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    Predefinito Vicende e drammi dell'Ordine Templare

    E VENERDÌ 13 DIVENTÒ UNA DATA NEFASTA…
    Vincenzo Tessadori per "La Stampa"

    Quella notte sarebbe diventata sinonimo di sventura, nella vecchia Europa. Venerdì 13. C'era luna piena a metà ottobre del 1307; oggi, 700 anni dopo, sarà sabato e novilunio: impossibile la caccia all'uomo che allora permise di celebrare il processo. Jacques Vergès, avvocato francese che ha legato il suo nome ai giudizi contro i militanti del Fln algerino, difensore del terrorista Carlos «lo Sciacallo» e autore di "De la stratégie judiciaire, Strategia del processo politico", e la cui vita ha ispirato il film "L'avvocato del diavolo", ha osservato come «il bel processo dei Templari - diciamo bello come può dirsi bella una ferita - rassomiglia una partita a scacchi».

    Soprattutto somigliò a una farsa feroce. Venne seguito uno schema talora adottato dall'Inquisizione e divenuto metodo negli anni bui dello stalinismo: fabbricare prove di delitti tremendi che avrebbero schiacciato imputati dai quali si voleva soltanto la confessione. Dunque, consentito ogni mezzo, e il più lecito ed efficace era la tortura. Naturalmente, la sentenza è già scritta. Sette secoli più tardi, ne avremo forse la prova dalla lettura del volume sul "Processus contra Templarios", basato sui verbali di allora, che sarà presentato in Vaticano, giovedì 25 prossimo.

    Difficile che alla base di un processo politico non vi siano motivi poco limpidi. E quello fu il padre di tutti i processi politici. Potere contro potere, la spada contro l'aspersorio, Filippo IV il Bello, monarca di Francia, contro Clemente V, il pontefice di Roma. Sullo sfondo di questa lotta senza quartiere, o in primo piano, i tesori accumulati dai cavalieri del Tempio, l'unico strumento che,
    agli occhi del re, avrebbe risolto i problemi economici della neonata burocrazia e il fatto che lui dovesse ai monaci guerrieri 300 mila fiorini, bruciati per cominciare quella guerra che sarebbe durata cent'anni contro l'Inghilterra.

    Alla cupidigia in Filippo si univano un sano sospetto sulla fedeltà dei Templari alla parola di Cristo e un sordo rancore perché l'ordine aveva respinto la sua domanda d'iniziazione: la decisione era stata presa perché serpeggiava fra i cavalieri la convinzione che il re volesse scalare la gerarchia per diventare Gran Maestro e allungare così le mani sulle proprietà del Tempio. Ma un altro e, forse, più serio motivo allarmava il re. Diffuso da Cipro alla Spagna, l'Ordine rappresentava una realtà trasversale alle monarchie europee, una insopportabile contraddizione dei nazionalismi, pure di quello ancor verde del regno di Francia.

    Certo, liberarsi dei Templari sarebbe stata un'operazione complessa. Indispensabile l'appoggio della Chiesa, ma il Papa, seppur francese e debole, non l'avrebbe concesso senza concrete ragioni. Filippo ne era consapevole e portò avanti con pazienza il suo disegno. L'occasione decisiva gliela offrì, nel 1303, Esquieu de Floryan, già priore di Montfaucon, che aveva assassinato presso Milano il governatore provinciale dell'Ordine e si era rifugiato a Parigi.


    19 marzo 1314, il rogo di Jacques de Molay - Immagine tratta dal sito http://templars.files.wordpress.com/

    Al suo arrivo, Guillaume de Nogaret, ministro del re, lo fece rinchiudere nel castello reale di Tolosa, il braccio della morte. La stessa cella ospitava tal Noffo Dei, un tipaccio arrivato dalla Toscana per rappresentare in Francia i banchieri fiorentini. Costui raccolse la confessione dell'omicidio e dei peccati di cui si sarebbero macchiati i cavalieri e capì che avrebbe potuto barattare quelle informazioni. Patteggiò. Il «pentito» raccontò ciò che il re voleva udire. Riferì che durante la cerimonia d'iniziazione ai neofiti s'imponeva di rinnegare Cristo, sputare sulla croce, baciare l'«osculum infame», il culo del Maestro, e offrirgli il corpo per i «mal protesi nervi», come disse Dante di Brunetto Latini,
    scaraventato nel girone dei peccatori «contro natura».

