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    Predefinito Tra Comunismo e Comunità

    OMNIA SUNT COMMUNIA

    Riceviamo dall’autore
    TRA COMUNITA’ E COMUNISMO


    Il nuovo millennio appena iniziato si apre all’insegna del tentativo di adeguare le ideologie all’inesorabile avanzata di un modello, quello tecno economico occidentale, che nulla e nessuno sembra risparmiare nella sua inesorabile corsa verso il dominio assoluto ed incontrastato del mondo. Nel caso qui trattato, in particolare, il dibatttito va incentrandosi sulla rifondazione di quel particolare settore del pensiero antagonista alla cui base sta l’ideologia marxista. Uno tra i più autorevoli esponenti di questa tendenza è rappresentato da Costanzo Preve che, assieme a nomi quali Gianfranco La Grassa, Marino Badiale ed altri ancora, vanno da non poco tempo procedendo in questa direzione. Attraverso la rivista “Comunismo e Comunità” (www.comunitarismo.it) Costanzo Preve, in particolare, va facendosi portavoce di un’istanza tutta incentrata sul binomio “comunismo-comunità”, (titolo-simbolo dell’impostazione della rivista) volto a ricontestualizzare e rivedere l’intero impianto idelogico marxista sotto la luce di un’etica comunitaria, vivificata e confortata dall’analisi hegeliana da cui il Preve attinge nei suoi scritti. Ma procediamo per ordine. Nel suo ultimo scritto (“Comunismo e Comunità” apparso sull’ultimo articolo dell’omonima rivista) il professore torinese inizia proponendo una netta distinzione tra i differenti significati filosofici del termine “comunismo”. Comunismo nel senso di Marx, comunismo effettivamente esistito e, dulcis in fundo, il comunismo nella sua accezione ideale e metastorica più completa e profonda di “comunismo eterno”, quale vera e propria metafora di una tendenza insita allo svolgimento della storia, tutta volta a ribaltare lo status quo tra sfruttati e sfruttatori. Non più la solita unilineare e “teologica” interpretazione di un’intero percorso di pensiero, dunque, bensì un risguardo critico che, animato da osservazioni apparentemente ovvie, stabilisce invece una sottile, ma inesorabile cesura tra le più o meno ufficiali interpretazioni e qualcosa di molto differente. Nella fase successiva Preve passa ad analizzare il passaggio dalla società pre-capitalista a quella capitalista, offrendoci degli ulteriori spunti di riflessione:
    qui comincia a manifestarsi la doppia natura dell’intera vicenda del pensiero occidentale, e questo proprio a partire dall’analisi del fenomeno dell’individualismo. Quest’ultimo può esser visto come causa prima della natura alienante del capitalismo, in quanto causa prima di quella ”libido” materialista ed economicista tutta alla base del fenomeno capitalista. Allo stesso tempo, però, l’individualismo può esser inteso in un’altra accezione che guarda diritta al cuore dell’occidente, animato da quella spinta prometeica che lo porta ad esaminare, conoscere, dominare la realtà circostante, partendo proprio dalla prospettiva dell’individualità cosciente.
    Anche qui si può ravvisare la tendenza a porre in termini di dialettica hegeliana una questione, la cui interpretazione non può assolutamente esser letta all’insegna di un’unilinearità castrante. Il passo successivo consiste nell’applicare il concetto hegeliano di Assoluto alla visione marxista del capitale. Nel far questo, viene integralmente applicato il principale strumento di interpretazione del pensiero hegeliano che, per addivenire alla definizione di un qualsivoglia oggetto della realtà, usa un preciso schema di pensiero, impostato sull’alternarsi ed il succedersi di una serie di fasi, e per ciò stesso definito appunto “dialettico”. Tesi, antitesi e sintesi, sono le tre fasi principiali di tale schema che, nel caso della definizione di Assoluto vengono trasposte nei tre momenti di astrazione, dialettica e speculazione. Ma prima di procedere ulteriormente, va ricordato che il concetto di Assoluto in Hegel differisce sensibilmente sia da quello della teologia delle religioni rivelate, inconoscibile e distante dalla dimensione umana, sia da quello del