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  1. #1
    Sardista po s'Indipendentzia
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    Post Michele Columbu: “Lettera ai Sardisti” (1974).

    Nell’agosto del 1974, in seguito al deludente risultato delle procedenti elezioni “regionali” di giugno (il “minimo storico” nel consenso al PSd’Az, almeno fino ad allora), Michele Columbu (Segretario del Partito) scrisse un eccezionale documento, conosciuto come “Lettera ai Sardisti”.

    La “Lettera”, capolavoro di letteratura politica, nell’analisi in esso contenuta racchiude tutti i valori ed i princìpi del Sardismo moderno, in maniera così lucida che ancora adesso impressiona per la sua attualità.

    Per quanto mi riguarda, ma credo per la maggior parte dei sardisti, Michele Columbu rappresenta, assieme ad Antonio Simon Mossa, uno dei padri del Sardismo più autentico e puro.
    Ricordo che la “rivalità” manifesta di Mario Melis nei suoi confronti si è sempre risolta a favore del “Sindaco maratoneta”, come quando all’insediamento del Comitato Centrale dopo il Congresso di Porto Torres del 1981, Columbu venne eletto Presidente dell’Assemblea.

    Una copia originale di questo straordinario documento mi fu regalata da Gigi Sanna alla fine degli anni ’70. Poiché non è facile reperirlo, credo di fare cosa gradita ai Sardisti tutti, riportandolo integralmente. Ne ho ricevuto l’autorizzazione dal Prof. Columbu, che ringrazio e saluto con affetto, e Giovanni Columbu che ha fatto da tramite.

    La “Lettera”, che in realtà era l’“Apertura di un DIBATTITO”, sortì l’effetto previsto in quanto ad essa fecero seguito diversi interventi qualificati, di notevole spessore politico, espressi attraverso altrettanti documenti scritti e “ciclostilati”, sia da singoli Sardisti che di organi territoriali del Partito.

    Di questi interventi ne posseggo alcune tracce, come il n° 2 di “QUADERNI” del Partito Sardo d’Azione (Dicembre 1974), quello della Sezione di Cagliari “Sardismo è internazionalismo” e qualche altro scritto che intendo trasferire nel Forum, appena ne avrò il tempo.

    Credo che tale memoria storica non possa essere dimenticata, affinché da parte degli “avversari”, ma anche dai sardisti “disorientati”, si smetta di fare riferimento sempre e solamente al “proto-sardismo” di Bellieni e Lussu, quasi che il Partito si sia fermato agli anni ’20 o ’40 ! Come se il Sardismo degli anni ’60, ’70, ’80 non esistesse!

    Comunque, sul patrimonio di documenti del Partito custoditi negli scaffali personali dei sardisti “storici” così come quelli d’archivio delle Federazioni o della Sede centrale che ha dato origine alla “Fondazione Sardinia” ci sarà modo di tornare.

    Data la lunghezza della “Lettera”, il suo contenuto verrà riportato nei successivi “post” rispettando le parti in cui era stata suddivisa, con i rispettivi titoli.

    •   Alt 

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  2. #2
    Sardista po s'Indipendentzia
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  3. #3
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    Lettera ai sardisti
    (agosto 1974)





    PREMESSA.

    La nascita del Partito Sardo d’Azione segna il momento della prima presa di coscienza dei sardi come popolo e rappresenta il fatto più singolare e caratterizzante della Storia moderna della Sardegna.
    Il Partito Sardo d'Azione, quali che siano stati i suoi errori e le difficoltà di una sua affermazione, dal 1921 a oggi ha esercitato un ruolo di innegabile importanza sulla scena dell' Isola, e nella lotta per l'autonomia ha svolto addirittura una funzione-guida. Questo è un punto fermo.
    Pertanto le critiche, spesso severe, che saranno formulate in questa Lettera, non vogliono essere né demolitrici né gratuitamente scioccanti, bensì la necessaria premessa per il ricupero dello slancio combattivo e dello spirito rivoluzionario che animava le masse popolari del primo sardismo. Le stesse critiche risultano necessarie per una rielaborazione del programma, in termini attuali, attraverso un dibattito.
    L'intera materia della Lettera, dunque, va considerata occasione e invito a uno scambio dì idee, sincero e democratico, tutto rivolto alla conquista della migliore "forma" possibile del Partito, a una definizione di obiettivi e alla ricerca di vie e di strumenti idonei allo loro realizzazione.




    IL XVII CONGRESSO.

