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  1. #1
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    Predefinito Perchè il Ponte è collegato alla guerra

    Un aspetto sconosciuto ai più: il Ponte darà nuovo impulso al processo di militarizzazione del Sud Italia. Troppe convergenze di uomini, società ed interessi legano la realizzazione del Ponte alle guerre che insanguinano i paesi del Sud del mondo. Le società in gara partecipano contestualmente ad iniziative di chiaro stampo neocoloniale, oppure a progetti legati al mondo militare: dal traffico internazionale di armi, alla cosiddetta “ricostruzione” in Iraq.
    Cosa pensate che ne sappiano di impatto sociale o identità culturale dei territori?

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  2. #2
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    Forze armate, missili e servizi segreti a difesa dello Stretto


    Intervenendo ad un convegno pro-Ponte organizzato nel 2005 dalla CISL, l’allora presidente della Commissione parlamentare antimafia sen. Roberto Centaro (AN), si è soffermato sui rischi di infiltrazione mafiosa nella gestione degli appalti per la realizzazione dell’opera ed ha preannunciato le “contromisure” che il governo intendeva adottare.
    “I servizi segreti saranno operativi – ha affermato Centaro – e se necessario non si esiterà ad attuare un’operazione sullo stile dei Vespri Siciliani, anche se rinunciare alla militarizzazione sarebbe una prova di forza da parte delle istituzioni”.
    Uomini dei servizi e militari dunque per presidiare i cantieri del Ponte, in una riproposizione della sventurata stagione post-stragista del 1992, quando l’allora governo Amato inviò in Sicilia i reparti dell’Esercito del Centro-Nord per presidiare strade, porti, ponti, infrastrutture produttive, finanche abitazioni private. Un’operazione di “controllo del territorio” che ha accelerato i processi di militarizzazione dell’isola fornendo un’occasione unica e irripetibile alle forze armate per sperimentare ruoli di controllo “interno” e di “ordine pubblico”, funzioni poi esportate nei principali scacchieri di guerra, dalla Somalia alla ex Jugoslavia, sino alle recenti missioni in Afghanistan ed Iraq.

    Se per assicurare la “pax sociale” nell’area dello Stretto il governo ha già pronto un piano di intervento con militari ed agenti segreti, più complesso e certamente più costoso sarà il dispositivo militare ed “anti-terrorismo” che dovrà essere predisposto per la difesa vera e propria della megainfrastruttura.
    Come denunciato da anni dai pacifisti locali, l’eventuale realizzazione del Ponte di Messina genererà una vera e propria rivoluzione dell’assetto militare delle forze armate nel Mezzogiorno d’Italia.

    Nella seconda metà degli anni ’80, il ministero della Difesa presentò un rapporto segreto (denominato “Coefficiente D”), in cui venivano analizzati gli interventi necessari per garantire un eventuale utilizzo dell’infrastruttura per esigenze di tipo militare e per assicurare la protezione del manufatto in caso di crisi internazionale o di conflitto armato. Sin da allora il tema della “difesa del ponte” apparve agli strateghi uno dei problemi più complessi da affrontare. Il generale Gualtiero Corsini, in un suo intervento su una rivista specializzata delle forze armate, parlò di “grossi problemi di vulnerabilità del ponte”, data la sua sovraesposizione “ad ogni tipo di attacco con navi, aerei o missili”. Secondo il generale Corsini, il ponte sullo Stretto era destinato a diventare “punto sensibile di dimensione strategica probabilmente non comparabile con alcun altro obiettivo esistente in Italia”.
    “Il risultato di un’azione offensiva contro una tale opera – aggiungeva il militare - sarebbe in ogni caso “eccezionale” specie per i contenuti di “simbolo”, politici e psicologici, che un attentato all’infrastruttura verrebbero ad assumere”.
    Valutazioni profetiche se si pensa agli scenari internazionali apertisi dopo l’11 settembre 2001 con l’attacco aereo alle Torre Gemelle di New York.

