coletta Gandus, ecco perché il Cav ha deciso di ricusarla
Roma, 17 giu (Velino) - Nicoletta Gandus, presidente della prima sezione penale del tribunale di Milano, il giudice del processo Mills che il premier ha deciso di ricusare, è una figura d’antan di Magistratura democratica. Una vita intensa e sempre in prima fila la conduce nel 2002 n Brasile. Inviata da Md in quell’anno a rappresentare i “magistrati democratici” italiani al social forum di Porto Alegre (la Gandus parteciperà anche a quelli europei di Firenze e Parigi) così raccontava di quella esperienza: “Si è anche molto parlato del ‘caso italiano’, a cominciare da Robinson (diritti umani dell’Onu, ndr) e Garzón: perché è certamente vero che la situazione dei giudici in molti paesi - in particolare del sud del mondo - è infinitamente peggiore di quella italiana, ma è altrettanto vero che la messa in discussione delle prerogative costituzionali di autonomia e indipendenza, del ruolo di controllo della legalità della magistratura in Italia, considerata fino ad ora un modello, fa scandalo a livello internazionale”.
Poche settimane prima delle elezioni del 2006 era in campo per firmare il documento-programma del procuratore Armando Spataro. Una dura reprimenda all’operato del governo Berlusconi, accusato di aver stravolto le leggi a beneficio di pochi. Un appello e un monito alla sinistra perché vengano bocciate tutte le leggi fatte dal governo di centrodestra soprattutto nel settore della giustizia. “Si sta chiudendo una delle più tormentate e controverse legislature della storia repubblicana - si leggeva nell’incipit di Spataro firmato dalla Gandus - e c’è oggi la prospettiva di un cambio di governo. Ma deve cambiare anche il modo di governare: dal punto di vista costituzionale e dei rapporti tra cittadini ed istituzioni”. Per i firmatari “il lavoro che attende il nuovo governo - quello di Romano Prodi nel 2006, ndr - è quindi di enorme complessità e responsabilità e si estende a settori di grande importanza per la collettività: l’informazione, la sanità, il lavoro, l’ambiente e i beni culturali, la ricerca, l’istruzione, la politica fiscale e tributaria. Importanti riforme di sistema sono necessarie anche per ridare ai cittadini fiducia nella giustizia. Ma in questo settore noi tuttavia riteniamo che vi sia una inderogabile priorità: la cancellazione delle principali leggi che sono state adottate quasi esclusivamente al fine di perseguire gli interessi personali di pochi, ignorando quelli della collettività. Si tratta di leggi che - a prescindere da ogni altra considerazione - hanno devastato il nostro sistema giustizia e compromesso il principio della ragionevole durata dei processi”.
Nell’appello si faceva un elenco dettagliato delle leggi volute dal governo Berlusconi di cui si chiedeva l’abrogazione immediata: “Alcune di queste leggi, pur da riformare, sono state disinnescate dalla Corte Costituzionale (ad esempio il cd. “Lodo Schifani”, cioè la L. 20.6.03 n. 140 sulla sospensione dei procedimenti per le alte cariche dello Stato) o dai giudici di merito e dalla Corte di Cassazione (è avvenuto per la Legge sulle rogatorie n. 5.10.01 n. 367 e la cd. “Legge Cirami” 7.11.02 n. 248 sullo spostamento dei processi per legittimo sospetto). Ma, per altre leggi è necessaria l’abrogazione immediata: solo con la loro abrogazione, infatti, sarà possibile restituire credibilità al paese sul piano internazionale e dignità ai governanti e ai rappresentanti politici ed ottenere la partecipazione della collettività nazionale agli sforzi necessari per ricostruire una scala di valori condivisi”. E si dettavano anche i tempi di abrogazione delle norme volute dal centrodestra. “Le leggi che devono costituire oggetto di abrogazione già nei primi mesi della legislatura sono: la Legge di “depenalizzazione” del falso in bilancio ( D.L.vo 11.4.02, n.61), che rappresenta la tipica traduzione in termini normativi della cultura della illegalità e contrasta con la tendenza mondiale a punire con maggiore severità la false comunicazioni in materia societaria; la Legge cd. “ex Cirielli”, 5.12.05 n. 251, definita “obbrobrio devastante” dal Presidente della Corte di Cassazione, che ha di fatto introdotto nuove cause di impunità per i potenti (attraverso la prescrizione breve dei reati, anche gravi, commessi dagli incensurati) e pesanti discriminazioni verso i recidivi anche per reati non gravi: dunque, incentivi a manovre dilatorie ed il prevedibile aumento della popolazione carceraria saranno l’effetto di un diritto penale per tipo d’autore; la barbara riforma della legittima difesa approvata definitivamente il 24.1.06, che introduce una presunzione di proporzionalità tra i delitti contro il patrimonio in ambiente privato e la reazione violenta con armi da fuoco contro chi ne è responsabile; la cd. Legge Pecorella sulla inappellabilità delle sentenze di proscioglimento che, a parere di molti, altera il principio costituzionale della parità delle parti nel processo e, dilatando le possibilità di ricorso alla Corte di Cassazione, parzialmente la trasforma in giudice di merito, ingolfandola e rendendone ingestibile l’attività. L’impegno di coloro che intendono formare il futuro Governo deve estendersi inoltre alla sospensione immediata della efficacia di tutti i decreti legislativi di attuazione delle legge di riforma dell’ordinamento giudiziario (Legge delega n. 150 del 2005): solo così potrà essere predisposto e realizzato un progetto di riforma di ampio respiro, utilizzando i contributi del Csm, degli accademici, della magistratura associata, degli avvocati e delle associazioni dei giuristi e del personale amministrativo. Chiediamo allora a tutti coloro che parteciperanno alla prossima campagna elettorale un impegno espresso, preciso e incondizionato ad operare immediatamente per l’abrogazione di queste leggi, che non sia diluito in promesse di riforme generali nei vari settori dell’ordinamento. L’assunzione di tale impegno è condizione e garanzia irrinunciabile perché, come giuristi e come cittadini, possiamo confidare nella volontà degli eletti di ripristinare effettivamente, non solo in questo campo, le regole fondamentali della democrazia”.
