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Discussione: Meglio Sardi che mai

  1. #1
    Sardista po s'Indipendentzia
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    Post Meglio Sardi che mai

    Nella seconda metà degli anni ’70, raccoglievo e conservavo periodici, articoli e pubblicazioni varie in tema di sardismo, indipendentismo, “nazioni proibite”.
    Non so come, mi capitò tra le mani un numero di una nota rivista culturale: Playboy!
    Tra i servizi…., c'era “l’inchiesta” che riporto in questo 3d.
    Avendone strappato le due pagine, non so risalire al n° preciso.
    Bisogna ammettere che, a parte le inaccettabili affermazioni contenute nelle risposte dell’anonimo interlocutore che richiamano ad una improponibile “guerriglia”, alcune delle argomentazioni sono abbastanza interessanti.
    Nulla di nuovo, anche per allora, ma quei discorsi sono ancora oggi attuali.

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  2. #2
    Sardista po s'Indipendentzia
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  3. #3
    Sardista po s'Indipendentzia
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    inchiesta di
    ALDO CONGIU

    DUE ORE E 22 MINUTI al telefono. Da una parte l'ignoto capo del « Movimento per la liberazione della Sardegna», dall'altra il sottoscritto, presunto indipendentista « stando a quanto si può leggere fra le righe dei suoi articoli ». Un invito a partecipare a una riunione del « direttivo ». Dove?
    « Questo non si può dire. Basta che lei ci faccia sapere in quale albergo scende, a Cagliari, a Nuoro o a Sassari; qualcuno si incaricherà di venirla a prelevare. Il suo viaggio finirà in una stanza lunga, otto metri per tre, arredata semplicemente con un tavolo e dieci sedie. Pareti nude. Solo una grande carta della futura Repubblica di Sardegna, al centro della quale spicca la sigla S.I., e una bandiera con i Quattro Mori, la scritta "Ichnusa" sul bordo alto e la sigla A.Q.T. al centro della croce, rossa, che divide il drappo in quattro. Di fronte a lei vedrà dieci persone con il volto coperto da un cappuccio di seta, a forma di cono. Una misura di rigore quando viene invitato un ospite. E’ ovvio che verranno prese tutte le precauzioni perché lei, una volta partito dal suo albergo, non possa conoscere l'itinerario che le faremo percorrere, né riconoscere in seguito l'ubicazione della sede ».

    Accetto l'offerta, per pura curiosità. Se tutto fosse uno scherzo, sarebbe comunque un viaggetto piacevole...« Non facciamo degli scherzi ».

    Che cosa significano quelle due sigle, S.I. e A.Q.T.?« "Sardegna indipendente" e "Accipe quod tuum", prendi ciò ch'è tuo ».

    I promotori di questo « Movimento »?
    « Non sarebbe un movimento clandestino se svelassi i loro nomi, quelli dei capi, dei finanziatori, dei militanti... ».

    Si potrà almeno sapere chi siete, genericamente?« Siamo dei sardi decisi a porre fine allo sfruttamento, al colonialismo politico, culturale, linguistico ed economico messo in atto dallo Stato italiano ».

    Altri movimenti simili già esistono.
    « Sì, ma con una piccola differenza. Gli altri sono legati, in qualche modo, a organizzazioni politiche di vario colore. Noi al di sopra delle nostre idee politiche (tutti, ne abbiamo) poniamo in primo luogo la libertà della nostra terra ».

    Puntate a una repubblica democratica?
    «La Repubblica di Sardegna sarà una democrazia nel senso più ampio e più tradizionale del termine; cristiano-sociali, progressisti, cattolici, liberali, conservatori entreranno in libera competizione per risolvere democraticamente i problemi della nazione ».

    Quali vie avete scelto per tentare di far valere le vostre ragioni?
    « Vede, noi siamo gente pacifica. E pacifica sarebbe la lotta se ai nostri interlocutori (ONU, governo di Roma) ciò piacesse. Saremmo già pronti. Organizzazione, programmi, mezzi. Ma lei capisce che non possiamo rischiare il fallimento, nella deprecata e non remota ipotesi che la Repubblica italiana intendesse respingere duramente le nostre richieste. Per questo pensiamo di avanzare le nostre rivendicazioni solo quando saremo pronti anche a far fronte a una lotta armata contro i colonialisti ».