    Il Congresso del febbraio scorso, per lo scontro e l'inconciliabilità di due tesi, fu vicino a concludersi con una scissione. Già da molti anni infatti, all'interno del Partito Sardo d'Azione, fermentano e si agitano idee e propositi, non tutti nuovi e non tutti vecchi, in contrasto con la linea ufficiale adottata dal 1948 in poi.
    Molte di tali idee si fecero strada nel Congresso del 1968 e risultano espresse nei primi sei articoli dello Statuto, che fu rinnovato quell' anno; ma il rinnovamento, portato avanti senza una effettiva partecipazione della base, non modificò le strutture né gli indirizzi del Partito.
    I sardisti sono invitati a rileggere questi articoli - che saranno riprodotti alla fine di questa Lettera - a meditarne il contenuto e a giudicare se quelle linee ideologiche negli ultimi anni abbiano determinato, sul piano pratico, un nostro conseguente orientamento politico. L'opinione corrente è che quegli articoli abbiano adornato inutilmente lo Statuto. Si pensi alla Autonomia Statuale dell'art. 1 e alle specificazioni dell'art. 3: ( ... ) risorgimento della Comunità Etnica Sarda e il conseguimento di quella unità d'intenti e di aspirazioni che consenta ai Sardi di darsi il governo e le istituzioni che meglio rispondano alle loro inclinazioni e alle loro esigenze attuali e future; si pensi alle chiare proposizioni di questi articoli e alla dura opposizione espressa da alcuni esponenti del Partito, durante il Congresso di febbraio, nei confronti del "separatismo" per rendersi conto che le conclusioni congressuali del 1968 sono tutte da divulgare, sviluppare e rendere operanti .
    Ciò spiega perché all'ultimo Congresso una "parte" dei sardisti abbia tentato di avviare un dibattito ideologico con l'altra "parte", la quale non sembrava porsi problemi di sorta al di fuori di quello di non turbare il sonno del Partito insistendo nella comoda affermazione che la responsabilità dei guai della Sardegna ricade tutta sui sardi, "ingrati e corrotti".
    Il dibattito, in verità., fu appena accennato e dichiaratamente rinviato, perché proprio gli esponenti delegati a guidarlo e a portarlo avanti si adattarono a riconoscere che, alla vigilia delle elezioni, nulla era più importante della compattezza, almeno provvisoria e apparente, del Partito. Ma la base ebbe modo di esprimere il suo malumore e la sua impazienza asserendo che il rinvio era una colpevole rinunzia; che una falsa convergenza di opinioni non avrebbe salvato il Partito dal disastro elettorale; che l'ambiguità ideologica era la causa principale del decadimento del Partito; che la chiarezza sarebbe stata la prima pietra per la sua ricostruzione e il suo rilancio.
    Oggi, dopo il deludente risultato delle elezioni di giugno, è difficile dire se il rinvio di un chiarimento sia stato utile, elettoralmente, oppure dannoso. Non si hanno infatti oggettivi elementi di giudizio. Soltanto chi pensa e difende un diverso ruolo del Partito, indipendentemente dalla fortuna o dalla sfortuna elettorale, può affermare senza esitazioni che il rinvio di un dibattito ideologico, profondo e risoluto, è stato un grave errore perché ha lasciato i sardisti, dentro e fuori del Partito, in una penosa incertezza.
    Non c'è dubbio che il Congresso fu chiuso con un documento debole, piuttosto confuso e non privo di contraddizioni. Persino il brano in cui si menziona la posizione indipendentista di una "parte", inserito all'ultima ora nel corso di una difficile discussione tenuta fuori dall'aula., lasciò una diffusa insoddisfazione e alimentò il fermo desiderio che al più presto si conseguisse qualche mutamento di rilievo.
    Il 10 marzo, alla prima riunione del Comitato Direttivo Centrale, si procedette al rinnovo delle cariche mediante votazioni a scrutinio segreto, un procedimento espressamente previsto dallo Statuto ma da lungo tempo in disuso. Questa innovazione, che era la legittima restaurazione di una prassi democratica, consenti qualche spostamento delle cariche al vertice, apparentemente in modo indolore ma in realtà provocando risentimenti le cui conseguenze non sono ancora valutabili.
    Di tali avvicendamenti è piena la storia di tutti i partiti, ma nel Partito Sardo ciò comporta una tempesta di affetti e un drammatico turbamento dei rapporti di amicizia, che furono sempre cosi vivi da condizionare, e tanto spesso paralizzare, i convincimenti politici.

  4. #4
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    LE ELEZIONI REGIONALI

    Il Partito affrontò la campagna elettorale col consueto impegno e con la consueta mobilitazione di tutte le sue forze. L’insuccesso, valutato molto grave, non tanto per il calo complessivo di 7.593 voti, quanto per la perdita di due seggi su tre al Consiglio regionale, come si verifica generalmente nelle ore di amarezza, ha provocato una serie di reciproche accuse, soprattutto su questi punti:
    1) le liste elettorali erano deboli e improvvisate;
    2) alcuni candidati - pigri, egoisti e ingenerosi - si sono limitati a cercare voti di preferenza fra i sardisti e non hanno contribuito al migliore successo del Partito;
    3) la nuova Segreteria non ha provveduto a diffondere un programma elettorale orientativo della propaganda.

    Si tratta di chiacchiere inconsistenti, nient'affatto obiettive e dovute, come si è detto, a uno stato d'animo inevitabilmente doloroso.
    Infatti:
    1) Le liste elettorali avranno anche risentito di qualche improvvisazione, come sempre, ma non erano né più deboli né più forti del solito. A meno che si pretenda di considerare negativamente il fatto che le tre liste provinciali furono compilate in ordine alfabetico e includevano alcuni autentici lavoratori di estrazione popolare;
    2) Il denunziato comportamento di qualche candidato - quando non si tratti di interessate malignazioni - è certo riprovevole, ma non deve scandalizzare, posto che in altri partiti, notoriamente, la guerra per le preferenze viene combattuta in modo aperto e con ben altro accanimento che nel Partito Sardo. In ogni caso non è serio ascrivere questo fatto fra le cause determinanti dell'insuccesso.
    3) La Segreteria non ha elaborato un programma elettorale - tranne che quanto poteva emergere dall'unico manifesto murale che il Partito, superando i limiti dei suoi mezzi finanziari, si è potuto permettere - per la precisa ragione che veniva a trovarsi di fronte a due opposte alternative: o far circolare un programma che inutilmente ripetesse le solite cose, ambigue, innocue e un po' ridicole - col risultato di farci accusare di immobilismo e di insensibilità rispetto alla nuova realtà politica, sarda e non sarda - oppure formulare e approfondire le tesi innovatrici a cui si era rinunciato nel Congresso al solo scopo di non mettere in pericolo la compattezza del Partito durante la campagna elettorale.
    Naturalmente, come sempre accade in questi casi, la Segreteria fu accusata di inefficienza e di assenteismo sia da chi avrebbe voluto ripresentare il tradizionale ma pallido volto del Partito e sia da chi propugnava l'espressione di una grinta e un'aggressività nuove e moderne nei confronti della Regione, dello Stato e dei partiti più responsabili della mancata "rinascita" della Sardegna.
    Quali siano le vere cause, per cui le elezioni sarde del 16 giugno hanno segnato un ulteriore indebolimento del P.S.d'A., non è semplice dire; le più importanti di esse, tuttavia, non possono essere diverse da quelle che hanno determinato e progressivamente accelerato il processo di erosione dell'elettorato negli ultimi 15 anni:

    18/06/1961_______13/06/1965_______15/06.I969_______16/06/1974

    ____50.039___________44.621__________32.395_______ ____24.801

    Le cause più evidenti sono:
    a) la mancanza di mezzi;
    b) la radicalizzazione della lotta politica;
    c) le incertezze ideologiche.


    a) La mancanza di mezzi. Circa questo punto non occorrono commenti poiché la povertà del Partito Sardo d'Azione è ben nota: manca la possibilità di mantenere delle sezioni aperte e operanti, di assumere funzionari, di pubblicare un giornale. In altre parole non si ha che una fragile parvenza di quelle strutture operative permanenti che caratterizzano un partito politico.
    Con uno sforzo immenso, anche finanziario, sacrificante quanto generoso, si tenta la mobilitazione durante le campagne elettorali per risvegliare entusiasmi sempre più spenti; in molti centri, da un anno all'altro, si rischia di trovare il deserto, e in moltissimi altri è materialmente difficile far giungere la voce del Partito.
    Questa povertà risulta ancor più scoraggiante nel confronto dei partiti nazionali, che hanno un'organizzazione solidamente articolata e la possibilità di richiamare "in servizio", senza preoccupazioni finanziarie, vere folle di attivisti quando suonano le trombe elettorali; a non parlare, fenomeno tanto più imponente, delle ultime elezioni, che conobbero la massiccia calata, dalla Penisola, dei personaggi e dei protagonisti più noti della politica italiana e di tanti ministri quanti, in Sardegna, non se ne erano visti da secoli.
    Il P.S.d'A. niente. Non automobili, non petrolio, non ministri, non macchine parlanti, non assegni né pensioni arretrate, né mutui, né promozioni, né assunzioni, bonifiche, industrie privilegiate.

