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  1. #1
    Austrian libertarian
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    Predefinito Un’Italia liberalizzata a metà

    Il punteggio si ferma a 47 su cento: ai primi posti il settore elettrico (74) e aereo (70)

    Lenzuolate o riforme in stile Attali? Più che le definizioni, quando si tratta di liberalizzare i mercati c’è in gioco il grado di rottura delle barriere all’ingresso, di qualunque natura esse siano: legali, regolatorie, fiscali. Questo almeno è il credo della scuola di Chicago, animata da liberisti che non credo che sia necessariamente la numerosità dei concorrenti (siamo in un oligopolio? Come sono distribuiti clienti e ricavi?) a determinare il successo di di un processo di liberalizzazione. La vera differenza la fa la fluidità con cui si può diventare sfidanti in un mercato prima monopolizzato oppure – con la lettura opposta – la complessità degli ostacoli innalzati dal moloch politica-burocrazia.

    È su queste convinzioni che l’Istituto Bruno Leoni di Torino – think tank di giovani economisti e giuristi nato nel 2003 – ha costruito anche per il 2008 l’Indice delle liberalizzazioni in Italia: diagnosi di un Paese malato d’immobilismo, incapace di sganciarsi dai risultati che lo stesso Indice aveva messo a fuoco nel 2007, mostrando già in quell’occasione come l’apertura dei mercati si fosse fermata a metà del percorso.

    Piccole e talvolta impercettibili variazioni da un anno all’altro sono l’effetto dell’esperienza di governo del centro-sinistra, segnata dall’alterna fortuna con cui il combinato disposto Bersani-Lanzillotta ha giocato la sua partita. Le “lenzuolate” del ministro dello Sviluppo economico in alcuni casi si sono procurate più nemici che successi, il Ddl dell’ex ministro degli Affari regionali resterà alla storia come una montagna che ha partorito il proverbiale topolino dopo l’opera di erosione compiuta dall’ala sinistra della stessa maggioranza.

    Dal pacchetto cui lavorano i ministri Tremonti e Brunetta, già con la manovra di giugno si attende la ricetta alternativa del centro-destra. Nel lessico della nuova maggioranza, quella che il ministro dell’Economia etichetta come “dogma mercatista” è stato messo al bando, le lenzuolate archiviate. Si preferisce tutt’al più ispirarsi al carismatico nome di Attali, padre della Commissione voluta in Francia da Nicolas Sarkozy per semplificare e deregolamentare, e inciampata in qualche caso nelle stesse italiche frustrazioni (vedi le resistenze dei tassisti).

    Ma più che coniare titoli o slogan, si tratta di fluidificare meccanismi inceppati. Il riferimento, o meglio il benchmark, utilizzato dall’Istituto Bruno Leoni è il Paese europeo che in ognuno dei 12 settori prescelti ha il grado maggiore di liberalizzazione, indicato con il 100 per cento. E non è forse un caso che in ben nove dei settori esaminati sia il Regno Unito, o la sola Inghilterra, Paese che meglio di qualunque altro nel Vecchio Continente esprime nella pratica i principi di deregulation della scuola che si rifà ai Nobel Milton Friedman e George Stigler. Il punteggio complessivo assegnato all’Italia è 47 (rispetto al 100 del benchmark), un soffio sotto quello che era emerso dal rapporto del 2007 (48). Solo due settori si posizionano ampiamente sopra il 50 – l’elettricità con il 74 e il trasporto aereo con il 70 – poi si scende a tutta velocità verso il 56 del gas e il 52 del fisco. Restano cronicamente sotto soglia 50 i servizi idrici (27), le telecomunicazioni (35), il lavoro (35), la pubblica amministrazione (39), le poste (39), il trasporto pubblico locale (46), le professioni intellettuali (46), il trasporto ferroviario (49).

    «Abbiamo fotografato un Paese in generale arretramento – osserva Carlo Stagnaro, coordinatore del rapporto – dovuto anche al fatto che il processo di liberalizzazione segna il passo. Tutti i principali settori sembrano rispecchiare questa immagine, con il caso limite del mercato del lavoro che registra una compressione macroscopica dell’indice di liberalizzazione, peggiore di ben 15 punti». Il capitolo menzionato, curato da Michele Tiraboschi, mette in luce come sulla legge Biagi non ci sia stato in questi ultimi due anni un attacco frontale, ma una sorta di «lavoro di guerriglia normativa e interpretativa, attraverso circolari e interpelli» che ha comunque finito per bloccare il processo di riforma. Al contrario brillano il mercato elettrico, che risulta più liberalizzato, e il trasporto aereo, macchiato sì dall’affaire Alitalia ma reso più virtuoso dall’implementazione delle direttive europee.

