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    Angry Un tempo i gesuiti difendevano la fede. Ora ...

    Notificazione della Congregazione per la Dottrina della Fede sul libro "Jesus Symbol of God" Scritto da Padre Roger Haight, S. J.


    pubblicata nell'edizione quotidiana del 7-8 febbraio de "L'Osservatore Romano" in lingua italiana.

    Introduzione

    La Congregazione per la Dottrina della Fede, dopo uno studio accurato, ha giudicato che il libro "Jesus Symbol of God" (Maryknoll: Orbis Books, 1999) di Padre Roger Haight S.J. contiene gravi errori dottrinali nei confronti di alcune fondamentali verità di fede. È stato pertanto deciso di pubblicare in proposito la presente Notificazione, che conclude la relativa procedura d’esame.

    Dopo una prima valutazione da parte di esperti, si decise di affidare direttamente il caso all'Ordinario dell’Autore. Il 14 febbraio 2000 fu trasmessa una serie di "Osservazioni" a Padre Peter-Hans Kolvenbach, Preposito Generale della Compagnia di Gesù, invitandolo a far conoscere all’Autore gli errori presenti nel libro, e chiedendogli di sottoporre i necessari chiarimenti e rettifiche al giudizio della Congregazione per la Dottrina della Fede (cfr "Regolamento per l’esame delle dottrine", cap. II).

    La risposta di Padre Roger Haight S.J., presentata il 28 giugno 2000, né chiariva né rettificava gli errori segnalati. Per tale motivo, e tenendo anche conto del fatto che il libro era abbastanza diffuso, fu deciso di procedere ad un esame dottrinale (cfr "Regolamento per l’esame delle dottrine", cap. III), prestando particolare attenzione al metodo teologico dell’Autore.

    Dopo la valutazione dei teologi Consultori della Congregazione per la Dottrina della Fede, la Sessione Ordinaria del 13 febbraio 2002 confermò che "Jesus Symbol of God" conteneva affermazioni erronee, la divulgazione delle quali era di grave danno ai fedeli. Si decise pertanto di seguire la "procedura d’urgenza" (cfr "Regolamento per l’esame delle dottrine", cap. IV).

    Al riguardo, conformemente all’art. 26 del "Regolamento per l’esame delle dottrine”, il 22 luglio 2002 fu trasmesso al Preposito Generale della Compagnia di Gesù l’elenco delle affermazioni erronee e una valutazione generale della visione ermeneutica del libro, chiedendogli di invitare Padre Roger Haight S.J. a consegnare, entro due mesi utili, una chiarificazione della sua metodologia ed una correzione, in fedeltà all’insegnamento della Chiesa, degli errori contenuti nel suo libro.

    La risposta dell’Autore, consegnata il 31 marzo 2003, fu esaminata dalla Sessione Ordinaria della Congregazione, l’8 ottobre 2003. La forma letteraria del testo era tale da sollevare dubbi sulla sua autenticità, se fosse cioè veramente una risposta personale di Padre Roger Haight S.J.; si chiese pertanto una sua risposta firmata.

    Tale risposta sottoscritta giunse il 7 gennaio 2004. La Sessione Ordinaria della Congregazione il 5 maggio 2004 la prese in esame e ribadì il fatto che il libro "Jesus Symbol of God" conteneva affermazioni contrarie alle verità della fede divina e cattolica appartenenti al primo comma della "Professio Fidei", riguardanti la preesistenza del Verbo, la divinità di Gesù, la Trinità, il valore salvifico della morte di Gesù, l’unicità e l’universalità della mediazione salvifica di Gesù e della Chiesa, e la risurrezione di Gesù. La valutazione negativa riguardò anche l’uso di un metodo teologico improprio. Si ritenne, quindi, necessaria la pubblicazione di una Notificazione in proposito.

    I. Metodo teologico

    Nella Prefazione del suo libro, "Jesus Symbol of God", l’Autore afferma che oggi la teologia dovrebbe essere realizzata in dialogo con il mondo postmodemo, ma dovrebbe anche "rimanere fedele alla rivelazione originaria ed alla costante tradizione" (p. xii), nel senso che i dati della fede costituiscono la norma e il criterio per l’ermeneutica teologica. Egli afferma anche che si deve stabilire una "correlazione critica" (cfr pp. 40-47) tra questi dati e le forme e le qualità del pensiero postmodemo, caratterizzato in parte da una storicità radicale e da una coscienza pluralistica (cfr pp. 24, 330-334): "La tradizione deve essere criticamente recepita nella situazione di oggi" (p. 46).

    Questa "correlazione critica", però, si traduce, di fatto, in una subordinazione dei contenuti della fede alla loro plausibilità ed intelligibilità nella cultura postmodema (cfr pp. 49-50, 127, 195, 241, 249, 273-274, 278-282, 330-334). Si afferma, per esempio, che a causa dell’odierna coscienza pluralistica, "non si può continuare ad affermare ancora [...] che il cristianesimo sia la religione superiore o che Cristo sia il centro assoluto al quale tutte le altre mediazioni storiche sono relative. [...] Nella cultura postmodema è impossibile pensare [...] che una religione possa pretendere di essere il centro al quale tutte le altre devono essere ricondotte" (p. 333).

    Per quanto riguarda, in particolare, il valore delle formule dogmatiche, specialmente cristologiche, nel contesto culturale e linguistico postmoderno, diverso da quello in cui furono elaborate, l’Autore afferma che esse non vanno trascurate, ma neppure acriticamente ripetute perché "nella nostra cultura non hanno lo stesso significato di quando furono elaborate. [...] Pertanto, si deve fare riferimento ai Concili classici ed anche interpretarli esplicitamente per il nostro presente" (p. 16). Di fatto, però, questa interpretazione non si concretizza in proposte dottrinali che trasmettono il senso immutabile dei dogmi inteso dalla fede della Chiesa, né li chiariscono, arricchendone la comprensione. L’interpretazione dell’Autore risulta essere, invece, una lettura non solo diversa, ma contraria al vero significato dei dogmi.

