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    Predefinito Il Re In Spagna Ricorda Le Insorgenze Antinapoleoniche E L Italia Sta Con Napoleone!

    Incredibile!s.m. Il Re Juan Carlos Di Borbone Di Spagna Ha Commemorato Le Vittime Del Regime Napoleonico Duecento Anni Dopo E Delle Rappresaglie Bonapartiste Contro Il Popolo Madrileno E Navarrino Indifeso E Propugnatore Della Fedeltà Alla Monarchia Iberica Federativa E Del Rispetto Del Cristianesimo!l Italia Stato Rivoluzionario E Creato Da Una Dinastia Corrotta Giacobina E Centralista Non Potrà Mai Ricordare Le Vittime Di Quei Terribili Eccidi Avvenuti In Tutta L Italia.

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    E’ uscito il nuovo libro di Ettore Beggiato:

    “1809: l’insorgenza veneta.
    La lotta contro Napoleone nella Terra di San Marco”

    Editrice Veneta – Vicenza


    Presentazione dell’avv. Ivone Cacciavillani

    L’Autore che, completata la stesura d’un libro, ne chiede a taluno la “presentazione”, si rivolge generalmente, tra i conoscenti, a chi pensa sia in consonanza con le tesi enunciate, confidando in una specie di loro avallo presso i lettori. Beggiato sulla piena consonanza ha certo indovinato, anche se su un solo punto debbo dissentire: Egli deve per coerenza e chiarezza menzionare spesso quel personaggio che tra gente dabbene non dovrebbe mai venire nominato, come una parola sconcia. Nei miei libri, quando devo parlarne, uso sempre una I. maiuscola puntata ed in nota in calce preciso che quella I. può significare Imperatore per gli ammiratori, Infame per i molti altri. Qui Beggiato deve necessariamente chiamarlo per nome, ma resta sempre e solo un I.
    Ha un merito enorme questo libro, che più che di storia dovrebbe essere definito di cronaca: quel giorno per giorno di rivolte paesane indice d’un “troppo pieno” di sopportazione che straripa qua e là per il Veneto, con una distribuzione geografica a macchia di leopardo che la dice tutta sulla generalità dell’insoddisfazione. Se ci fossero stati giornali che avessero avuto il coraggio di pubblicare anche cose non gradite “al Palazzo” questi sarebbero stati fatti di cronaca giornalistica ed allora i rivoltosi, che erano per lo più dei renitenti alla leva per nulla anelanti ad andar a morire nelle gloriose armate dell’I., probabilmente sarebbero stati definiti “ribelli”. Erano sostanzialmente dei poveracci senza più nulla da perdere per avere già perso (o essergli stato tolto) tutto; ora probabilmente li si chiamerebbe partigiani; allora andavano per briganti, che dava l’idea del grassatore con un misto peraltro di ammirazione per il coraggio e la spregiudicatezza; ma inoltrandosi per questa strada c’è il rischio di sconfinare nella sociologia storica …
    Un punto della Sua Introduzione merita di essere ripreso con qualche considerazione per l’alto valore “ideologico”: il rancore per il silenzio degli Storici, per la latitanza delle “Università italiane nel Veneto”, detto come antitesi a Università Venete, che secondo Beggiato, latitano del tutto. In questa storia “dal basso”, dal lato della povera gente che non fa mai storia, perché, secondo una certa moda “culturale”, la storia deve occuparsi solo di guerre, di battaglie, di conquiste: i fatti dei “grandi”. Condivisibile il rilievo, ma ci si deve chiedere il perché di questa moda perversa. Ed il perché sta proprio nella mancanza dell’anello cronachistico. L’interesse alla ricerca storica nasce dall’interesse alla lettura. L’interesse alla lettura nasce dalla voglia di saperne di più; il passaggio dai fatti di cronaca alla storia dei fatti passa attraverso l’opera ora del giornalista; per i tempi andati, quando i giornali o non c’erano o non venivano letti (nel contado), dalla cronachistica: i libri di fatti di cronaca come passaggio ai libri di storia.
    Bene fa Beggiato, sempre nell’Introduzione, ad avvicinare le rivolte diffuse del 1809 contro l’I. a quella del 1848 contro l’Austriaco; figlie dello stesso disagio e della miseria imperante. La grande differenza sta nel fatto che nel 1809 non c’era un Daniele Manin ad incanalare la protesta e a farne fatto politico. Effimera quella del ‘48, ma infinitamente più efficace di quella del ‘09. Resta un grande deficit di storia nel nostro Veneto; difficilmente spiegabile. Forse la spiegazione più convincente la dà ancora Daniele Manin, nella descrizione dell’assetto costituzionale della Serenissima, in una monumentale opera collettanea del 1847: la ravvisò nell’eccesso di autonomia lasciata dalla Repubblica di San Marco alle Terre dei suoi Domini: un’autonomia che diventò particolarismo e localismo; incapaci i Veneti di guardare ad una Patria, oltre l’ombra breve del campanile. Ed allora ben vengano questi libri di cronaca, che, raccontando le vicende dei campanili, riescono a creare una comunità d’interessi che forse è proprio quel connettivo che manca alla nostra cultura di base.
    Finisce che occorre dir grazie ad un Beggiato che, andando per campanili, finisce per fare del vero federalismo culturale.






