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    L’Occidente vincerà lo scontro di civiltà

    L’Occidente vincerà lo scontro di civiltà

    Proviamo ad analizzare lo scenario peggiore possibile. Cosa potrebbe succedere nei prossimi decenni se i musulmani, quando gli equilibri demografici saranno per loro più favorevoli, scatenassero il jihad armato in Europa, dando luogo ad una escalation di violenze, atti terroristici, insurrezioni o addirittura ad una vera e propria guerra civile?

    se gli europei (che malgrado tutto rimangono in netto vantaggio per quanto riguarda l’economia, la tecnologia, la scienza, la forza militare) si sentiranno realmente minacciati nella propria incolumità, lasceranno perdere tutti i bla bla multiculturalisti, reagiranno nella maniera più decisa, e non esiteranno ad espellere in massa gli islamici dall’Europa.

    A meno che gli islamici non siano in grado di prendere il controllo in pochissimo tempo di tutto il continente, prevenendo una reazione ostile della popolazione autoctona, al primo accenno di problemi si troverebbero circondati da una popolazione ostile e privati del supporto dello stato sociale che permette a molti estremisti di vivere alle spalle della popolazione pacifica e di dedicarsi a tempo pieno al terrorismo. Le eventuali enclavi musulmane non sarebbero economicamente autosufficienti, perché verrebbero tagliate fuori dal mondo esterno, senza materie prima e senza possibilità di commerciare. Se anche si formassero, potrebbero durare poco).

    Per di più, data la stagnazione economica e scientifica del mondo musulmano, è probabile che nel prossimo futuro le tecnologie militari modificheranno ancor di più la situazione militare a vantaggio dell’Occidente. Se l’Europa fosse sotto un pericoloso attacco islamico, anche una popolazione invecchiata ed esigua, ma tecnologicamente progredita, potrebbe prevalere sul campo di battaglia
    Un’altra tecnologia chiave che potrebbe svilupparsi in maniera inaspettata è la capacità di aumentare la durata media dell’aspettativa di vita attiva degli individui. Già ora l’aspettativa di vita cresce circa un anno ogni quattro, e le capacità fisiche delle persone anziane migliorano. Queste tecnologie sono relativamente costose e potranno essere alla portata solo di economie sviluppate. Questo implica che l’invecchiata popolazione autoctona europea tra venti o trent’anni potrebbe essere molto meno invalida di quello che si pensa oggi. La popolazione islamica, d’altro canto, se non è in grado di produrre un’economia efficiente non sarà in grado di pagare per le stesse tecnologie (anzi, per averle dipenderà dall’Occidente, proprio come avviene oggi per molti farmaci moderni).

    L’attuale potere dell’Islam deriva quasi unicamente dal petrolio, i cui proventi gli permettono di finanziare il proselitismo e il terrorismo in tutto il mondo. Il mondo islamico però è sottosviluppato, e non produce nient’altro di significativo. Anche per lo sfruttamento del petrolio è dipendente dalle conoscenze tecniche occidentali, e i giacimenti più proficui e più facili da sfruttare si stanno esaurendo. Quando avrà consumato tutto il suo tesoro, il mondo islamico si ritroverà ancor più povero di prima. Difficilmente avrà le risorse per conquistare l’Europa o per mantenere il controllo sul suo territorio.

    Queste considerazioni spingono i fondamentalisti ad agire con estrema urgenza, ma la loro impazienza potrebbe costargli la vittoria. Può darsi infatti che i jidahisti abbiano scatenato troppo presto la guerra santa, suscitando anzitempo una possibile reazione dell’Occidente..