    Nel suo intervento il generale Corsini non si sbilanciava a quantificare gli oneri finanziari per la difesa militare del Ponte, anche se li definiva “altissimi” in quanto si sarebbero dovuti approntare “una molteplicità di sistemi aerei, missilistici e artigliereschi con base a terra e su mezzi navali”.
    Ecco allora che con l’inizio dei lavori per il Ponte sullo Stretto e lo sbarco dei nuovi “Vespri Siciliani” è sempre più ipotizzabile l’installazione di sistemi di missili terra-aria tra Scilla e Cariddi, l’utilizzo degli scali “civili” di Reggio Calabria e Lamezia Terme per il rischiaramento di cacciaintercettori e bombardieri, l’ennesimo potenziamento di Sigonella e dei porti militari di Messina ed Augusta, la “cessione” alla Nato del porto di Gioia Tauro (in atto), la predisposizione di una “cintura navale” nel Basso Tirreno e nello Ionio magari utilizzando l’arcipelago delle Eolie ed i porti di Milazzo, Giardini-Naxos, Giarre-Riposto e Catania (come avvenuto durante le crisi USA-Libia e la prima Guerra del Golfo)

    Un Ponte-Fortezza, dunque, a segnare irrimediabilmente la cultura di guerra del XXI secolo.
    http://www.terrelibere.org/doc/254/F...#_Toc173923046

  3. #3
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    Signori del Ponte o Cavalieri armati?



    Sono tuttavia le società e gli uomini del Ponte ad incrociare le loro vicende personali con i teatri militari di mezzo mondo.
    Si accennava alla CMC – Cooperativa Muratori Cementisti di Ravenna, che arriverà nello Stretto con i manager ed i mezzi che da dieci anni operano nella base nucleare di Sigonella, trampolino di lancio di tutte le operazioni di guerra degli Stati Uniti nel Mediterraneo e in Medio oriente.

    Meno noto invece che la Società Stretto di Messina ha avuto nel proprio consiglio di amministrazione alcuni dei rappresentanti più significativi del complesso militare industriale italiano.
    Emmanuele Emanuele, sino all’aprile 2005 nel Cda della concessionaria per la realizzazione del Ponte, è consigliere dell’Agusta S.p.A., una delle protagoniste del mercato mondiale degli elicotteri da guerra (un fatturato di oltre 2,5 miliardi di euro ed un portafoglio ordini per oltre 7,6 miliardi), entrata in buona parte delle inchieste sui traffici di armi gestiti da faccendieri, mafiosi e piduisti.
    L’Agusta opera in joint venture con la britannica Westland ed è controllata da Finmeccanica (ex IRI), società di cui è stato amministratore delegato il neo Ad di Impregilo Alberto Lina (nonché vicepresidente di Sirti, azionista della società General Contractor del ponte e produttrice di sistemi avanzati di telecomunicazione militare).

    Giuseppe Zamberletti, Presidente della Stretto di Messina, sino all’assunzione dell’incarico nella S.p.A., è stato tra i parlamentari particolarmente attivi nella campagna orchestrata dalle grandi imprese militar-industriali per la modifica della legge 185 del 1990 che regola l’export di armi, a favore della piena “liberalizzazione” in materia. “Siamo contro le norme, introdotte dall’area parlamentare più utopistica e massimalista, realmente assurde, come quelle relative ai paesi in via di sviluppo”, ha dichiarato lo stesso Zamberletti, in occasione di un seminario organizzato nella primavera del 1999 dall’Istituto ricerche e informazioni difesa insieme alle maggiori aziende belliche nazionali (Istrid) [81].

    Del precedente consiglio di amministrazione della Stretto di Messina S.p.A., facevano parte due uomini che ricoprono un ruolo determinante nel cosiddetto processo di “ricostruzione” delle infrastrutture distrutte dai bombardamenti USA in Iraq: l’odierno presidente della commissione di controllo del Ministero delle infrastrutture, on. Vito Riggio, e l’ex manager Montedison, Lino Cardarelli.

