OMNIA SUNT COMMUNIA
A Torino un torneo senza frontiere per migranti
Andrò al Balon Mundial
alla faccia dei razzisti
Il calciatore brasiliano Angelo Benedicto Sormani con la maglia del Milan nel 1970 Archivio AnsaDarwin Pastorin
Non solo Europei. Non solo il calcio dei campioni celebrati, del denaro, degli sponsor, delle dirette in mondovisione. A Torino, mentre in Svizzera e in Austria, si affrontano Toni e Ballack, Cristiano Ronaldo e Henry, è in pieno svolgimento un torneo bellissimo, colorato, emozionante: la seconda edizione del "Balon Mundial", riservato agli immigrati che lavorano, sperano, soffrono nel capoluogo piemontese. Il tutto organizzato, con amore e passione, dall'associazione culturale Officina Koiné, in collaborazione con la Circoscrizione 9 e l'Aics. E a fine match, tutti a suonare, bere, cantare all'Hiroshima Mon Amour. Alla faccia dei razzisti, degli intolleranti, di chi è capace soltanto di odio e disprezzo. Per il torneo del prossimo anno, mi prenoto anch'io: come centravanti, anche di riserva, del Brasile! Chiederò al mio amico Angelo Benedicto Sormani di rimettermi in forma.
"Balon Mundial" è il football senza frontiere, il football della nostra epifania, della nostra memoria felice. Ricordo, nei giorni incantati della mia infanzia a San Paolo, le partite con i miei coetanei: mulatti, ebrei, musulmani, giapponesi, polacchi. Io ero il figlio di italiani. Arrivati sin lì dal Dopoguerra, dalle bombe, dalle case distrutte. Dalla voglia di rinascere. Eravamo noi, noi italiani, del Nord del Centro del Sud delle Isole, di Verona e di Cagliari, di Reggio Calabria e di Udine, i "disperati". Partivamo in seconda e terza classe su navi cariche di nostalgia e di speranza. Venti, trenta giorni sull'oceano. Cullati dal pianto e dal rimpianto. Come sarà New York? E Buenos Aires? e Adelaide? Riusciremo ad ambientarci, non ci uccideranno i ricordi, i parenti lasciati, il fiume amico, la stanza dei sogni, il fratello che sta per nascere, la sorella che sta per sposarsi? Rivedremo i nostri genitori, i nostri nonni?
Io, oggi, negli occhi di chi viene da noi, affrontando il mare nemico, urlando per la madre o il figlio o il compagno perduti nelle onde, mentre, nello stesso momento, tra l'indifferenza dei malati di umanità, qualcuno sbraita in diretta televisiva: «Non fateli venire, mandateli via, cacciateli, rispeditili indietro!». In quegli occhi io rivedo gli occhi di mio padre, di mia madre, dei miei nonni, dei miei bisnonni, tutti partiti per andare in un altro dove. Non potrò mai scordare gli italiani che ho incontrato nella mia vita, da bambino e da cronista. Rivedo, trent'anni fa, un quartiere di Zurigo, domenica, sole. Un pugno di nostri connazionali, nel quartiere-dormitorio, a parlare su una piazza deserta. Tristi, solitari, a cercare nel dialetto un riverbero di giovinezza. E quelle frasi. «Non ci vogliono... Sfruttati... Mettere i soldi da parte per tornare... Lavoro, lavoro, soltanto lavoro». In quella Svizzera dove, in alcuni bar, potevi trovare un cartello appeso alla porta d'ingresso: «Vietato l'ingresso ai cani e agli italiani». Ricordatevi, voi che urlate «via, cacciateli, sporchi, brutti, cattivi», quel cartello: «Vietato l'ingresso ai cani e agli italiani».
Io sono felice. Felice di essere figlio, nipote e pronipote di emigranti. Felice di avere il doppio passaporto, italiano e brasiliano. Felice di vedere mio figlio Santiago giocare con bambini romeni, etiopi, argentini, marocchini. Felice di vedere, nella mia Torino, cinesi, egiziani, paraguayani, russi segnare il gol più bello: il gol contro ogni razzismo. Felice di pensare a questo mondo senza barriere, dove nessuno pensa di essere di razza superiore, depositario del bene e del male, del giusto e dell'ingiusto.
In Svizzera e in Austria il calcio dei campioni sta conoscendo i giorni dello spettacolo e della passione, a Torino il calcio della gente vive i giorni dell'utopia, del presente e del domani, dell'allegria, della voglia di stare insieme. Torino non tradisce, mai. E' una città operaia. E' una citta che ha conosciuto la lotta, la resistenza, il dolore. Viva i calciatori universali di "Balon Mundial"! Viva questi ragazzi che rendono l'Italia più giusta, più intelligente, più vera. Bene: ho chiamato Sormani (che ha giocato al fianco di Pelé nel Santos ed è stato campione Intercontinentale con il Milan di Gianni Rivera, ed è, soprattutto, una persona meravigliosa) e gli ho detto che voglio allenarmi, ritrovare la condizione fisica. Il Brasile, per la terza edizione di "Balon Mundial", non può fare, assolutamente, a meno del mio antico talento.
Liberazione 15/06/2008
ARDITI NON GENDARMI




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