    Attualmente il vecchio continente si trova nel punto più basso di una fase depressiva, ma forse il confronto con l’islam è proprio ciò che serve agli europei per rivitalizzare la propria civiltà. Le crisi sono sempre rivelate da una sfida proveniente dall’esterno, e per questo oggi l’Europa si trova costretta ad interrogarsi sui fondamenti della propria cultura e a rivalutare gli aspetti positivi, a lungo trascurati, della propria eredità cristiana. Senza la sfida “provvidenziale” lanciata dall’islam, gli europei sarebbero probabilmente rimasti nel proprio torpore decadente, invece di riscoprire la propria identità, affrontare la realtà e prendere le adeguate contromisure.

    La storia del XX secolo ha dimostrato che i sistemi ideologici totalitari, pur apparendo dall’esterno solidi e indistruttibili, sono in realtà così rigidi che, quando entrano in crisi, crollano rapidamente e completamente. Lo stesso potrebbe accadere con l’Islamismo radicale, che mancando della flessibilità necessaria per affrontare le sfide del mondo moderno, potrebbe uscirne disintegrato..

    Noi europei siamo i fortunati eredi della civiltà che ha prodotto la quasi totalità delle più grandi creazioni intellettuali della storia umana. È necessario però che la religione che ha originato questa civiltà unica sia vivificata, perché la scienza, la filosofia, l’arte e la libertà che tanto apprezziamo, se private dei loro fondamenti culturali originari, sono destinate ad evaporare.

    In questa prova cruciale il secolarismo è uno degli ostacoli maggiori, perché incoraggia la denatalità, la mancanza di fiducia, i dubbi e l’apatia. Nell’attuale crisi spirituale dell’Europa il relativismo rappresenta la stessa fatale debolezza del politeismo degli abitanti della Mecca del settimo secolo, che troppo a lungo tollerarono Maometto entro le mura della città, e ne furono poi conquistati. Il multiculturalismo e l’egualitarismo devono essere screditati se l’Europa vuole sopravvivere, perché fino a quando l’ideologia dominante imporrà l’idea che tutte le culture sono uguali, sarà impossibile organizzare una difesa della civiltà occidentale.

    L’Europa non diventerà Eurabia, perché dispone ancora di un immenso patrimonio morale e culturale dal quale attingere.

  2. #2
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    L'Occidente vincerà solo se tornerà cattolico.

  3. #3
    TORINO E' GRANATA
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    IO VORREI UN EUROPA...LIBERA DAL GIUDAISMO E DALL'AMERICANISMO CHE LA SCHIACCIANO....i beduini ovvio sono NEMICI STORICI.

  4. #4
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    Io il patrimonio morale dell'Europa allo stato attuale non lo vedo. Vedo piuttosto una società all'opposto rispetto al tipo di società che vorrei.
    Contenti voi di QUESTO occidente...

  5. #5
    TORINO E' GRANATA
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    Citazione Originariamente Scritto da Iafet Visualizza Messaggio
    L'Occidente vincerà solo se tornerà cattolico.
    con l'avanguardia della CARITAS magari ?

  6. #6
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    Predefinito Islam unica salvezza da materialiso per l'Europa? NO

    ISLAM: UN TOTALITARISMO RELIGIOSO.


    di Francesco Marascio



    A determinare la cultura occidentale concorrono un elemento filosofico, il pensiero aristotelico-tomista, un elemento politico, la forma imperiale, oltre che un elemento religioso, il Cristianesimo. La cultura islamica è, invece, determinata esclusivamente dall’elemento religioso e ciò in ragione dei caratteri che questo presenta: adottando impropriamente una terminologia politica, potremmo definire l’Islamismo come una religione-ideologia totalitaria e il Cattolicesimo come una religione-idea pluralistica.
    Fatta questa necessaria premessa è chiaro come la differenza tra cultura occidentale e cultura islamica, ripetiamo a causa delle peculiarità di quest’ultima che risolve tutto nella religione, sia essenzialmente la differenza tra cattolicesimo e islamismo. E’ proprio tale distinzione che ora si cercherà di chiarire.