    b) La radicalizzazione della lotta. Per radicalizzazione della lotta politica si intende il fenomeno per cui gli elettori tendono a riconoscersi in due unici e opposti schieramenti, ignorando tutte le posizioni intermedie o quantomeno rinviandone la ricerca. Questo processo di semplificazione, quasi di polarizzazione o di schematizzazione elementare delle ideologie, é proprio dei momenti di emergenza estrema, quando si combatte all'ultimo sangue, da un lato per far prevalere un principio e dall'altro il principio opposto, come nel caso del conflitto tra fascismo e antifascismo negli anni della Resistenza.
    Ora, è vero, la situazione è formalmente diversa, viviamo in un regime che per molti aspetti può chiamarsi democratico, ci è consentito dissentire dal governo, come di fatto dissentiamo, si vota e si polemizza; ma è tutto uno sterile abbaiare a vuoto, perché di fatto chi comanda fa legge e se ne sta solidamente aggrappato al potere e al prepotere, al governo e al sottogoverno, viola le leggi, calpesta i diritti dei deboli, non risolve i problemi fondamentali dei cittadini.
    E' probabile che la D.C. non sia il solo partito responsabile di tutte le cose che in Italia non vanno bene; ma ha il torto di essere al potere da trent' anni e di fare gli interessi dei padroni, di parlare un linguaggio antifascista e di tenere al caldo i fascisti in alcune pieghe del suo multiforme seno. E forse perché la D.C., piuttosto che come un solo partito, nella sua forte compagine, si presenta come una concentrazione di partiti diversi, a un certo punto, quasi per legittima difesa, fra le altre forze politiche nasce spontaneamente una convergenza di sforzi contro quel comune avversario.
    Un po' il caso e un po' l'errato calcolo di certe correnti democristiane hanno stimolato la pratica realizzazione di tale convergenza in occasione del Referendum. Il 12 maggio infatti i cittadini italiani hanno potuto votare SI o NO senza riferimento ai tradizionali contrassegni di partito, sapendo bene, però, che per il SI tenevano i democristiani e i fascisti, e per il NO tutti gli altri. Questo è un esempio tipico di radicalizzazione della lotta politica; e le elezioni regionali sarde, a un mese di distanza, hanno risentito notevolmente del clima del Referendum.
    Le elezioni del 16 giugno, oltre tutto, hanno assunto il valore di un sondaggio di opinione per tutta l'Italia, e la Sardegna il valore di un campione. In definitiva non si è trattato di elezioni sarde ma di elezioni italiane nelle quali il Partito Sardo poté apparire quasi un intruso.
    Contro il Partito Sardo, infine, sempre in tema di radicalizzazione della lotta, ha operato il solito slogan: Non si devono votare i partiti troppo piccoli; i voti andrebbero dispersi. Questo slogan, negli ultimi 15 anni, ha progressivamente convinto anche molti sardisti che, incapaci di resistere alla stanchezza e alla frustrazione di tanti insuccessi, hanno perso ogni fiducia e hanno ceduto a lusinghe esterne. L'ammirevole resistenza di coloro che non ostante tutto hanno continuato a lottare per il Partito trova una spiegazione soltanto nel loro convincimento che dentro il Sardismo, quali che siano gli strumenti di espressione di cui il Partito é attualmente dotato, sopravvivono i semi piú certi del futuro riscatto della Sardegna. Di qui, ferma restando la fede nei principi, nasce la speranza che si presenti un'occasione più propizia, o che maturi la nostra capacità di coglierla, per illustrare, divulgare, approfondire i termini di un'azione politica destinata a coinvolgere una grande parte del popolo sardo e quindi a realizzare i principali obiettivi.

    c) L'ideologia. Un discorso aperto su questo punto è quanto mai delicato, perché potrebbe trovare, anzi troverà., i sardisti divisi, variamente consenzienti o dissenzienti. Ma questa preoccupazione non deve indurre, come già nel Congresso, a una nuova rinuncia che servirebbe soltanto a rinviare un confronto di opinioni tanto lungamente atteso. E d'altra parte il rinvio di un simile confronto, cioè una rinuncia temporanea, col pretesto di non turbare l'apparente compattezza del Partito, si presenta assai più pericolosa del confronto stesso, perché non è possibile cancellare la realtà di una situazione chiudendo gli occhi e cercando di ignorarla. Le tensioni affiorate nell'ultimo Congresso permangono e devono essere affrontate ora che non si può invocare l'alibi di una campagna elettorale.
    Non ha rilievo obiettare che si rischia uno scontro anziché un confronto di opinioni, poiché il rischio più vero e più serio, in questo momento, è che il Partito si dissolva drammaticamente per le sue contraddizioni interne; mentre il confronto, o lo scontro eventuale, non mancherà di rinnovare l'interesse dei sardisti, di riaccendere temi abbandonati e mortificati, di richiamare le sopite-energie degli anziani e di stimolare l’intervento propulsivo dei giovani. Altrimenti il Partito, se non sparirà in modo esplosivo e rumoroso si spegnerà lentamente, come una lampada senz'olio, sprofondando e dormendo su vecchie formule fuori dal tempo e meritevoli di essere ricoverate in un museo.
    L'esame della situazione del Partito e dei suoi rapporti con la realtà politica esterna, se è oggi irrinunciabile, non si presenta certo così pressante in seguito all'improvvisa flessione ideologica o per qualche recente errore tattico, bensì per una lunga successione di avvenimenti che investono e costituiscono tutta la sua storia dalle origini fino ai nostri giorni. Pertanto anche perché molti chiedono di tornare alle origini sarà bene rivedere queste origini e considerare quanto sia utile, e in qual senso, ricercare in esse ispirazioni valide per il presente.