    Introduzione

    Banditi o patrioti veneti ?

    Giuseppe Boerio nel suo “Dizionario del dialetto veneziano” stampato a Venezia nel 1856 parla dei “briganti” in questi termini:
    “Con tale nome erano comunemente chiamati nell’anno 1809 coloro che nelle varie nostre provincie si sollevarono”; lo storico trentino Aldo Bertoluzza anticipa l’utilizzo del termine, almeno per quanto riguarda il Veneto, al 1797:
    “La denominazione di briganti che verrà riportata da gran parte degli storici risale al mese di aprile 1797, quando avvenne l’emigrazione nel Trentino di fuoriusciti veneti antifrancesi e la formazione di quei primi nuclei che Napoleone stesso battezzava briganti, e che diventeranno poi gli affiancatori dei malcontenti tirolesi e di Andreas Hofer nel 1809”
    Attraverso il concetto di “brigante” si tentava, e si tenta, di screditare chi lottava comunque per un’idea, per difendere la propria terra, la propria casa, la propria tradizione.
    E così “briganti” furono tutti coloro che in tantissimi comunità della penisola italiana resistettero alle orde napoleoniche e giacobine, “briganti” furono chiamati i Vandeani che pagarono con il sangue la difesa della loro identità, “briganti” divennero più tardi coloro che si ribellavano nei confronti dei “liberatori” sabaudi e che vedevano i loro paesi rasi al suolo da certi figuri che ora campeggiano nelle nostre piazze.
    L’insorgenza del 1809 assume il carattere di una vera e propria ribellione contro il conquistatore, contro l’Infame Napoleone.
    Si può certamente parlare di una guerra di liberazione contro l’invasore straniero e i suoi collaborazionisti locali (i giacobini veneti) in un contesto che assume una caratteristica europea e che parte dalla Vandea tocca il Tirolo incendia la Spagna e coinvolge, in forme diverse, l’intero continente
    Da una parte i popoli decisi a difendere la loro terra, la loro storia, le loro tradizioni dall’altra Napoleone e i suoi alleati; da una parte la difesa della propria religiosità dall’altra l’offensiva del laicismo; da una parte le “piccole patrie” dall’altra l’espansionismo francese, da una parte la battaglia autonomista dall’altra il centralismo più ottuso e rapace che affama la nostra gente con nuove tasse particolarmente odiose come quella sul macinato..
    Si calcola che dal 1796 al 1815 le varie insorgenze coinvolsero nella sola penisola italiana più di 300.000 persone; sicuramente ne morirono più di centomila.
    Ed anche nel nostro Veneto ci sono numeri impressionanti che testimoniano una partecipazione straordinaria: ad Orgiano piccolo centro del bassovicentino, fonti della polizia parlano di quindicimila persone in piazza, ma sono le piazze dell’intero Veneto ad infiammarsi, sono i campanili delle nostre comunità che diventano il simbolo della rivolta (non ci avevo mai pensato: dalle campane a martello del 1809 al campanile di San Marco dei Serenissimi del maggio 1997 …..) ..
    Una sollevazione straordinaria come partecipazione, come coinvolgimento generale dell’intera popolazione, interclassista si direbbe oggi (altro che rivoluzione degli straccioni!), come riaffermazione della propria identità veneta e come lotta per riconquistare la libertà perduta (la bandiera con il leone di San Marco sventola in tante piazze e a Schio viene anche insediato un Governo Veneto…) alla quale si reagisce con brutalità impressionante con centinaia e centinaia di patrioti veneti fucilati e impiccati; certo, ci fu anche chi si dedicò alla razzia: ma fu comunque una esigua minoranza.
    Sicuramente mancò la capacità “politica”, mancarono i capi, non certo l’ardore e l’eroismo della nostra gente.
    Ma tutto questo nei libri della scuola italiana non compare e nella pubblicistica del “regime” viene censurato o minimizzato. E d’altra parte basta pensare a chi “controlla” le università venete, o meglio le università italiane nel Veneto per rendersi conto di come la storia veneta sia ostaggio di logiche e di “culture” estranee alla nostra terra e al nostro popolo.
