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  1. #1
    Timeo Danaos et dona ferentes
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    Il nostro è un paese senza memoria e verità per questo cerco di non dimenticare
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    Predefinito Hanno ucciso mio padre e vado via ormai qui ci evitano come lebbrosi"

    LA STORIA / Il figlio dell'imprenditore Domenico Noviello
    che disse no al racket: noi, vittime due volte


    "Hanno ucciso mio padre e vado via
    ormai qui ci evitano come lebbrosi"


    di GIUSEPPE D'AVANZO


    Domenico Noviello, l'imprenditore
    ucciso lo scorso 16 maggio



    NON È né stupito né entusiasta o appagato Massimo Noviello. La camorra di Francesco Bidognetti, un mese fa, gli ha ammazzato il padre - Domenico - sette anni dopo la denuncia dei racketeers che gli volevano prendere 100 milioni di lire all'anno. Sono stati arrestati, condannati, liberati. Sempre loro (è stato arrestato Francesco Cirillo, già condannato per quell'estorsione) lo hanno bloccato, sette anni dopo, nei pressi di Baia Verde sul litorale di Caserta. Domenico se li è visti addosso.

    Intorno non c'era nessuno a quell'ora del mattino e, se qualcuno c'era, ha chiuso gli occhi e la bocca e non si è fatto più trovare. Domenico è riuscito a uscire in fretta dalla sua piccola Panda, a fare qualche metro. Gli assassini lo hanno ripreso e ucciso come un cane con venti botte calibro 9 e. 38.

    La morte di Domenico Noviello, quasi si trattasse di un regolamento di conti tra camorristi, è finita tra le brevi di cronaca in quei giorni di maggio, cancellata dagli incendi dei campi rom di Ponticelli, dalla protesta per la "monnezza" di Napoli, dallo sfolgorante successo a Cannes di Gomorra.

    Alla parola ergastolo, per sedici volte ergastolo, Massimo non dice: me lo aspettavo; non poteva essere altrimenti; meno male che è finita in questo modo o cose di questo genere. Se si guarda il suo volto immobile, gli occhi fissi nel vuoto, l'assenza di qualsiasi espressione capace di svelare un sentimento, quale che sia, sembra che gli importi poco o niente di quel che accade a Napoli, ormai.

    Non è così. Il fatto è che Massimo Noviello sa - e vuole che lo sappiano gli altri, tutti gli altri, gli altri che contano a Roma e gli altri che non contano nulla e sono costretti a subire ogni giorno l'arroganza dei Casalesi - che la condanna di quelli, di Schiavone, Bidognetti, Iovine, Zagaria è soltanto un primo passo di un lungo, faticoso, doloroso cammino.

    "Va tutto bene - dice - per mettere in ginocchio i Casalesi. Vanno bene gli ergastoli, quella galera a vita che non immaginavano di poter mai patire, ma ancora più del carcere sono necessarie le confische dei loro beni. Quelli, al denaro, tengono più di qualsiasi altra cosa, più del nome, più della libertà, più della famiglia. E' il loro punto debole, il nervo scoperto. Lo Stato deve togliergli la ricchezza. Questa è la strada per piegarli e, in ogni caso, questa è la via per scombinare il loro gioco anche se non c'è da illudersi. Non sarà semplice".

    "Il potere dei Casalesi non è soltanto criminale. E' come se fosse nei pensieri e nelle azioni della gente di Casale. Io sono cresciuto da quelle parti. So l'idolatria dei più giovani per le gesta di quelli là. Li adorano, li venerano. L'ambizione più grande è un loro cenno di saluto - anche distratto - al bar davanti agli occhi di tutti. Li imitano. Quelli mettono su una camicia con un grande papero? Tutti, con quella camicia e il papero. Quelli calzano solo Hogan? Tutti con le Hogan. Replicano i loro gesti. Ripetono le loro parole e i loro atteggiamenti. Al più leggero screzio senti dire: "Che c'è? Vuoi che ti tagli la testa?" La cocaina e l'avidità fanno il resto. Era il mondo violento e ottuso che mio padre disprezzava e ha rifiutato".

    Dice Massimo Noviello che il padre Mimmo "era un uomo solare". "Amava la vita. Voleva viverla alla luce del sole, senza vergognarsene. Non era un don Chisciotte, non era un pazzo, non era un visionario, come gli hanno detto poi. Non era un eroe, soprattutto. Era un uomo dignitoso, che credeva al decoro e alla legge. Si è soltanto rifiutato di inchinarsi alla forza, alla prepotenza della camorra. Non lo ha fatto per insegnare qualcosa agli altri. Lo ha fatto soltanto per se stesso, per potersi guardare allo specchio con serenità, senza sentirsi umiliato".

    "Mio padre non è finito in un gioco sconosciuto. Conosceva le regole perché il dolore e il sangue avevano già abitato la nostra casa. Trent'anni fa il fratello di mia madre, a 33 anni - all'età che ho io oggi - fu ammazzato per non aver voluto pagare il prezzo del ricatto sulle sue proprietà terriere. Quando è toccato a mio padre ricevere la visita di quei delinquenti, ci ha chiamati e ci ha detto che non avrebbe pagato. Lo ha detto subito e lo ha ripetuto anche a mia madre Luisa, terrorizzata dal ricordo del fratello. Io sono stato d'accordo con lui e continuo a pensare che ha fatto la cosa giusta. Ancora oggi mi sembra di sentirlo quando mi chiede: vale la pena vivere docili e ubbidienti come pecore? Lo capivo".