    Per quanto riguarda, in particolare, la cristologia, l’Autore afferma che, al fine di superare un "ingenuo positivismo di rivelazione" (p. 173, n. 65), essa dovrebbe essere iscritta nel contesto di una "teoria generale della religione in termini di epistemologia religiosa" (p. 188). Un elemento fondamentale di questa teoria sarebbe il simbolo, quale concreto mezzo storico: una realtà creata (ad es. una persona, un oggetto o un evento) che fa conoscere e rende presente un’altra realtà, che è allo stesso tempo all’interno e distinta dal mezzo stesso, come la realtà trascendente di Dio, a cui essa rimanda (cfr pp. 196-198). Il linguaggio simbolico, strutturalmente poetico, immaginativo e figurativo (cfr pp. 177, 256), esprimerebbe e produrrebbe una determinata esperienza di Dio (cfr p. 11), ma non fornirebbe informazioni oggettive su Dio stesso (cfr p. 9, 210, 282, 471).

    Queste posizioni metodologiche conducono ad un’interpretazione gravemente riduttiva e fuorviante delle dottrine della fede, dando luogo ad affermazioni erronee. In particolare, l’opzione epistemologica della teoria del simbolo, così come viene intesa dall’Autore, mina alla base il dogma cristologico che, a partire dal Nuovo Testamento, proclama che Gesù di Nazaret è la persona del Figlio/Verbo divino fattasi uomo (1).

    II. La preesistenza del verbo

    L’impostazione ermeneutica di partenza conduce l’Autore anzitutto a non riconoscere nel Nuovo Testamento la base per la dottrina della preesistenza del Verbo, neppure nel prologo di Giovanni (cfr pp. 155-178), ove, a suo dire, il Logos dovrebbe essere inteso in senso puramente metaforico (cfr p. 177). Inoltre, egli legge nel pronunciamento del Concilio di Nicea solo l’intenzione di affermare "che niente di meno che Dio era ed è presente e all’opera in Gesù" (p. 284; cfr p. 438), ritenendo che il ricorso al simbolo "Logos" sarebbe da considerarsi semplicemente come presupposto (2), e perciò non oggetto di definizione, e infine non plausibile nella cultura postmodema (cfr p. 281; 485). Il Concilio di Nicea, afferma l’Autore, "utilizza la Scrittura in un modo che oggi non è accettabile, e cioè come una fonte di informazioni direttamente rappresentativa difatti o di dati oggettivi, circa la realtà trascendente" (p. 279). Il dogma di Nicea non insegnerebbe, pertanto, che il Figlio o il Logos eternamente preesistente sarebbe consustanziale al Padre e da Lui generato. L’Autore propone "una cristologia dell’incarnazione, nella quale l’essere umano creato o la persona di Gesù di Nazaret è il simbolo concreto che esprime la presenza nella storia di Dio come Logos" (p. 439).

    Questa interpretazione non è conforme al dogma di Nicea, che afferma intenzionalmente, anche contro l’orizzonte culturale del tempo, la reale preesistenza del Figlio Logos del Padre, incarnatosi nella storia per la nostra salvezza (3).

    III. La divinità di Gesù

    La posizione erronea dell’Autore sulla preesistenza del Figlio/Logos di Dio ha come conseguenza una comprensione altrettanto erronea della dottrina circa la divinità di Gesù. Egli in verità usa espressioni quali: Gesù "deve essere considerato divino" (p. 283) e "Gesù Cristo [...] deve essere vero Dio" (p. 284). Si tratta, tuttavia di affermazioni che vanno intese alla luce della sua posizione su Gesù quale "mediazione" simbolica ("medium"): Gesù sarebbe "una persona finita" (p. 205), "una persona umana" (p. 296) e "un essere umano come noi" (p. 205; 428). Il "vero Dio e vero uomo" andrebbe perciò reinterpretato, secondo l’Autore, nel senso che "vero uomo" significherebbe che Gesù sarebbe un essere umano come tutti gli altri" (p. 259), "un essere umano e una creatura finita" (p. 262); mentre "vero Dio" significherebbe che l’uomo Gesù, in qualità di simbolo concreto, sarebbe o medierebbe la presenza salvifica di Dio nella storia (cfr pp. 262; 295): solo in questo senso egli potrebbe essere considerato come "veramente divino o consustanziale con Dio" (p. 295).

    La "situazione postmoderna in cristologia", aggiunge l’Autore, "comporta un cambiamento di interpretazione che va al di là della problematica di Calcedonia" (p. 290), precisamente nel senso che l’unione ipostatica, o "enipostatica", sarebbe da intendere come "l’unione di niente di meno che Dio come Verbo con la persona umana Gesù" (p. 442).

    Questa interpretazione della divinità di Gesù è contraria alla fede della Chiesa, che crede in Gesù Cristo, Figlio eterno di Dio, fattosi uomo, così come è ripetutamente confessato in vari concili ecumenici e nella costante predicazione della Chiesa (4).

    IV. La Santissima Trinità

    Come conseguenza della suddetta interpretazione dell’identità di Gesù Cristo, l’Autore sviluppa una dottrina trinitaria erronea. A suo giudizio "l’insegnamento del Nuovo Testamento non deve essere interpretato alla luce delle successive dottrine di una Trinità immanente" (p. 474). Queste sarebbero da considerare l’esito di una inculturazione successiva, che avrebbe portato ad ipostatizzare, vale a dire, a ritenere come "entità reali" in Dio, i simboli "Logos" e "Spirito" (cfr p. 48l), che in quanto "simboli religiosi", sarebbero metafore di due diverse mediazioni storico-salvifiche dell’uno ed unico Dio: quella esteriore, storica, attraverso "il simbolo Gesù"; quella interiore, dinamica, compiuta dalla comunicazione di Dio "come” Spirito (cfr p. 484).