    1.CATTOLICESIMO: UNA PROPOSTA DI FEDE

    Nella cultura occidentale, la libertà dei sudditi è sempre stata un diritto intangibile dall’arbitrio del re. Ciò perchè, detta libertà, altro non era che il riflesso della libertà degli uomini in quanto creature di Dio. Sul piano religioso essa si atteggia quale libertà di credere o non credere lasciata dal Creatore: il Dio cristiano, nella sua onnipotenza, non sceglie mai di manifestarsi in modo inequivocabilmente evidente ma sembra quasi sia attento a rivelarsi in maniera tale che sia difficile scoprirlo, che il suo gesto generi il semplice dubbio - anche non la sicura certezza - della sua esistenza[1]. Insomma, quella del Dio cristiano, non è una fede imposta dall’evidenza ma è proposta dal dubbio.
    Ecco la libertà di credere: può trovare Dio solo chi lo cerchi o chi voglia cercarlo.
    Ciò, chiaramente, non significa che la fede cattolica, in quanto scelta, sia meno certa delle fedi che si impongono. Al contrario. La certezza è rinvigorita dalla partecipazione volontaria e consapevole del fedele.
    Dalla possibilità di scelta sulla fede si evince una implicita concessione di cittadinanza anche per gli atei, per gli agnostici o per i seguaci di altre religioni. In altre parole, il Cristianesimo è strutturalmente tollerante, intendendo con questo termine il rispetto della libertà dell’altro e non (come generalmente a sinistra si intende la tolleranza) l’indifferentismo o il rifiuto di distinguere tra Verità ed errore.
    A riprova di quanto si è affermato basti citare Blaise Pascal, un grande apologeta cattolico, secondo il quale “ non può essere vera (perché non rispetta la nostra esperienza) nessuna religione che non riconosca la non-evidenza di Dio[2]”.
    Concludendo possiamo definire il Cristianesimo come una proposta di fede, che, come tale, implica il rispetto per l’errore nella certa consapevolezza della Verità, e che, in virtù della discrezione del suo Dio (Padre e non padrone), non si occupa direttamente di affari civili.

    2.ISLAMISMO: SOTTOMISSIONE ALLA FEDE.

    Pochi sanno che Islam significa sottomissione e che Muslim, cioè musulmano, significa il sottomesso. Allah è un dio che sottomette, che non propone la fede ma la impone come si impone l’evidenza: per i musulmani Allah è il sole che splende sul deserto a mezzogiorno.
    La tolleranza, nel senso di rispetto, è inconcepibile: l’ateo che nega che il sole sia Allah è un pazzo che per questo va punito. L’infedele, non è visto come un’anima da convertire, ma come un nemico da sottomettere. I sacerdoti cattolici non possono essere soldati, al contrario un buon musulmano è, anzitutto, un combattente per Allah.
    L’espansione dell’Islam, non avviene tramite l’evangelizzazione ma tramite la guerra santa.
    Data questa intolleranza strutturale, ci riesce difficile anche distinguere un Islam moderato da un altro fondamentalista: l’unica possibile differenza può, al più, riguardare la scelta di mezzi terroristici piuttosto che di mezzi meno vili, ma per un fine che - in ogni caso - rimane identico.
    Inoltre, la convinzione dell’evidenza di Allah, che va solo constatata, porta anche alla negazione di ogni ambito civile che sfugga a tale evidenza: se Allah è evidente ovunque, allora tutto è religione e va regolato secondo la legge - religiosa - del Corano. Proprio questo è l’aspetto che connota l’islam come una religione totalitaria che, al pari delle ideologie, pretende di regolare ogni cosa: se nella Russia comunista l’ateismo era imposto dalla legge statale, nell’Afganistan talebano l’islamismo è imposto dalla legge coranica.
    L’ultimo aspetto dell’Islam su cui conviene soffermarsi è la sua rigidità: se la tradizione è intesa nel senso di trasmissione (da tradere, traditio) l’Islam è antitradizionale. E’ una religione che si cristallizza nella lettera dei versetti coranici, frasi chiuse e precetti determinati di difficile interpretazione estensiva. La rigidità coranica oltre a rendere l’Islam inconciliabile con altre culture, ne determina un rapporto difficile perfino con le innovazioni della tecnica (culturalmente neutre). Parlando dell’Afganistan si denuncia sempre l’obbligo di indossare il burka, ma spesso si omette di parlare del divieto di guardare la TV. Questi strumenti, sconosciuti al profeta, sono intesi come malvagi e per questo considerati, al pari di altri strumenti del male come le armi, accettabili solo come strumenti di guerra: Bin Laden comunicava coi suoi kamikaze tramite Internet e telefoni satellitari.
    Volendo concludere, l’Islam non è capace di discernere l’ambito civile da quello religioso, è geneticamente intollerante e per legge (coranica) votato a combattere gli infedeli, esso fatica ad accettare perfino l’innovazione tecnologica che è culturalmente neutra. Con queste premesse non è difficile essere scettici sulla possibilità di integrarsi dei molti immigrati musulmani giunti in Europa[3]: dopo un ‘esame della loro cultura siamo portati a ritenere che i seguaci di Maometto più che ad essere integrati tendano ad essere integralisti.