    «Il Paese resta liberalizzato a metà – sintetizza Stagnaro – Se guardiamo indietro, alle lenzuolate di Bersani, ci accorgiamo che nella prima, in condominio con Visco, erano preponderanti i provvedimenti fiscali; le altre due spaziavano a vasto raggio su provvedimenti spesso di piccola portata senza concentrarsi su grandi interventi di riforma. In alcuni casi poi, come l’abolizione dei costi di ricarica dei telefonini, tecnicamente si è trattato più di un intervento di tipo dirigistico che di liberalizzazione». Guai però a farsi illusioni che con la nuova maggioranza vere riforme strutturali possano concretizzarsi senza veti o compromessi con la corporazione di turno. «Abbiamo visto che cosa è successo in passato con i tassisti o con gli ordini professionali e temo che si riproporranno le medesime difficoltà».

    Intanto tra ambizioni, ostacoli e riforme a metà, l’Italia resta ancora al 64º posto su 162 nella classifica annuale della libertà economica elaborata dalla Heritage Foundation e dal Wall Street Journal. Praticamente lo stesso punteggio che non riusciamo a superare dal 1995.

    Anche il Garante della concorrenza Antonio Catricalà, ancora in tempi recenti, ha disegnato un groviglio strettissimo di vecchie distorsioni e controindicazioni delle ultime eterogenee misure di liberalizzazione. Gli ordini professionali che mantengono le tariffe minime sotto forma di misura etica, le tariffe di telefonia che compensano l’abolizione del contributo di ricarica: solo alcuni esempi tra i casi monitorati.

    Da dove ripartire? Quella che è appena iniziata sarà una legislatura decisiva per il destino delle Poste, in vista della totale liberalizzazione europea a partire dal 2011, per l’eventuale accelerazione della liberalizzazione ferroviaria, per una risposta definitiva sulla separazione proprietaria (di fatto accantonata) della rete gas dall’Eni, per il riassetto del network di telecomunicazioni.

    Per ora il governo Berlusconi ha annunciato come provvedimento-bandiera la privatizzazione dei servizi pubblici locali (acqua inclusa stavolta) ma paradossalmente con il piano del ministro Brunetta la prima svolta che si intravede riguarda la Pubblica amministrazione, settore tecnicamente “non liberalizzabile”. Spiega Ugo Arrigo, docente di Scienza delle finanze all’Università Bicocca di Milano: «Si parla di liberalizzazione solo in relazione ai mercati, in questo caso parlerei di libertà possibili. Della Pa rispetto allo Stato; dello Stato che deve essere libero di attivare forme di concorrenza comparativa attraverso la valutazione delle performance; del cittadino rispetto all’invadenza della burocrazia; della Pa locale da quella centrale. E infine vanno rimossi vincoli quali l’inamovibilità dei dipendenti pubblici dalle funzioni originarie e tutele che non trovano riscontro nel settore dell’economia». Su questi criteri, nel rapporto IBL (benchmark ancora una volta l’Inghilterra) l’Italia si ferma ad uno scoraggiante 39. «Le intenzioni di Brunetta lasciano ben sperare», dice Arrigo. Ma per risalire la china serve un mezzo miracolo.

    Da Il Sole 24 Ore, 8 giugno 2008

    Tutta la Penisola settore per settore
    Indice delle liberalizzazioni 2008 elaborato rispetto al Paese europeo con la performance migliore (100%) e variazione rispetto al risultato del 2007.

    Elettricità 74 (+2)
    Passi avanti. Piccolo progresso rispetto a un anno fa. È comunque il settore italiano più liberalizzato. In continuo miglioramento, in particolare, il segmento della generazione.
    Domanda bloccata. Resta da sbloccare la domanda: solo il 47% dell’utenza è libera di scegliere il proprio fornitore. Buona la separazione strutturale tra rete e operatore dominante.

    Trasporto aereo 70 (+4)
    I successi. Due miglioramenti normativi internazionali con effetti benefici sul mercato: la decisione della Ue sull’eliminazione degli oneri di pubblico servizio su alcune rotte da e verso la Sardegna; l’accordo Usa-Ue per la liberalizzazione delle rotte atlantiche.

    Gas 56 (-2)
    Troppi limiti. Resta il gap dell’importazione che condiziona lo scarso grado di contendibilità del mercato. Assente la separazione proprietaria, ritenuta invece la migliore tipologia di unbundling.
    Scarsi vantaggi. Competizione più avanzata nella fase downstream; vantaggi limitati per i piccoli consumatori rispetto ai grandi e medi.

    Fisco 52 (1)
    Incertezze. Da valutare gli effetti della riduzione delle aliquote Ires e Irap
    Tartassati. Tassazione eccessiva: spiccano in negativo le ore che le imprese sono costrette a destinare agli obblighi fiscali; la quota elevata di sussidi e agevolazioni e l’elevatissima tassazione sulle persone fisiche.

    Trasporto ferroviario 49 (=)
    Bene le merci. Migliora il trasporto merci internazionale con l’entrata di nuovi operatori. Troppi contributi pubblici.
    Corsa a ostacoli. Progredisce solo l’indice di liberalizzazione normativa, grazie alle direttive europee. Nel mercato passeggeri, forti barriere all’ingresso attuate dalle Ferrovie dello Stato. Nuoce la mancata separazione effettiva tra Trenitalia e Rfi, gestore della rete.

