di 21 mila uomini contro un esercito borbonico forte di 50 mila soldati. Eppure egli seppe vincere sempre. E colpisce la sua generosità. Dopo essere stato fermato due volte nella sua marcia verso Roma, nel 1862 sull'Aspromonte e nel 1867 a Mentana (entrambe per volontà della Francia, anche se la prima furono le truppe piemontesi a ferirlo e bloccarlo), egli accorse in difesa della Francia sconfitta dai prussiani nel 1870. E con la sua scalcagnata armata dei Vosgi ottenne la sola vittoria francese contro i prussiani, a Digione. Certo, Garibaldi non somiglia né agli italiani né ai politici di oggi. Certo la retorica garibaldina fu usata in ogni modo spregiudicato. Dagli interventisti della Prima Guerra Mondiale, dai fascisti, che inventarono un parallelo tra le camicie rosse e le camicie nere. Persino nelle elezioni del 1948 i socialcomunisti usarono il suo volto come simbolo per il voto del Fronte popolare. Ma la sua immagine di uomo valoroso, disinteressato, generoso, capace di rinunciare a tutto per un'idea oggi è così tremendamente lontana da noi. E forse per questo, al di là delle celebrazioni ufficiali, a duecento anni dalla nascita Garibaldi ci risulterà un magnifico estraneo.

  7. #7
    SolIndiges
    Ospite

    Predefinito

    Agli EROI D'ITALIA:

    Quarto d'ora di poesia della “X MAS”

    Salite in autocarro aeropoeti e via che si va finalmente a farsi

    benedire dopo tanti striduli fischi di ruote rondini criticomani

    lambicchi di ventosi pessimismi

    Guasto al motore fermarsi fra Italiani ma voi voi ventenni siete

    gli ormai famosi renitenti alla leva dell'Ideale e tengo a dirvi che

    spesso si tentò assolvervi accusando l'opprimente pedantismo

    di carta bollata burocrazie divieti censure formalismi

    meschinerie e passatismi torturatori con cui impantanarono il

    ritmo bollente adamantino del vostro volontariato sorgivo a

    mezzo il campo di battaglia

    Non vi grido arrivederci in Paradiso che lassù vi toccherebbe

    ubbidire all'infinito amore purissimo di Dio mentre voi ora

    smaniate dal desiderio di comandare un esercito di

    ragionamenti e perciò avanti autocarri

    Urbanismi officine banche e campi arati andate a scuola a

    questi solenni professori di sociologia formiche termiti api

    castori

    Io non ho nulla da insegnarvi mondo come sono d'ogni

    quotidianismo e faro di una aeropoesia fuori tempo spazio

    I cimiteri dei grandi Italiani slacciano i loro muretti agresti nella

    viltà dello scirocco e danno iraconde scintille crepitano

    impazienze di polveriera senza dubbio esploderanno esplodono

    morti unghiuti dunque autocarri avanti

    Voi pontieristi frenatori del passo calcolato voi becchini

    cocciuti nello sforzo di seppellire primavere entusiaste di gloria

    ditemi siete soddisfatti d'aver potuto cacciare in fondo fondo al

    vostro letamaio ideologico la fragile e deliziosa Italia ferita che

    non muore

    Autocarri avanti e tu non distrarti raggomitola il tuo corpo

    ardito a brandelli che la rapidità crudele vuol sbalestrarti in cielo

    prima del tempo

    Scoppia un cimitero di grandi Italiani e chiama Fermatevi

    fermatevi volantisti italiani aveva bisogno di tritolo ve lo

    egaliamo noi ve lo regaliamo noi noi ottimo tritolo estratto dal

    midollo dello scheletro

    E sia quel che sia la parola ossa si sposi colla parola possa con

    la rima vetusta frusti le froge dell'Avvenire accese dai

    biondeggianti fieni di un primato

    Ci siamo finalmente e si scende in terra quasi santa

    Beatitudine scabrosa di colline inferocite sparano

    Vibra a lunghe corde tese che i proiettili strimpellano la

    voluttuosa prima linea di combattimento ed è una tuonante

    cattedrale coricata a implorare Gesù con schianti di petti

    lacerati

    Saremo siamo le inginocchiate mitragliatrici a canne palpitanti di

    preghiere

    Bacio ribaciare le armi chiodate di mille mille mille cuori tutti

    traforati dal veemente oblio eterno

    Filippo Tommaso Marinetti,

  8. #8
    SolIndiges
    Ospite

  9. #9
    Klearchos
    Ospite

    Predefinito

    La Spigolatrice di Sapri
    Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!
    Me ne andavo un mattino a spigolare
    quando ho visto una barca in mezzo al mare:
    era una barca che andava a vapore,
    e alzava una bandiera tricolore.
    All’isola di Ponza si è fermata,
    è stata un poco e poi si è ritornata;
    s’è ritornata ed è venuta a terra;
    sceser con l’armi, e noi non fecer guerra.
    Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!
    Sceser con l’armi, e a noi non fecer guerra,
    ma s’inchinaron per baciar la terra.
    Ad uno ad uno li guardai nel viso:
    tutti avevano una lacrima e un sorriso.
    Li disser ladri usciti dalle tane:
    ma non portaron via nemmeno un pane;
    e li sentii mandare un solo grido:
    Siam venuti a morir pel nostro lido.
    Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!
    Con gli occhi azzurri e coi capelli d’oro
    un giovin camminava innanzi a loro.
    Mi feci ardita, e, presol per la mano,
    gli chiesi: - dove vai, bel capitano? -
    Guardommi e mi rispose: - O mia sorella,
    vado a morir per la mia patria bella. -
    Io mi sentii tremare tutto il core,
    né potei dirgli: - V’aiuti ‘l Signore! -
    Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!
    Quel giorno mi scordai di spigolare,
    e dietro a loro mi misi ad andare:
    due volte si scontraron con li gendarmi,
    e l’una e l’altra li spogliar dell’armi.
    Ma quando fur della Certosa ai muri,
    s’udiron a suonar trombe e tamburi,
    e tra ‘l fumo e gli spari e le scintille
    piombaron loro addosso più di mille.
    Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!
    Eran trecento non voller fuggire,
    parean tremila e vollero morire;
    ma vollero morir col ferro in mano,
    e avanti a lor correa sangue il piano;
    fun che pugnar vid’io per lor pregai,
    ma un tratto venni men, né più guardai;
    io non vedeva più fra mezzo a loro
    quegli occhi azzurri e quei capelli d’oro.
    Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!

  10. #10
    Klearchos
    Ospite

    Predefinito



    felice orsini

 

 
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