  5. #5
    Sardista po s'Indipendentzia
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    NASCE IL PARTITO SARDO D'AZIONE

    Oltre duemila anni, più o meno oscuri, di invasioni oppressioni rapine. I sardi o contano poco o non contano nulla. Solo negli ambienti "colti" dalla fine del Settecento in poi, si riscontra un'eco, talvolta vivace, delle correnti del pensiero politico francese, e cioè europeo. Ma il lavoratore sardo ne è totalmente escluso; egli sarà nessuno nel contesto della società liberale italiana come già nella società feudale sarda. Nel suo obbligato isolamento e nel suo individualismo corrucciato. tutt'al più si riconosce qualcuno all'interno del villaggio-tribù e solo intuizionalmente accoglie il concetto di una comunanza etnico-culturale di tutti i sardi.
    A un tratto, in forza di una volontà e di una decisione tutta esterna, questi sardi separati si ritrovano uniti nelle trincee e negli assalti della prima guerra mondiale. Fame, freddo, pidocchi e pallottole, in misura eguale per i soldati e per gli ufficiali, fanno di questa guerra un'esperienza terribile ma esaltante, un' assemblea politica intensa e permanente nella quale, superati gli angusti confini del villaggio, i sardi riscoprono il sentimento e l'orgoglio di una patria comune che si chiama Sardegna. Presto matura in essi la consapevolezza dell'esclusione e dell'ingiusta arretratezza di questa patria e degli infiniti torti subiti nella storia. I nessuno di prima diventano qualcuno, scoprono di essere un popolo a cui non si possono negare diritti degli altri popoli. 1

    Siamo negli anni Venti. Dal movimento combattentistico, che ne contiene tutte le premesse, scaturisce necessariamente il PARTITO SARDO D'AZIONE.
    La fervida matrice dei combattenti si allarga e, coinvolgendo tanta parte del popolo sardo, genera una forza politica nuova e a tutto risoluta; anche a ricostituirsi in forza militare e a prendere le armi per imporre all'Italia un dialogo unilateralmente interrotto nel 1919 dopo gli encomi, le medaglie al valore e alcune vaghe e inconsistenti promesse. Le energie potenziali di questo primo P.S.d'A., oggi, col senno di poi, si può dire che politicamente furono orientate e impiegate male e, in definitiva, andarono sprecate nella massima parte per difetto di chiarezza e di conseguente risolutezza. Si aveva allora una forza genuina, tutta vibrante e quasi dirompente, a cui si poteva chiedere qualunque sacrifizio purché venisse indicato un giusto obiettivo da raggiungere. E l'obiettivo non fu mai esattamente individuato e definito.
    I quadri direttivi provenivano per lo più da una classe intellettuale che aveva fatto, si, la guerra e aveva conosciuto le medesime sofferenze dei soldati. dei quali perciò godeva la fiducia; ma in generale non conosceva le privazioni e le sofferenze quotidiane di quegli uomini in veste di operai, di contadini, di pastori. Quelli che le conoscevano, perché di origine contadina, erano profondamente condizionati e limitati dalla cultura stessa che avevano attinto, o meglio avevano subito, nella scuola ottocentesca ancora operante al loro tempo. Dentro quella cultura, per la verità, si collocarono dalla parte che giudicarono più moderna e controcorrente: essere laici, repubblicani, autonomisti, federalisti. Cioè si ispirarono soprattutto al Mazzini e al Cattaneo, e forse meno ai conterranei Asproni e Tuveri, che per molti versi furono gli autentici precursori del movimento sardista.
    Anche l'attributo "d'Azione", aggiunto a "Partito Sardo" riprende motivi risorgimentali e concorre a lasciar credere che i nostri Padri, nel momento in cui si apprestavano a combattere per il rifiorimento o, come oggi si dice, per la rinascita dell'Isola, fossero soprattutto condizionati da formule ottocentesche di italico patriottismo .
    Non sorprende perciò che i sardisti, fin dal principio, accogliessero tanta parte di quella letteratura meridionalista che, in sostanza, faceva seguito all'unificazione e rivendicava per il Sud un certo tipo di sviluppo già affermatosi o in via di affermazione nel Nord. Attraverso il ben noto divario del reddito globale fra le due Italie e il divario ancor più evidente delle strutture produttive non si vedeva la vera natura del fenomeno, che era determinato, come oggi è facile riconoscere, dalla ferrea logica del profitto a cui si ispira il capitalismo. Non si vedeva, cioè, che la scelta territoriale dello sviluppo non era una scelta, per così dire, nazionalista e connessa alle vicende per cui l'unificazione procedette da Nord a Sud, ma un fenomeno strettamente subordinato a diverse condizioni storico-geografiche che non è ora il caso di illustrare. Basti il richiamo alla maggiore e precoce cultura economica di alcune città settentrionali e all'influenza della già avanzata fase di industrializzazione della vicina Europa di là dalle Alpi.
    Alla maggior parte dei sardisti invece la povertà e l'arretratezza dell'Isola appariva come la conseguenza di una fatale distrazione dei governi italiani, in qualche modo giustificata, del resto, dal nostro proverbiale silenzio e dalla rassegnata obbedienza che avevano reso possibile l'ignoranza delle ingiustizie sofferte dai sardi come pure dei loro grandi meriti.
    Ora finalmente i sardi erano venuti alla ribalta, si parlava di loro in ogni parte d'Italia e nessun governo avrebbe potuto ignorarli. Dunque non restava che scoprire le piaghe, gridare i bisogni, rappresentare l'isolamento e la miseria dei villaggi senza strade, senz’acqua, senza fogne, senza medici e senza medicine, le miniere rapinate, le campagne selvagge, gli esattori selvaggi, la polizia selvaggia, l'analfabetismo e via via. E lo Stato italiano, commosso e pentito, non senza domandarci scusa, avrebbe messo mano sollecitamente a ogni possibile opera riparatrice.