Logos panteistico e polimorfo, razionalmente comprensibile (e perciò stesso non necessitante di rivelazione) proprio delle religioni classiche, del tao cinese, dell’aristotelismo, di Spinoza ed altri. La grande innovazione hegeliana sta proprio nella sua idea “immanentista” di Assoluto, tutta innestata sul concetto di “Pensiero universale”. Qui dimensione umana e dimensione divina coincidono in quanto ambedue frutto ed espressione di una comune matrice ontologica da cui, attraverso una graduale presa di coscienza, si diparte uno degli aspetti presi in considerazione. L’Assoluto si manifesta quindi, a seguito di una fase costitutiva di tre momenti fondativi, sino a che, raggiunta la piena coscienza della propria “ipseità”, arriva a rispecchiarsi in sé stesso. La medesima operazione Preve fa con il Capitale, di cui va a distinguere un momento “astratto”, ovvero quello consistente nell’instaurazione a livello universale dell’intero impianto teorico fondativo del capitalismo. I precedenti ordinamenti corporativi e feudali vengono soppiantati dall’alienante urbanesimo industriale, la morale discendente da un ordinamento metafisico superiore di tipo religioso viene soppiantata da un modello di morale eteronoma, cioè decontestualizzata da qualsiasi logica superiore. La natura umana viene conformata alle aspettative economicistiche che vedono nel lavoro la forza trainante dell’intera umana esistenza. L’unilinearità temporale tipica delle religioni monoteiste si trasmette al capitalismo la cui realizzazione in terra soppianta la precedente Gerusalemme Celeste. L’unificazione dello spazio in un “unicum” materiale, privato di qualsiasi superiore dualità “cielo-terra”, permette la mercificazione dell’orbe terracqueo senza impedimenti metafisici di sorta. La seconda fase “dialettica” inaugura il contrasto “proletari-borghesi” ben ipostatizzata nel concetto di lotta di classe. La graduale scomparsa del proletariato, oggidì sostituito da una variegata categoria di precari di classe medio-bassa, ci fa oggidì parlare di una dialettica tra sfruttati e sfruttatori. L’ultima fase, propriamente “speculativa”, ci pone dinnanzi alle tre categorie ontologiche del pensiero marxiano, inerenti al capitalismo e cioè all’astrazione, all’alienazione ed alla contraddizione. La mercificazione dell’uomo, porta inevitabilmente ad un processo di alienazione, le cui coordinate possono esser rinvenute all’interno di un sistema globale, dentro il quale possono esser rinvenute, in forma sicuramente adeguata al presente, quelle contraddizioni (o sarebbe meglio dire contrapposizioni) già rinvenute e studiate dall’analisi marxiana. Al termine di questo percorso sta, a detta del Preve, quel Comunitarismo, quale immagine vivente di quel “comunismo eterno”, che si ripropone continuamente nella storia quale archetipo eterno della rivolta contro l’ordine sociale costituito. Terza via tra il contemporaneo individualismo e qualunque tipo di organicismo comunitario, la Comunità si pone come espressione dell’istanza di un neonato universalismo razionalista, assolutamente disancorato dall’ idea di stabilizzazione di un qualsivoglia idealtipo. Ciò che in questa analisi ci preme sottolineare maggiormente, non è tanto la singolarità del metodo d’analisi, né tantomeno le varie confutazioni sulla natura dell’Assoluto, né tantomeno l’intima natura di universale razionalismo del comunitarismo previano, (spunti che comunque meritano un commento a parte) quanto il fatto che, in questo contesto il marxismo subisce una silenziosa, ma significativa destrutturazione. Senza clamori, né ripensamenti di sorta, ma anzi continuando a proclamare la propria adesione al marxismo, il Preve opera un clamoroso cambiamento di prospettiva all’interno dell’intero corpus ideologico di riferimento. Alla fine dello scritto viene in chiare note affermato che, tra i tre idealtipi di comunismo, a riproporsi nel futuro non sarà tanto il marxismo scientifico di Marx (né tantomeno le sue applicazioni “storiche”), quanto il “comunismo eterno” che, in veste di perenne archetipo di rivolta sociale va ripresentandosi via via in