    4.L’ISLAM AL VAGLIO DELL’ESPERIENZA.

    Considerando la storia come politica sperimentale, abbiamo il dovere di indagare gli indirizzi finora assunti dall’Islam.
    Andando a ritroso nei secoli, sono veramente rari gli esempi di tolleranza: l’Islam ha ripetutamente tentato di assaltare il cuore dell’occidente e, senza avventurarci in dettagliati resoconti storici, ci basti segnalare quanto accaduto a Poitiers nel 732 ed ad Otranto nel 1840[6], oltre che gli episodi di Lepanto.
    Tornado ai giorni nostri, sarebbe miope non prendere atto dell'esistenza, oltre che della sola ignoranza fanatica dei talebani, anche di paesi musulmani come la Tunisia, il Marocco, l’Egitto o la Giordania, dove si sta affermando la libertà religiosa, e dove consuetudini come la poligamia sono in regresso se non esplicitamente vietate.
    Tuttavia, tirando le somme i bilanci dell’esperienza storica ci confermano che normalmente la deriva integralista prevale su un’Islam capace di accompagnare la propria identità alla tolleranza verso le identità diverse. E, a nostro giudizio, tale prevalenza è la logica conseguenza della struttura che abbiamo poc'anzi descritto.

    5.VALUTAZIONE DELLA SFIDA DI BIN LADEN E DEL PERICOLO SADDAM.

    Siamo adesso in grado di esprimere un giudizio sugli avvenimenti recenti alla luce dei ragionamenti svolti nelle pagine che precedono.
    Alcuni analisti leggono il progetto di Bin Laden come una reazione, del mondo islamico, alla minaccia di un occidente che essi identificano in tutto e per tutto con quella che noi abbiamo definito ideologia della modernizzazione. Secondo questa tesi, sarebbe l’identità islamica a ribellarsi all’ideologia che vuole annullare ogni identità.
    Noi crediamo che una ricostruzione di questo genere pecchi di eccessivo semplicismo, e trascuri alcuni importanti elementi: l’omissione riguarda l’esistenza della tradizione culturale dell’occidente che è antica e viva anche ai giorni nostri e non si può confondere con l’uniformità del pensiero unico; il semplicismo consiste, invece, nel ritenere che la reazione appartenga ad una parte, magari minoritaria, della realtà islamica negando invece come sia una inevitabile conseguenza della sua strutturazione.

    [1] Sulle differenze tra islam e cristianesimo abbiamo ripreso la lucida analisi di Vittorio Messori e Andrea Brambilla in Messori-Brambilla: “ Qualche Ragione per credere”, Mondadori, Milano 1997.