    Vito Riggio è membro del Cda del “Consorzio italiano infrastrutture e trasporti per l’Iraq”, con sede legale a Roma e soci ANAS, Ferrovie dello stato, Italferr, Ente nazionale per l’aviazione civile ed ENAV.
    Al consorzio è stata affidata l’attuazione del piano generale dei trasporti iracheno dalla CPA, l’Amministrazione della coalizione occupante (il governo provvisorio guidato dagli Stati uniti e dagli “alleati”). Organo della CPA è il PMO (Program management office), l’organismo delle forze di occupazione che si occupa degli aspetti economici, finanziari e industriali della ricostruzione e di cui è vicedirettore, appunto, Lino Cardarelli.

    Il manager, già amministratore delegato della FIP, merchant bank del gruppo BNL, fu arrestato nel 1993 per “false comunicazioni e illegale ripartizione di utili” nell’ambito dell’inchiesta sui fondi neri della Montedison transitati in un conto di una società con sede nelle Antille Olandesi. Dopo la prescrizione di rito del reato, Cardarelli fu chiamato dal concittadino Pietro Lunardi al Ministero delle Infrastrutture per poi essere nominato nel maggio 2003 membro del consiglio di amministrazione della Stretto di Messina.

    Il Program Management Office ha distribuito milioni di dollari ai general contractor chiamati alla ricostruzione di aeroporti, porti, reti stradali e infrastrutture petrolifere iracheni. Le società, ovviamente, sono in buona parte statunitensi; tra esse spiccano innanzitutto Bechtel, Luois Berger e Parsons.

    Bechtel è forse il maggior colosso militare-industriale-nucleare mondiale, ma esercita un ruolo predominante anche nel settore energetico, dei servizi e del controllo privato delle risorse idriche.
    Bechtel ha progettato il Canale della Manica, tra le realizzazioni più fallimentari della storia dei trasporti. La società, inoltre, è stata tra le prime nel 1997 ad offrire alla Stretto di Messina la disponibilità alla partecipazione progettuale ed esecutiva del Ponte; nello stesso anno i suoi manager incontravano a Messina i vertici della Società Stretto, l’allora presidente, oggi onorario, Nino Calarco e l’amministrazione comunale guidata dal sindaco Franco Providenti.

    Il gruppo Louis Berger, società d’ingegneria con sede in New Jersey, oltre che in Iraq, è presente nella ricostruzione di importanti infrastrutture nell’Afghanistan sotto occupazione internazionale.
    Bechtel e Berger hanno concorso, senza successo, al bando di gara per il Project Management Consulting (PMC), vinto invece da Parsons Transportation Group che così seguirà la progettazione definitiva del Ponte sullo Stretto di Messina.

    In Iraq, contratti complessivi per 200 milioni di dollari sono finiti invece alle imprese italiane “amiche” del Ponte, principalmente Snamprogetti e Tecnimont (in gara per il PMC della megaopera) e Techint della famiglia Rocca, azionista di riferimento di Impregilo e Sirti.

    La stessa Impregilo è tra le candidate più quotate per ottenere importanti commesse civili nel martoriato paese arabo. La società di Sesto San Giovanni è del resto di casa nello scacchiere mediorientale: nel piccolo emirato di Abu Dhabi Impregilo ha realizzato 7 dissalatori e la più grande moschea del mondo. Ancora ad Abu Dhabi, Giuseppe Zappia, l’imprenditore italo-canadese prescelto da Cosa Nostra per finanziare il Ponte sullo Stretto, ha progettato un acquedotto di oltre 400 chilometri ed ottenuto ben 8 contratti di costruzioni civili. Negli Emirati Arabi Zappia ha anche lavorato alla realizzazione di campi base utilizzati dalle forze armate Usa per sferrare i suoi attacchi all’Iraq.

    Sarà casuale, ma Abu Dhabi è stata la destinazione di una partita di cannoni “Oerlikon” trattata nel 1985 dal mafioso messinese Rosario Cattafi, compare di anello e socio nel business delle transazioni degli strumenti di morte del faccendiere Filippo Battaglia. Quest’ultimo ha ricoperto per anni il ruolo di “intermediario” dell’Agusta S.p.A. nella vendita di elicotteri all’Arabia Saudita e ad alcuni paesi latinoamericani.