    Possiamo chiedere a questi “storici” sfornati dalle università italiane del Veneto come mai in Spagna gli insorti antinapoleonici vengono considerati degli eroi, immortalati nel famoso quadro di Fransisco Goya, e nella nostra terra veneta gli stessi insorti antinapoleonici vengono ignorati o trattati come delinquenti comuni?
    Ed è la stessa storiografia che continua a presentare il Veneto polentone, abituato a dire “comandi!” a chiunque passi per questa terra. Nulla di più sbagliato!
    Il nostro popolo ha sempre lottato per riacquistare la propria sovranità, la propria libertà. C’è un filo rosso (o meglio azzurro che è il colore nazionale di noi veneti) che unisce tante pagine della nostra storia nelle quali è costante la lotta del nostro popolo per l’autonomia, per l’autogoverno.
    Vediamole, schematicamente e senza pretesa di completezza.
    1) Nel 1797 i Veneti lottano strenuamente per difendere la Serenissima. Eroica la difesa dei veronesi durante le “Pasque” ma in tutto il Veneto ci sono manifestazioni di fedeltà alla Repubblica di San Marco e di resistenza contro i francesi;
    2) nel 1809 i Veneti, come vedremo, insorgono contro Napoleone
    3) nel 1848, il 22 marzo inzia la grande rivoluzione veneta; viene ricostituita la Repubblica Veneta e Venezia sarà l’ultima città d’Europa a cadere, il 23 agosto 1849, sotto l’impressionante offensiva dell’esercito aburgico. Per le cinquegiornatecinque di Milano ci sono interi scaffali di volumi, un anno e mezzo di indipendenza veneta viene sistematicamente ignorata. Dieci anni dopo Napoleone III proprone a Francesco Giuseppe di assimilare la questione veneta a quella del Lussemburgo. Nel 1866 attraverso un plebiscito-truffa il Veneto viene annesso all’Italia.
    4) Nel 1920 subito dopo la fine della grande guerra quasi interamente combattuta nel nostro Veneto e che ha portato lutti, tragedie e disperazione a non finire, Luigi Luzzatti, già presidente del Consiglio dei Ministri, profondo conoscitore della nostra gente, scrive al suo successore Vittorio Emanuele Orlando il 7 febbraio 1919 del timore che potesse sorgere "un'Irlanda Veneta, mutando i paesi più patriottici e più sobri nel chiedere, in ribelli della disperazione" e il prefetto di Treviso segnala al Ministero la possibilità che nel Trevigiano si crei un movimento separatista tendente a staccare il Veneto dall'Italia.
    E Guido Bergamo parlamentare trevigiano scrive "Il governo centrale di Roma, questo governo di filibustieri, di ladri e camorristi organizzati, non si accorgerà di noi se non ci decideremo a far da noi" e ancora "Ora basta! Il problema veneto è così acuto che noi da oggi predicheremo la ribellione dei veneti. Cittadini, non paghiamo le tasse, non riconosciamo il governo centrale di Roma, cacciamo via i prefetti, tratteniamo l'ammontare delle imposte dirette nel Veneto".
    5) Nel 1945, nell’immediato dopoguerra il ministro dell’interno chiede informazioni alla prefettura di Venezia su “persone che tendano ad una autonomia integrale del Veneto e alla costituzione di una Repubblica di San Marco”
    6) Nel 1970 nascono le regioni e il Veneto è l’unica regione che si da uno statuto nel quale si parla di “popolo”: l’articolo due recita: “L’autogoverno del popolo veneto si attua in forme rispondenti alle caratteristiche e tradizioni della sua storia”
    7) Nel 1983 alle elezioni politiche per la prima volta in una regione a statuto ordinario una forza politica autonomista riesce a far eleggere due rappresentanti al parlamento italiano: è la Liga Veneta, la madre di tutte le leghe.
    8) Nel 1997, il 9 maggio otto “serenissimi” si impossessano del campanile di S. Marco e issano la bandiera veneta. Un gesto e un sacrificio determinanti a far risvegliare nel popolo veneto la coscienza della propria identità e dei propri diritti.