    Non s i vuole sostenere che i Partito Sardo fosse tutto governato da un simile grado di ingenuità - si farebbe torto agli uomini più avveduti e responsabili - ma certo vi circolava la strana e orgogliosa fiducia che i sardi stessero per uscire dall’isolamento e diventare italiani (settentrionali, s’intende) per meriti di guerra, si potrebbe dire, e in virtù del sangue generosamente versato. In altre parole, nel Partito Sardo mancava una rigorosa analisi delle cause per cui la Sardegna, come e più di tante altre regioni restava esclusa dal processo di sviluppo capitalistico, ma continuava a essere oggetto di sfruttamento e di rapina, sia in pace che in guerra.
    L'istanza autonomistica, poiché si scontrava col rigido centralismo dello Stato inaspriva la passione della lotta, però, nel contempo la soddisfaceva e la scaricava distraendo gli animi dagli obiettivi più concreti.
    L'autonomia, che doveva essere solo uno strumento, una via della rinascita, giganteggiava come una favola e diveniva obiettivo di fondo fine a se stesso. Se qualcuno tirava in campo la terminologia socialista - proletariato, lotta di classe, eccetera - gli veniva obiettato che le condizioni socio-economiche della Sardegna erano di tipo precapitalista e che, semmai, sarebbe stata ancora attuale una rivoluzione borghese antifeudale; che i fecondi frutti di tale rivoluzione, che avevano portato tanto benessere nelle regioni settentrionali, in Sardegna dovevano ancora germogliare e svilupparsi; che soltanto in un secondo momento, una volta conseguita la condizione, per esempio, della Lombardia (il modello più citato, allora come oggi), si sarebbe potuto parlare di giustizia e di assetto politico ispirati a moduli diversi. (E' curioso annotare che questa obiezione è di origine marxista. Oggi non è neppure il caso di confutarla.)
    Sembra dunque che ai nostri dirigenti allora sfuggisse che la persistente condizione precapitalistica della Sardegna era appunto dovuta alla sua emarginazione deliberatamente voluta dai protagonisti di quello sviluppo capitalistico al quale tanto bramosamente miravano; che i governi italiani erano sempre l'espressione di quel capitalismo e che, pertanto, se si volevano combattere quei governi (antisardi), necessariamente si sarebbero dovuti combattere il sistema e la società che rappresentavano e ai quali si ispiravano.
    Quest'errore, oggi così palese, era difficile da cogliere negli anni dal 1920 al 1924, non solo a causa del condizionamento esercitato dal tipo di cultura dominante, di cui si è fatta parola più sopra, ma anche per i riflessi deterrenti della rivoluzione russa rappresentata nei suoi aspetti più negativi dalla stampa occidentale e in particolare dalla stampa italiana che, più o meno consapevolmente, già preparava il terreno alla dittatura fascista.
    Per difetto di scelte precise in campo sociale, il Partito Sardo ritenne di doversi rivolgere ai sardi facendo leva su un diffuso risentimento nei confronti dell'Italia, alla quale, con un ingenuo quanto inutile spreco di affetti traditi, si continuava a rimproverare di essere matrigna piuttosto che madre, senza rilevare realisticamente che tra la Sardegna e lo Stato italiano non c'erano mai stati se non duri rapporti come tra serva e padrona. L'idea di una patria madre, del resto, appartiene alla retorica del potere e non è altro che un'immagine trasferita arbitrariamente dalla comunità naturale che chiamiamo famiglia alla più vasta e ben più complessa comunità che chiamiamo stato. E in tale comunità, ove sia retta con giustizia, l'unico rapporto possibile e desiderabile fra cittadini è quello di fratelli, mentre il rapporto madre-figli non può ripetersi senza autoritarismo e senza ingiustizie.

  6. #6
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    PASSA IL FASCISMO

    La fragilità e le incertezze dell'impostazione ideologica sardista resero possibili, a un certo punto, i contatti e le intese con i fascisti, specialmente quando questi mandarono avanti il generale Gandolfo, come un cavallo di troia, con un miliardo di lire e altrettante promesse bugiarde. Il combattentismo sardo, così diverso da quello italiano, si apprestava a diventare fascista.

    Da parte di alcuni sardisti ci fu indubbiamente una certa dose di malafede; ma bisognerà ammettere che non pochi furono travolti dalla loro indifesa credulità, nella speranza che davvero i fascisti, una volta per tutte, volessero rendere giustizia agli "intrepidi sardi". Tanto più grande risulta il merito di coloro, che riconosciuta prontamente la vera faccia del regime, la sua vocazione alla violenza, il suo spirito tirannico e soprattutto la sua ideologia borghese e antipopolare, rifiutarono ogni lusinga e per venti anni si tennero lontani dalla vita pubblica. Alcuni di essi affrontarono con fermezza l'esilio, come è noto, altri conobbero la galera, altri ancora, nella resistenza al fascismo, persero la vita.



    IL SECONDO DOPO GUERRA


    Che cosa avrebbe fatto il Partito se non fosse sopraggiunta la dittatura, come si sarebbe evoluto allora, con la forte carica di risolutezza e di ribellismo che caratterizzava la maggior parte della base, non è possibile neppure ipotizzare. Ma è un fatto che nel ventennio molti fermenti si guastarono, inaridirono, si dispersero, e quando poté essere ripresa una libera attività politica, sul finire della seconda guerra mondiale, troppe cose in Sardegna erano cambiate.
    I reduci che avevano fondato il Partito, infatti, erano invecchiati e avevano perso la sicurezza e lo slancio di un tempo; anche perché su molti di essi pesava la mortificazione di aver indossato la camicia nera.
    I giovani che tornavano allora dalla guerra, alla spicciolata, avevano fatto esperienze assai diverse, in regioni lontanissime, e durante quelle esperienze il nome stesso di Sardegna, lungi dal venire esaltato, come nel piccolo-grande mondo della Sassari, era quasi sparito dalla geografia. Sono giovani inquieti, insofferenti; molti rifiutano la Sardegna angusta e arretrata per cercare un mondo più vasto, anche politicamente, e presto giocheranno l'avventurosa carta dell'emigrazione.
    Sulla scena politica sarda intanto, come fatto nuovo rispetto al 1920, si presentano la D.C. e il P.C.I. che, da posizioni diverse, ci combatteranno con estremo impegno e, purtroppo, efficacemente.
    Se fummo deboli nel confronto con la D.C., perché questo partito disponeva di mezzi schiaccianti e ci colpì tanto spesso in modo sleale, presentandoci alle popolazioni cattoliche come sovversivi senza religione e senza Dio, davanti al PCI, che predicava il riscatto dei lavoratori attraverso la rivoluzione e la lotta di classe fu debole soprattutto la nostra ideologia che cavalcava quasi esclusivamente l'istanza autonomistica, ben presto condivisa anche dai nostri avversari.
    Eppure in quegli anni il Partito, forte della sua tradizione, resistette ancora a molti urti; la qual cosa dimostra che la nostra sigla, la bandiera, l'idea di un partito tutto sardo per i sardi, autonomo oltre che autonomista, al di là delle insufficienze ideologiche, esercitavano ancora un fascino grandissimo. Sebbene in Sardegna non fosse stata possibile la guerra partigiana - per l'anticipata liberazione (settembre del 1943) rispetto all'Italia centrosettentrionale - i sardisti sì sentivano nel clima della resistenza per l'indiscusso contributo dato dal Partito alla causa dell'antifascismo durante il ventennio. E questo era un altro punto di forza.
    Avevamo poi un foglio settimanale, combattivo e spesso brillante, che teneva almeno in piedi l'illusione di una nostra efficienza organizzativa e la speranza di futuri successi e di chiarificazioni ideologiche. A proposito di chiarificazioni ideologiche e approfondimenti, è anche doveroso ricordare che a Nuoro - come certamente a Cagliari, a Sassari e in altre città - tra i giovani si facevano quasi quotidiane discussioni sul futuro assetto sociale dell'isola. A Nuoro uno dei temi più frequentemente dibattuto era questo: se all'esproprio delle terre si dovesse procedere con indennizzo o senza indennizzo. Nessuno sosteneva che non si dovesse procedere all'esproprio! ...
    Erano discussioni appassionate, talvolta arroventate, di cui non è rimasta traccia nella letteratura del Partito, anche perché allora i giovani raramente osavano prendere la parola alla presenza di quelli che venivano chiamati i "patriarchi", sebbene fossero rispettati più per la loro togata eloquenza che per la sapienza delle argomentazioni. D'altra parte, molti sardisti e non pochi dirigenti, erano ricchi proprietari terrieri e esercitavano una oppressiva funzione nei confronti del tribolato lavoro dei contadini e dei pastori. In tali condizioni, la voce di un gruppetto di giovani, entusiasticamente sardisti, non poteva trovare molto spazio né molto credito.