    [2] Blaise Pascal: “Pensieri”, Rizzoli, Milano 2000

    [3] G. Sartori: “Pluralismo, multiculturalismo e estranei”, Rizzoli, Milano 2000

    [4] Card. G. Biffi: “Sulla immigrazione”, Elledici, Torino 2000.

    [5] V. Messori: “Qualche ragione per credere”, Mondadori, Milano 1996.

    [6] Ci si riferisce rispettivamente alla battaglia con cui Carlo Martello respinse l’avanzata musulmana giunta nel cuore dell’Europa, ed alla successiva avanzata musulmana che fu bloccata anche dagli 800 martiri della Fede cristiana ad Otranto.




    Gli autori





    IDEOLOGIA:

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  7. #7
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    Che si sappia, chiunque promuove lo scontro di civiltà e si pone dalla parte dell'Occidente e' ipso facto un antifascista, schierato con le forze della contro-tradizione e quindi dell'anticristo:



    Paul Berman, il Kagan di sinistra, spiega che questa è una guerra antifascista
    12 Aprile 2003 Il Foglio


    Il Robert Kagan della sinistra si chiama Paul Berman, ed è un colto intellettuale della Nuova Sinistra americana. Ha il pedigree corretto, scrive per Dissent e per il magazine del New York Times ma anche per New Republic e Slate. Qualche anno fa fece un libro molto importante sulla generazione del 1968. Ora ne ha scritto un altro che, appunto, è considerato fondamentale per il futuro della sua parte politica, almeno quanto lo studio di Kagan lo è stato tra i neoconservatori. Il libro si intitola "Terror and Liberalism" (Norton, 21 dollari). Il tema è quello della sinistra e della guerra al terrorismo. O, meglio, dell’errore che ha commesso la sinistra liberal di fronte alla strategia islamica del terrore. Lo studio di Berman è di taglio filosofico e storico, ed è volto a dimostrare come la guerra al terrorismo non sia una guerra imperialista né uno scontro di civiltà, ma una nuova fase della guerra che scoppiò in Europa più di ottanta anni fa e che non è mai finita. E’ una guerra antifascista, una guerra di sinistra.
    Berman sostiene che il fondamentalismo islamico e il socialismo di Saddam Hussein siano la continuazione morale, ideologica e storica dei movimenti totalitari del ventesimo secolo. Anche il fascismo e il comunismo, tra l’altro, sono stati alimentati dalla difficoltà della sinistra liberal di comprendere la natura irrazionale di quei movimenti. La medesima cecità che imperversa oggi e che, inspiegabilmente, vede alleate la sinistra e i realisti di destra kissingeriana.
    Per liberalismo, Berman intende l’arco politico e filosofico che va dall’opposizione alla Seconda guerra mondiale dei socialisti francesi, all’odierno anti interventismo della sinistra europea e americana, fino al "realismo" dei governi europei e dell’establishment diplomatico statunitense. Costoro, si legge nel libro, sono convinti che i popoli agiscano sempre razionalmente nel proprio interesse. Sostengono che il conflitto sia sempre uno scontro tra interessi, cosicché se compaiono movimenti di massa che usano la violenza come strumento di lotta, ci dovrà pur essere un motivo, un torto, un’ingiustizia, e quindi o lo sfruttamento dei poveri da parte dei ricchi o l’umiliazione da parte dei potenti. Secondo quest’ottica, più la violenza è senza senso, cioè più la brutalità si dispiega contro chi non ha altra colpa se non quella di trovarsi per caso in una Torre gemella o in una strada di Gerusalemme, o magari di essere ebreo o addirittura una donna che osa mostrare la sua faccia, più si dimostra che questi criminali sono usciti fuori di cranio per colpa dell’oppressore. L’irrazionale diventa razionale, spiega Berman.
    Il paradosso è che i movimenti totalitari non si adattano per niente a questo ragionamento, sono piuttosto movimenti patologici. Berman li spiega con l’opera di Albert Camus, secondo il quale l’impulso umano di ribellarsi ha preso una svolta pericolosa con la Rivoluzione francese e poi con il romanticismo ottocentesco: l’amore per la libertà e per il progresso diventa stranamente inseparabile dall’ossessione morbosa per la morte, l’omicidio e il suicidio. Questa ossessione, spiega Berman, ha trovato spazio nei movimenti socialisti e rivoluzionari in Russia, Europa e America fino a convergere nei totalitarismi di destra e sinistra.
    Paul Berman prova come l’influenza di queste dottrine occidentali sia alla base del fondamentalismo islamico, il quale nasce in opposizione alle idee liberali. Nella cultura e nella storia araba non c’è niente che spieghi perché i leader politici e religiosi abbiano scelto la via del terrore, come l’Iraq di Saddam, gli assassini-suicidi palestinesi o di Al Qaida, oppure i fascisti islamici talebani e iraniani. Questo mix di politiche totalitarie e pratiche terroristiche è stato importato dall’occidente, dal nichilismo e dal fascismo/stalinismo.
    "Terror and Liberalism" è importante perché, spiegando questo, aiuta a rigettare l’idea razzista secondo cui le società arabo-islamiche non sono in grado di organizzarsi come democrazie. Ed è strano che oggi sia la sinistra a sostenere questa tesi, una posizione dettata più dal fatto che non si fida di Bush che dall’adesione a un’idea alternativa. Berman nel suo libro si chiede che cosa sia andato storto, per quale motivo negli anni 80 e 90 non ci siamo accorti del pericolo islamico-fascista. Forse ci siamo illusi che la storia fosse finita o semplicemente ci siamo riposati dopo aver sconfitto il comunismo sovietico. Gli europei se lo chiedono ancora, agli americani la risposta è arrivata a domicilio l’11 settembre del 2001.