Qualche anno prima, nel 2001, invece, la Gandus aveva firmato un appello contro la “repressione” israeliana. Questo il passaggio chiave: “Rispondiamo alla richiesta degli intellettuali, universitari e cittadini israeliani esprimendo la nostra ferma condanna della politica di repressione violenta e di blocco economico messa in atto dal governo israeliano nei confronti della popolazione palestinese. In questo contesto, scegliamo di esprimerci in quanto ebrei, per negare al governo israeliano la possibilità di legittimare il proprio operato dichiarando di agire in nome del popolo ebraico, del quale anche i firmatari e firmatarie di questo testo fanno parte. Con l’intenzione di contribuire con questo gesto alla creazione di una reale mobilitazione per una pace giusta e duratura nell’area, sollecitiamo un impegno del governo italiano e dell’Europa in favore dell’intervento immediato di una forza internazionale di pace, forse l’unico strumento utile ad interrompere questa ormai insopportabile spirale di sangue e di violenza e ribadiamo l’urgenza della ripresa delle trattative. Intendiamo anche sottolineare che a nostro avviso una pace giusta e duratura è raggiungibile solo attraverso: la fine dell’occupazione militare della Cisgiordania e di Gaza e lo smantellamento degli insediamenti...”.
Con altre 1500 persone, la Gandus aveva firmato anche una lettera inviata al Parlamento per contestare l’”ossessivo richiamo da parte della Chiesa cattolica a valori e modelli unici: in questo apostolato scorgiamo, con preoccupazione, vene di integralismo e di contrapposizione ad altri integralismi, ma, proprio perché laici, difendiamo la libertà della Chiesa e della sua missione”. Nel 2004, Nicoletta, questa volta quale esponente del Collettivo Donne e diritto, partecipava a Milano alle manifestazioni in favore della 194: “È un altro segnale del desiderio di donne e uomini di partecipare alla politica - commentava al
Manifesto -. È stata un’affermazione di libertà, in 200 mila abbiamo detto che non esiste una sola morale”. Due anni prima la Gandus aveva firmato anche un appello a favore dei referendum per la modifica della legge 40, quella sulla procreazione assistita, varata dalla maggioranza di centrodestra: “Un Sì convinto ai quattro referendum sulla legge riguardo alla fecondazione assistita. Le ragioni che li motivano le abbiamo maturate non da ora, ma nel percorso politico con le donne, iniziato con la riflessione su aborto e sessualità femminile. Rifiutiamo la logica proibizionista di una legge costruita su divieti ed obblighi, senza rispetto della salute, prima di tutto delle donne. Non pensiamo che l’assenza di divieto sancisca di per sé un diritto al figlio. Mettere un divieto per contrastare la traduzione in diritto di desideri (presunti) illimitati non fa che confermare, rovesciandola, la logica dei diritti. Ci interessa invece tenere aperto lo scarto incolmabile fra i desideri e i diritti... La legge, degradando la madre a corpo contenitore di una vita, lungi dal contrastare la temuta riduzione dell’essere umano a materia genetica manipolabile, la favorisce; e dunque non tutela neppure l’embrione. L’embrione congelato è lì a ricordarci che non vi è sviluppo vitale né essere umano, senza la madre e al di fuori della relazione con lei. Discendono da qui per noi le valutazioni di merito sulle norme più gravi, diremmo ‘perverse’, della legge, oggetto dei referendum: dall’impianto obbligatorio degli embrioni prodotti in vitro che, con il divieto di crioconservazione e di ogni diagnosi preimpianto, configura il dovere di maternità, anche a costo della salute della donna e dei nascituri; all’equiparazione dei diritti del concepito a quelli della donna con l’inevitabile conseguenza di estendere la tutela del concepito al feto e dunque di rimettere in questione l’aborto; alla messa al bando della fecondazione con seme o ovuli di donatore, riducendo il padre e la madre al mero fatto genetico; all’irrealistica proibizione della ricerca scientifica, rinunciando a dettare regole in grado di garantire la libertà scientifica ma anche la trasparenza sulle finalità, sui rischi e sulle opportunità. Non è la legge, né tanto meno questa legge, che può dare risposte alle inquietudini, fondate o immaginarie, suscitate dalle tecnologie della riproduzione. Quel che c’è prima della nascita chiede un limite del diritto, chiede di riconoscere, con umiltà, che la legge può fare danni se prescinde dalla relazione madre/figlio. Non vi è infatti modo di fare ordine nella procreazione, medicalmente assistita e non, se non si mette al centro delle regole la donna, quale soggetto libero e responsabile”.
Dopo la vittoria di Prodi nel giugno del 2006, il giudice Gandus interveniva ancora schierandosi nel referendum contro la devolution: “È importante opporsi a questa devolution perché è espressione della generale posizione antidemocratica... È sovrastata da un incombente potere autoritario e centralista, concentrato nella mani del capo del governo”.
(Vittorugo Mangiavillani) 17 giu 2008
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