  7. #7
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    LA FRATTURA DEL QUARANTOTTO

    Dentro il Partito sardo la questione sociale diventò preminente quando tornarono, accolti da manifestazioni di entusiasmo, gli eroi delle galere e degli esili fascisti che nel frattempo avevano meditato l'azione sardista degli anni Venti alla luce di contatti e di esperienze internazionali. Ben presto emerse una frattura fra sardisti ortodossi, per cosi dire, e immobilisti, e sardisti innovatori. Era quella l'ora, o sarebbe potuta essere, dell'approfondimento e dell'arricchimento delle vecchie tesi del P.S.d'A., senza venire, come si venne, alla dolorosa scissione del 1948, proprio quando il vecchio sogno dell'autonomia stava per essere realizzato, anzi era già consacrato dalla Costituzione della Repubblica. Fra le due parti invece, rigidamente contrapposte, non fu possibile nessuna intesa, come non fu possibile mantenere un rapporto di maggioranza-minoranza.
    Oggi forse è ancora presto per esprimere un giudizio sereno sul travaglio così sconvolgente del Partito fra il 1946 e il 1948. Si può soltanto ricordare che gli "ortodossi" respingevano il pur minimo accenno a una società nuova e strutturalmente diversa e con irritazione mettevano al bando dal vocabolario sardista persino la parola "socialismo". Fra costoro, fra i paladini più intransigenti di questa posizione, ben pochi difendevano private ricchezze o privilegi contro una eventuale società “livellatrice”; la maggior parte obbediva certamente alla propria coscienza e a sinceri convincimenti. Essi tuttavia rappresentavano uno spirito conservatore ostinato, una cultura opaca e chiusa che a molti apparivano come una eredità rozza e inaccettabile.
    D'altra parte gli "innovatori", proponendo non ben chiare alleanze con altri partiti, guardando lontano al destino di altri popoli e ai grandi conflitti ideologici nel mondo, sembrava che avessero smarrito gran parte della più genuina tensione "sardista" che, a torto o a ragione, era stata la principale forza motrice del Partito Sardo. Poco importa che fosse vero oppure no; gli "ortodossi" ebbero buon gioco presso la base che, più o meno consapevolmente, certo comprensibilmente, diffidava di quelle novità e coltivava fermenti di quell’indeterminato nazionalismo sardo che si alimentava di antichi e nuovi risentimenti nei confronti dello Stato, anzi dell’Italia. Così, degli avversari si poté dire che la lunga lontananza dall’Isola li aveva inquinati di internazionalismo e allontanati dalle sofferenze e dai problemi reali e urgenti che tuttora pesavano sui sardi.
    Gli “innovatori” invece accusavano gli avversari di miopia politica, di “regionalismo chiuso” – come si dirà alcuni anni dopo nell’ambito di un altro movimento culturale – e troppo in fretta gettarono via un patrimonio di passioni e di sentimenti che, anche strumentalmente, potevano essere preziosi per portare avanti e far prevalere le loro stesse tesi.
    Esplose una polemica fratricida in cui gli uni furono bollati col titolo di “buzzurri” e gli altri di “traditori”. Se questi ultimi avessero avuto la pazienza di costituirsi in minoranza, forse nel giro di qualche anno avrebbero conquistato una posizione di maggioranza; poiché al momento, è vero, prevalevano gli attributi che costituivano l’involucro del Partito, ma l’esigenza di contenuti, di indicazioni programmatiche aggiornate, era fortemente sentita anche fra i “buzzurri”.
    Tante belle energie non sarebbero andate disperse nei partiti nazionali e al Partito Sardo, impoverito, anzi privato, di ogni dialogo interno, ridotto a un meccanismo elettorale in posizione acritica e quasi apolitica, non sarebbe toccato, per fare un solo esempio della nostra involuzione antidemocratica, di schierarsi a favore della famigerata "legge truffa".
    Tuttavia, negli anni Cinquanta il Partito conobbe momenti di rilancio specialmente in occasione di elezioni regionali. Ciò fu dovuto probabilmente all'attuazione dell'autonomia, rivendicata come patrimonio sardista, alla speranza di rinascita, e al prestigio conquistato dai rappresentanti sardisti in seno al Consiglio Regionale, sia come difensori di talune iniziative pratiche, per l'agricoltura e per l'industria, e sia, più ampiamente, per il loro personale contributo di intelletto e di cultura.
    Le scelte di industrializzazione fatte in quel momento oggi sono oggetto di critica perché avrebbero spalancato le porte a un nuovo e più prepotente colonialismo, e per l'inquinamento ecologico che minaccia le nostre coste e le nostre campagne. Il colonialismo e l’inquinamento, certo, sono fatti veri, ma è ingiusto accusare il Partito di aver voluto questo tipo di industrializzazione; in verità il Partito Sardo non volle mai questo tipo di industrializzazione bensì l'industrializzazione tout court, e mirava, al contrario, a un diverso tipo di industrie, per cui si batté a oltranza, tutto solo, per avere in Sardegna i grandiosi impianti siderurgici che poi furono di Taranto. Invece la maggior parte delle industrie più inquinanti, dispendiose e alienanti per il popolo sardo, in certo momento, furono accolte da tutti in nome dell'occupazione, dello sviluppo e del progresso. Il rilievo che si può muovere alla condotta Politica del Partito Sardo negli anni Cinquanta e negli anni che seguirono, fino al tempo presente, non è dunque questo. Oggi è noto che neppure le industrie pulite, nell'Italia meridionale, hanno prodotto il miracolo atteso; e hanno molto deluso ancora e deluderanno, perché il complesso problema del Sud, Sardegna compresa, non è soltanto un problema di insediamenti industriali.