    Non potreste certo dichiarare guerra all'Italia.
    « Nessuno ha mai pensato a una follia del genere. Tanto più che saremmo condannati a perdere. Ma... dichiareremmo la guerriglia, seria e spietata, solo se non se ne potesse fare a meno. E sarebbe la distruzione completa, nell'isola, di tutto ciò che non è sardo. Stranieri e "collaborazionisti" servili verrebbero annientati senza pietà. Per una guerra occorrerebbe un esercito che non abbiamo e che non ci proponiamo d'avere; per la guerriglia bastano cinquemila uomini di fegato, e questi ci sono: dieci per ogni comune (sono circa 350), cento per i grossi centri, più i "commandos" per gli attacchi a sorpresa (favoriti dalle quinte colonne) agli impianti e alle zone militari. Questo, certo, come "ultima ratio" ».

    Le zone militari sono piuttosto estese...
    « Dai nostri calcoli risulta che le "servitù militari", qui, occupano ben 9636 chilometri quadrati (i due quinti dell'intero territorio sardo). Da "granaio di Roma" la Sardegna è diventata "polveriera d'Europa". Che cosa ha avuto, poi, in cambio di questo apporto forzato alla causa dell'Italia? Nulla. Se si pensa che la Repubblica di Malta (315 km2 e non tutti adibiti, certo, a basi militari) ha ricevuto ogni anno ben 14 milioni di sterline d'affitto (oltre 18 miliardi di lire) c'è veramente da sentirsi ribollire il sangue. In proporzione, la Sardegna dovrebbe ricevere da chi "occupa" l'isola circa 1392 miliardi l'anno ».

    Ma siete anche contro la Nato?
    « Forse lei ha un po' frainteso tutto il mio discorso. Noi-non-siamo-contro-nessuno. Siamo per la libertà. Il nostro atteggiamento è di "legittima difesa"; siamo solo contro qualcosa: contro lo sfruttamento, comunque si manifesti. In un secondo tempo diventeremmo, semmai, contro qualcuno: per la precisione contro chi tentasse di ostacolare la nostra lotta per l'indipendenza. Quanto alla Nato, se vuole le basi, le paghi. E’una questione da risolvere in un secondo tempo, in trattative fra la Nato stessa e la Repubblica di Sardegna. Nessuno può disporre a piacimento del nostro territorio, se noi non lo vogliamo. In quegli accordi si troverebbe il "modus vivendi" fra Nato e Isola allo scopo di evitare i danni, frequenti e gravi, che sono derivati alla nostra terra. Troppo a lungo l'Italia ha giocato sulla pelle della povera gente. Se questo non è colonialismo... Troppi danni causa la presenza degli "occupanti" all'economia locale, all'agricoltura, alla pastorizia e soprattutto al turismo ».

    Mi pare che, anni fa, la Regione sventolò la bandiera del separatismo per farsi ascoltare dai « sordi » di Roma.
    « Da secoli i sardi parlano ai sordi... A Roma, per noi, c'è sempre stato un governo di... vecchietti che hanno smarrito il cornetto acustico. Salvo quando c'era da mandare delle truppe, quaggiù, o da chiedere uomini da portare al macello contro gli austro-ungarici, contro gli abissini, contro i libici, contro gli anglo-franco-americani. Certo ci fu chi alzò, ma non tanto, la propria voce. Fu Felice Contu, presidente del consiglio regionale; pronunciò qualche anno fa una frase che fece dire a certi commentatori: "L'idea separatista non è più follia o aspirazione di pochi estremisti". Capito, come si ragiona in Italia? Chi vuole la libertà è un "estremista". Siamo alla follia pura ».