    C’è una grande opportunità con il 2009, con il duecentesimo anniversario dell’insorgenza veneta.
    Sta a tutti noi diventare protagonisti nel processo di riappropriazione della nostra storia e della nostra identità.
    Riappropriamoci del 1809!
    E oggi come allora “Viva San Marco!”


    Ettore Beggiato


    Il libro (222 pagine, 15 euro)
    può essere
    all’autore [email protected] o www.ettorebeggiato.org

  3. #3
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    ...durante queste sollevazioni antifrancesi ci furono episodi di grande eroismo come quello di don giuseppe marini un parroco di 29 anni di carrè (diocesi di padova) che venne fucilato il 19 agosto 1809 in campo marzio a vicenza... questo è un personaggio del tutto dimenticato, a lui non è stata dedicata nè una piazza nè una via... anche in campo marzio non mi sembra di avere visto una lapide che si riferisse a questo tragico episodio... consiglio di leggere i testi di carlo bullo che ha scritto la più completa opera sui movimenti insurrezionali veneti (soprattutto vicentini) del 1809...

  4. #4
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    Citazione Originariamente Scritto da vadelongo Visualizza Messaggio
    E’ uscito il nuovo libro di Ettore Beggiato:

    “1809: l’insorgenza veneta.
    La lotta contro Napoleone nella Terra di San Marco”

    Editrice Veneta – Vicenza


    Presentazione dell’avv. Ivone Cacciavillani

    L’Autore che, completata la stesura d’un libro, ne chiede a taluno la “presentazione”, si rivolge generalmente, tra i conoscenti, a chi pensa sia in consonanza con le tesi enunciate, confidando in una specie di loro avallo presso i lettori. Beggiato sulla piena consonanza ha certo indovinato, anche se su un solo punto debbo dissentire: Egli deve per coerenza e chiarezza menzionare spesso quel personaggio che tra gente dabbene non dovrebbe mai venire nominato, come una parola sconcia. Nei miei libri, quando devo parlarne, uso sempre una I. maiuscola puntata ed in nota in calce preciso che quella I. può significare Imperatore per gli ammiratori, Infame per i molti altri. Qui Beggiato deve necessariamente chiamarlo per nome, ma resta sempre e solo un I.
    Ha un merito enorme questo libro, che più che di storia dovrebbe essere definito di cronaca: quel giorno per giorno di rivolte paesane indice d’un “troppo pieno” di sopportazione che straripa qua e là per il Veneto, con una distribuzione geografica a macchia di leopardo che la dice tutta sulla generalità dell’insoddisfazione. Se ci fossero stati giornali che avessero avuto il coraggio di pubblicare anche cose non gradite “al Palazzo” questi sarebbero stati fatti di cronaca giornalistica ed allora i rivoltosi, che erano per lo più dei renitenti alla leva per nulla anelanti ad andar a morire nelle gloriose armate dell’I., probabilmente sarebbero stati definiti “ribelli”. Erano sostanzialmente dei poveracci senza più nulla da perdere per avere già perso (o essergli stato tolto) tutto; ora probabilmente li si chiamerebbe partigiani; allora andavano per briganti, che dava l’idea del grassatore con un misto peraltro di ammirazione per il coraggio e la spregiudicatezza; ma inoltrandosi per questa strada c’è il rischio di sconfinare nella sociologia storica …
    Un punto della Sua Introduzione merita di essere ripreso con qualche considerazione per l’alto valore “ideologico”: il rancore per il silenzio degli Storici, per la latitanza delle “Università italiane nel Veneto”, detto come antitesi a Università Venete, che secondo Beggiato, latitano del tutto. In questa storia “dal basso”, dal lato della povera gente che non fa mai storia, perché, secondo una certa moda “culturale”, la storia deve occuparsi solo di guerre, di battaglie, di conquiste: i fatti dei “grandi”. Condivisibile il rilievo, ma ci si deve chiedere il perché di questa moda perversa. Ed il perché sta proprio nella mancanza dell’anello cronachistico. L’interesse alla ricerca storica nasce dall’interesse alla lettura. L’interesse alla lettura nasce dalla voglia di saperne di più; il passaggio dai fatti di cronaca alla storia dei fatti passa attraverso l’opera ora del giornalista; per i tempi andati, quando i giornali o non c’erano o non venivano letti (nel contado), dalla cronachistica: i libri di fatti di cronaca come passaggio ai libri di storia.
    Bene fa Beggiato, sempre nell’Introduzione, ad avvicinare le rivolte diffuse del 1809 contro l’I. a quella del 1848 contro l’Austriaco; figlie dello stesso disagio e della miseria imperante. La grande differenza sta nel fatto che nel 1809 non c’era un Daniele Manin ad incanalare la protesta e a farne fatto politico. Effimera quella del ‘48, ma infinitamente più efficace di quella del ‘09. Resta un grande deficit di storia nel nostro Veneto; difficilmente spiegabile. Forse la spiegazione più convincente la dà ancora Daniele Manin, nella descrizione dell’assetto costituzionale della Serenissima, in una monumentale opera collettanea del 1847: la ravvisò nell’eccesso di autonomia lasciata dalla Repubblica di San Marco alle Terre dei suoi Domini: un’autonomia che diventò particolarismo e localismo; incapaci i Veneti di guardare ad una Patria, oltre l’ombra breve del campanile. Ed allora ben vengano questi libri di cronaca, che, raccontando le vicende dei campanili, riescono a creare una comunità d’interessi che forse è proprio quel connettivo che manca alla nostra cultura di base.
    Finisce che occorre dir grazie ad un Beggiato che, andando per campanili, finisce per fare del vero federalismo culturale.






    Introduzione

    Banditi o patrioti veneti ?