    Una simile visione, corrispondente alla teoria dell’esperienza religiosa in generale, porta l’Autore ad abbandonare la corretta comprensione della Trinità stessa, interpretata "come una descrizione di una differenziata vita interiore di Dio" (p. 484). Conseguentemente, "una nozione di Dio come comunità, l’idea di ipostatizzare le differenziazioni in Dio e di chiamarle persone, in modo tale che esse siano in reciproca comunicazione dialogica, vanno contro il punto principale della dottrina stessa" (p. 483), e cioè "che Dio è uno ed unico" (p. 482).

    Questa interpretazione della dottrina trinitaria è erronea e contraria alla fede circa l’unicità di Dio nella Trinità delle Persone, che la Chiesa ha proclamato e confermato in numerosi e solenni pronunciamenti (5).

    V. Il valore salvifico della morte di Gesù

    Nel libro "Jesus Symbol of God" l’Autore asserisce che "l’interpretazione profetica" spiegherebbe nel modo migliore la morte di Gesù (cfr p. 86, n. 105). Afferma, inoltre, che non sarebbe necessario "che Gesù abbia considerato se stesso come un salvatore universale" (p. 211) e che l’idea della morte di Gesù come "una morte sacrificale, espiatoria e redentiva" sarebbe solo il risultato di una graduale interpretazione dei suoi seguaci alla luce dell’Antico Testamento (cfr p. 85). Si afferma anche che il linguaggio ecclesiale tradizionale "di Gesù che soffre per noi, che si offre in sacrificio a Dio, che ha accettato di subire la punizione per i nostri peccati, o di morire per soddisfare la giustizia di Dio, non ha senso per il mondo di oggi" (p. 241). Questo linguaggio andrebbe abbandonato perché "le immagini associate a questi modi di parlare offendono la sensibilità postmoderna e creano una repulsione ed una barriera ad un apprezzamento positivo di Gesù Cristo" (p. 241).

    Tale posizione dell’Autore si oppone in realtà alla dottrina della Chiesa, che ha sempre riconosciuto in Gesù un’intenzionalità redentrice universale riguardo alla sua morte. La Chiesa vede nelle affermazioni del Nuovo Testamento, che si riferiscono specificamente alla salvezza, e in particolare nelle parole dell’istituzione dell’Eucaristia, una norma della sua fede circa il valore salvifico universale del sacrificio della croce (6).

    VI. Unicità e universalità della mediazione salvifica di Gesù e della Chiesa

    Per quanto riguarda l’universalità della missione salvifica di Gesù, l’Autore afferma che Gesù sarebbe "normativo" per i cristiani, ma "non-costitutivo" per le altre mediazioni religiose (p. 403). Afferma, inoltre, che "solo Dio opera la salvezza e la mediazione universale di Gesù non è necessaria" (p. 405): infatti "Dio agisce nella vita degli uomini in diversi modi al di là di Gesù e della realtà cristiana" (p. 412).

    L’Autore insiste sulla necessità di passare dal cristocentrismo al teocentrismo, che "elimina la necessità di legare la salvezza di Dio solamente a Gesù di Nazaret" (p. 417). Per quanto riguarda la missione universale della Chiesa, egli ritiene che sarebbe necessario avere "la capacità di riconoscere altre religioni come mediazioni della salvezza di Dio allo stesso livello del cristianesimo" (p. 415). Inoltre, per lui "è impossibile nella cultura postmoderna pensare che [...] una religione possa pretendere di essere il centro al quale tutte le altre devono essere ricondotte. Questi miti o concezioni metanarrative sono semplicemente superate" (p. 333).

    Questa posizione teologica nega fondamentalmente la missione salvifica universale di Gesù Cristo (cfr At 4, 12; 1 Tim 2, 4-6; Gv 14, 6) e, di conseguenza, la missione della Chiesa di annunciare e comunicare il dono di Cristo salvatore a tutti gli uomini (Mt 28, 19; Mc 16, 15; Ef 3, 8-11), entrambe testimoniate con chiarezza dal Nuovo Testamento e proclamate sempre dalla fede delta Chiesa, anche in documenti recenti (7).

    VII. La risurrezione di Gesù

    La presentazione che l’Autore fa della risurrezione di Gesù è guidata dalla sua concezione del linguaggio biblico e teologico come "simbolico di un’esperienza che è storicamente mediata”(p. 131) e dal principio che "ordinariamente non si dovrebbe supporre che sia accaduta nel passato una cosa oggi impossibile" (p. 127). Così intesa, la risurrezione è presentata come l’affermazione che "Gesù è ontologicamente vivo, come un individuo nella sfera di Dio [...], la dichiarazione di Dio che la vita di Gesù è una vera rivelazione di Dio e un’autentica esistenza umana" (p. 151; cfr p. 124).

    La risurrezione è descritta come "una realtà trascendente che può essere riconosciuta nel suo valore solamente da un atteggiamento di fede e di speranza" (p. 126). I discepoli, dopo la morte di Gesù, si sarebbero ricordati ed avrebbero riflettuto sulla sua vita e il suo messaggio, particolarmente sulla rivelazione di Dio come buono, misericordioso, preoccupato dell’essere umano e della salvezza. Questo ricordarsi — del fatto che "ciò che Dio ha iniziato nell’amore, a causa della illimitatezza di quell’amore, continua ad esistere in quell’amore sopravvivendo perciò al potere ed alla definitività della morte" (p. 147) insieme con un intervento di Dio come Spirito, progressivamente fece nascere questa nuova fede nella risurrezione, e cioè che Gesù era vivo ed esaltato nella potenza salvifica di Dio (cfr p. 146).

    Inoltre, secondo l’interpretazione dell’Autore, "la storicità della tomba vuota e i racconti delle apparizioni non sono essenziali alla fede-speranza nella risurrezione" (p. 147, n. 54; cfr pp. 124, 134). Piuttosto, questi racconti sarebbero "modi di esprimere e di insegnare il contenuto di una fede già formatasi" (p. 145).