    Nel 1992, Filippo Battaglia, al tempo operativo nell’export di armamenti accanto ad alcuni finanzieri catanesi vicini al clan Santapaola, diede vita ad una operazione finanziaria tesa a conseguire il pacchetto azionario di maggioranza della S.I.C.O.S. – Azienda Regionale Siciliana, Costruzioni e Servizi, costituita appositamente a Palermo in previsione della costruzione del ponte sullo Stretto e dell’autostrada Catania-Gela.

    Nelle mire del chiacchierato imprenditore anche l’affare privatizzazione acqua in Sicilia. Grazie ai contatti con il governo regionale la S.I.C.O.S. avrebbe dovuto ottenere il controllo dei corsi d’acqua, la riutilizzazione delle acque reflue e il coordinamento delle risorse idriche delle dighe (vecchie e nuove) nell’isola.
    Le disavventure giudiziarie di Filippo Battaglia & soci probabilmente bloccarono il progetto di istituire un’unica holding Ponte-Armi-Acqua. Almeno sino ad un paio di anni fa.

    Nell’inverno 2004 è stata costituita la società mista Siciliacque a cui viene assegnata la gestione per 40 anni del sistema acquedottistico e degli invasi della regione siciliana. La società è controllata al 75% da Sicilia Hidro S.p.A., raggruppamento di cui sono capofila Enel e Veolia (ex Generale des Eaux, gruppo Vivendi, gigante francese nella gestione e distribuzione delle fonti idriche) e di cui fanno parte anche Acqua S.p.A., ed EMIT, entrambe controllate dalla finanziaria Fineco. I soci? Innanzitutto la famiglia Pisante, poi la Germani S.r.l. e la Itinera Finanziaria S.p.A.


    Con le ultime due società rivive la vecchia idea “dall’Acqua al Ponte”. Germani vede azionisti i due figli dell’on. Giuseppe Astone, padre-padrone della Dc messinese, ancora oggi potente manovratore dell’economia e della politica locale ed autorevole sostenitore della realizzazione del Ponte sullo Stretto.
    Itinera Finanziaria è la cassaforte delle società del costruttore Marcellino Gavio, tra gli azionisti di IGLI e dunque titolare di Impregilo che dovrà progettare e costruire la mega-opera.

    L’ennesima quadratura del cerchio.
    http://www.terrelibere.org/doc/254/S...#_Toc173923047

  4. #4
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    Senz'altro uno scenario sempre piú inquietante e una ragione in piú per essere contrari al ponte!

  5. #5
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    Ma non diciamo scemenze, il Ponte serve per velocizzare il trasporto delle merci agricole prodotte in Sicilia che sono deperibili, e poi fa parte dei Corridoi Europei, è Corridoio 1

  6. #6
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    Citazione Originariamente Scritto da Sheera Visualizza Messaggio
    Ma non diciamo scemenze, il Ponte serve per velocizzare il trasporto delle merci agricole prodotte in Sicilia che sono deperibili, e poi fa parte dei Corridoi Europei, è Corridoio 1
    Ma non diciamo fesserie ! Per i pochi giorni in cui sarebbe utilizzabile durante l’anno, a causa dell’ oscillazioni delle forti correnti marine nello stretto, il ponte farebbe risparmiare 20 minuti di tempo !
    Senza la Salerno-Reggio Calabria, sai dirmi da dove dovrebbero arrivare le merci delle quali ti preoccupi ?
    Nel caso ti fosse sfuggito, ti ripropongo il post di Siculo58:

    ) Non risolve i problemi di passaggio da e per la Sicilia, non esistono vie di comunicazione degne di tal nome né in Sicilia né in Calabria, un attraversamento veloce dello stretto verrebbe frustrato dalle cattivissime condizioni delle strade su entrambe le sponde, la situazione non é mai cambiata nei decenni, non vedo come il ponte possa cambiare le cose. E poi il risparmiare poch minuti non significa niente nei viaggi da e per Milano, Torino, ecc. La storia che il ponte sarebbe la madre di tutte le infrastrutture la raccontino ai creduloni, alla mia etá non credo alle favole!
    Piuttosto migliorare i collegamenti interni, oggi per spostarsi in treno da Trapani a Catania ci vogliono 14 ore!!! Ci sono ancora linee ferroviarie a diesel, (CT- PA), lo stesso dicasi per le autostrade: la CT PA é sempre in pessimo stato.
    Piuttosto che costruire il ponte sarebbe meglio rivalutare i porti, che languono nell'abbandono, e gli aereoporti.
    Una impresa che deve far avere i propri prodotti in America o Asia deve utilizzare gli aereoporti di Milano o Roma, con costi di tempo e denaro che potrebbero essere evitati con un aereoporto intercontinentale.
    Penso a compagnie come la ST Microelectronics che ha una sede a Catania, potrebbe inviare i chip che produce a Singapore, Taipei e altre parti del mondo in modo piú celere e cost-effective, e non c'é solo la ST, anche spedire semplicemente prodotti agricoli in Europa si avvantagerebbe di migliori aereoporti per inviare le derrate alimentari (meno spese, meno rischi di rovinare le derrate).
    Il ponte servirebbe solo a Berlusconi, per nutrire il suo ego, ai vari politici che hanno le mani in qualche modo nelle varie imprese coinvolte nella costruzione del ponte e ovviamente alla mafia, la Impregilo incaricata di costruirlo é giá stata coinvolta in uno scandalo di connessione con la mafia e nessuno ha pensato di toglierle l'onere!

    2) Produrrebbe ingenti danni ambientali, le escavazioni per costruire i piloni, alti ciascuno 400 metri dal suolo piú altri 50 nel sottosuolo, produrrebbero un enorme ammasso di detriti che verosibilmente verrebbero buttati a mare, distruggendo le praterie di Poseidone piú importanti e belle d'Europa, oltre a distruggere per sempre un paesaggio stupendo e mitico, e un paesino sulla costa Calabra.

    3) La situazione tellurica sconsiglia la costruzione del ponte: la placca africana spinge sia la Sicilia che la Calabria con spostamenti non nella stessa direzione, la Sicilia si sposta verso nord-ovset e la Calabria verso nord-est, questa spinta é di 1 cm. all'anno, esistono peró varie faglie che corrono parallele alla costa che ne assorbono l'energia che peró non puó essere tenuta in eterno, quando viene rilasciata provoca violentissimi terremoti, come quello del dicembre 1908, che portó all'allontanamento delle due sponde di 70 cm. e lo sprofondamento di entrambe, sono passati quasi 100 anni da allora e se avvenisse ora e il ponte fosse giá lí, i piloni si sposterebbero di 1 metro (verso n-o e verso n-e) con susseguente tensione pericolosa che verrebbe applicata a tutta la struttura.

    4) Come indipendentista vedo il ponte come ulteriore schiavizzazione della Sicilia, che verrebbe legata a una terra che non ci appartiene e alla quale non vogliamo appartenere e toglierebbe alla Sicilia la peculiare e suggestiva condizione di isola, ci sono molte isole che vivono senza alcun ponte e sono molto floride (UK, Singapore, ecc


    A tutto ciò aggiungi: che il governo Berlusconi ha tagliato tutti i fondi destinati e già stanziati per le infrastrutture siciliane senza le quali il ponte sarà una cattedrale nel deserto…una cattedrale in onore all’ uomo del ponte!
    Per favore, non diciamo FESSERIE !!!

  7. #7
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    Evidentement Sheera credi alle fandonie che si dicono in giro sulla necessitá di costruire un ponte che gioverebbe sollo alla mafia, ai politici e agli industriali, ma che non porterebbe nessun vantaggio ai Siciliani!!

 

 

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