  8. #8
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    L'AUTONOMIA DELUSA

    Dopo la scissione del 1948 il Partito Sardo, come era inevitabile, ricevette una forte spinta a destra e si riorganizzò all'insegna del rancore contro i "traditori" e di una compattezza sorvegliata e difesa a tutti i costi. Si andò instaurando un clima in cui ogni tentativo di analisi e di giudizio, o di critica che dir si voglia, veniva guardato con sospetto, e ogni espressione di dissenso rischiava l'accusa di tradimento. L'entusiasmo, l'applauso, il Forza-paris diventarono via via atti rituali di una fede dogmatica, quasi di una religione.
    Tant'era viva la piaga della scissione e la paura di nuove fratture che il parlare, congetturare e discutere, venivano considerati oziosi e pericolosi. All'inutilità e alla pericolosità del dibattito -politico veniva contrapposta l'esigenza dell'organizzare, dell'operare politico concreto. Come se fosse mai possibile un organizzare fine a se stesso - tranne che per gioco - e un operare politico senza obiettivi ripetuti, precisati e aggiornati. Né si rifletteva al fatto che anche la scissione del ‘48 non tanto si era verificata per troppo discutere quanto per l'insufficienza e la superficialità delle discussioni e delle comunicazioni; e certamente allora accadde a molti di sbagliare la parte dalla quale volevano e dovevano schierarsi, e si trovarono a disagio anche se raramente tornarono indietro, per quel malinteso spirito di coerenza che caratterizza i sardi e che, nella sostanza, talvolta li conduce all'incoerenza.
    Per il resto, bisogna ricordare che i dirigenti sardisti, a vario livello e sul piano di un fare contingente, si prodigarono con una generosità e un personale spirito di sacrificio senza limiti. Furono gli anni delle più frequenti partecipazioni al governo regionale - con i democristiani, s'intende - dell'affermazione di certe tesi operative, di un crescente prestigio, contestato e spregiato quanto si vuole dagli avversari e anche dai sardisti più intransigenti, ma elettoralmente produttivo.
    Si potrebbe forse dire che in quegli anni il Partito, stimolando il governo e collaborando alla realizzazione di opere sia pure importanti e lungamente attese, politicamente sceglieva la via del conformismo e si discostava dalla grande e gloriosa ansia rivoluzionaria dei primi sardi che avevano sognato il rifiorire dell'Isola attraverso l'autonomia.
    Tutta la classe dirigente sarda, per la verità, entrava in una fase di puro pragmatismo e la stessa tensione autonomista, che fu di molti partiti, si andava via via allentando, nella fiducia che la Sardegna stesse per uscire dalla sua emarginazione e depressione in forza di un certo numero di opere pubbliche, di un certo impulso all'espansione industriale e all'ammodernamento dell'artigianato, della legge 588 del 1962 e del Piano di Rinascita concepito secondo il modulo coloniale dei poli di sviluppo, anche quando era a tutti chiaro il fallimento catastrofico della rinascita. Tuttavia il Partito Sardo continuò a esercitare un notevole interesse per la sua caratteristica essenziale, come si è già detto, di avere in Sardegna sia la base che il vertice, ossia di essere un partito regionale. Molti giovani - non certo nello stesso numero e con lo stesso entusiasmo di un tempo - erano rimasti nel Partito anche dopo il 1948; alcuni altri vi si avvicinarono negli anni successivi, ma troppi ne furono delusi proprio per l'aria ferma che vi si respirava, e a uno a uno, rumorosamente o in punta di piedi, so ne allontanarono.
    Non tutti, è ovvio, se ne andarono per contrasti ideologici o per delusioni propriamente politiche; molti, certo, lasciarono il partito per motivi e interessi strettamente personali, perché avevano cercato da noi quello che da noi non si deve cercare: un impiego, un privilegio, il principio di una carriera.
    Più di uno, forse, ci lasciò anche dopo essere stato soccorso o guidato a trovare un impiego e il principio di una carriera, con un'azione assistenziale generosissima, tenuto conto delle limitate risorse del Partito in questo campo. Ma ciò non deve riempire il nostro cuore di amarezza né indurci a parlare sdegnosamente di ingratitudine. Siamo un partito politico e non un ente di beneficenza, va bene, ma in una società corrotta nella quale al cittadino riesce così difficile difendere i propri diritti senza qualche raccomandazione, l'assistenza è un dovere. Per questo, e non per catturare la gratitudine e l'eterna fedeltà politica di qualcuno; quando è possibile, chiediamo l'assunzione di un operaio, e alla burocrazia chiediamo il disbrigo di una pratica. Così facendo non cessiamo di aspirare a una società diversa e di lottare per il diritto al lavoro, senza mortificazioni, e senza impegni da tradire il giorno dopo.

  9. #9
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    VECCHIO E NUOVO SARDISMO

    Fin qui, in sostanza, si è cercato di mettere in evidenza che le premesse sulle quali si fonda il Partito Sardo d'Azione sono essenziali e sempre valide; che talvolta sono state fraintese e parzialmente dimenticate; che infine sono divenute via via insufficienti e più che mai sono insufficienti oggi per poterci assicurare uno spazio politico e un ruolo incisivo nel presente.
    Ora, mentre appare giusto riaffermare le premesse, e prima fra tutte quella più caratterizzante, ovvero la sua autonomia nei confronti degli schieramenti politici italiani, è urgente studiare alcune scelte di contenuto alla luce delle passate esperienze e in modo conforme all'attuale realtà sarda, cosi come si è venuta configurando negli ultimi 25 anni.
    La Sardegna degli anni Settanta si presenta molto diversa da quella del 1948. Stando alle apparenze, si sono fatti immensi passi avanti nella via dello sviluppo: più strade, più alberghi, più turismo, più comunicazioni, aeree e marittime, con l'Italia e con l'Europa; più scuole, più ospedali, più industrie; anche in agricoltura si sono fatti notevoli progressi, soprattutto qualitativi; il tenore di vita della popolazione è decisamente migliorato; sono una realtà quasi totalmente nuova l'assistenza sanitaria mutualistica e le pensioni ai lavoratori non dipendenti dello Stato e di Enti pubblici; secondo una statistica diffusa dalla SIR di Portotorres, l'occupazione e il reddito medio hanno subito un tasso di incremento superiore a ogni confronto nella Penisola.
    Che si vuole dunque di più ? Tutto va bene, anzi benissimo, e i sardi vivono nel migliore dei mondi possibile. Sennonché, pur essendo vere tutte queste cose, in senso relativo, il giudizio che si deve dare sulla situazione sarda, badando al presente, ma soprattutto guardando al futuro, non può essere cosi ottimistico. Non ostante gli incrementi sbandierati dalla SIR, si deve obiettare: 1) il reddito medio dei sardi è più basso del reddito medio nazionale; 2) il divario tra Nord e Sud si è accentuato a favore del Nord; 3) il reddito medio non dimostra un bel niente e serve solo a soffiare fumo negli occhi se si prescinde dalla sua distribuzione effettiva.