    Insomma, un elenco infinito di accuse raccolte poi in un cospicuo dossier dal quale i giudici del re cavarono undici capi d'imputazione fra i quali spiccavano avidità, orgoglio, sfarzo, sodomia, eresia. E idolatria: si sostenne che i cavalieri adorassero il rospo o il gatto, ma soprattutto Baphomet o charnoth, divinità androgina con petto di donna e ali di demonio; che provassero verso
    l'Islam un'attrazione fatale; che amassero fornicare pure con altri culti. Del resto, arroganza ed eccessi avevano guadagnato loro pessima fama, proverbiale l'espressione: «Bibere templariter», «tracannare come un templare». In realtà il detto era: «Bere come un vetraio», ma fu adattato alla bisogna.

    Il 14 settembre 1307 il tempo sembrò maturo e, in segreto, fu spiccato l'ordine di cattura collettivo. Ma per eseguirlo, bisognava attendere il momento propizio. Che arrivò il 12 ottobre, ai solenni funerali, a Parigi, della cognata del re, Caterina di Courtenay. Con pacata e ostentata benevolenza il sovrano accolse Jacques de Molay, Gran Maestro del Tempio e inviato del papa. All'indomani, il blitz. Alla medesima ora, in ogni angolo del regno, le guardie reali snidarono i cavalieri, 150 nella sola Parigi, anche de Molay in
    ceppi.

    Poi la caccia si era allargata a tutta Europa e fu la fine dei Templari, ma non della loro leggenda. Per tenersi coperte le spalle Filippo aveva proclamato di aver ascoltato «le suppliche del nostro beneamato in Nostro Signore, Guillaume de Paris». Che era il grande inquisitore di Francia. Sottoposti a ogni tipo di tortura, compresa quella delle tenaglie arroventate, molti confessarono
    l'inconfessabile e solo in quattro, nella capitale, si proclamarono innocenti. Chi ammetteva la colpa, avrebbe avuto salva la vita; se ritrattava, finiva sul rogo.

    Anche il Gran Maestro del Tempio, robusto combattente e mediocre teologo, si scoprì impreparato e debole di fronte alla valanga delle accuse e, dieci giorni dopo l'arresto, il 24 ottobre, raccontò ai giudici la sua iniziazione, avvenuta 42 anni prima, quando lui ne aveva 22. «Quand'ebbi fatto ogni sorta di promesse sulle osservanze e gli statuti dell'Ordine, mi venne imposto il mantello. Fratello Humbert fece poi portare una croce di bronzo su cui si trovava l'immagine del Crocifisso e m'ingiunse di rinnegare Cristo, raffigurato su quella croce. Sebbene con rammarico, lo feci. Infine fratello Humbert m'invitò a sputare sulla Croce, ma io sputai per terra».

    L'indomani, davanti ai professori e agli studenti dell'università di Parigi, il prigioniero confermò la confessione. Sopravvisse a sette anni di tormenti, ma il 18 marzo 1314 l'ultimo Gran Maestro, decise di non poter più mentire e rivendicò l'innocenza dei Templari. Con lui ritrattò anche Geoffroy de Charnay, Gran Precettore di Normandia: entrambi finirono sul rogo. «È quello il giorno che noi ricordiamo», dice Stelio Venceslai, gran Priore d'Italia, un templare dei giorni nostri. Ciò che vorrebbe dimenticare, invece, è quella notte.