    Giuseppe Boerio nel suo “Dizionario del dialetto veneziano” stampato a Venezia nel 1856 parla dei “briganti” in questi termini:
    “Con tale nome erano comunemente chiamati nell’anno 1809 coloro che nelle varie nostre provincie si sollevarono”; lo storico trentino Aldo Bertoluzza anticipa l’utilizzo del termine, almeno per quanto riguarda il Veneto, al 1797:
    “La denominazione di briganti che verrà riportata da gran parte degli storici risale al mese di aprile 1797, quando avvenne l’emigrazione nel Trentino di fuoriusciti veneti antifrancesi e la formazione di quei primi nuclei che Napoleone stesso battezzava briganti, e che diventeranno poi gli affiancatori dei malcontenti tirolesi e di Andreas Hofer nel 1809”
    Attraverso il concetto di “brigante” si tentava, e si tenta, di screditare chi lottava comunque per un’idea, per difendere la propria terra, la propria casa, la propria tradizione.
    E così “briganti” furono tutti coloro che in tantissimi comunità della penisola italiana resistettero alle orde napoleoniche e giacobine, “briganti” furono chiamati i Vandeani che pagarono con il sangue la difesa della loro identità, “briganti” divennero più tardi coloro che si ribellavano nei confronti dei “liberatori” sabaudi e che vedevano i loro paesi rasi al suolo da certi figuri che ora campeggiano nelle nostre piazze.
    L’insorgenza del 1809 assume il carattere di una vera e propria ribellione contro il conquistatore, contro l’Infame Napoleone.
    Si può certamente parlare di una guerra di liberazione contro l’invasore straniero e i suoi collaborazionisti locali (i giacobini veneti) in un contesto che assume una caratteristica europea e che parte dalla Vandea tocca il Tirolo incendia la Spagna e coinvolge, in forme diverse, l’intero continente
    Da una parte i popoli decisi a difendere la loro terra, la loro storia, le loro tradizioni dall’altra Napoleone e i suoi alleati; da una parte la difesa della propria religiosità dall’altra l’offensiva del laicismo; da una parte le “piccole patrie” dall’altra l’espansionismo francese, da una parte la battaglia autonomista dall’altra il centralismo più ottuso e rapace che affama la nostra gente con nuove tasse particolarmente odiose come quella sul macinato..
    Si calcola che dal 1796 al 1815 le varie insorgenze coinvolsero nella sola penisola italiana più di 300.000 persone; sicuramente ne morirono più di centomila.
    Ed anche nel nostro Veneto ci sono numeri impressionanti che testimoniano una partecipazione straordinaria: ad Orgiano piccolo centro del bassovicentino, fonti della polizia parlano di quindicimila persone in piazza, ma sono le piazze dell’intero Veneto ad infiammarsi, sono i campanili delle nostre comunità che diventano il simbolo della rivolta (non ci avevo mai pensato: dalle campane a martello del 1809 al campanile di San Marco dei Serenissimi del maggio 1997 …..) ..
    Una sollevazione straordinaria come partecipazione, come coinvolgimento generale dell’intera popolazione, interclassista si direbbe oggi (altro che rivoluzione degli straccioni!), come riaffermazione della propria identità veneta e come lotta per riconquistare la libertà perduta (la bandiera con il leone di San Marco sventola in tante piazze e a Schio viene anche insediato un Governo Veneto…) alla quale si reagisce con brutalità impressionante con centinaia e centinaia di patrioti veneti fucilati e impiccati; certo, ci fu anche chi si dedicò alla razzia: ma fu comunque una esigua minoranza.
    Sicuramente mancò la capacità “politica”, mancarono i capi, non certo l’ardore e l’eroismo della nostra gente.
    Ma tutto questo nei libri della scuola italiana non compare e nella pubblicistica del “regime” viene censurato o minimizzato. E d’altra parte basta pensare a chi “controlla” le università venete, o meglio le università italiane nel Veneto per rendersi conto di come la storia veneta sia ostaggio di logiche e di “culture” estranee alla nostra terra e al nostro popolo.
    Possiamo chiedere a questi “storici” sfornati dalle università italiane del Veneto come mai in Spagna gli insorti antinapoleonici vengono considerati degli eroi, immortalati nel famoso quadro di Fransisco Goya, e nella nostra terra veneta gli stessi insorti antinapoleonici vengono ignorati o trattati come delinquenti comuni?
    Ed è la stessa storiografia che continua a presentare il Veneto polentone, abituato a dire “comandi!” a chiunque passi per questa terra. Nulla di più sbagliato!
    Il nostro popolo ha sempre lottato per riacquistare la propria sovranità, la propria libertà. C’è un filo rosso (o meglio azzurro che è il colore nazionale di noi veneti) che unisce tante pagine della nostra storia nelle quali è costante la lotta del nostro popolo per l’autonomia, per l’autogoverno.
    Vediamole, schematicamente e senza pretesa di completezza.
    1) Nel 1797 i Veneti lottano strenuamente per difendere la Serenissima. Eroica la difesa dei veronesi durante le “Pasque” ma in tutto il Veneto ci sono manifestazioni di fedeltà alla Repubblica di San Marco e di resistenza contro i francesi;
    2) nel 1809 i Veneti, come vedremo, insorgono contro Napoleone
    3) nel 1848, il 22 marzo inzia la grande rivoluzione veneta; viene ricostituita la Repubblica Veneta e Venezia sarà l’ultima città d’Europa a cadere, il 23 agosto 1849, sotto l’impressionante offensiva dell’esercito aburgico. Per le cinquegiornatecinque di Milano ci sono interi scaffali di volumi, un anno e mezzo di indipendenza veneta viene sistematicamente ignorata. Dieci anni dopo Napoleone III proprone a Francesco Giuseppe di assimilare la questione veneta a quella del Lussemburgo. Nel 1866 attraverso un plebiscito-truffa il Veneto viene annesso all’Italia.
    4) Nel 1920 subito dopo la fine della grande guerra quasi interamente combattuta nel nostro Veneto e che ha portato lutti, tragedie e disperazione a non finire, Luigi Luzzatti, già presidente del Consiglio dei Ministri, profondo conoscitore della nostra gente, scrive al suo successore Vittorio Emanuele Orlando il 7 febbraio 1919 del timore che potesse sorgere "un'Irlanda Veneta, mutando i paesi più patriottici e più sobri nel chiedere, in ribelli della disperazione" e il prefetto di Treviso segnala al Ministero la possibilità che nel Trevigiano si crei un movimento separatista tendente a staccare il Veneto dall'Italia.
    E Guido Bergamo parlamentare trevigiano scrive "Il governo centrale di Roma, questo governo di filibustieri, di ladri e camorristi organizzati, non si accorgerà di noi se non ci decideremo a far da noi" e ancora "Ora basta! Il problema veneto è così acuto che noi da oggi predicheremo la ribellione dei veneti. Cittadini, non paghiamo le tasse, non riconosciamo il governo centrale di Roma, cacciamo via i prefetti, tratteniamo l'ammontare delle imposte dirette nel Veneto".
    5) Nel 1945, nell’immediato dopoguerra il ministro dell’interno chiede informazioni alla prefettura di Venezia su “persone che tendano ad una autonomia integrale del Veneto e alla costituzione di una Repubblica di San Marco”
    6) Nel 1970 nascono le regioni e il Veneto è l’unica regione che si da uno statuto nel quale si parla di “popolo”: l’articolo due recita: “L’autogoverno del popolo veneto si attua in forme rispondenti alle caratteristiche e tradizioni della sua storia”
    7) Nel 1983 alle elezioni politiche per la prima volta in una regione a statuto ordinario una forza politica autonomista riesce a far eleggere due rappresentanti al parlamento italiano: è la Liga Veneta, la madre di tutte le leghe.
    8) Nel 1997, il 9 maggio otto “serenissimi” si impossessano del campanile di S. Marco e issano la bandiera veneta. Un gesto e un sacrificio determinanti a far risvegliare nel popolo veneto la coscienza della propria identità e dei propri diritti.


