Ricordando Geymonat
di Enrico Bellone
Scrisse che ormai era impossibile arroccarsi su tese filosofiche di «sfiducia contro la ragione». La ragione, infatti, «non ha tradito per nulla le speranze che gli uomini riponevano nelle costruzioni razionali», anche se «ha deluso coloro che amavano, per principio, l’oscurità, il mistero, l’imprecisione, la retorica».
Di qui la forza del razionalista moderno, il quale giustamente «si ritiene in diritto di parlare, né più né meno dell’antico, dei “lumi della ragione” e di nutrire in essi la più alta fiducia». Ritrovo queste parole nelle righe introduttive che Ludovico Geymonat pose in apertura dei suoi Studi per un nuovo razionalismo, un testo apparso nel 1945 con una chiusura che recitava, non certo a caso, «finito di stampare il 25 aprile».
Sicuramente non dettata dal caso, quella data, ma voluta dall’autore. Geymonat, dopo essersi laureato in filosofia e in matematica, aveva studiato nella cornice del mitico circolo di Vienna e, tornato in Italia, era stato uno dei pochissimi intellettuali che rifiutarono di iscriversi al partito fascista, e aveva partecipato alla guerra di liberazione.
Fu infaticabile nella sua difesa della ragione e nella sua critica a ogni forma di pensiero debole, mistico o irrazionale. E fu eccellente nella sua inclinazione a scrivere per farsi capire: il che non era comunque facile da ottenere, perché, discutendo di scienza, era pur necessario fare riferimenti precisi a temi lontani dal senso comune o dal parlottio della retorica che proliferava nei salotti accademici. Eppure Geymonat riusciva a parlare del gruppo di Lorentz o del calcolo delle matrici per aiutarci a capire come nella storia si realizzasse il trapasso da una teoria all’altra, e per mostrare come fosse auspicabile una filosofia della scienza che avesse radici nella storia e nella struttura delle teorie scientifiche.
Dedicò a questo approccio molti libri, scrisse una gran quantità di articoli su quotidiani, realizzò i volumi della Storia del pensiero filosofico e scientifico, si impegnò in una storia della filosofia per le scuole: riuscì a introdurre nelle nostre Università l’insegnamento della logica matematica, della storia delle scienze, della filosofia della scienza.
Sotto questo profilo dovremmo ammettere che non si lasciò rinchiudere nel relativo isolamento che caratterizzò quegli altri razionalisti di cui ho parlato il mese scorso, e che si chiamavano Antonio Banfi e Giulio Preti.
Ma dobbiamo anche ricordare che, data la situazione della cultura antiscientifica dominante nel nostro paese, anche l’opera di Geymonat non fu eccessivamente apprezzata nel mondo accademico e politico. Geymonat, infatti, non si nascondeva dietro un dito, ed esprimeva pubblicamente i risultati delle proprie ricerche anche quando esse potevano infastidire i potenti. E ne era del tutto consapevole.
Ricordo con un poco di nostalgia certi pomeriggi nel suo appartamento di viale Argonne. In compagnia di pochi amici (e di una bottiglia di buona grappa) si discuteva di logica o di fisica teorica, o di qualche articolo di Popper, e non di rado la discussione diventava una disputa accesa. E perché no? Si era tutti d’accordo almeno su un punto: nessuna proposizione è assolutamente vera, e solo la libera controversia può allora aiutarci a capire meglio le nostre ragioni e quelle degli altri. Mi piace ricordare così il centenario della nascita di Geymonat.
http://www.esserecomunisti.it/index....Articolo=24464




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