  2. #2
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    TEMPLARI, LA VERITÀ DOPO SETTE SECOLI…
    Marco Tosatti per "La Stampa"


    Immagine tratta dal sito http://www.osmthu.org.uk/

    E' un'opera preziosa e segreta, quella che verrà presentata il 25 ottobre nella Sala Vecchia del Sinodo, in Vaticano. Il titolo è di quelli che fanno venire l'acquolina in bocca agli appassionati del genere mistico-esoterico: il "Processus contra Templarios" si basa, sostanzialmente sul "Foglio di Chinon", la pergamena scoperta nel 2001 dalla ricercatrice Barbara Frale nell'Archivio Segreto Vaticano. Ed è proprio l'Archivio che ha deciso di pubblicare quella che viene definita un'opera «monumentale». È un progetto prezioso, un'edizione rigorosamente limitata a 799 esemplari, contenente la riproduzione fedele degli originali conservati nell'Archivio.

    L'opera s'inserisce negli "Exemplaria Praetiosa", ovvero la più elaborata pubblicazione che l'Archivio abbia finora realizzato. «È un'opera importante - dice lo storico Franco Cardini, che parteciperà alla presentazione del volume -. Contiene gli ultimi documenti pubblicati sulla vicenda, con la pergamena originale rintracciata in Vaticano». La pergamena fu scritta nel 1312, l'anno dello scioglimento dell'Ordine da parte del papa; uno scioglimento, tiene a precisare Cardini, non una condanna: «La prerogativa del papa era quella di sciogliere l'Ordine, ma non lo condannò mai».

    Il "Foglio di Chinon", sfuggito per secoli e secoli all'attenzione degli studiosi a causa di un errore nell'archiviazione compiuto nel XVII secolo, getta una nuova luce sulla fine di quello che fu uno degli Ordini più potenti e famosi del mondo e, fra l'altro, testimonia che il pontefice non lo considerava eretico. La condanna per eresia dei tribunali ecclesiastici locali «si fonda sulle confessioni di alcuni Templari - spiega Cardini - che però poi ritrattarono e per questo motivo furono considerati "relapsi", cioè ricaduti nell'errore per cui erano stati processati e condannati. E il potere temporale, l'unico che aveva l'autorità per farlo, li condusse al rogo».


    La pergamena di Chinon - Immagine tratta dal sito http://www.esoteria.org/

    Quanto sia importante per l'Archivio quest'opera lo dimostra il «cast» dei presentatori: oltre all'archivista bibliotecario di Santa Romana Chiesa, l'arcivescovo Raffaele Farina (futuro cardinale) e al prefetto dell'Archivio segreto vaticano, il vescovo Sergio Pagano, ci saranno Frale, Cardini e l'archeologo e scrittore Valerio Massimo Manfredi.

    «Tra le accuse che vennero rivolte ai Templari - spiega Cardini - c'erano quelle di essere stati in qualche modo sedotti dall'Islam e attirati dall'eresia catara. Due elementi che non potevano coesistere». Cardini sta per pubblicare per Vallecchi un libro intitolato "La tradizione templare", che rifà la storia dell'Ordine, non trascurando le ricostruzioni del "Codice Da Vinci" di Dan Brown. I motivi della condanna furono politici (francesi) e non religiosi: «Gli avvocati del re di Francia non avevano in fondo bisogno di costruire un coerente edificio accusatorio: quel che interessava loro era che fosse efficace e credibile al livello dell'opinione pubblica».