    C’è una grande opportunità con il 2009, con il duecentesimo anniversario dell’insorgenza veneta.
    Sta a tutti noi diventare protagonisti nel processo di riappropriazione della nostra storia e della nostra identità.
    Riappropriamoci del 1809!
    E oggi come allora “Viva San Marco!”


    Ettore Beggiato


    Il libro (222 pagine, 15 euro)
    può essere
    all’autore [email protected] o www.ettorebeggiato.org
    benissimo!
    Alla riscoperta della tradizione nobile

  5. #5
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    Ottimi I Riferimenti Storici!

  6. #6
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    Citazione Originariamente Scritto da luigi maria op Visualizza Messaggio
    Incredibile!s.m. Il Re Juan Carlos Di Borbone Di Spagna Ha Commemorato Le Vittime Del Regime Napoleonico Duecento Anni Dopo E Delle Rappresaglie Bonapartiste Contro Il Popolo Madrileno E Navarrino Indifeso E Propugnatore Della Fedeltà Alla Monarchia Iberica Federativa E Del Rispetto Del Cristianesimo!l Italia Stato Rivoluzionario E Creato Da Una Dinastia Corrotta Giacobina E Centralista Non Potrà Mai Ricordare Le Vittime Di Quei Terribili Eccidi Avvenuti In Tutta L Italia.

    purtroppo anche in relazione alla dominazione napoleonica vengono messi in luce solo alcuni aspetti di tale periodo storico senza dare un'informazione approfondita dei fatti.
    speriamo che le cose possano cambiare

  7. #7
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    Citazione Originariamente Scritto da luigi maria op Visualizza Messaggio
    Incredibile!s.m. Il Re Juan Carlos Di Borbone Di Spagna Ha Commemorato Le Vittime Del Regime Napoleonico Duecento Anni Dopo E Delle Rappresaglie Bonapartiste Contro Il Popolo Madrileno E Navarrino Indifeso E Propugnatore Della Fedeltà Alla Monarchia Iberica Federativa E Del Rispetto Del Cristianesimo!l Italia Stato Rivoluzionario E Creato Da Una Dinastia Corrotta Giacobina E Centralista Non Potrà Mai Ricordare Le Vittime Di Quei Terribili Eccidi Avvenuti In Tutta L Italia.
    Ehehehe se è per questo pure lui è un usurpatore,il vero erede doveva essere il candidato carlista.A proposito,mi pare che tra pochi mesi il carlismo compirà 175 anni.