    Per quanto concerne l'occupazione si pensi alle centinaia di migliaia di emigrati; i quali non si possono certo mettere nel conto degli occupati per effetto dello sviluppo in Sardegna. Coloro poi che vorrebbero persuaderci a stare allegri e quieti perché "non siano stati mai cosi bene", hanno ragione se si guarda dal miserabile angolo visuale degli emarginati, colonizzati, mendicanti supinamente disposti a baciare le mani del benefattore, e non si considera quanto ci costa tutto questo in termini di lavoro, di energie naturali irrecuperabili e di perdita di inestimabili valori sociali e culturali.
    Non è questo il luogo di dimostrare quanto siano infondati i motivi di ottimismo a cui solitamente si fa appello per indurci a tutto accettare, magari con soddisfazione; ma non intendiamo rinunciare lungamente a un esame approfondito di questi temi, per mettere in luce come i sullodati beni siano del tutto insufficienti. Perciò sollecitiamo gli amici più volenterosi a offrirci un loro contributo di riflessione e di indagine che il Partito pubblicherà via via in un suo periodico attualmente in preparazione.
    In questa Lettera ci limitiamo a contrapporre alcune affermazioni contestative.
    Lo sviluppo della Sardegna è soltanto apparente. L'espressione "in via di sviluppo", sia nei confronti della nostra Isola, sia quando si riferisce ai Paesi del Terzo Mondo, è un ipocrita eufemismo e nasconde trappole mortali. Persino i fattori dell'apparente sviluppo, che in generale andrebbero considerati positivi, nella realtà diventano strumenti di una colonizzazione insidiosa e perniciosa. Questo è il motivo per cui non fa conto di parlare, se non di passaggio, degli aspetti più sfacciatamente negativi dell'aggressione capitalistica al nostro piccolo Paese, del cemento, per esempio, dell'inevitabile cattivo gusto degli speculatori che devastano e bruciano le nostre principali città e le coste bellissime, come non si parla delle industrie inquinanti, del neofeudalesimo, dei potentati economici e politici, né di tante palesi piraterie e turpitudini, dal volto assai spesso cattivante e sorridente.
    Ora, piuttosto, si vorrebbe parlare dell'opaca uniformità culturale, mortale nemica di ogni dialettica e perciò della libertà e del progresso, che ingombrano l'intelletto e la coscienza di tanti sardi, di quell'inquinamento meno visibile e di quella alienazione che ci travolge attraverso la menzogna e la corruzione politica, attraverso la scuola, il cinema, la stampa, la radio, la televisione, il nuovo costume antisardo. Si vorrebbe parlare dei veleni, sapientemente diffusi, che distraggono la nostra attenzione dai problemi più seri, che frantumano la nostra unità naturale stimolando ogni sorta di egoismi, che in definitiva ci acculturano, ci snazionalizzano, ci rendono servi in modo forse irreversibile.
    Ma anche questi temi devono essere trattati distesamente e perciò verranno ripresi dal periodico sardista di cui si è fatta parola. Ora è necessario prospettare in ipotesi, al fine di un approfondito dibattito precongressuale, alcune posizioni che il Partito Sardo potrebbe assumere nel prossimo futuro.

  10. #10
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    DOPO IL 1965

    Per non lasciare troppe lacune nel rapido giudizio critico espresso finora sulla storia del Partito, resta da accennare agli anni 1965 e seguenti, poiché in quegli anni, mentre il Partito andava perdendo terreno sul piano elettorale, i sardisti furono politicamente presenti in modo singolare.
    Nel 1965 un sindaco sardista polarizzò l'attenzione dei lavoratori sardi sull'inefficienza e sulle inadempienze della Regione con una protesta condotta in modo estemporaneo ma non casuale, poiché gli si dovette riconoscere un tratto e un'ispirazione fedelmente sardista. Ciò accadeva in un momento che si potrebbe definire di ristagno politico nel governo della Regione, tragicomicamente mascherato da quell'orgoglioso piano di rinascita per poli di sviluppo che toccò il suo vertice, comico e tragico, con lo slogan diffuso mediante manifesti in tutte le piazze dell'Isola: Nella rinascita c'è un posto per te.
    La protesta, che durò una decina di giorni, con una imprevedibile partecipazione di popolo, indusse i politici a qualche considerazione sulle sconosciute e drammatiche sacche di miseria, specialmente nella Sardegna più remota, e sulla colpevole insensibilità e lentezza dei meccanismi burocratici. Il Partito Sardo, che a buon diritto poteva far sua quella protesta, fu colto come di sorpresa, quasi disturbato e contrariato, non diversamente dagli altri partiti, e non seppe riprenderne prontamente i motivi politici più fecondi. E così pure non partecipò in maniera decisa e consapevole neanche quando, nell'autunno e nella primavera seguenti, il seme della contestazione maturò in varie e vivaci proteste popolari in molti comuni del Nuorese, che precedettero di un paio d'anni le varie manifestazioni operaie e studentesche nelle città della Penisola.


    Quanto all'unanime "Ordine del giorno-voto" del Consiglio regionale, che risale a quel periodo e del quale i consiglieri sardisti vantano l'iniziativa, non si può fare a meno di riprovarne l'impostazione sostanzialmente rivolta alla ricerca di un alibi. Ancora una volta, infatti, si vollero accusare lo Stato e il Governo italiani di inadempienza nei confronti della Regione, anziché fare una sincera analisi delle responsabilità del Governo e del Consiglio regionali. In altre parole, si formulò nuovamente una patetica e vacua protesta contro l'Italia "matrigna", mentre l'unica contestazione seria sarà fatta il giorno in cui, senza lacrime e senza sospiri, la Regione rifiuterà risolutamente questo suo ruolo da sottoprefettura e assumerà un atteggiamento e un comportamento tali da provocare le reazioni del Governo italiano. Forse allora si scoprirà che i sardi sono disposti a difendere questo istituto, oggi stanco e ammalato come una speranza che non si realizza mai. Si scoprirà, ove si presenti la giusta occasione, che i sardi esistono come popolo, sono ancora capaci di unione e di fratellanza, e di quello spirito di sacrifizio, di cui si è quasi persa la memoria, per l'esaltazione dell'antico senso della Comunità più volte mortificato ma non ancora scomparso.

 

 
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