    OCCIDENTE = CONTRO-TRADIZIONE = ANTIFASCISMO = ANTICRISTO

  8. #8
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    Citazione Originariamente Scritto da Anton Hanga Visualizza Messaggio
    Che si sappia, chiunque promuove lo scontro di civiltà e si pone dalla parte dell'Occidente e' ipso facto un antifascista, schierato con le forze della contro-tradizione e quindi dell'anticristo:



    Paul Berman, il Kagan di sinistra, spiega che questa è una guerra antifascista
    12 Aprile 2003 Il Foglio

    Il Robert Kagan della sinistra si chiama Paul Berman, ed è un colto intellettuale della Nuova Sinistra americana. Ha il pedigree corretto, scrive per Dissent e per il magazine del New York Times ma anche per New Republic e Slate. Qualche anno fa fece un libro molto importante sulla generazione del 1968. Ora ne ha scritto un altro che, appunto, è considerato fondamentale per il futuro della sua parte politica, almeno quanto lo studio di Kagan lo è stato tra i neoconservatori. Il libro si intitola "Terror and Liberalism" (Norton, 21 dollari). Il tema è quello della sinistra e della guerra al terrorismo. O, meglio, dell’errore che ha commesso la sinistra liberal di fronte alla strategia islamica del terrore. Lo studio di Berman è di taglio filosofico e storico, ed è volto a dimostrare come la guerra al terrorismo non sia una guerra imperialista né uno scontro di civiltà, ma una nuova fase della guerra che scoppiò in Europa più di ottanta anni fa e che non è mai finita. E’ una guerra antifascista, una guerra di sinistra.
    Berman sostiene che il fondamentalismo islamico e il socialismo di Saddam Hussein siano la continuazione morale, ideologica e storica dei movimenti totalitari del ventesimo secolo. Anche il fascismo e il comunismo, tra l’altro, sono stati alimentati dalla difficoltà della sinistra liberal di comprendere la natura irrazionale di quei movimenti. La medesima cecità che imperversa oggi e che, inspiegabilmente, vede alleate la sinistra e i realisti di destra kissingeriana.
    Per liberalismo, Berman intende l’arco politico e filosofico che va dall’opposizione alla Seconda guerra mondiale dei socialisti francesi, all’odierno anti interventismo della sinistra europea e americana, fino al "realismo" dei governi europei e dell’establishment diplomatico statunitense. Costoro, si legge nel libro, sono convinti che i popoli agiscano sempre razionalmente nel proprio interesse. Sostengono che il conflitto sia sempre uno scontro tra interessi, cosicché se compaiono movimenti di massa che usano la violenza come strumento di lotta, ci dovrà pur essere un motivo, un torto, un’ingiustizia, e quindi o lo sfruttamento dei poveri da parte dei ricchi o l’umiliazione da parte dei potenti. Secondo quest’ottica, più la violenza è senza senso, cioè più la brutalità si dispiega contro chi non ha altra colpa se non quella di trovarsi per caso in una Torre gemella o in una strada di Gerusalemme, o magari di essere ebreo o addirittura una donna che osa mostrare la sua faccia, più si dimostra che questi criminali sono usciti fuori di cranio per colpa dell’oppressore. L’irrazionale diventa razionale, spiega Berman.