  8. #8
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    Citazione Originariamente Scritto da luigi maria op Visualizza Messaggio
    Incredibile!s.m. Il Re Juan Carlos Di Borbone Di Spagna Ha Commemorato Le Vittime Del Regime Napoleonico Duecento Anni Dopo E Delle Rappresaglie Bonapartiste Contro Il Popolo Madrileno E Navarrino Indifeso E Propugnatore Della Fedeltà Alla Monarchia Iberica Federativa E Del Rispetto Del Cristianesimo!l Italia Stato Rivoluzionario E Creato Da Una Dinastia Corrotta Giacobina E Centralista Non Potrà Mai Ricordare Le Vittime Di Quei Terribili Eccidi Avvenuti In Tutta L Italia.
    Le decine (o centinaia) di migliaia di morti in Spagna sono stati il prezzo che l'oligarchia reazionaria - che ha mantenuto nella miseria e nell'ignoranza le masse contadine - ha pagato più che volentieri per conservare il proprio potere illegittimo. Tu vuoi questo tipo di società, va bene, io dico W l'Imperatore.

  9. #9
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    Predefinito Don Giuseppe Marini

    IL GIORNALE DI VICENZA

    Lunedì 2 Febbraio 2004



    «Una via al martire di Napoleone»



    Don Giuseppe Marini, imprigionato con “indosso una bandiera di San Marco” fu fucilato in Campo Marzo nell’agosto 1809 Ora Ettore Beggiato chiede al sindaco di intitolare una strada o una piazza in memoria del prete di Carrè, protagonista di primo piano nelle insurrezioni popolari contro i francesi che caratterizzarono il Vicentino