    Non vi ripugna affatto di staccarvi dall'Italia...
    « A noi semmai ripugna di far parte, emarginati nei diritti e mobilitati nei doveri, di una Repubblica che ha "la migliore e più avanzata costituzione del mondo", come spesso si sente ripetere da certi parlamentari in TV, ma non sa che farsene. La pervicacia con cui uomini politici e partiti fanno scempio di questa Costituzione è sconsolante. Non è bello parlar male della gente, ma non si sa che pensare dei governanti che, in una repubblica "fondata sul lavoro", hanno fatto battere agli italiani tutti i record precedenti di disoccupazione e di emigrazione. Mezzo milione di sardi sono emigrati per cercare un tozzo di pane all'estero. Tanto vale cambiare la Costituzione, sin dal primo articolo: "L'Italia è una repubblica fondata sulla disoccupazione, sulla sottoccupazione, sullo sciopero, sull'assenteismo e sulla cassa integrazione" ».

    Mi può citare qualche « torto » ricevuto dall'Italia?
    « Si potrebbero riempire dei volumi, di queste storie. Pensi all'imposizione, senza consultazione e senza preavviso, delle basi militari. Pensi alle solenni promesse dell’onorevole Piccoli che annunciò come cosa fatta la creazione di 7500 posti di lavoro nel settore industriale-minerario. Li ha visti, lei, quei 7500 posti? Pensi a Ferrari Aggradi (sardo-collaborazionista) che annunciò ai sindaci dell'Ogliastra lo stanziamento di tredici miliardi (nel 1972) per la costruzione di una superstrada. Passate le elezioni, gabbate le popolazioni. Il ministro successore di Aggradi, Lauricella, sollecitato due anni dopo, disse che mai era stata stanziata una somma del genere, e che il problema non si era mai nemmeno posto. Questa non è politica, è truffa elettorale. Pensi pure ai miliardi del piano di rinascita. Ne arrivarono pochi, a rate lente, ma in compenso non arrivarono più i fondi normali di finanziamento: per cui lo stanziamento "straordinario" andò a disperdersi nei lavoretti ordinari: fogne, fontanelle, cimiteri, uffici comunali... ».

    Anche voi accusate il processo di industrializzazione, avviato in Sardegna, con enorme dispersione di denaro per ogni posto di lavoro? Un'industria scarsamente « occupazionale » ed enormemente inquinante...
    « Sì, ma non ce la prendiamo con "quelli della Regione" che sono semplicemente dei "rimorchiati". Si accusano e si condannano da sé. Il motto "taci e mangia", anche qui, ha contagiato tutti.
    In realtà l'economia sarda è tutta da rifare. L'unica industria che funziona oggi in Sardegna è quella dell'emigrazione. Le miniere sono pressoché ferme, la pesca e l'agricoltura in calo, il turismo è bloccato dalla crisi dei trasporti. I prodotti sardi, se esportati, sono sottoposti a una specie di dazio supplementare, dato l'enorme costo dei traghetti, e così tutte le merci importate. La mancanza di un prezzo politico dei trasporti isola ancora di più la Sardegna. L'industria turistica è frenata sia da questi stessi inconvenienti, sia dai costi e dalle tasse che scoraggiano l'edilizia. Abbiamo 1800 km di costa; l'estate, da noi, dura quattro mesi e mezzo, ma è impensabile organizzare un turismo di massa. Inglesi, francesi, tedeschi, olandesi, belgi verrebbero da noi a parità di organizzazione, invece se ne vanno nelle spiagge romagnole. Non sapranno mai, certo, che cos'è un mare vero, ma troveranno ogni comodità. Noi che cosa possiamo dargli? Disorganizzazione, posti-letto insufficienti, e spesso a prezzi giornalieri equivalenti al prezzo settimanale di una buona pensione casalinga di Romagna. Ci restano i centri per il turismo di élite, ma cosa fruttano, ora, alla Sardegna? Le briciole. Lo stesso discorso vale per le altre industrie, prima fra tutte la petrolchimica. A noi resta la puzza. Quella non se la portano via, da Sarrok, da Porto Torres, da Ottana. E ci restano anche le coste inquinate perché le petroliere fanno toeletta nei nostri mari e le spiagge diventano depositi di catrame. Se lo metta in testa: finché resterà "colonia" la Sardegna non potrà mai emergere dal sottosviluppo ».