    L’interpretazione dell’Autore conduce ad una posizione incompatibile con la dottrina della Chiesa. Essa è elaborata sulla base di presupposti erronei e non sulla base delle testimonianze del Nuovo Testamento, secondo cui le apparizioni del Risorto e la tomba vuota sono il fondamento della fede dei discepoli nella risurrezione di Cristo e non viceversa.

    Conclusione

    Nel rendere pubblica questa Notificazione, la Congregazione per la Dottrina della Fede si sente obbligata a dichiarare che le suddette affermazioni contenute nel libro "Jesus Symbol of God" di Padre Roger Haight S.J. sono da qualificare come gravi errori dottrinali contro la fede divina e cattolica della Chiesa. Di conseguenza, è vietato all’Autore l’insegnamento della teologia cattolica finché le sue posizioni non siano rettificate così da essere in piena conformità con la dottrina della Chiesa.

    Il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II nell’Udienza concessa al sottoscritto Cardinale Prefetto, ha approvato la presente Notificazione, decisa nella Sessione Ordinaria di questa Congregazione, e ne ha ordinato la pubblicazione.

    Roma, dalla Sede della Congregazione per la Dottrina della Fede, il 13 dicembre 2004, Memoria di S. Lucia, Vergine e Martire.

    + JOSEPH Card. RATZINGER
    Prefetto

    +ANGELO AMATO, S.D.B.
    Arcivescovo tit. di Sua
    Segretario

    _________________________________________________

    NOTE

    1) Cfr Concilium Nicaenum, "Professio fidei": DH 125; Concilium Chalcedonense, "Professio fidei": DH 301, 302; Concilium Constantinopolitanum II, "Canones": DH 424, 426.

    2) L’autore parla di "ipostatizzazione" e di "ipostasi" del Logos e dello Spirito: intende cioè dire che le "metafore" bibliche "Logos" e "Spirito" successivamente sarebbero diventate "entità reali" nel linguaggio della Chiesa ellenistica (cfr p. 475).

    3) Cfr Concilium Nicaenum, "Professio fidei": DLI 125. La confessione nicena, riconfermata in altri concili ecumenici (cfr Concilium Constantinopolitanum I, "Professio fidei": DH 150; Concilium Chalcedonense, "Professio fidei": DH 301, 302), costituisce la base delle professioni di fede di tutte le confessioni cristiane.

    4) Cfr Concilium Nicaenum, "Professio fidei": DH 125; Concilium Constantinopolitanum I, "Professio fidei": DH 150; Concilium Chalcedonense, "Professio fidei": DH 301, 302.

    5) Cfr Concilium Constantinopolitanum I, "Professio fidei": DH 150; "Quicumque": DLI 75; Synodus Toletana XI, "Professio fidei": DH 525-532; Synodus Toletana XVI, "Professio fidei": DH 568-573; Concilium Lateranense IV, "Professio fidei": DH 803-805; Concilium Florentinuin, "Decretum pro Iacobitis": DLI 1330-1331; Condilium Vatieanum Il, Const. Dogm. "Lumen gentium", nn. 2-4.

    6) Cfr Concilium Nicaenum, "Professio fidei": DH 125; Concilium Tridentinum, "Decretum de iustificatione": DH 1522, 1523; "De poenitentia": DH 1690; "De Sacrificio Missae": DH 1740; Concilium Vaticanum LI, Const. Dogm. "Lumen gentium", nn. 3, 5, 9; Const. Pastor. "Gaudium et spes", n. 22; Ioannes Paulus II, Litt. Encycl. "Ecclesia de Eucharistia", n. 12.

    7) Cfr Innocentius XI, Const. "Cum occasione", n. 5: DH 2005; Sanctum Officium, Decr. "Errores Iansenistaruni", n. 4: DH 2304; Concilium Vaticanum II, Const. Dogm. "Lumen gentium", n. 8; Const. Pastor. "Gaudium et spes", n. 22; Decr. "Ad gentes", n. 3; Ioannes Paulus Il, Litt. Encycl. "Redemptoris missio", nn. 4-6; Congregatio pro Doctrina Fidei, Decl. "Dominus Iesus", nn. 13-15. Per quanto riguarda l’universalità della missione della Chiesa cfr "Lumen gentium", nn. 13, 17; "Ad gentes", n. 7; "Redemptorìs missio", nn. 9-11; "Dominus Iesus", nn. 20-22.

    FONTE

  2. #2
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    Cattive compagnie di Gesù.
    Condannato il gesuita teologo


    Secoli e secoli dopo, Gesù è stato risottoposto a processo. Dal Sant'Uffizio. Che però ha scoperto che non era lui ma un altro.

    E' quanto si evince da una notificazione di condanna emessa dalla congregazione per la dottrina della fede a carico del gesuita americano Roger Haight, professore di teologia presso la Weston Jesuit School of Theology di Cambridge, Massachusetts, e il Woodstock Theological Center della Georgetown University, Washington D.C., anch'essa della Compagnia di Gesù.

    Di Haight è stato processato un libro molto diffuso e tutt'ora in vendita: "Jesus Symbol of God", pubblicato da Maryknoll Orbis Books nel 1999.

    A giudizio della congregazione presieduta dal cardinale Joseph Ratzinger, il Gesù descritto da Haight non è quello conosciuto dalla fede cattolica. In particolare, non è Dio.

    Il processo è cominciato nel 2000 ed è terminato nel 2004 con la condanna dell'autore. La sentenza è stata approvata da Giovanni Paolo II lo scorso 13 dicembre ed è stata pubblicata da "L'Osservatore Romano" del 7-8 febbraio. Essa termina con queste parole:

    "Le affermazioni contenute nel libro 'Jesus Symbol of God' di Padre Roger Haight S.J. sono da qualificare come gravi errori dottrinali contro la fede divina e cattolica della Chiesa. Di conseguenza, è vietato all'autore l'insegnamento della teologia cattolica finché le sue posizioni non siano rettificate così da essere in piena conformità con la dottrina della Chiesa".