    di Adriano Toniolo



    Ettore Beggiato ci pensava da tempo e adesso è arrivato alla proposta ufficiale: una via cittadina venga dedicata a don Giuseppe Marini, un prete condannato a morte dal tribunale napoleonico e fucilato in Campo Marzo il giorno dopo, il 19 agosto 1809.
    La stessa richiesta Beggiato l’ha presentata al sindaco di Carrè visto che Marini era nato a Carrè e faceva il cappellano nello stesso paese che potrebbe scegliere fra tre dedicazioni: una via, una piazza o la biblioteca comunale.
    Beggiato, consigliere provinciale ed ex consigliere comunale di Vicenza è segretario nazionale della Liga Fronte Veneto. Nazionale nel senso preciso di Nation Veneta, senza ambizioni di grandezza. Da sempre si dedica a ricerche riguardanti il Veneto ed attualmente è impegnato nello studio del periodo della dominazione napoleonica a Vicenza, in pratica il primo decennio dell’Ottocento.
    Il segretario non nasconde la drasticità del suo giudizio: Napoleone fu per il Veneto una sciagura sotto tutti i punti di vista, rubò a man bassa tutto quello che potè e fece fondere in barre preziosissime statue e suppellettili. Portò la gente alla fame e alla esasperazione (reintrodusse perfino la famigerata tassa sul macinato...). Innumerevoli, forti e cruente le sollevazioni popolari in molti centri della provincia: furono soffocate nel sangue. Un periodo nero anzi nerissimo per la nostra gente che poi alla fine venne rivenduta all’Austria con il trattato di Campoformio. Il giudizio furente di Beggiato è condiviso anche dalla ponderosa e documentatissima Storia di Vicenza edita da Neri Pozza ma i toni sono meno vivaci e, a fronte dei peccati mortali, vengono citati anche indubbi meriti che la dominazione francese ebbe.
    Ma veniamo al nostro don Giuseppe Marini. Che Beggiato ha scoperto per caso nel corso dei suoi studi sull’età napoleonica e che definisce «martire di Napoleone». Al riguardo il proponente riporta la cronaca che il Tornieri ha affidato alle sue Memorie: «1809, 19 agosto... Giorno infaustissimo per essersi, per la prima volta in Vicenza, ved uto fucilare un sacerdote. Questo atroce spettacolo si è eseguito questa mattina in Campo Marzo, un’ora dopo terza ( cioè alle 10, ndr ). Ritornata la formidabile Commissione Militare alle sue missioni ha condannato ieri i seguenti: Don Giuseppe Marini d’anni 29 di Carrè sacerdote e cappellano di Carrè, diocesi di Padova e Pietro Nicolati, d’anni 39, nativo dell’Ospedaletto di Valsugana di professione muratore». Beggiato avanza una ipotesi: che don Marini sia il prete citato da Carlo Bullo, il più accurato storico dei movimenti insurrezionali veneti del 1809: «Già nel 12 luglio, presso le sorgenti del Bacchiglione, aveano i militari fatto prigione assieme ad altri sollevati un parroco armato di pistole e di stili aveva indosso una bandiera di San Marco».
    Nei registri parrocchiali dei morti di Carrè lo studioso prof. Matteo Dal Santo ha trovato una nota che dice che il Marini venne fucilato in Campo Marzo di Vicenza e lì seppellito e che successivamente i resti furono portati «in terra santa» cioè, presumibilmente, nel cimitero di Vicenza. La cosa ha interessato anche il cortese e disponibilissimo arciprete di Carrè, don Silvano Valente, che ha consultato i documenti dell’archivio della Curia di Padova. A partire dal 1812 ai preti diocesani padovani v iene riservata una brevissima biografia, post mortem, in un registro vescovile. A quelli morti prima non si accenna e finora non sono stati trovati documenti anche se non si può escludere che qualcosa di nuovo e interessante emerga in futuro grazie alle ricerche. « Può darsi - argomenta don Silvano - che dei morti del periodo della dominazione napoleonica si parli in qualche altro registro ancora da scoprire e bene occultato per timore delle ispezioni dei funzionari napoleonici e dei loro seguaci».
    Ma lo stesso arciprete riferisce che di don Marini si parla in altri documenti della Curia che precisano luogo e data di nascita, quando ricevette la tonsura cioè la piccola rasatura tonda in uso fino a qualche decennio fa (la famosa chierica che contraddistingueva chi era divenuto appunto chierico), le date di ammissione agli ordini minori dell’ostiariato, lettorato, accolitato ed esorcistato e le date dell’ordinazione a suddiacono, diacono e infine prete. Le carte certificano anche che don Giuseppe Marini era prete sui juris cioè economicamente indipendente e non rientrava quindi tra i preti juris dioecesani cioè a carico della diocesi e che per questo motivo probabilmente potè essere assegnato come cappellano al paese natale (cosa abbastanza insolita oggi ma abbastanza frequente una volta).
    Un personaggio coraggioso e vi vace, nemico di Napoleone e certamente protagonista di primo piano nelle insurrezioni popolari che nel 1809 caratterizzarono molte zone e molti paesi del vicentino. Ma di lui non rimase memoria nè scritta nè affidata a lapidi, monumenti, intitolazioni e via dicendo né orale. Gli attuali residenti di Carrè (al di fuori di pochissimi addetti ai lavori che hanno scoperto il personaggio recentemente) non ne hanno mai sentito parlare neppure dai locro vecchi.
    Motivo di più per dedicare attenzione a questo prete personaggio sbrigativamente fatto fuori, mediante fucilazione, dai napoleonici. Anche perchè oltre al segno della morte inflitta ad un prete che apparteneva a Carrè due volte (per nascita e per servizio pastorale) Napolenone ha lasciato lì un altro dei suoi non lodevoli segni e cioè la distruzione, dopo accurato saccheggio e ruberie devastanti, del famoso eremo di Rua dei monaci camaldolesi. La chiesa fu ridotta a stalla e la foresteria a povere residenze: i resti sono ancora oggi visibili. Quelli di Carrè non ricordano il concittadino don Marini. Ricordano però, in senso negativo, Napoleone e i napoleonici. Ettore Beggiato non è solo, quindi. Senza contare l’esercito dei non estimatori, sparsi un po’ ovunque, di un grande che sotto la divisa del generale e dell’imperatore ha sempre mantenuto il pelo rosso del pirata della Corsica.






  10. #10
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    ...vadelongo l'articolo (del 2004) dimostra che ancora molta strada è da fare nel campo della ricostruzione di una memoria negata... del resto quelli furono anni turbolenti, insieme al veneto (e in maniera più decisa) si sollevò il tirolo... sicuramenti tutti conoscono la vita e l'eroica morte di andrea hofer (leggetevi i suoi proclami) fucilato il 20 gennaio 1810... prima di morire scrisse "io amavo molto il mio paese, forse lo amavo più degli altri, per la mia patria mi sarei gettato sul fuoco. non ci pensai nemmeno un attimo ad affrontare quello che dicono essre il più grande esercito del mondo. ma poi... chi è mai questo napoleone? per permettersi di regalare il mio amato tirolo?"... nello stesso periodo non sono stati certamente da meno il calabrese g. b. rodio, e il laziale michele pezza (fra diavolo)...

 

 
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