    Come potete vedere una Sardegna indipendente?
    « Proprio nello stesso modo in cui vediamo indipendenti la Repubblica di Malta, l'Irlanda, la Svizzera e cento altri nobili e piccoli paesi ».

    Ma l'isola sarebbe autosufficiente?
    « Mi scusi, ma questa è la grande baggianata che ci gettano in faccia i pochi oppositori nei quali finora ci siamo imbattuti. Se fossero indipendenti solo le nazioni "autosufficienti" ci sarebbe un mondo di schiavi. Al limite si può affermare che nessuno è autosufficiente, nemmeno USA e URSS. I russi, ad esempio, hanno bisogno del grano americano, gli americani del petrolio del Medio Oriente e del Venezuela. L'economia di ogni paese è strettamente legata a quella di tutti gli altri. La Sardegna sarebbe un paese prospero. Il turismo, riorganizzato, anzi rifatto di sana pianta, garantirebbe un introito cospicuo. Realizzato quel piano idrico che Roma promette... dai tempi di Cicerone, si potenzierebbe l'agricoltura, l'allevamento del bestiame, la pastorizia; le basi militari verrebbero date in affitto, previ opportuni trattati (limitativi) rinnovabili ogni dieci anni; in ogni campo si incoraggerebbe l'iniziativa privata. Non avremmo, questo è certo, un fisco cieco e asfissiante a disarmare gli imprenditori, a umiliare i lavoratori, a strozzare l'economia. I trasporti, gestiti da compagnie sarde o direttamente dallo Stato (sardo), verrebbero potenziati; i collegamenti con la Spagna, la Francia, l'Italia, il Nord Africa e il Medio Oriente sarebbero più stretti. I costi, in generale, in tutti i campi, verrebbero ridotti perché, con il carburante importato direttamente e lavorato nell'isola, non esisterebbero più insostenibili imposte aggiuntive dovute al costo dei trasporti. Si incoraggerebbero le ricerche; le fonti di energia (miniere di carbone per produzione di energia elettrica, sfruttamento dei raggi solari) le abbiamo. Esistono giacimenti minerari ancora intatti. Non basta certo una chiacchierata breve come questa a illustrare dettagliatamente il nostro "piano di ricostruzione", ch'è già a punto, con programmi e scadenze precise. Molta gente, in Sardegna e all'estero, è interessata a questi progetti. L'Isola avrà presto due milioni di abitanti, con il rientro degli emigranti, e non vi sarà disoccupazione. Nessun economista sardo pretenderà mai di riequilibrare i bilanci a colpi di "una tantum". Non si statalizzeranno le industrie in perdita alimentando uno spaventoso deficit; non avremo enti inutili, parassiti di Stato. Sarà veramente una Repubblica fondata sul lavoro dove chi produce verrà premiato e non dovrà temere lo Stato come un nemico sempre pronto a colpire».

    Certo è strano che noi parliamo di indipendenza sarda in tempo di europeismo.
    « E perché mai? Se ne potrebbe parlare anche in tempo di Stati Uniti d'Europa. Noi, europeisti, lo siamo sinceramente, anche se vogliamo difendere le nostre tradizioni, la nostra lingua, la nostra cultura. In fondo, sulla bandiera europea potrebbe esservi anche, a parità di diritti, una stellina con quattro teste di moro! ».

    Questa è la prima intervista con un esponente del « Movimento per la libertà della Sardegna ». Per una combinazione possiamo scrivere del S.I. in anteprima assoluta. Il misterioso « capo » ha idee chiare. « Non temete di venire denunciati per il reato di attentato all'integrità dello Stato? ». « Non esiste alcun reato », ha risposto. « Sfidiamo la Repubblica italiana a dimostrare di non considerarci una colonia; noi, di questa verità, abbiamo le prove. E le colonie, nel 1976-77, non sono più di moda. L'integrità dello Stato non è in gioco; la libertà, per noi, è un diritto, poiché siamo una "nazione". Abbiamo una nostra lingua, una nostra cultura, siamo in grado di darci delle leggi giuste, di vivere senza sfruttare e senza essere sfruttati; un popolo di gente libera in un libero Stato. E poi, da che mondo è mondo, combattere per la libertà non ha mai costituito reato ».

  4. #4
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