  3. #3
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    Franco Cardini

    TEMPLARI, LA RIABILITAZIONE




    Le calunnie sono dure a morire. Quello dei Templari era un Ordine religioso nato nel secondo decennio del XII secolo: originariamente una fraternitas di pellegrini che avevano preso forse parte a quello strano pellegrinaggio armato che si è soliti chiamar «la prima crociata» (1095-1099), che ricevette poi una regola in qualche modo ispirata all’Ordine cistercense, e nella stesura della quale ebbe quanto meno indirettamente mano lo stesso Bernardo di Clairvaux. Il tratto originale (anche se non esclusivo) di tale ordine, come di altri nati nel medesimo secolo, era che esso riuniva alcuni fratres laici autorizzati a portare le armi per difendere i pellegrini e i nuovi principati cristiani nati in Terrasanta (e, poi, anche nella penisola iberica). Il termine canonico che qualificava tali ordini era non religio, bensì militia. Esauritosi o comunque divenuto problematico il loro ruolo con la fine dell’esperimento dei principati nati dalla crociata, alla fine del Duecento, i Templari – che intanto avevano saputo sviluppare una loro florida attività in campo fondiario e bancario, ma attorno al quale giravano voci insistenti di tralignamento rispetto alla purezza originaria – furono alla fine coinvolti in un memoriabile processo inquisitoriale per eresia, avviato in Francia e dietro al quale c’era la volontà del sovrano di quel paese, deciso a sbarazzarsi dell’ingombrante presenza dell’Ordine e a impadronirsi delle sue ricchezze. L’opposizione del maestro Jacques di Molay a un prestito di quattrocentomila fiorini d’oro che il Tesoriere del Tempio di Parigi aveva concesso al re di Francia e il dissidio tra papa Bonifacio VIII e re Filippo IV di Francia – durante il quale le sedi dell’Ordine in terra di Francia avevano preso posizione a favore del sovrano, a differenza degli altri Templari – furono tra le cause prossime del processo intentato contro l’Ordine: che ebbe comunque la sua origine immediata dalle confessioni e dalle confidenze di un 'pentito', tale Esquieu de Floyran priore templare di Montfaucon, che a partire dal 1305 cominciò a mettere in giro presunte rivelazioni su infiltrazioni ereticali nell’Ordine. Il papa e il re d’Aragona, messi a parte di quelle voci, non vi dettero importanza: ma il re di Francia, che doveva del denaro al Tempio e che era del resto ben deciso a ridurre la Chiesa di Francia sotto il suo controllo eliminando tutte quelle forze sospette di essere troppo strettamente fedeli al papa, aveva tutto l’interesse a lasciarsi convincere che davvero i templari – come recita la lettera regia indirizzata ai funzionari della corona il 14 settembre 1307, festa dell’Esaltazione della Croce – al momento dell’ammissione all’Ordine venissero indotti a rinnegare il Cristo, a sputare sul segno della croce, a darsi ad esecrabili pratiche oscene. Non deve meravigliare che i Templari si facessero così docilmente incarcerare: essi non solo non potevano levare le armi contro dei correligionari perché la loro regola lo impediva, ma soprattutto quelli di loro che si trovavano in Europa erano quasi tutti anziani, o invalidi. Imprigionarli fu uno scherzo da poco.



    Il rogo dove arsero vivi Jacques de Molay e Geoffrey de Charnay,
    davanti alla Cattedrale di Notre Dame, il 18 marzo 1314