    Padre Haight è un sostenitore famoso della teologia pluralista delle religioni. E si attesta su posizioni più radicali di quelle di un altro celebre gesuita condannato anch'essso dal Sant'Uffizio: Jacques Dupuis, professore alla Pontificia Università Gregoriana di Roma, morto di recente. Vedi, in proposito, la newsletter di John L. Allen del 12 settembre 2003: Pluralism conference report. A conversation with Fr. Roger Haight.

    FONTE

  3. #3
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    Originally posted by Thomas Aquinas
    Mi pare che la notificazione della Congregazione per la Dottrina della Fede sia riferita ad un unico libro di un unico Gesuita, non alla Compagia di Gesù, che ha può vantare grandi santi ed eminenti studiosi, anche oggi, altro che "cattiva compagnia"...
    Il fenomeno non è isolato ... Purtroppo.

  4. #4
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    Originally posted by Thomas Aquinas
    tra i gesuiti che conosco non ci sono "eretici", certo i gesuiti sono in migliaia: saran capitati a me tutti quelli buoni.
    può anche darsi ...

  5. #5
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    Giusto per fare qualche nome. Basti pensare a Padre Jacques Dupuis (docente alla Gregoriana) ed Anthony De Mello, censurati dal dicastero vaticano della Congregazione per la dottrina della fede.
    O anche al Card. Carlo M. Martini che nel 1999 (durante il Sinodo Europeo dei vescovi) sosteneva un Concilio Vaticano III ed apriva, quanto meno come possibilità, al sacerdozio ministeriale delle donne. Per non parlare dei gesuiti di America Latina, che sposano, nella loro "missione" (si fa per dire ...), tesi e dottrine molto vicine al comunismo.
    Questo per limitarmi ai fatti maggiormente noti.

  6. #6
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    Originally posted by Thomas Aquinas
    Il Cardinale Martini, mio vescovo emerito, è del tutto ortodosso, il fatto che abbia esposto delle concezioni come mere ipotesi teologiche, non significa nulla.
    Saranno stata anche opinioni azzardate, ma restano tali.
    Il cardinal Martini è uomo di grandissima cultura, con gli appunti delle sue lezioni sono stati scritti bellissimo libri, il seminario di Milano è fiorito grazie a lui e decine di preti lo ringraziano per questo.
    Non mi pare quindi che possa essere definito uomo cattivo parte di una compagnia cattiva.
    Pochi e sporadici casi, a dispetto delle migliaia di gesuiti (purtroppo in notevole diminuzione) non provano nulla.

    saluti
    Se fosse come lo definisci tu ... beh ... non le avrebbe dovute azzardare neppure come ipotesi, soprattutto perchè vi era stato un pronunciamento ufficiale del Papa su quel tema, sin dal 1994 (v. Lett. Ap. Ordinatio sacerdotalis). Non solo. La Congregazione per la dottrina della fede, nel 1995, attestò che la dottrina in parola era da ritenersi definitiva e proposta infallibilmente (v. QUI). Dunque, Roma locuta causa finita. Ed invece, il ridetto Cardinale nel 1999 si azzardava a riproporla espressamente. Una persona perfettamente ortodossa certamente si sarebbe astenuta da tanto. Questo giusto per chiarezza.
    I pochi e "sporadici" casi, beh ..., non sono poi così: infatti, la maggior parte dei gesuiti dell'America Latina sposano (e questo è noto) le tesi comuniste ... .

  7. #7
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    Predefinito Ecco il testo di un'altra Notificazione verso un altro "gesuita"

    CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE

    NOTIFICAZIONE
    a proposito del libro del
    P. JACQUES DUPUIS, S.J.,
    «Verso una teologia del pluralismo religioso»
    (Ed. Queriniana, Brescia 1997)

    Preambolo


    In seguito ad uno studio condotto sull’opera di P. Jacques Dupuis S.I., Verso una teologia cristiana del pluralismo religioso (Brescia 1997), la Congregazione per la Dottrina della Fede decise di approfondire l’esame della suddetta opera con procedura ordinaria, secondo quanto stabilito dal cap. III del Regolamento per l’esame delle dottrine.

    Si deve anzitutto sottolineare che in questo libro l’Autore propone una riflessione introduttiva a una teologia cristiana del pluralismo religioso. Non si tratta semplicemente di una teologia delle religioni, ma di una teologia del pluralismo religioso, che intende ricercare, alla luce della fede cristiana, il significato che la pluralità delle tradizioni religiose riveste all’interno del disegno di Dio per l’umanità. Conscio della problematicità della sua prospettiva, l’Autore stesso non si nasconde la possibilità che la sua ipotesi potrebbe sollevare un numero di interrogativi pari a quelli per cui proporrà delle soluzioni.

    A seguito dell’esame compiuto e dei risultati del dialogo con l’Autore, gli Em.mi Padri, valutati le analisi e i pareri espressi dai Consultori in merito alle Risposte date dall’Autore stesso, nella Sessione Ordinaria del 30 giugno 1999, hanno riconosciuto il suo tentativo di voler rimanere nei limiti dell’ortodossia, impegnandosi nella trattazione di problematiche finora inesplorate. Nello stesso tempo, pur considerando la buona disposizione dell’Autore, manifestata nelle sue Risposte, a fornire i chiarimenti giudicati necessari, nonché la sua volontà di rimanere fedele alla dottrina della Chiesa e all’insegnamento del Magistero, hanno constatato che nel libro sono contenute notevoli ambiguità e difficoltà su punti dottrinali di rilevante portata, che possono condurre il lettore a opinioni erronee o pericolose. Tali punti concernono l’interpretazione della mediazione salvifica unica e universale di Cristo, l’unicità e pienezza della rivelazione di Cristo, l’azione salvifica universale dello Spirito Santo, l’ordinazione di tutti gli uomini alla Chiesa, il valore e il significato della funzione salvifica delle religioni.