    Professioni intellettuali 46 (=)
    Sotto la lente. Vengono analizzate quattro professioni: architetti, avvocati, contabili e ingegneri.
    Nessun progresso. L’Italia non fa progressi e resta a metà del guado. Riforma sospesa: il disegno di legge delega del precedente governo è decaduto con la fine anticipata della legislatura.

    Trasporto pubblico locale 46 (+1)
    Le barriere. Pesano negativamente barriere operative e amministrative, in quanto è difficile entrare per operatori diversi da quello storico.
    Poche gare. Principale debolezza: mancanza di un’obbligatorietà della procedura di gara. La quasi totalità delle poche gare effettuate nel 2005 si sono concluse on l’affidamento all’incumbent.

    Poste 39 (+1)
    A metà percorso. Italia esattamente a metà strada sulla via della liberalizzazione legale.
    Riforma ferma. Incide negativamente il fallimento del progetto di riforma delle Autorità di regolamentazione che avrebbe garantito maggiore trasparenza trasferendo le funzioni in materia all’Authority per le comunicazioni.

    Pubblica amministrazione 39 (=)
    Cercasi libertà. I risultati peggiori sono conseguiti nella libertà della Pubblica amministrazione locale rispetto al livello centrale e, in generale, rispetto allo Stato e alla politica.
    Strada in salita. Insufficiente anche l’e-government. Meglio il rapporto tra spesa per servizi pubblici generali e Pil.

    Lavoro 35 (-15)
    Indietro tutta. Il peggiore risultato dopo quello dei servizi idrici. Incide in modo negativo il “ridimensionamento” della legge Biagi.
    I punti deboli. Il punteggio complessivo scaturisce dal 50% delle norme direzionali (giudicato sufficiente) e dal 20% dei vincoli all’estinzione dei rapporti di lavoro, veri punto debile.

    Telecomunicazioni 35 (-5)
    Pesa la politica. Regolamentazione in affanno, con l’aggravio della politica che ne intralcia il lavoro (come dimostra il caso Telecom-At&t e le vicende sulla separazione della rete). Insoddisfacente il progetto Open Access.
    Resistenze. Contribuisce al punteggio basso anche la quota di mercato ancora elevata detenuta dall’incumbent nel fisso e nella banda larga.

    Servizi idrici 27 (=)
    Poco privato. Alto livello di sprechi (perdita media del 30%) e mancanza di capitale finanziario privato per investimenti di mantenimento e nuove infrastrutture. L’affidamento del servizio ai privati è ormai residuale.
    Tariffe basse. Dopo 13 anni ancora incompleta l’implementazione della legge galli. Tariffe tra le più basse d’Europa.

    http://www.brunoleoni.it/nextpage.aspx?codice=6686

  2. #2
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    L’Indice del «Bruno Leoni» boccia il nostro Paese

    Nella classifica delle liberalizzazioni in Italia il settore del lavoro si piazza molto in basso. Guardando l’indice elaborato dal think tank liberale Istituto Bruno Leoni si vede che sulle politiche del lavoro il nostro Paese è ben lontano dalle eccellenze europee. Fatto 100 il rank della nazione che rappresenta il modello di scelte liberiste in questo settore, cioè la Gran Bretagna, l’Italia raggiunge solo un misero 35, quindici punti in meno rispetto alla classifica dell’anno scorso. È il peggiore risultato in tutto l’indice, se si eccettuano i servizi idrici dove la mancanza di infrastrutture e gli enormi sprechi portano l’Italia a voto pari a 27.

    Sul pessimo piazzamento in materia di Welfare incidono negativamente, fanno sapere dal Bruno Leoni, il «ridimensionamento» della legge Biagi fatto dall’ultimo accordo sindacale con il precedente governo. Un esempio: l’abrogazione dello staff leasing che consentiva alle imprese di rivolgersi ad Agenzie per il lavoro autorizzate per la fornitura di lavoratori a tempo indeterminato. Oppure la cancellazione del lavoro intermittente, che consentiva - in alcuni casi o con alcune categorie di lavoratori - di stipulare contratti a chiamata, i cosiddetti job on call. In generale l’Italia riceve una valutazione molto negativa per i nuovi vincoli alla estinzione dei rapporti di lavoro. Tra questi, segnalano gli esperti del Bruno Leoni, la disciplina delle «dimissioni volontarie» introdotta dal governo. Il lavoratore che intenda dimettersi è infatti tenuto ad utilizzare un apposito modulo sul sito del ministero, vidimato da uno dei soggetti abilitati all’invio telematico, altrimenti le dimissioni comunicate in altro modo sono considerate nulle. Regola che sta creando infiniti impacci nelle aziende.

    Da Il Giornale, 9 giugno 2008

    http://www.brunoleoni.it/nextpage.aspx?codice=6706

 

 

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