    Le accuse contro i Templari, elaborate nei primi mesi dopo le campagne d’arresto eseguite un po’ in tutta Europa – ma con vario grado di efficacia e con esiti diseguali – tra 1307 e 1308, si cristallizzarono in una serie di punti che si potrebbero così enumerare: rinnegavano il Cristo, profanavano il segno della croce, si davano all’adorazione di idoli descritti come di varia forma (come il misterioso Baphometh); erano colpevoli di varie credenze ereticali riguardo ai sacramenti; esercitavano pratiche oscene e omosessuali; si riunivano in conciliaboli segreti dei quali nessuno all’esterno doveva saper nulla. La lista delle accuse ai Templari, per la verità, ha un marcato aspetto fasullo. Sia che gli avvocati del re di Francia s’inventassero di sanapianta gli addebiti da muovere ai fratres, ispirandosi magari a fenomenologia e a casistica dei processi inquisitoriali per eresia che allora cominciavano a diventare più frequenti, sia che essi raccogliessero ed elaborassero confessioni in qualche modo 'autentiche', per estorte che fossero, resta il fatto che l’insieme delle pratiche attestate non ha alcuna coerenza e che ciascuna di esse, singolarmente prese, sembra rinviare a un contesto noto a livello più generico e popolare che non teologico o politico. Durante le cerimonie di ammissione al Tempio, è probabile si verificassero episodi di 'nonnismo' anche molto pesanti e brutali, da cui potevano non esser assenti nemmeno atti irriverenti se non addirittura empi. Il pontefice comprese bene la sostanza dei messaggi che il re di Francia gli inviava, che cioè il destino dell’Ordine era comunque segnato ed era bene accettare il male minore ed evitare scandali: e, com’è noto, sciolse d’autorità l’Ordine in modo ch’esso non fosse condannato, ma che neppure una sua esplicita e conclamata assoluzione compromettesse i rapporti tra regno di Francia e Santa Sede. La pergamena originale rintracciata nel settembre 2001 da una giovane studiosa, Barbara Frale, nell’Archivio Segreto Vaticano, ha mostrato come in seguito a un’inchiesta condotta nella fortezza di Chinon dov’erano rinchiusi i dignitari dell’Ordine del Tempio papa Clemente V concesse loro l’assoluzione, ben convinto del fatto ch’essi non erano affatto eretici.silviadue.net/vari/Templars_Burning.jpg Ma era tardi per arrestare la macchina messa in moto dal re di Francia e dai suoi giuristi. Con lo scioglimento dell’Ordine nel 1312 , sancito dalla bolla Vox in excelso, e il rogo nel 1314 come relapsi dell’ultimo maestro, Jacques de Molay, e del precettore di Normandia Geoffrey de Charney, che dopo aver ammesso la loro colpevolezza si erano di nuovo proclamati innocenti, cessa la vita istituzionale del Tempio. I beni del disciolto Ordine passarono a quello degli Ospitalieri di san Giovanni, secondo la bolla Ad providam del 2 maggio 1312. Il corpus dei documenti processuali era già stato edito da Georges Lizerand, Le dossier de l’affaire des Templiers (Paris 1923). Di recente, gli studi di storici quali Alain Demurger e soprattutto di un gruppo di valorosi giovani ricercatori italiani (tra cui vanno ricordati almeno Simonetta Cerrini, Barbara Frale, Francesco Tommasi) , hanno ampliato le nostre conoscenze sino a consentire un rivoluzionario riesame generale del problema. Il processo si basò su false dicerie infamanti, ma la causa vera fu il rifiuto di un prestito al re di Francia. Furono infatti abili cavalieri, ma anche capaci amministratori. Ora nuovi studi fanno giustizia sulla vicenda

    Da www.avvenire.it (04.10.2007)

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  4. #4
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    Marco Meschini

    LA RIVOLUZIONE DEI TEMPLARI E IL GIALLO DELLA LETTERA RITROVATA




    Baldovino cede la sede del Tempio di Salomone a Hugues de Payns e Gaudefroy de Saint-Homer.
    Miniatura da Histoire dOutre-mer di Guglielmo di Tiro, XIII sec.
    (Immagine da wikipedia)

    «Riflettete: presso Dio non hanno alcun valore né la posizione né l’abito». Chi sollecita il lettore a riflettere e pensare? Non è un filosofo, come ci si potrebbe attendere, né un teologo e nemmeno un chierico, anche se il testo venne scritto intorno al 1128, ovvero in pieno Medioevo. No, chi scrive è un miles, un «cavaliere». Un uomo più avvezzo alla lancia e alla spada che al calamo e alla pergamena. Per giunta un «cavaliere di Cristo», un miles Christi. O per meglio dire un «povero commilitone di Cristo»: pauperes commilitones Christi si fanno infatti chiamare lui e quel manipolo di altri cavalieri che, laggiù in Terra Santa, hanno appena dato avvio a una nuova, inaudita esperienza.

    Sono i templari, così chiamati perché il re di Gerusalemme ha donato loro, come casa madre, il Tempio di Salomone, cioè la moschea di al-Aqsa sulla spianata del Tempio a Gerusalemme. E hanno proposto uno stile di vita fuori dell’ordinario: rimarranno cavalieri - e quindi spargeranno il sangue, quando necessario -, ma saranno nel contempo monaci. Il templare è un ibrido: da un lato stringe i voti di povertà, castità e obbedienza, dall’altro continua a impugnare la spada. Un monstrum, anzi un «nuovo genere di uomini» come scrive in quegli anni il loro grande testimonial, san Bernardo di Clairvaux, il gigante di quel secolo che redige per loro un’opera famosa, L’elogio della nuova cavalleria.