    Il paradosso è che i movimenti totalitari non si adattano per niente a questo ragionamento, sono piuttosto movimenti patologici. Berman li spiega con l’opera di Albert Camus, secondo il quale l’impulso umano di ribellarsi ha preso una svolta pericolosa con la Rivoluzione francese e poi con il romanticismo ottocentesco: l’amore per la libertà e per il progresso diventa stranamente inseparabile dall’ossessione morbosa per la morte, l’omicidio e il suicidio. Questa ossessione, spiega Berman, ha trovato spazio nei movimenti socialisti e rivoluzionari in Russia, Europa e America fino a convergere nei totalitarismi di destra e sinistra.
    Paul Berman prova come l’influenza di queste dottrine occidentali sia alla base del fondamentalismo islamico, il quale nasce in opposizione alle idee liberali. Nella cultura e nella storia araba non c’è niente che spieghi perché i leader politici e religiosi abbiano scelto la via del terrore, come l’Iraq di Saddam, gli assassini-suicidi palestinesi o di Al Qaida, oppure i fascisti islamici talebani e iraniani. Questo mix di politiche totalitarie e pratiche terroristiche è stato importato dall’occidente, dal nichilismo e dal fascismo/stalinismo.
    "Terror and Liberalism" è importante perché, spiegando questo, aiuta a rigettare l’idea razzista secondo cui le società arabo-islamiche non sono in grado di organizzarsi come democrazie. Ed è strano che oggi sia la sinistra a sostenere questa tesi, una posizione dettata più dal fatto che non si fida di Bush che dall’adesione a un’idea alternativa. Berman nel suo libro si chiede che cosa sia andato storto, per quale motivo negli anni 80 e 90 non ci siamo accorti del pericolo islamico-fascista. Forse ci siamo illusi che la storia fosse finita o semplicemente ci siamo riposati dopo aver sconfitto il comunismo sovietico. Gli europei se lo chiedono ancora, agli americani la risposta è arrivata a domicilio l’11 settembre del 2001.




    OCCIDENTE = CONTRO-TRADIZIONE = ANTIFASCISMO = ANTICRISTO

    Straquoto Anton Hanga, come sempre....

  9. #9
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    Citazione Originariamente Scritto da Anton Hanga Visualizza Messaggio
    OCCIDENTE = CONTRO-TRADIZIONE = ANTIFASCISMO = ANTICRISTO
    Come equazione non è troppo persuasiva.


  10. #10
    Panzermeyer
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    io vorrei....... non si può volere, si deve OTTENERE, combattendo, se vogliamo che questa massa di individui estranei a tutti i nostri usi e culture non ci invada, bisogna solo combattere

 

 
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