    La Congregazione per la Dottrina della Fede, adempiuta la procedura ordinaria dell’esame in tutte le sue fasi, ha deciso di redigere una Notificazione[1] con l’intento di salvaguardare la dottrina della fede cattolica da errori, ambiguità o interpretazioni pericolose. Tale Notificazione, approvata dal Santo Padre nella Udienza del 24 novembre 2000, è stata presentata al P. Jacques Dupuis, e da lui è stata accettata. Con la firma del testo l’Autore si è impegnato ad assentire alle tesi enunciate e ad attenersi in futuro nella sua attività teologica e nelle sue pubblicazioni ai contenuti dottrinali indicati nella Notificazione, il cui testo dovrà comparire anche nelle eventuali ristampe o riedizioni del libro in questione, e nelle relative traduzioni.

    La presente Notificazione non intende esprimere un giudizio sul pensiero soggettivo dell’Autore; ma si propone piuttosto di enunciare la dottrina della Chiesa a riguardo di alcuni aspetti delle suddette verità dottrinali, e nello stesso tempo di confutare opinioni erronee o pericolose, a cui, indipendentemente dalle intenzioni dell’Autore, il lettore può pervenire a motivo di formulazioni ambigue o spiegazioni insufficienti contenute in diversi passi del libro. In tal modo si ritiene di offrire ai lettori cattolici un sicuro criterio di valutazione, consono con la dottrina della Chiesa, al fine di evitare che la lettura del volume possa indurre a gravi equivoci e fraintendimenti.

    I. A proposito della mediazione salvifica unica e universale di Gesù Cristo

    1. Deve essere fermamente creduto che Gesù Cristo, Figlio di Dio fatto uomo, crocifisso e risorto, è l’unico e universale mediatore della salvezza di tutta l’umanità.[2]

    2. Deve essere pure fermamente creduto che Gesù di Nazareth, Figlio di Maria e unico Salvatore del mondo, è il Figlio e il Verbo del Padre.[3] Per l’unità del piano divino di salvezza incentrato in Gesù Cristo, va inoltre ritenuto che l’azione salvifica del Verbo sia attuata in e per Gesù Cristo, Figlio incarnato del Padre, quale mediatore della salvezza di tutta l’umanità.[4] È quindi contrario alla fede cattolica non soltanto affermare una separazione tra il Verbo e Gesù o una separazione tra l’azione salvifica del Verbo e quella di Gesù, ma anche sostenere la tesi di un’azione salvifica del Verbo come tale nella sua divinità, indipendente dall’umanità del Verbo incarnato.[5]

    II. A proposito dell’unicità e pienezza della rivelazione di Gesù Cristo

    3. Deve essere fermamente creduto che Gesù Cristo è il mediatore, il compimento e la pienezza della rivelazione.[6] È quindi contrario alla fede della Chiesa sostenere che la rivelazione di/in Gesù Cristo sia limitata, incompleta e imperfetta. Inoltre, benché la piena conoscenza della rivelazione divina si avrà soltanto nel giorno della venuta gloriosa del Signore, tuttavia la rivelazione storica di Gesù Cristo offre tutto ciò che è necessario per la salvezza dell’uomo e non ha bisogno di essere completata da altre religioni.[7]

    4. È conforme alla dottrina cattolica affermare che i semi di verità e di bontà che esistono nelle altre religioni sono una certa partecipazione alle verità contenute nella rivelazione di/in Gesù Cristo.[8] È invece opinione erronea ritenere che tali elementi di verità e di bontà, o alcuni di essi, non derivino ultimamente dalla mediazione fontale di Gesù Cristo.[9]

    III. A proposito dell’azione salvifica universale dello Spirito Santo

    5. La fede della Chiesa insegna che lo Spirito Santo operante dopo la risurrezione di Gesù Cristo è sempre lo Spirito di Cristo inviato dal Padre, che opera in modo salvifico sia nei cristiani sia nei non cristiani.[10] È quindi contrario alla fede cattolica ritenere che l’azione salvifica dello Spirito Santo si possa estendere oltre l’unica economia salvifica universale del Verbo incarnato.[11]

    IV. A proposito dell’ordinazione di tutti gli uomini alla Chiesa

    6. Deve essere fermamente creduto che la Chiesa è segno e strumento di salvezza per tutti gli uomini.[12] È contrario alla fede cattolica considerare le varie religioni del mondo come vie complementari alla Chiesa in ordine alla salvezza.[13]

    7. Secondo la dottrina cattolica anche i seguaci delle altre religioni sono ordinati alla Chiesa e sono tutti chiamati a far parte di essa.[14]

    V. A proposito del valore e della funzione salvifica delle tradizioni religiose

    8. Secondo la dottrina cattolica si deve ritenere che «quanto lo Spirito opera nel cuore degli uomini e nella storia dei popoli, nelle culture e religioni, assume un ruolo di preparazione evangelica (cf. Cost. dogm. Lumen gentium, 16)».[15] È dunque legittimo sostenere che lo Spirito Santo opera la salvezza nei non cristiani anche mediante quegli elementi di verità e di bontà presenti nelle varie religioni; ma non ha alcun fondamento nella teologia cattolica ritenere queste religioni, considerate come tali, vie di salvezza, anche perché in esse sono presenti lacune, insufficienze ed errori,[16] che riguardano le verità fondamentali su Dio, l’uomo e il mondo.