    Siamo nei decenni che seguono la prima Crociata. Nel 1099 Gerusalemme è tornata cristiana, e ora si tratta di mantenere i territori riconquistati. Di proteggere i pellegrini. Di combattere per Cristo, appunto. Ma non, come avevano fatto i crociati, per un periodo limitato, bensì in maniera permanente. L’impeto iniziale, che si sarebbe ripresentato solo con le crociate maggiori tra XII e XIII secolo, doveva divenire istituzione. A questa esigenza di base rispose l’ordine dei templari: all’inizio nove cavalieri - ma il numero è più ideale che reale -, cioè quasi nulla di fronte alla sfida immensa. E sfida duplice: combattere contro i musulmani e, insieme, convincere i cristiani che la loro idea non era follia.

    Ecco dunque che Ugo di Payns, l’ideatore, il primo «cavaliere di Cristo» armato di coraggio e di spada, detta la sua lettera. «Riflettete». Alcuni dicono che non siamo necessari: ma è solo perché la nostra funzione è meno nobile di chi prega soltanto. Eppure «spesso sono le cose meno nobili ad essere le più utili: il piede tocca la terra, ma porta il peso di tutto il corpo». Il fatto è che noi, scrive Ugo, consacriamo «la nostra vita a portare le armi contro i nemici della fede e della pace per la difesa dei cristiani». Ma non per amore della violenza: «In tempo di pace combattiamo contro gli impulsi della carne grazie ai digiuni; in tempo di guerra combattiamo con le armi i nemici della pace che fanno dei danni o che vogliono farli».



    La sua lettera è una delle novità rilevanti del nuovo lavoro di Simonetta Cerrini, La rivoluzione dei templari (Mondadori, pagg. 238, euro 18,50), da oggi in libreria. Cerrini è esperta come pochi al mondo dei testi originari (e originali) dei templari e con questo volume propone una rilettura completa delle loro origini.
    I meriti dell’autrice non si fermano qui. E si estendono al ripensare l’esperienza templare non in un’ottica di storia militare o politica, bensì di storia della cultura. Il libro, infatti, pone al centro dell’indagine i testi (quelli veri appunto) della fondazione: gli scritti dei primi testimoni e i manoscritti della Regola, in latino come in volgare. Emerge così una spiritualità densa e cosciente, segno del fatto che quegli uomini d’arme non solo avevano un’anima, ma che pure la coltivavano. Non ambivano a primeggiare, ma a servire come appunto fanno «i piedi del corpo».

    E ancora: nella sua lettera Ugo spiega bene come si deve «odiare non l’uomo, ma il male», e che quindi persino lo spargere il sangue deve avvenire nel contesto di un’operazione di pace. È un passaggio rilevantissimo: che un san Bernardo distinguesse tra omicidio e malicidio, cioè tra fatto e intenzione, è cosa ben nota. Ma che sullo stesso filo di pensiero corresse la mente dei primi templari è una conferma eccezionale e, insieme, uno spalancarsi d’orizzonti. Perché così si può e si deve ripensare all’ordine come al protagonista d’una forma laica di vita cristiana, proprio in un periodo - quello susseguente la grande riforma «gregoriana» dell’XI secolo - in cui più nette si delineavano le differenze tra chierici e laici, soprattutto in relazione alla sfera del sacro.
    Credo meno, invece, alla speranza confessata dalla Cerrini e da altri (penso all’amico comune Franco Cardini) di una «via del dialogo e della convivenza», dati i rapporti instaurati dai templari con i musulmani nel XII secolo. Che si conoscessero è ovvio, visto che lottavano entrambi sulla e per la medesima terra. Si stimavano anche, è vero, ma solo in parte, perché la stima derivò da un duraturo rapporto fatto anche di aspre battaglie; e come non stimare un nemico che sa resisterti? Ma il «dialogo» di Ugo e degli altri templari parlava parole alquanto nette: i musulmani sono «nemici della pace», «fanno danni o vogliono farli». Non odiamoli, quindi. Ma contrastiamoli. Conviviamo anche, se necessario. Ma pronti a bloccarli.


    Marco Meschini – da Il Giornale del 30 giugno 2008

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