forme diverse nei vari momenti storici. Comunismo eterno la cui prossima manifestazione immanente sarà di natura più propriamente “comunitaria”, a cui si vorrebbe frettolosamente appiccicare un’etichetta di razionale universalismo, senza rendersi conto che qualunque tendenza che oggidì si ponga in un reale antagonismo con il pensiero globale, non potrà non essere, per un motivo di intima coerenza ontologica, se non all’insegna di un forte afflato di relativismo culturale, animato da una rinnovata struttura organicistica, tutta imperniata su un concetto etico di comunità e stato. Questo perchè gli sfasci dell’universalismo occidentale, nato con il Proto Illuminismo e sviluppatosi nell’arco di tre secoli e passa, sono inesorabilmente sotto gli occhi di tutti. Resta comunque il meritorio tentativo di fare i conti con la propria storia ideologica, dando vita a quell’opera di destrutturazione di uno dei grandi schemi totalitari del Novecento, che altro non potrà esser foriero se non di nuove sintesi ideologiche antagoniste all’attuale “nuovo ordine”. L’applicazione del concetto hegeliano di Assoluto assieme al metodo dialettico alla genesi ed allo sviluppo del capitale, ci pone dinnanzi l’immagine di una realtà che, nel prendere gradualmente coscienza di sé, lascia intravedere che l’intera dimensione dell’oggettività dipenda dall’io e dalla coscienza individuale, a tal modo assurta a vero e proprio catalizzatore della realtà. In tal modo il processo di assolutizzazione del Capitalismo, assurge al ruolo di vera e propria metafisica, nel solco di quella tradizione monoteista occidentale che a partire da Plotino, passando attraverso la teologia di S. Agostino, ed arrivando sino ai giorni nostri, cercherà sempre di operare una “reductio ad unum”. Si passerà in tal modo dal tentativo di dominare l’intera realtà, riconducendone le coordinate ad un principio unitario la cui natura, inizialmente teologica, andrà in seguito ad immedesimarsi nel nuovo principio di carattere puramente economicistico che, a partire dal 17° secolo andrà ad animare il percorso dell’Occidente. Il tentativo di destrutturare una delle grandi ideologie totalitarie del 20°secolo, rientra in un quadro caratterizzato appunto dall’insufficienza costitutiva di queste ultime a fornire delle risposte in grado di reggere il confronto con un modello Tecno Economico, dinnanzi al quale lo stesso linguaggio filosofico perde il proprio senso compiuto. E’ quanto si può constatare attraverso la lettura di un grande interprete del disagio per il trapasso epocale alla Post Modernità, quale Gianni Vattimo. Riprendendo le tematiche nietzschiane ed heideggeriane, Vattimo procede ad una destrutturazione del marxismo, “disossandolo” della sua corazza scientifica e lasciandone intatta la forte carica messianica e libertaria, avvicinando le proprie posizioni a quelle di un cosciente anarchismo comunitario. Si ritorna sempre, dunque, al “comunismo eterno” che è altra cosa dall’elaborazione teoretica marxista. In tutto questo permane, a mio parere, un problema di fondo anche qui dato dalla valenza del termine “comunismo”. Una valenza irrisolta su cui nessuno sembra voler discutere nel timore di urtare chissà quale suscettibilità.
    A questo proposito mi sovviene un autore come Oswald Spengler che, nel suo “Il tramonto dell’Occidente”, nell’intento di tratteggiare una fisiognomica della storia e delle civiltà, ci pone dinnanzi alle due formazioni sociali “originarie”, ovvero in grado di dare un contenuto all’intera civiltà a cui queste si riferiscono, a suo parere rappresentate dal sacerdozio e dalla nobiltà. In Spengler, infatti, ambedue le due caste assurgono a vera e propria metafora ideologica rivolta, in particolare, al problema della proprietà privata. Il sacerdozio rappresenta l’istinto al dominio di un piano puramente spirituale, astratto, da cui non si può esser distolti con tutti quei problemi inerenti alla proprietà, affrontati con la più radicale e sbrigativa delle soluzioni: mettendo cioè in comune, tramite la suddivisione in parti eguali tra gli appartenenti alla comunità. Alla casta sacerdotale