    Inoltre, il fatto che gli elementi di verità e di bontà presenti nelle varie religioni possano preparare i popoli e le culture ad accogliere l’evento salvifico di Gesù Cristo, non comporta che i testi sacri delle altre religioni possano considerarsi complementari all’Antico Testamento, che è la preparazione immediata allo stesso evento di Cristo.[17]

    Il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, nel corso dell’Udienza del 19 gennaio 2001, alla luce degli ulteriori sviluppi, ha confermato la sua approvazione della presente Notificazione, decisa nella Sessione Ordinaria di questa Congregazione, e ne ha ordinato la pubblicazione.

    Roma, dalla sede della Congregazione per la Dottrina della Fede, il 24 gennaio 2001, nella memoria di San Francesco di Sales.

    + Joseph Card. Ratzinger
    Prefetto

    + Tarcisio Bertone, SDB
    Arcivescovo emerito di Vercelli
    Segretario

    ------------------------------------------------------------------------------
    NOTE

    [1] La Congregazione per la Dottrina della Fede, a motivo di tendenze manifestate in diversi ambienti e sempre più recepite anche nel pensiero dei fedeli, ha pubblicato la Dichiarazione “Dominus Iesus” circa l’unicità e l’universalità salvifica di Gesù Cristo e della Chiesa (AAS, 92 [2000] 742-765), per tutelare i dati essenziali della fede cattolica. La Notificazione si ispira ai principi indicati nella suddetta Dichiarazione per la valutazione dell’opera di J. Dupuis.

    [2] Cf. CONC. DI TRENTO, Decr. De peccato originali: Denz n. 1513; Decr. De iustificatione: Denz. nn. 1522; 1523; 1529; 1530. Cf. anche CONC. VATICANO II, Cost. past. Gaudium et spes, n. 10; Cost. dogm. Lumen gentium, nn. 8; 14; 28; 49; 60. GIOVANNI PAOLO II, Lett. Enc. Redemptoris missio, n. 5: AAS 83 (1991) 249-340; Es. Apost. Ecclesia in Asia, n. 14: AAS 92 (2000) 449-528; CONGR. PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, Dich. Dominus Iesus, n. 13-15.

    [3] Cf. CONC. DI NICEA I: Denz. n. 125; CONC. DI CALCEDONIA: Denz. n. 301.

    [4] Cf. CONC. DI TRENTO, Decr. De iustificatione: Denz. nn. 1529; 1530; CONC. VATICANO II, Cost. lit. Sacrosanctum Concilium, n. 5; Cost. past. Gaudium et spes, n. 22.

    [5] Cf. GIOVANNI PAOLO II, Lett. Enc. Redemptoris missio, n. 6. CONGR. PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, Dich. Dominus Iesus, n. 10.

    [6] Cf. CONC. VATICANO II, Cost. dogm. Dei verbum, nn. 2; 4; GIOVANNI PAOLO II, Lett. Enc. Fides et ratio, nn. 14-15; 92, AAS 91 (1999) 5-88; CONGR. PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, Dich. Dominus Iesus, n. 5.

    [7] Cf. CONGR. PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, Dich. Dominus Iesus, n. 6; Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 65-66.

    [8] Cf. CONC. VATICANO II, Cost. dogm. Lumen gentium, n. 17; Decr. Ad gentes, n. 11; Dich. Nostra Aetate, n. 2.

    [9] Cf. CONC. VATICANO II, Cost. dogm. Lumen gentium, n. 16; GIOVANNI PAOLO II, Lett. Enc. Redemptoris missio, n. 10.

    [10] Cf. CONC. VATICANO II, Cost. past. Gaudium et spes, n. 22; GIOVANNI PAOLO II, Lett. Enc. Redemptoris missio, nn. 28-29.

    [11] Cf. GIOVANNI PAOLO II, Lett. Enc. Redemptoris missio, n. 5; Es. Apost. Ecclesia in Asia, nn. 15-16; CONGR. PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, Dich. Dominus Iesus, n. 12.

    [12] Cf. CONC. VATICANO II, Cost. dogm. Lumen gentium, nn. 9; 14; 17; 48. GIOVANNI PAOLO II, Redemptoris missio, n. 11; CONGR. PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, Dich. Dominus Iesus, n. 16.

    [13] Cf. GIOVANNI PAOLO II, Lett. Enc. Redemptoris missio, n. 36; CONGR. PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, Dich. Dominus Iesus, nn. 21-22.

    [14] Cf. CONC. VATICANO II, Cost. dogm. Lumen gentium, n.13 e n. 16; Decr. Ad gentes, n. 7; Dich. Dignitatis humanae, n. 1; GIOVANNI PAOLO II, Lett. Enc. Redemptoris missio, n. 10; CONGR. PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, Dich. Dominus Iesus, nn. 20-22; Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 845.

    [15]GIOVANNI PAOLO II, Lett. Enc. Redemptoris missio, n. 29.

    [16]Cf. CONC. VATICANO II, Cost. dogm. Lumen gentium, n. 16; Dich. Nostra aetate, n. 2; Decr. Ad gentes, n. 9; cf. anche PAOLO VI, Es. Apost. Evangelii nuntiandi, n. 53: AAS 68 (1976) 5-76; GIOVANNI PAOLO II, Lett. Enc. Redemptoris missio, n. 55; CONGR. PER LA DOTTRINA DELLA FEDE Dich. Dominus Iesus, n.8.

    [17] Cf. CONC. DI TRENTO, Decr. de libris sacris et de traditionibus recipiendis: Denz n. 1501; CONC. VATICANO I, Cost. dogm. Dei Filius, cap. 2: Denz n. 3006; CONGR. PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, Dich. Dominus Iesus, n. 8.

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    CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE

    NOTIFICAZIONE CONCERNENTE
    GLI SCRITTI DI PADRE ANTHONY DE MELLO, SJ


    The Indian Jesuit priest, Father Anthony de Mello (1931-1987) is well known due to his numerous publications which, translated into various languages, have been widely circulated in many countries of the world, though not all of these texts were authorized by him for publication. His works, which almost always take the form of brief stories, contain some valid elements of oriental wisdom. These can be helpful in achieving self-mastery, in breaking the bonds and feelings that keep us from being free, and in approaching with serenity the various vicissitudes of life. Especially in his early writings, Father de Mello, while revealing the influence of Buddhist and Taoist spiritual currents, remained within the lines of Christian spirituality. In these books, he treats the different kinds of prayer: petition, intercession and praise, as well as contemplation of the mysteries of the life of Christ, etc.