    "Capivo che non c'era alcuna intelligenza nella tentazione di arrendersi. Come avremmo potuto vivere con quella avvilente rabbia in corpo? Come avrebbe potuto vivere lui, in quella situazione? Quella sofferenza avrebbe ucciso la sua gioia di vivere, lo avrebbe immiserito, e lo sapeva, lo diceva. Non c'era altra strada. Non doveva pagare. Per anni, siamo andati in giro armati, guardandoci le spalle, prudentissimi. Appena prima di morire, mio padre mi scongiurava di non accettare appuntamenti in luoghi isolati anche se a chiamarmi lì fosse stato il mio migliore amico. Diceva: se quelli hanno perduto tutto, si toglieranno i sassolini che hanno nelle scarpe".

    Domenico Noviello non è stato ucciso per vendetta. Lo hanno ammazzato, il 16 di maggio, per dire a tutti gli altri che c'è sempre il tempo di pagare il prezzo della sfida. Lo hanno ammazzato due giorni dopo l'incendio della fabbrica di materassi di Pietro Russo, presidente della prima associazione antiracket del Casertano, protetto dalla scorta da tre anni. Un altro modo per far sapere in giro che lo Stato non è in grado di proteggere nessuno davvero. Delitti simbolici per recuperare un "prestigio" che i Casalesi si vedono, come sabbia, scivolare tra le dita.

    Dice Massimo: "Non ho alcun ripensamento sul passato, ma so che è giunto il tempo di andar via da Castelvolturno dove abbiamo sempre vissuto. Siamo ormai stranieri nella nostra terra. Al funerale c'era soltanto la nostra famiglia, le associazioni antiracket, la polizia. La gente ci guardava da lontano, indifferente. Non c'è stato un negozio che ha ritenuto di calare la saracinesca in segno di lutto. Peggio è andata alla messa del trigesimo. Non c'era nessuno. I nostri amici, anche quelli più cari, ci evitano come se fossimo dei lebbrosi. C'è sempre un motivo che impedisce loro di venire a casa o di raggiungerci in pizzeria. Abbiamo avuto accanto, per ora, soltanto lo Stato. Avere fiducia nello Stato è la sola opportunità che ci resta".

    (20 giugno 2008)
    http://www.repubblica.it/2008/05/sez...renditore.html

  2. #2
    Sospeso/a
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    Per camorra e mafia e 'ndrangheta e altre mafie affini, ci vuole la pena di morte!

  3. #3
    ABROGARE LA 194.
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    Citazione Originariamente Scritto da mosongo Visualizza Messaggio
    Per camorra e mafia e 'ndrangheta e altre mafie affini, ci vuole la pena di morte!
    sono d'accordo, deve essere trattato come un esercito nemico, con la legge marziale.
    E servirebbe un partito davvero duro contro la mafia.
    Solo Forza Nuova ha proposto l'uso effettivo dell'esercito in 4 regioni del sud.

  4. #4
    Sospeso/a
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    Citazione Originariamente Scritto da Rag. Partridge Visualizza Messaggio
    sono d'accordo, deve essere trattato come un esercito nemico, con la legge marziale.
    ...
    I mafiosi e affini sparano e ammazzano, quindi è guerra senz'altro, e durante il periodo di guerra mi sembra che in Italia i militari possono attuare la pena di morte...

  5. #5
    Super Troll
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    Spero che non emigri al nord, povero caro, in mezzo ai razzisti beceri ed ignoranti.

  6. #6
    Super Troll
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    Citazione Originariamente Scritto da mosongo Visualizza Messaggio
    I mafiosi e affini sparano e ammazzano, quindi è guerra senz'altro, e durante il periodo di guerra mi sembra che in Italia i militari possono attuare la pena di morte...
    Sono contro la pena di morte, ma essendo a favore dei lavori forzati, così come nei secoli scorsi i galeotti finivano ai remi, oggi li si faccia pedalare per produrre energia elettrica.

    La Sicilia potrebbe produrre più energia coi galeotti che con il solare termico di Rubbia.

  7. #7
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    Bravo come sempre, Peppino D'Avanzo.
    E' un problema gravissimo e ormai endemico, al quale la politica, in tutte le sue declinazioni, finora non ha saputo trovare una soluzione.

  8. #8
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    Dice Massimo: "Non ho alcun ripensamento sul passato, ma so che è giunto il tempo di andar via da Castelvolturno dove abbiamo sempre vissuto. Siamo ormai stranieri nella nostra terra. Al funerale c'era soltanto la nostra famiglia, le associazioni antiracket, la polizia. La gente ci guardava da lontano, indifferente. Non c'è stato un negozio che ha ritenuto di calare la saracinesca in segno di lutto. Peggio è andata alla messa del trigesimo. Non c'era nessuno. I nostri amici, anche quelli più cari, ci evitano come se fossimo dei lebbrosi. C'è sempre un motivo che impedisce loro di venire a casa o di raggiungerci in pizzeria. Abbiamo avuto accanto, per ora, soltanto lo Stato. Avere fiducia nello Stato è la sola opportunità che ci resta".

    Noi leghisti saremo anche razzisti, ma almeno sempre se è razzismo il nostro, lo siamo verso gente che merita il nostro più totale disprezzo.
    Spero che Massimo Venga al nord e in particolare a Milano, è di gente come lui che abbiamo bisogno, non certo di gente come i suoi ex amici più cari e dei suoi compaesani.

  9. #9
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    meglio x lui se va all'estero .. qui è tutto uno schifo ormai..

  10. #10
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    Le leggi salva premier serviranno anche a bloccare processi contro tanti camorristi.

    Impuniti per legge.

 

 
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