L’aumento delle tasse a carico di banche e società petrolifere merita forse un breve commento. E’ difficile comprendere quali siano le motivazioni economiche di questo inasprimento fiscale ad opera di un governo che deve la sua vittoria elettorale anche questa volta, come già accaduto nel 1994 e nel 2001, alla promessa di togliere le mani untuose del fisco dalle tasche degli italiani. Anzitutto, infatti, come già ribadito da queste colonne in un precedente articolo, le banche e le società non pagano imposte, si limitano ad esigerle, a pagare sono sempre e soltanto le persone fisiche.
Le persone giuridiche, infatti, sono semplicemente il tramite tra due flussi di denaro: uno in entrata che proviene dai clienti che si avvalgono dei loro servizi o acquistano i loro prodotti ed uno in uscita per pagare le remunerazioni dei dipendenti, degli azionisti e dei fornitori di materie prime e capitali. Gravare una società giuridica di maggiori imposte significa semplicemente tassare o i clienti della società, che pagheranno a più caro prezzo quanto loro fornito, o i dipendenti, che riceveranno retribuzioni minori per quanto conferiscono all’impresa. Ma a pagare sono sempre persone in carne ed ossa non entità astratte come le società.
In secondo luogo, nel momento presente da più parti si lamenta l’aumento del prezzo del carburante che, fra l’altro, incidendo sui costi di trasporto contribuisce a fare aumentare il prezzo, per esempio, delle derrate alimentari. Tassare le compagnie petrolifere non fa nulla per risolvere questo problema e contribuisce, anzi, a renderlo più grave. Quanto alle banche, si lamenta da parte delle famiglie a basso reddito l’eccessiva onerosità dei mutui edilizi e tassare le banche sembra essere un provvedimento ispirato dal desiderio di rendere il credito ancora più caro.
Da quanto detto, dovrebbe risultare chiaro che Robin Hood e Jesse James non infliggono un costo ai “ricchi” banchieri e petrolieri ma ai loro clienti e dipendenti che non sono necessariamente ricchi. L’aumento della tassazione è quasi sempre un provvedimento antisociale perché colpisce molto più i redditi delle fasce più deboli della popolazione che non i “ricchi”. Dubito fortemente che l’aumento del costo dei mutui o del prezzo degli alimenti preoccupi chi ha un reddito alto, mi sembra certo che a soffrirne di più saranno i deboli, i meno abbienti.
Supponendo, tuttavia, che in questo caso una qualche bacchetta magica garantisca che l’inasprimento fiscale sia sopportato effettivamente da ricchi banchieri e petrolieri e che il ricavato, invece di essere dilapidato da poco avvedute scelte politiche, vada davvero nelle tasche di italiani a reddito basso, resta un problema grave: cosa c’è di liberale in una politica che, invece di incoraggiare la produzione di reddito, ruba a Pietro per dare a Paolo? A me sembra che i velleitari conati di redistribuzione del reddito, basati come sono sull’idea insensata che il problema sia quello di ripartire una torta di dimensioni immutabili, siano non solo destinati a fallire, rendendo tutti più poveri, ma siano proprio l’essenza della ideologia contro la quale questa maggioranza aveva dichiarato di volersi battere, guadagnando così il voto plebiscitario degli elettori. I consensi che questi conati di egalitarismo all’italiana ricevono dalla sinistra, anche quella estrema (“queste cose le doveva fare il governo Prodi”), dovrebbero indurre il patrio governo a riflettere sulla loro desiderabilità.
Robin Hood era un furfante e finì impiccato, come meritava. La sua attività, altamente patriottica, consisteva nell’appropriarsi del gettito delle tasse per destinarlo ai suoi scopi, anche filantropici. Non stupisce che le autorità del tempo non nutrissero ammirazione per le sue imprese e che decidessero di impiccarlo. Sarebbe semmai stato strano che gli avessero affidato la cura del tesoro dello Stato! Quando venne arrestato, Jesse James, alla domanda perché rapinasse le banche, rispose: “perché i soldi lì stanno”! Che l’esempio di questi due banditi sembri ispirare l’azione del nostro governo non dovrebbe stupire: ci vogliono molti personaggi diversi per fare un mondo.
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