    But already in certain passages in these early works and to a greater degree in his later publications, one notices a progressive distancing from the essential contents of the Christian faith. In place of the revelation which has come in the person of Jesus Christ, he substitutes an intuition of God without form or image, to the point of speaking of God as a pure void. To see God it is enough to look directly at the world. Nothing can be said about God; the only knowing is unknowing. To pose the question of his existence is already nonsense. This radical apophaticism leads even to a denial that the Bible contains valid statements about God. The words of Scripture are indications which serve only to lead a person to silence. In other passages, the judgment on sacred religious texts, not excluding the Bible, becomes even more severe: they are said to prevent people from following their own common sense and cause them to become obtuse and cruel. Religions, including Christianity, are one of the major obstacles to the discovery of truth. This truth, however, is never defined by the author in its precise contents. For him, to think that the God of one's own religion is the only one is simply fanaticism. "God" is considered as a cosmic reality, vague and omnipresent; the personal nature of God is ignored and in practice denied.

    Father de Mello demonstrates an appreciation for Jesus, of whom he declares himself to be a "disciple." But he considers Jesus as a master alongside others. The only difference from other men is that Jesus is "awake" and fully free, while others are not. Jesus is not recognized as the Son of God, but simply as the one who teaches us that all people are children of God. In addition, the author's statements on the final destiny of man give rise to perplexity. At one point, he speaks of a "dissolving" into the impersonal God, as salt dissolves in water. On various occasions, the question of destiny after death is declared to be irrelevant; only the present life should be of interest. With respect to this life, since evil is simply ignorance, there are no objective rules of morality. Good and evil are simply mental evaluations imposed upon reality.

    Consistent with what has been presented, one can understand how, according to the author, any belief or profession of faith whether in God or in Christ cannot but impede one's personal access to truth. The Church, making the word of God in Holy Scripture into an idol, has ended up banishing God from the temple. She has consequently lost the authority to teach in the name of Christ.

    With the present Notification, in order to protect the good of the Christian faithful, this Congregation declares that the above-mentioned positions are incompatible with the Catholic faith and can cause grave harm.

    The Sovereign Pontiff John Paul II, at the Audience granted to the undersigned Cardinal Prefect, approved the present Notification, adopted in the Ordinary Session of this Congregation, and ordered its publication.

    Rome, from the offices of the Congregation for the Doctrine of the Faith, June 24, 1998, the Solemnity of the Birth of John the Baptist.

    + Joseph Card. Ratzinger
    Prefect

    + Tarcisio Bertone, S.D.B.
    Archbishop Emeritus of Vercelli
    Secretary

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    A ME PARE UN PO' ESAGERATO FARE DI TUTTA UN'ERBA UN FASCIO.
    OCCORRE DISTINGUERE PER NON CADERE IN GENERALIZZAZIONI, SOLITAMENTE PERICOLOSE.
    CERTAMENTE IN PASSATO VI SONO STATI DEI GRANDI GESUITI, MA ANCHE DEI POCO FEDELI SEGUACI DI SANT'IGNAZIO. ED ALTRETTANTO AVVIENE OGGI. COSì COME AVVERRà DOMANI.
    NON DIMENTICHIAMO LA PARABOLA DEL CAMPO DI GRANO, CHE è UN OTTIMO PARADIGMA DI CIò è IL MONDO E LA CHIESA, DOVE IL GRANO BUONO CRESCE E SI SVILUPPA ACCANTO ALLA GRAMIGNA. POI SARà DIO A SEPARARE IL GRANO DALL'ERBA CATTIVA, RIPONENDO IL PRIMO NEI GRANAI (IL SUO REGNO IN CIELO, IL PARADISO) E BRUCIANDO L'ERBA CATTIVA ED INFESTANTE.

    PACE E BENE

    FRANCESCANO

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    Originally posted by FRANCESCANO
    A ME PARE UN PO' ESAGERATO FARE DI TUTTA UN'ERBA UN FASCIO.
    OCCORRE DISTINGUERE PER NON CADERE IN GENERALIZZAZIONI, SOLITAMENTE PERICOLOSE.
    CERTAMENTE IN PASSATO VI SONO STATI DEI GRANDI GESUITI, MA ANCHE DEI POCO FEDELI SEGUACI DI SANT'IGNAZIO. ED ALTRETTANTO AVVIENE OGGI. COSì COME AVVERRà DOMANI.
    NON DIMENTICHIAMO LA PARABOLA DEL CAMPO DI GRANO, CHE è UN OTTIMO PARADIGMA DI CIò è IL MONDO E LA CHIESA, DOVE IL GRANO BUONO CRESCE E SI SVILUPPA ACCANTO ALLA GRAMIGNA. POI SARà DIO A SEPARARE IL GRANO DALL'ERBA CATTIVA, RIPONENDO IL PRIMO NEI GRANAI (IL SUO REGNO IN CIELO, IL PARADISO) E BRUCIANDO L'ERBA CATTIVA ED INFESTANTE.

    PACE E BENE

    FRANCESCANO
    Caro Francescano,
    innanzitutto mi fa piacere rileggerti su questo forum. Spero che possa essere l'occasione anche per vederti un po' più spesso.
    Venendo alla tua osservazione, devo dire che ciò che dici è vero, hai ragione, nondimeno però col thread ho voluto porre l'accento su una tendenza, che, per carità, non è sola dei gesuiti. E cioè lo svilimento della fede in certi ordini religiosi, che è fonte anche di smarrimento tra i fedeli.
    Cordialmente

    Augustinus

 

 
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