appartengono tutti coloro che esercitano la speculazione pura sia essa religiosa, filosofica o artistica che dir si voglia. Alla seconda categoria, alla nobiltà, appartengono tutti coloro che aspirano ad un effettivo dominio sulla realtà concreta. Legata all’informe contadinato (di cui è figlia nobile) da un rapporto di osmosi con la madre terra, di cui aspira ad essere figlia prediletta, attraverso l’esclusivo possesso dei suoi frutti. In tale contesto, l’esercizio della proprietà diviene l’espressione di quella volontà di potenza in grado di condizionare la storia del mondo, muovendo popoli, edificando nazioni, scatenando guerre, in un grandioso alternarsi e susseguirsi di civiltà. Alla nobiltà si affiancano tutti coloro che aspirano a “possedere” politicamente od economicamente che dir si voglia. Il suddividere, il metter radicalmente in comune, o ”comunismo”, è fenomeno storico di nicchia. Comunisti furono gli Spartiati, i Moisti cinesi, gli Esseni, gli indio Hopi e tanti altri esempi noti e meno noti. La volontà di potenza, legata al concetto di proprietà è più diffusa, ma altrettanto difficile a realizzarsi nelle sue espressioni più pure e grandiose, rappresentate da imperi, nazioni, condottieri, leader politici, magnati, etc. Sacerdozio e nobiltà, comunismo e proprietà, visione verticale eterea e dominio orizzontale materico, rappresentano archetipi egualmente presenti nell’animo umano e nelle sue più grandiose espressioni civilizzatrici. Imporre uno dei due in regime di esclusiva, determina una carenza nell’azione formatrice di una civiltà o di una comunità ad essa legata. Il grande problema determinato a partire dal Proto Illuminismo e dalla nascita della civiltà industriale sta nell’aver reso “scienza” (il “socialismo scientifico” di marxiana memoria, per fare un esempio appropriato, sic!) ciò che invece appartiene al regno dell’archetipo e, cosa ancor più grave, di aver determinato un’ulteriore scissione all’interno della civiltà occidentale determinando un’antinomia irresolubile tra due polarità caratteriali egualmente fondamentali. L’essere umano è una sintesi di volontà di potenza che nasce in un contesto orizzontale, protesa in direzione del piano verticale, infinito dell’essere. Se vogliamo uscire dalla via senza sbocco di una competizione con la Tecno Economia, effettuata con le armi spuntate di un determinismo ideologico invalidato dalla propria natura “parziale” (e perciò stessa incompleta ed insufficiente), allora bisognerà addivenire all’elaborazione di una nuova sintesi di pensiero, in grado di conciliare al proprio interno quelle antinomie tuttora insuperabili. A partire da Essere e Divenire, sino ad arrivare a proprietà e comunità, la strada della conciliazione e del superamento delle antinomie è appena all’inizio. La ricerca heideggeriana di un linguaggio estatico, il riappropriarsi gadameriano di determinate categorie del pensiero, accanto alle più recenti elaborazioni del Preve e di altri autori, contribuiscono significativamente ad aprire la strada in direzione di una nuova sintesi di pensiero. La strada è ancora lunga, il superamento delle antinomie comporta la coscienza delle loro limitatezze; il tentativo di risuscitare o di rielaborarne i termini è destinato a sicuro fallimento, come i più recenti insuccessi dei movimenti antagonisti occidentali vanno mostrandoci.

    Umberto Bianchi

    ARDITI NON GENDARMI

  2. #2
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    80 letture e nessuna critica?

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    Questo testo è stato pubblicato solo qui, che voi sappiate?

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    Adesso lo leggo e lo critico.

    Va bene così?

    Che tipo di critica debbo svolgere?

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    Citazione Originariamente Scritto da Epifanio Visualizza Messaggio
    Adesso lo leggo e lo critico.

    Va bene così?

    Che tipo di critica debbo svolgere?
    C'hai messo due mesi per chiederlo? ...

    ...fai un po' tu...

 

 

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